--Poffar Iddio! signora, esclama il mio vicino impaziente; è

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I MORIBONDI

DEL

PALAZZO CARIGNANO

PER

F. PETRUCCELLI DELLA GATTINA

MILANO

Per Fortunato Perelli

1862.

Proprietà letteraria.

Tip. Fratelli Borroni.

HORS D'OEUVRE

PER LE PERSONE CHE NON SON SERIE.

I.

Come bisogna sempre ascoltare ciò che si dice in un wagon.

..................................................

Io mi risveglio, ed il grosso uomo parlava ancora.

--Io ho un vicino, raccontava egli al signore seduto al suo fianco, un

vicino che chiamerei il mio _onorevole amico_, se io avessi l'onore di

essere il signor Massari e se il mio vicino fosse ministro. Ma per i

tempi che corrono, che la si figuri! il mio vicino non è neppure un

_martire_. Egli è bene restato una dozzina d'anni in esilio, i suoi

beni furono sequestrati, i suoi parenti cacciati in prigione, la sua

casa ridotta ad albergo di sbirri e gendarmi, la sua fortuna minata;

egli lottò bene e senza posa della penna e della parola contro il

sovrano del suo paese.... ma e' non si credette giammai abbastanza

_martire_ per domandare un posto nel paradiso del Bilancio, quando i

_martiri_ invadevano la patria come gl'insetti invadono i cenci del

mendicante. Appena se lo nominarono deputato.

--Che razza d'uomo è dunque codesto vostro vicino? domandò un signore

della compagnia.

--Veramente non è della pasta comune, risponde il grosso cicalone. Lo

si direbbe fiero, ma io lo credo piuttosto un po' timido. Non parla

che con le persone che conosce. Un profondo sentimento del vero e

della giustizia lo rende sarcastico e bilioso. Veramente affettivo, e

perciò soggetto ad antipatie subite, a vive simpatie, all'entusiasmo

ed alla collera. Egli preferisce un paradosso ad una trivialità. Ama

il mondo e le brigate solazzevoli, e si rassegna alla solitudine per

l'invincibile nausea che gli destano gli sciocchi ed i nojosi. La

natura lo ha fatto infingardo; il bisogno, lavoratore e solerte. Il

tedio lo invade facilmente. La gioja lo inebbria. Si accende subito,

ma sa dominarsi. Alla Camera parla poco--nelle sue discussioni fogose

e drammatiche. È indipendente e burbero. In fondo, affettuoso, uomo

semplice, buon figliuolo, ma che ha dell'_humour_--come un inglese.

--Ella ne parla da amico, eh! interruppe un signore.

--Può darsi, continua il grosso galantuomo. Lo confesso, mia moglie ed

io lo amiamo molto. La sera andiamo a prendere il _thè_ in casa sua,

ed a canto al fuoco, i piedi stesi al caminetto, cinguettiamo un po'

di tutto, fino ad un'ora del mattino, quando egli può dispensarsi dal

lavorare. Mia moglie lo provoca, lo aizza con le sue indiscrezioni da

comare. Ma che cosa vogliono? io non ho potuto correggerla, la mia

povera moglie, di questo villano difetto--che non è solo! Essa si

riscalda inoltre la testa con la politica, con i romanzi, con i

giornali. Legge perfino la _Stampa_ e _l'Armonia_. E sa di politica ad

insegnarne a sette almeno de' nostri ministri.

--Mio caro signore, la di lei Eva non è mica solazzevole! gli dice a

bruciapelo un commesso per l'_Assicurazione Paterna_.

--L'è quanto mi dice altresì il mio vicino! Mia moglie farnetica

inoltre per i deputati. Ella si è fatta di quegli individui e della

loro missione ciò che ella chiama un _tipo_. E bisogna udirla a

parlucchiare su questo tema e su la 443.^a _parte della sovranità

nazionale_--come ella addimanda un onorevole della Camera Bassa.

--Vedete, signora, sclama infine una sera il mio vicino impazientato,

voi m'inasprite. Vi domando scusa, ma voi non osservate che la

superficie. Voi non vedete in tutto ciò che un signore il quale

recita, bene o male, un discorso innanzi a qualche centinajo di suoi

colleghi, i quali conoscono già di lunga mano ciò che egli va a dire,

ed un rispettevole pubblico, il quale sovente non capisce che a metà.

Ma andate al fondo, cercate nella vita di questo povero galeotto della

sovranità nazionale, e vi persuaderete che la sua posizione non è

punto da invidiare. Il più piccolo dei minimi giornalisti--nella sfera

politica--è più felice che lui.

--Ah! voi esagerate, risponde mia moglie mandando in aria un globo di

fumo della sua sigaretta. Voi siete abituato alle amplificazioni, ed a

tutti i _topi_ della rettorica. Io persisto nella mia opinione.

--A vostro piacere! sclama il mio vicino sorbendo un sorso di _thè_.

Quanto a me, io non auguro ad un cane di canonico le piccole e grandi

miserie della vita di un deputato.

--Ma quali dunque, Dio mio, quali dunque? domanda mia moglie gittando

la sigaretta nel fuoco. Voi andate ai balli di corte; voi andate alle

_ricezioni_ del barone Ricasoli; voi partecipate a taluni pranzi

diplomatici, a certi banchetti nelle grandi occasioni. Voi siete

invitati a tutte le feste. Voi viaggiate gratuitamente. Voi non pagate

spese di posta. La vostra medaglia in oro è un passa-pertutto,

generalmente rispettato. Voi non potete essere giudicati per tutto il

tempo che dura la sessione.--Voi potete fare dei debiti, si fa credito

a un deputato! Il telegrafo trasporta il vostro nome in tutti gli

angoli del globo, ove stampisi un giornale. Voi avete un palazzo

principesco per andarvi a leggere i giornali, parlare, fumare--senza

parlare dell'acqua zuccherata a discrezione e, durante le sedute, ben

anco dei liquori. Voi siete ben riscaldati. Voi avete una biblioteca.

Le ballerine del Teatro Regio sono ghiotte di deputati, perchè avete

la riputazione di gente ricca e non taccagna. Vi domandano a fare il

vostro ritratto per nulla. I giornali non parlano che di voi, come del

fiore della nazione. Anche la caricatura vi tratta con riguardi,

vedete Ricciardi! Siete indicati a dito quando passate per le strade.

Il vostro Presidente vi regala di _raout_, donde, egli è vero, sono

escluse la gajezza, le donne ed i rinfreschi _confortevoli_, ma dove

sono ammessi il sigaro, i canonici ed i guanti sporchi. Voi

troneggiate nel vostro circondario elettorale. Vi si danno dei

banchetti, trascinano a braccio la vostra vettura, vi fanno dei

_toast_. Voi potete perfino accomodarvi un ricco matrimonio! facendo

valere la possibilità d'essere un giorno ministro, o il favore di un

ministro. In una parola, voi siete una potenza, una forza, un

favorito, una gloria.

--Ah! signora, sclama con un sospiro il mio vicino, voi mi fate

rimpiangere sempre più che le donne siano escluse dall'onore di

rappresentare la nazione. Io vado adunque a raccontarvi una giornata

della mia vita, perchè voi venite di abozzare un quadro sì fresco, sì

raggiante di felicità. Si direbbe che voi leggete avidamente nel poema

della vita di qualche deputato della maggioranza. Voi traducete

liberamente Poerio, Massari, Caracciolo, e chi so altro. Ebbene,

signora, obliate l'oasis, e percorrete il deserto.

Il mio vicino riempì la sua tazza di _thè_ e continuò:

--Di ritorno dall'esilio, io mi occupavo a ristaurare la mia fortuna

intaccata al vivo e ad accomodarmi con creditori e debitori. Nel

frattempo, la mia penna andava, andava sempre, metteva giù di tutto,

toccava all'America, all'Inghilterra, alla Francia, alla Russia,

all'Italia. La mia penna era il mio feudo il più reale, e mi produceva

diecimila lire all'anno, senza pagare un soldo d'imposte al rapace

signor conte Bastogi. Poi indrogavo i miei malati nelle ore di ozio.

Tutto contato, installato ove io mi ero, il mio piccolo cervello mi

metteva in misura di rosicarmi quattordici o quindicimila franchi

l'anno.

--Mica male! sclama mia moglie sorridendo.

--Non molto, no! continua il mio vicino, ma in fine, per un uomo che

aveva vissuto Dio sa come nell'esilio per parecchi anni, questa

piccola rendita era il riposo, l'indipendenza, la comodità. Le

elezioni arrivano. I cittadini del mio villaggio, i quali pensano come

voi, signora, sulla vita dorata di un deputato, credendo farmi onore,

e me ne facevano di fatto, mi nominano loro rappresentante al primo

Parlamento italiano.

--Magnifico! l'interrompe mia moglie.

--Certo, signora, certo, continua il mio vicino, ma e' bisognava

rendersi a Torino. Ora, come io non poteva invaligiare e trasportare

meco i miei malati a Torino, ecc., in ventiquattro ore, un terzo del

mio reddito tagliato via.

--Ma la vostra penna? insisteva mia moglie.

--Sicuro, la mia penna era bene nel mio baule, dice il mio vicino;

però essa non aveva più la medesima importanza. La mercanzia ch'essa

produceva non era più dimandata. Là ove io mi recavo i miei

committenti avevano le loro pratiche di già. Ecco dunque, in

ventiquattro ore, un secondo terzo delle mie rendite. L'ultimo terzo

cessava poi anch'esso, perocchè il tempo che io occupavo alle mie

bisogne bisognava consacrarlo alla patria.

Ed eccomi in via per Torino.

--_Enfin!_ sclama mia moglie.

--_Hélas!_ soggiunse il mio vicino. Eccomi anzi a Torino. Gli onesti

abitanti di quella città avevano onestamente quadruplicato il prezzo

del fitto, e bisognava collocarsi con una certa convenienza. Tutti gli

oggetti necessari alla vita erano augumentati. Ed un deputato, perchè

deputato, è taglieggiato con avidità dovunque e da tutti. Dunque, non

più rendite, e la spesa spinta innanzi con la forza di cinquecento

cavalli. Ma un buon cittadino deve ruinarsi per l'amore del suo

paese--ciò è nei _Credo_.

--Hum! cominciava a borbottare madama.

--Nondimeno, tutto questo non è nulla, dice il mio vicino. Si va come

si può. Eccomi quindi installato. Io che amavo tanto a vaneggiare, a

_rever_ nel mio letto il mattino, alle sette sono ora in piedi. Il mio

portinaio mi porta su una intimazione del mio uffizio onde mi renda

quivi alle dieci e mezzo per discutervi, se il comune di Monmilone ha

il dritto di riunirsi al comune di Monmiletto. E poi prendere in

considerazione, che so io? la legge sulla instituzione delle colonne

Vespasiane a Napoli, che è piaciuto ad un Baldacchino o ad un De

Cesare qualunque di presentare all'onorevole Parlamento. La lettura di

questa roba, condita di sbadigli da scantonare Palazzo vecchio a

Firenze, mi ruba un'ora. Poi me ne vo.

La mia prima visita è alla posta. Vi trovo in media da quindici a

venti lettere ed una dozzina di giornali. Le lettere che noi riceviamo

non pagano nulla: noi paghiamo invece quelle che spediamo, ciò che

occasiona una spesa di due o tre lire al giorno. Siano due lire: e

cominciamo la lettura.

--Vediamo! sclama mia moglie.

--Sì signora, il conte Coletti, in casa del quale io passai, dodici

anni fa, una notte, essendo in viaggio, si ricorda di me e mi domanda

che gli faccia ottenere un posto di Maggiordomo maggiore di S. M.

Vittorio Emanuele II, il _re riparatore_. Il signor conte occupava lo

stesso posto alla Corte dell'ex principe! Io rispondo che re Vittorio

è un gran borghese, il quale non ha di queste funzioni nella sua

Corte. Il signor conte replica, che io sono un ignorante ed un

ingrato.

Il signor Ribaldi, mio elettore che ha votato pel mio competitore!--mi

scrive per dirmi che l'Italia se ne va, che il barone Ricasoli è un

_balordo_, che la maggioranza è assurda, che la minoranza va a

tastoni, che il ministro de Sanctis non capisce niente. Io rispondo

che l'Italia non se ne va, perchè è stazionaria; che il signor

Ricasoli è un galantuomo, che la destra fa il suo mestiere e la

sinistra quello che può, e volendo esser cortese, per non aver l'aria

di contrariare in tutto il mio elettore, ammetto che, quanto a De

Sanctis, e' potrebbe al postutto avere un tantin di ragione. Il signor

Ribaldi replica: che io sono sulla china di bassare le armi al

Ministero.

Il signor curato mi domanda una sovvenzione per il campanile del suo

villaggio, il quale non gli pare così compito come quello della

Cattedrale di Milano.

Il signor mio compare mi prega di sollecitare appo i ministri certe

petizioni che e' si dette la pena d'indirizzar loro. Il mio compare fu

ritenuto per ventiquattro ore al corpo di guardia, nel 1848, e da

quinci in poi egli si reputa furiosamente _martire_. E come egli ha

ogni specie di capacità, così domanda a questo ministro una carica di

presidente della Corte di Cassazione, a quello un posto di consigliere

di Stato, a Ricasoli di esser prefetto, a Bastogi di essere direttore,

a De Sanctis infine, non volendo gran che onorare così piccolo

ministro, chiede una cattedra per insegnare il dialetto del suo

villaggio, cui egli crede una lingua primitiva. Io rispondo al mio

compare che le sue domande sono tutte modestissime e perfettamente

scusate, ma che non ci sono posti per il momento. Il compare replica

che io non ho nè mente nè cuore, che quanto a me sono _soddisfatto_ e

non mi curo più dei _martiri_.

E poi le lettere anonime che c'insultano a grossi fiotti: le lettere

che ci danno consigli: le lettere che ci minacciano. Ma non ve n'è una

la quale infine non c'incarichi di domandare qualche cosa o di fare

qualche istanza presso dei ministri! Il deputato è il domestico

naturale--la serva ad _ogni occorrenza_ dei suoi elettori!

Ma come fra tante avidità vi è sempre qualche lamento ragionevole, dei

torti a far riparare--l'estenuante bisogna negli uffici

terminata--eccomi in volta per i ministeri. I colleghi, le persone

indifferenti che veggono un deputato in quelle anticamere lo guardano

di una maniera significativa; e se il deputato siede alla sinistra, un

mormorio bisbiglia che significa: non vel diceva io? egli emigra!

Il ministro, dal canto suo, mi riceve con un sorriso fino e sarcastico

sulle labbra. Egli è cortese--troppo cortese--mi fa degli elogi che

hanno l'aria di un rimprovero--perchè il giorno innanzi io lo aveva

attaccato a fondo. Egli si mostra sollecitissimo a darmi

soddisfazione. È impossibile di essere più amabile, più semplice, più

bravo uomo, più insinuante, più piaggiatore. Egli mi dà perfino

ragione sulla giustizia dei miei attacchi!

Un uomo forte si rileva contro queste trappole di cortesia perfida, e

non lascia il suo andazzo. Ma gli uomini forti son dessi numerosi?

Prendete su un buon borghese, il quale piova dritto dal fondo della

Calabria o della Sicilia, un bravo diavolo che abbia sempre

considerato un ministro come un essere soprannaturale, mettetemi

codesto sere negli artigli di un ministro scaltro, come Peruzzi, per

esempio: questo ministro lo volgerà, lo rivolgerà, l'ammalierà, quel

suo intrattabile deputato dell'estrema sinistra, il quale tornerà via

dalla sua visita al ministro abbacinato, cangiato, mistificato,

dicendosi nella sua coscienza: «ma non sono poi mica sì tristi questi

signori!»

Io non dico nulla come mai questo povero deputato, questo povero Adamo

sotto l'albero della scienza! debba sentirsi rimescolato se ha il

padre, il fratello, un parente qualunque, a cui s'interessi, preso nel

vischio del _budget_. Il ministro lo sa: egli ha anzi perfino la bontà

feroce di domandarne notizia, non importa che non l'abbia mai veduto,

d'informarsi se colui è contento del suo destino. Il povero deputato

dell'opposizione, che smaltisce giusto un prossimo discorso contro una

legge di quel ministro, preferirebbe il posto di S. Lorenzo sulla

graticola. Ora in tutta la Camera non vi sono venti deputati i quali

non abbiano, direttamente o indirettamente, per mezzo dei loro

parenti, un punto di contratto col bilancio. Un ministro abile, che

sapesse il suo M. Guizot a menadito, darebbe all'Europa il singolare

spettacolo di un Parlamento senza opposizione, proprio come quello di

Parigi, ovvero sgraverebbe il budget di parecchi milioni. E basterebbe

dire: «Signor deputato, ella è uomo indipendente poichè siede alla

sinistra; ora, come il pubblico maligno potria sospettar del

disinteresse della S. S., io le vengo in ajuto. Ella è funzionario; il

padre di lei è ricevitor generale, magistrato, il fratello di lei è

prefetto: io li metto in disponibilità!» Eh! credete voi che gli eroi

piovano sui banchi della sinistra, in presenza di un discorso così

eloquente del ministro Cordova, per esempio, che è di taglia da farlo?

--Malanno! considera mia moglie: al postutto si ha un cuore da

disponibilità? Perdere dodici o quindicimila lire l'anno?...

--Non è vero, signora? soggiunge il mio vicino. Ebbene, nè i parenti,

nè gli amici, nè gli elettori si curano di tutto ciò. Essi desiderano

tutti un deputato libero, indipendente.... che domandi e riceva dei

piccoli servigi dai ministri e che faccia tutti i loro affari! Ed ecco

sotto qual fuoco incrociato mettono ogni mattina il povero deputato

quindici o venti lettere che gli capitano da tutti gli angoli

d'Italia.

--Ma voi volete dunque che un deputato diventi un misantropo? sclama

con calore mia moglie.

--Nient'affatto, signora, riprende il mio vicino. Dio me ne guardi! Ma

allora perchè si fischia a Napoli il Pisanelli, si dà una berlina al

Vacca e si maldice del Massari! Ma usciamo dalle residenze dei

ministri e ritorniamo alla Camera. Bisogna leggere i giornali.

--Ah! non direte poi che non è lusinghiero di trovare il suo nome, i

suoi discorsi, le sue opinioni lodate o discusse in tutti i giornali!

dice mia moglie. Non direte che non sia questo, poi, un confortevole

compenso.

--Peste e ruina ai giornali, signora! grida il mio vicino furioso.

Francamente, se coloro che leggono il conto-reso delle nostre sedute

nei giornali, non si dicono poi che il Parlamento italiano è la più

completa riunione d'idioti, bisogna confessarlo, il senso comune non è

più di questo mondo. I giornali contrari ci sfregiano a disegno, onde

farci sembrare ridicoli: i giornali amici, per balordaggine, per

ignoranza. Ci si cacciano in bocca delle enormità, delle stolidezze,

dei controsensi a dar l'itterizia. Persuadetevene, signora, il vero

_quarto d'ora_ di Rabelais, del povero deputato, è quello appunto in

cui legge il conto reso del suo discorso. Quello è il suo Golgota!

--Ma! che volete voi al postutto che un giornale vi dia per un soldo!

domanda mia moglie.

--Proprio nulla, signora, replica il mio vicino. Ciò sarebbe più

economico! I dispacci telegrafici bastano. Ma continuiamo la nostra

giornata. Ed io vi fo grazia del lavoro negli uffici. Tre ore assise

per udire un notaro che parlavi di ferrovie, un medico che discute di

enfiteusi, un canonico che spippola cannoni rigati! Ah! io preferirei

un manigoldo che mi descrivesse le gioie e le glorie del paradiso! Ma

eccomi là a gittar qualche appunto sulla carta per il discorso che

debbo improvisare nella seduta. Un usciere arriva. Un signore mi

domanda, io interrompo il mio lavoro e vo fuori. Gli è un qualcuno il

quale viene a pregare umilmente la mia signoria illustrissima di

andare a _posare_ da un fotografo.

--Ma io non ho mica desiderio di farmi ritratto, io--dico io.

---Ah! signore, il pubblico lo desidera! insiste qualcuno.

--Il pubblico è ben cortese e ben curioso, signore! replico io.

---Esso ha sete dei suoi grandi uomini, signore. E come la S. S.

Ill....

--Comprendo, caro, dico io sorridendo, voi volete far quattrini del

mio sgorbio. Sia pure.

Quel cotale mi conduce in non so che sito. Il fotografo mi accomoda a

modo suo. Mi ferma la testa in un mezzo cerchio di ferro, onde io non

muovami. Mi si prega di restare immobile; e, di botto un grande occhio

nero e lucido si divarica dinanzi a me, che divora la mia persona.

Quell'occhio fascinatore, vampiro, mi dà il brivido--io resto come

preso. Tutto ad un tratto, una testa sbuca fuori di sotto di un panno

verde, all'altra estremità dell'occhio ironico che mi aveva fissato

per due minuti, e quella testa soddisfatta sclama:

--L'è fatto! grazie, signore..

Io respiro. Io mi sento sollevato da una inquietitudine, ed a passo

frettoloso me ne torno alla Camera. Qualche giorno dopo, io discerno

nelle mostre di un cartaio qualche cosa, cui l'_etichetta_ scritta di

sotto assicura di essere io. In quella cosa io non ho occhi, la mia

bocca smorfia di traverso, non si distingue il mio naso dalle mie

orecchie.... non importa! il venditore della mia laidissima figura

giura che l'è proprio la mia.

--Corbezzoli! che volete voi dunque per un ritratto gratuito, alla

fine? grida mia moglie.

--L'è giusto, signora, replica il mio vicino. La vanità o la bonomia

consigliano talvolta delle ben grosse scioperaggini! La seduta

comincia. Il mio sarto mi ferma nell'anticamera per domandarmi un

biglietto per la tribuna dei diplomatici: quegli per chiedermi conto

della salute del Ministero e del Governo: questi per assicurarmi che

fa caldo o freddo. Poi chi si raccomanda per essere raccomandato al

ministro, ed ha percorse trecento leghe per ciò. Altri mi propongono

una sottoscrizione per un'opera pia, il sollievo delle vittime

cristiane del Giappone, per esempio! o un incoraggiamento a dar ad un

signore il quale ha inventato il _concime profumato_. Un terzo

m'impegna a prendere un viglietto per un berretto da notte lavorato

dalla signora duchessa e messo in lotteria a benefizio dei tisici del

Brasile. Un quarto mi passa dodici viglietti per la serata di

un'artista.... Dio mi perdoni! si è venuti perfino a propormi di far

la conoscenza di una ballerina, alla modesta ragione di dieci

napoleoni le ventiquattro ore! Io caccio storditamente questa istanza

nella saccoccia: mia moglie la ritrova.... Voi capite il resto.

--Non avevate proprio nulla a rimproverarvi, eh! domanda ridendo la

mia incorreggibile moglie.

--Innocente come Gesù Cristo, signora! replica il mio vicino ridendo

anch'esso. Ma la seduta è cominciata. Io ho la parola. Il subjetto è

grave. Io ho bisogno di raccogliere le mie idee, di tenere la mia

attenzione concentrata. Un usciere viene a mettermi sotto il naso la

sua coppa all'acqua zuccherata, e m'interrompe. I miei vicini parlano

a voce alta. I miei colleghi, alle spalle, mi suggeriscono delle

considerazioni, che io non sollecito e che frastornano l'ordine dei

miei pensieri. I miei colleghi, di sotto, vanno, vengono, rimuovonsi,

leggono i giornali e mi confondono, mi forviano. Il presidente

strimpella col suo campanello. Gl'intolleranti interrompono. Si

rumoreggia, si strepita, si sbadiglia--ohimè! si sbadiglia--ciò che è

la più oltraggiosa di tutte le opposizioni. In verità, io non so come

un deputato possa combinar due idee di seguito in mezzo a questo

frastuono. Io mi sieggo alla fine, stanco, scontento. Un usciere mi

annunzia che qualcuno chiede di me. Vo: il signore, fastidito di

attendere, è ito dicendo, che io mi sono un mal creanzato. Rientro, si

vota. Un usciere mi rimette un viglietto di visita. Non posso uscire.

All'indomani ricevo una lettera di rimproveri: ho perduto un amico!

infine si passa ai voti. Nell'emiciclo gli zelanti della maggioranza

mi camminano sui calli dei piedi, perchè si ha fretta. Sono le sei.

Gli onorevoli hanno fame. Anche io corro a casa spossato, ansante....

mia moglie porta il broncio, i miei bimbi piangono, la mia fante

borbotta che il suo pranzo è ito a malora.... la minestra è fredda!

--Ma perchè arrivate voi così tardi, infine! dice mia moglie per

stuzzicare. Quando si apparecchia per le sei e si vuol poi mangiare

alle sette!...

--Poffar Iddio! signora, esclama il mio vicino impaziente; è colpa mia

se il signor Valerio ha cominciato a parlare alle cinque? Per me, ne

ho le mascelle dislogate! Infine, ingollo la mia pappa, e respiro. Mi

si presentano, col caffè, delle lettere arrivate dalla Camera. È il

signor presidente, il quale in nome di S. M. m'invita al ballo a corte

e mi domanda il nome di nascita di mia moglie, se mi piace condurla

meco. Figuratevi un po', miei cari, l'imbarazzo di un povero diavolo

che abbia una moglie nata, per esempio, _Troia_, _Porcella_, _Vacca_!

Figuratevi il dispetto di un uomo che abbia sposato la sua cuciniera o

si sia semplicemente maritato alla leggiera, a passo di carica! Andate

poi a persuadere ad una donna, dopo questo invito, che si debba

rinunziare all'onore di ballare da S. M.! Di qui, delle baruffe, del

dispetto.... E poi, infrattanto che il signor deputato difende alla

Camera la causa dell'istruzione primaria, l'amico di famiglia o il

cugino di sua moglie può dare in casa a questa onesta creatura, come

alla moglie di ogni altro semplice mortale, un corso pratico

d'istruzione superiore--di fisica per esempio--insegnandole la misura

della superficie con quel metodo che si può leggere in un canto di

Voltaire, ma che io non oso ricordar qui.

--Voi calunniate le donne, signore, grida mia moglie.

--E gli amici di casa sopra tutto. Perdono, signora--replica il mio

vicino. Ma poichè S. M. vuol bene ammettere in casa sua una _Troia_ o

una _Vacca_, prendiamo il nostro coraggio a due mani e rassegniamoci.

Ma pensiamo innanzi tutto alla toeletta di madama. Un flagello, parola

d'onore! Essa ne ebbe di già una per il ballo della Città; poi

un'altra per il ballo del presidente del Consiglio; la terza per il

ballo della Filarmonica.... Può dessa, la povera donna, presentarsi a

Corte con una toeletta mostrata in così bassi luoghi? Le moine di

madama raddoppiano: e la pioggia delle note dei mercanti diventa un

diluvio. No, il posto di deputato non è tenibile....

Qui il treno si arresta. Si annuncia che noi siamo a Vercelli. Il mio

grosso compare saluta la compagnia, pigia il piede in passando ai suoi

vicini, e discende.

Le sue parole mi avevano colpito....

HORS D'OEUVRE

PER LE PERSONE SERIE.

II.

Come mi decisi a scrivere, a pubblicare ed a ripubblicare i profili

de' miei colleghi.

Questi brani della conversazione del ciarliero viaggiatore della

ferrovia provano ad evidenza che la posizione di un deputato non è

constellata di rose. Egli urtasi ad ogni specie di grosse e piccole

miserie, che lo turbano, che lo stizzano. Io sono dunque ben disposto

in suo favore, ed a perdonargli se pecca, perocchè desso è mira di

lunghe ed aspre tentazioni. Perciò mi son mostrato, in generale,

benevolo. Se io avessi voluto rimuovere la belletta e squarciare i

veli, avrei forse messo più brio e varietà in questa galleria, avrei

avuto più vena e fatto più scandalo. Ho preferito scrivere mettendomi

in guanti di velluto! Io non sono di que' tristi augelli che infettano

il proprio nido. La moderazione e la temperanza sono la forza la più

reale di questo mondo! D'altronde, io scrissi queste lettere per la

_Presse_ di Parigi, a fior di penna e senza pretensione. Io non mi

ammanto di infallibilità. Riproduco un'impressione personale.

Quest'anno io mi sono uno dei girandoloni della Camera. L'anno scorso

era uno dei suoi membri i più assidui. Arrivato il primo, me ne iva

quando non vi restava più su i banchi che il signor Ranieri

addormentato, battendo la diana. Io provavo una specie di fascino nello

studio di questa riunione di quattrocento Italiani, mossi da tutti gli

angoli della Penisola. Io mi sentivo impregnato di un magnetismo

abbarbagliante. Ora, come gli objetti che si discutono alla Camera non

sono poi sempre nè solazzevoli, nè interessanti, io riportavo le forze

del mio spirito sull'analisi degli uomini. Io non conoscevo quasi

alcuno; ero ad un dipresso isolato. E mi bisognò dunque da prima tutto

indovinare, leggere a traverso le fronti discrete e fredde, pensieri

ardenti, desiderii aspri e diversi. Ogni parola che cadeva da un labbro

aveva per me il valore di una rivelazione. Per un lavoro psicologico

assiduo e fisso, io arrivai a vedere le relazioni di questa parola con

lo stato reale del cervello. Ed ei sarebbe davvero uno strano studio che

presenterei al pubblico, se mi lasciassi sedurre e mettessi al nudo lo

stato secreto dell'anima di ogni deputato. Io non parlo già delle

ignobili avidità, nè della massa ordinaria degli _Onorevoli_. Ma non

sarebb'egli straordinariamente curioso di prendere sul fatto la

fisionomia dell'anima di certi uomini--qual Ferrara, per esempio,

Guerrazzi, Pepoli, Brofferio, Depretis, Lanza, Conforti, Ratazzi,

Tecchio ed altri, al momento proprio in cui essi parlano, e metter

faccia a faccia il pensiero espresso e l'idea concepita? Non sarebbe

egli singolare di segnalare la doppia corrente di concetti e di

desiderii che partono dal banco dei ministri e da quelli dei deputati, e

s'incrociano, s'urtano, s'intendono, si respingono, si rapprossimano, si

attirano, si rompono? Curiosa sopra tutto era questa osservazione quando

il conte di Cavour sedeva al posto--mira di tutti, segno ad odii, ad

affetti, a vaghezza di stima o di ambizioni--ed all'altezza di tutto!

Ora, il barone Ricasoli ed il signor Ratazzi non sono giunti ancora a

dare alle loro eminenti persone questa natura magnetica che coagula

tante passioni e tante volontà diverse, le gruppa, le maneggia, le

domina, le foggia a suo modo, se ne impadronisce e le trasmette. Cavour

morto, la storia segreta delle anime non avrebbe oggimai altra

importanza che il valore di uno studio psicologico. La forza politica di

questa rivelazione sarebbe minima oggidì. Il nuovo Mesmer del banco dei

ministri non è ancora apparso.

Io lascio dunque nel mio portafoglio questi studi congetturali: l'ora

loro forse verrà. E mi limito adesso a questi schizzi a vol d'uccello

che colpiscono chiunque e soddisfano il più gran numero di gusti.

La fisionomia collettiva della Camera, che nell'anno scorso era nello

spirito mio stesso un po' confusa, si rischiara e si svela quest'anno.

Ecco perchè ho ritoccato qualche ritratto, ho aggiunto qui la ruga, ho

fatto lì scomparire la piega. Dodici mesi della vita politica sono un

secolo. E che che se ne sia detto in contrario, non vi è nulla di così

mobile e di così cangevole che la figura degli uomini di Stato.

Esaminate, per esempio, il signor Minghetti dell'anno scorso al banco

dei ministri, ed il signor Minghetti di quest'anno al suo banco di

deputato. Egli è irriconoscibile: è un altro uomo. La stessa figura di

legno del barone Ricasoli ha subito queste stimmate. La fotografia del

Parlamento italiano, così ritoccata, è più finita.

Io aveva esitato a pubblicare in un volume le lettere mandate alla

Presse. Io credeva da prima che questo primo Parlamento italiano fosse

un Parlamento di occasione, il quale avrebbe compiuta la sua missione

di proclamare l'Italia una, spedita la bisogna la più urgente, e

sarebbe poi ritornato a ritemperarsi al contatto dei suoi elettori. Ma

questo Parlamento mira all'immortalità. Io mi decido dunque a rivedere

il mio lavoro, tradurlo, e presentarlo al pubblico a nuovo e completo.

Dico completo, perchè nelle mie lettere alla _Presse_ io non avevo

parlato del centro della Camera, e ne parlo oggidì.

Ma, direte voi, voi spingete allo scioglimento della Camera; la sarà

sciolta; il vostro libro diventa inutile. _Sero venientibus ossa_!

Niente affatto. Questo libro resta, da prima, come lavoro storico per

quanto minima sia la sua importanza. Io poi ho avuto cura,

principalmente tratteggiando questi abbozzi, di mirare a due scopi.

Indicare, cioè, coloro che possono essere eliminati dalle novelle

assemblee d'Italia, senza il minimo inconveniente, anzi, forse, con

una incontestabile utilità:

Poi ho rivelati coloro i quali, in ogni tempo, faranno parte della

rappresentanza italiana, di cui sono l'onore, la gloria, l'ingegno.

La prima pubblicazione era indirizzata principalmente all'Europa, onde

insegnarle che, nel primo Parlamento italiano eranvi degli uomini

all'altezza di tutti gli altri Parlamenti. Con questa seconda

pubblicazione, io voglio segnalare all'Italia la portata dei

rappresentanti, affinchè essa possa, nelle elezioni posteriori, avere

un criterio alla sua scelta. Per l'Europa, io scrissi da Italiano: per

l'Italia, scrivo da patriota.

Impresi il mio lavoro per distrarmi dalle noje delle sedute, ove non

si trattano che affari di campanile. Il mestiere di deputato, a farlo

con coscienza, è un mestiere a rendere cheto l'uomo lo più svegliato,

a capo di tre anni! Lo pubblicai, perchè mi sembrò utile alla causa

italiana. Lo ripubblico, perchè parmi una buona azione, in questi

tempi nebulosi ed incerti, di concorrere, secondo le mie forze ed i

miei mezzi, a spandere un po' di luce. Io non ho nè amore, nè odio per

chicchessia. Avevo dei dubbi e delle prevenzioni; ma ho saputo

dominarmi. Mi sono astenuto, quando non ero convinto. _Dilexi

justitiam_!

Ora, che mi sia permesso di aggiungere qui _l'avant-propos_ con cui M.

A. Peyrat volle annunziare la pubblicazione delle mie lettere nella

_Presse_, affine di attestargli la mia riconoscenza. Gli dovevo un

ringraziamento pubblico: glielo fo.

«Noi segnaliamo all'attenzione dei nostri lettori la lettera seguente

indirizzataci da Torino. Questa è la prima di una serie di lettere, in

cui il signor Petruccelli della Gattina, uno dei membri i più distinti

del Parlamento italiano, si propone di tratteggiare a grandi linee la

fisionomia dei suoi colleghi i più rinomati ed i più influenti, e noi

mettiamo assai volentieri a sua disposizione le colonne della Presse.

Si leggono poco in Francia i libri ed i giornali italiani, e non si sa

mica abbastanza quanto l'Italia in sè rinchiude di uomini rimarchevoli

in ogni genere, di teste veramente politiche, di scienziati, di

pubblicisti e di oratori, che non temono alcun paragone. L'occasione

si presenta di far conoscere un giornalista, noi la cogliamo con

piacere.

Arriverà probabilissimamente al signor Petruccelli della Gattina di

esprimere delle opinioni che non saranno interamente conformi alle

nostre, di portar dei giudizi di cui noi potremmo contestare la

rigorosa esattezza, d'indirizzare a degli uomini che hanno la nostra

simpatia, il nostro rispetto e la nostra ammirazione, degli epigrammi

che noi saremmo tentati di cancellare: nol faremo punto. Noi

conosciamo il suo spirito e la rettitudine dei suoi sentimenti; noi

siamo d'accordo con lui sui principii essenziali: ciò è l'importante.

Quanto alla varietà delle tinte ed ai dettagli sugli uomini e sulle

cose, noi gli lasciamo la più completa libertà.

Noi non vogliamo dir nulla dello ingegno dei signor Petruccelli, i nostri

lettori lo apprezzeranno; egli ci è impossibile nondimeno di non

esprimere lo stupore che noi proviamo sempre, vedendo uno straniero

scrivere la nostra lingua con quella naturalezza, quella chiarezza e

facilità, sì rara anche fra noi. Sotto questo rapporto ancora gl'Italiani

sono eccezionalmente e maravigliosamente dotati. Basta, per

convincersene, di leggere le lettere dell'abate Galiani, i dispacci del

conte di Cavour, le ultime opere del Ferrari, numerosi lavori di Mazzini,

e parecchi scritti del nostro amico Bianchi-Giovini, questo pubblicista

eminente che la malattia ha disgraziatissimamente forzato di sospendere

la pubblicazione del suo giornale, ove egli ha così valorosamente

combattuto e reso dei così grandi servigi alla causa d'Italia e della

libertà religiosa.»--A. Peyrat.

I MORIBONDI

DEL

PALAZZO CARIGNANO.

I.

Il Parlamento riepiloga la nazione.--Lo dipingo al punto di vista

francese.--Sono imparziale perchè repubblicano.--Statistica della

Camera.--Sua divisione.--Le farfalle.--I pretendenti della

destra.--Gli agenti provocatori.--Gl'invalidi del centro.--Gli uomini

di Stato abbozzati della sinistra, ed il _terzo partito_.--Garibaldi

tentenna.--Guazzabuglio della estrema sinistra.--Gruppi per provincie,

e loro carattere distintivo.--I fabbricanti ed i traffichini degli

ordini del giorno.--L'addormentato.--Lo stanco.--L'indiscreto.--I

legislatori.--I Grandi di Spagna.--L'amico di tutti.--Crispi e la sua

posa.--L'ex-Mirabelli.--I successori di Turati e di Proto.--Fisionomia

degli oratori.--I lettori di giornali ed il signor Boggio.

_Torino, 15 aprile 1861 e febbraio 1862._

Io credo--fatuità d'italianismo a parte--che un abbozzo a grandi linee

della fisionomia del Parlamento italiano potesse interessare i lettori

francesi--e, soggiungo, tanto più gl'italiani. Una nazione che si

attesta così altamente, che si alloga così francamente in mezzo alle

nazioni, rovesciando trattati, dinastie, vecchio dritto

internazionale, bravando minaccie e convenienze politiche.... non può

essere una nazione volgare e senza portata. Vi è in essa qualche cosa

di grande e di vivace che agisce e che crea. Ora una parte di questi

elementi debbonsi naturalmente concentrarsi in questo foco

dell'energia nazionale, che addimandasi Parlamento. Si deve trovar

quivi il pensiero di questa nazione, il segreto del suo movimento, il

meccanismo della sua vita. Ebbene, osservare questa nazione all'opera,

prendere quasi i lavoratori sul fatto, esaminare le molle interiori

che li muovono, specificare, classificare, disegnare i differenti

centri, i differenti elementi di questa forza; vi sembra desso un

proposito a negligere?

Io tratteggerò questi schizzi al punto di vista extra-nazionale, vale

a dire, senza dettagli inutili, senza simpatie di campanile. Tutti i

miei onorevoli colleghi sono degli uomini, relativamente,

ragguardevolissimi: ma essi non lo sono mica tutti allo stesso grado

al di là delle alpi ed al di là dei mari. Che io scriva due colonne

sul signor Borella, sul signor Bonghi, sul signor Capone e che so

altri ancora, l'Europa non ne saprà affatto più sull'Italia che la non

ne sapeva ieri, che non ne saprà domani.

D'un altro lato, io credo poter giudicare gli uomini ed i partiti con

imparzialità. Avendo abitato per dodici anni la Francia e

l'Inghilterra, io sono straniero a molte passioni ed a tutte le

rivalità. Essendo quasi il solo repubblicano della Camera che non ha

idolo--nè Mazzini, nè Cavour, nè Garibaldi--che non ha alcun partito

preso, come il mio amico Ferrari; non vedendo alcuna probabilità

prossima al successo delle mie idee, io riguardo la lotta dei partiti

con la più grande calma, e giudico il conte di Cavour, Mazzini,

Garibaldi, Ratazzi e perfino Antonelli, come se essi non

appartenessero più a questo mondo, come la posterità. Questa piccola

dichiarazione fatta, alziamo il sipario.

E da prima due parole di statistica. La statistica non è mica

solazzevole, ma essa è l'osteologia della società. Su questa ossatura

si fabbrica sempre con solidità, con sicurezza.

Il Parlamento italiano componesi di 443 membri; ciò che sur una

popolazione di circa ventitre milioni di abitanti dà quasi un deputato

per sessantamila anime. La Camera ha validate 438 elezioni. Si è in

via di rifare le altre. Su questi 438 deputati vi sono: 2 principi; 3

duchi; 29 conti; 23 marchesi; 26 baroni; 50 commendatori o gran croci;

117 cavalieri, di cui 3 della Legion d'onore; 135 avvocati; 25 medici;

10 preti--fra i quali _Apollo_ Sanguinetti, uno degli stuzzicatori del

Ministero, _Ippolito_ Amicarelli, e _Flaminio_ Valente--sacerdoti

silenziosi; 21 ingegneri; 4 ammiragli; 23 generali; un prelato; 13

magistrati; 52 professori, ex-professori, o dantisi come tali; 8

commercianti o industriali; 13 colonnelli; 19 ex-ministri; 5

consiglieri di Stato; 4 letterati; un Bey nell'Impero ottomano--il

signor Paternostro; 2 prodittatori; 2 dittatori; 7 dimissionari; 6 o 7

milionari; 5 morti che non contano più, ben inteso; 69 impiegati,

sopra 88 che sono ammessi dallo Statuto; 5 banchieri; 6 maggiori; 25

nobili senza specifica di titolo; altri senza alcuna disegnativa di

professione--e Verdi! il maestro Verdi.

Non si dirà per certo giammai che il nostro è un Parlamento

democratico!

Vi è di tutto--il popolo eccetto. Non vi sono neppure artisti, se ne

togli Verdi--e Verdi stesso darebbe bene il suo _Trovatore_ per fare il

più povero e piccolo discorso, che farebbe lo stesso Baldacchini. Il più

vecchio tra i deputati è il signor Zanolini, un avvocato distintissimo,

che è stato presidente di età e che riempì questa funzione con

moltissima capacità. Io credo nondimeno che il conte Sanseverino, il

signor Abatemarco, Avezzana, Gustavo di Cavour, Vegezzi.... siano così

vecchi per lo meno che il signor Zanolini. Il più giovine è un

siciliano, un tal Bruno, il quale siede.... alla destra! D'ordinario, io

ho veduto in Francia, in Inghilterra, in America, i giovani--i quali

sentono piuttosto che non calcolano--sedere alla sinistra. In Italia

servirebbero di _tabouret_ ai piedi di un ministro! Giovani come il

Bruno, ma più modesti e più degni, seggono altresì alla destra od al

centro, i signori di Sierra, Campagna, Barraceo, Serra, Mureddu... Noi

abbiamo inoltre sei balbuzienti, cinque sordi, tre zoppi, un gobbo,

degli uomini ad occhiali, un gran numero di calvi--quasi tutti. Non un

sol muto! ciò che è una sventura. Imperocchè parlando tutti, ciascuno

dimanda l'ora sua per farsi udire--non fosse che per farsi leggere dai

suoi elettori.

Noi abbiamo, come in tutti i Parlamenti, la distinzione di destra, di

centro, di sinistra. Ma questa distinzione non è assoluta. Vi sono

parecchi deputati che seggono alla sinistra e votano costantemente con

la destra: altri che, anche sedendo alla destra, votano talvolta con

la sinistra.--Verdi, per esempio, Gallenga. Poi vi sono le farfalline.

Sfido chi possa assicurare a qual _nuance_ della destra appartengono

Broglio, Alfieri, Scialoia ed oggi Minghetti--ed altri parecchi. Nelle

prime settimane videsi anche qualche cosa di più curioso. Un deputato

siciliano, il signor Paternostro, andarsene alla destra per attaccare

qualche deputato dell'estrema sinistra, onde esser sostenuto e sedere

nondimeno alla sinistra, a lato di Lafarina, suo capo di fila. Queste

due altre farfalle si sono ora fissate--non è duopo dir dove. Un bey

dell'Impero ottomano ed un consigliere di Stato del Regno d'Italia non

poterono incanagliarsi tra gli onorevoli della sinistra.

La destra non ha tinte ben recise; se non che seggono su i suoi banchi

parecchi pretendenti, parecchi rivali più o meno mascherati del conte

di Cavour--o di qualunque altro ministro--cui cercano rimpiazzare.

Ricasoli, Mamiani, Buoncompagni, Farini, Lanza.... sono là, spiando

l'ora, l'occasione, il pretesto sia per dare addosso al Gabinetto che

naufraga, sia per essere chiamati a farne parte. Essi hanno un occhio

al banco dei ministri, un altro alla sinistra dove accampa il _terzo

partito_. Essi attendono un segnale. La massa della destra vota come

un sol uomo col Ministero. Su questi banchi sonovi altresì gli agenti

provocatori, gli abbaiatori del conte Cavour. Trattasi di offendere

qualche membro della sinistra, di gittare una parola malevola contro

Garibaldi, di accusare il partito di azione? un uomo è presto trovato:

un siciliano--o Spaventa--scatta su da questi banchi, e mugge, e

morde, e bava. Ma su questi banchi siedono altresì degli uomini

convinti, di una grande considerazione, di un'onoranza a tutta pruova,

di una probità irreprovevole, i quali votano col Ministero, non perchè

esso è il Ministero, ma perchè la loro coscienza comanda loro di

sostenerlo. Io non voglio nominare che il signor Gustavo di Cavour e

Menotti.

La morte del conte di Cavour non ha fatto cangiare la tattica. Gli

stessi uomini, ed altri ancora, seguono le stesse evoluzioni

d'incontro al barone Ricasoli. Che questi cada domani, e la stessa

manovra comincia col suo successore. La strategia dei Parlamenti è

invariabile.

Il centro è _le radeau de la Méduse_. Là sonosi aggruppati tutti i

naufraghi. Tutti i frantumi, _épaves_, del partito del conte di

Cavour, che si ruppe nell'Italia meridionale, sono venuti a posarsi su

questi banchi. Questa consorteria può essere denominata il partito

delle pretensioni impotenti, degli ambiziosi fulminati.--Icari di

cartone imbrattato. Il centro è l'albergo degli Invalidi del

presidente del Consiglio. Non vi è quivi un sol uomo che non sia

sfregiato, _éclopé_, politicamente, o che non lo sarebbe prestissimo

se lo si mettesse all'opera: imperciocchè essi sono fusi quasi nello

stesso stampo, _moule_. Gli uomini dei centro non hanno più forza, ma

essi non mancano perciò di speranza. Al centro siedono Liborio Romano,

De-Vincenzi, Poerio, Piria, Conforti, Cicconi, Senegli, Scialoia,

Pisanelli.... l'è il quartier generale dei deputati napoletani, di cui

Poerio si crede il capo--il capo putativo--ma che non ha capo. _Pulvis

et umbra!_ Essi non hanno che un voto, cui cercano utilizzare.

Se il centro è l'accampamento degli uomini politici storpiati, la

sinistra è la sede degli uomini di Stato in isbozzo, per il momento.

Io dico per il momento, perocchè è là che si carica la mina, la quale

deve fare saltare il Gabinetto attuale--_l'attuale_ è di tutti i

tempi--è là che si formano, che si aggruppano, che si concentrano, che

si distribuiscono le parti coloro i quali--non passa giorno--si

mostrano sulla arena per dar battaglia a qualunque presidente del

Consiglio. Il capo naturale della sinistra ove tiensi il terzo partito

è il signor Ratazzi. Egli è l'ammiraglio di questo naviglio

minaccioso, carico di cifre, di lirismo, di libertà, di risparmi,

d'entusiasmo italiano, di armi e soldati a metter su, cui vedesi

spuntare all'orizzonte, e di cui capitano è Depretis, e secondo il

marchese Pepoli, il quale aprirà probabilmente il fuoco. È il terzo

partito che rappresenta veramente lo stato, non naturale ma

amministrativo, fattizio, officiale dell'Italia di oggidì. Se questo

partito arriva a costituirsi, se arriva sopra tutto ad intendersi con

le grandi individualità--tal che Garibaldi, Ricasoli--esso avrà con

lui il paese tutto intero, al di fuori della Camera, ed al di dentro,

il centro, il quale non sa a qual santo o a qual diavolo votarsi, onde

rivenire a galla--egualmente che la maggior parte di coloro stessi i

quali seggono all'estrema sinistra. Garibaldi è per due terzi con

essi--forse egli non è con noi, democratici, che per una vaga

aspirazione.

Dopo l'avvenimento del barone Ricasoli agli affari, dopo il ritorno

del Ratazzi da Parigi, la situazione ha subito qualche cangiamento--e

ne subirà-ancora dei nuovi--ma non radicali ed inevitabili. Il

Parlamento è un corpo vivo, animato da passioni forti e mobili,

d'ambizioni subite e calcolate, lungamente meditate, nascoste,

carezzate. Le esplosioni arrivano inattese. Così i calcoli sono

avventurosi e non si può, tutto al più, che riprodurre la situazione

del giorno. Spiri il vento, e queste foglie che chiamansi deputati si

rimescolano in un senso diverso.

L'estrema sinistra componesi di individui isolati, i quali hanno quasi

tutti un passato, un nome, una personalità morale, netta, recisa.

Tutti questi elementi non si accordano tra loro. Ve ne sono anzi che

risaltano, e di molto, sul colore dell'insieme. Amari, Ondes-Reggio,

Ugdolena, per esempio, sono cattolici ed un tantino autonomisti, ed

essi seggono a fianco di Ferrari, di Bixio, di Crispi, di Brofferio,

di Mellana, di Musolino, di Ricciardi--mio vicino--di Tecchio, di

Mordini, di Guerrazzi, di Sirtori, di Garibaldi, che ha preso posto in

mezzo di noi, accanto a Macchi, se tuttavia Depretis non riescirà,

quando il generale ritorni, ad allogarlo a fianco suo. Tutti questi

signori, ed altri, rispondono sia al nome di Mazzini, sia a quello di

Garibaldi, ovvero muovonsi nella loro propria orbita, un po'

scoraggiati, un po' stanchi.

Ma io ritornerò su ciascun partito e su ciascun lato della Camera. Che

vi basti, per il momento, questo colpo d'occhio sintetico dato

rapidissimamente.

Egli è ad osservare altresì che i deputati d'una stessa provincia

d'Italia tendono a ravvicinarsi, a grupparsi fra loro. Essi

prediliggono certi posti particolari. Per esempio, non vi è quasi

alcun toscano al centro e all'estrema sinistra--Mordini tranne. Questi

banchi brulicano di Napoletani e Siciliani. I Napoletani affezionano

il centro: i Piemontesi ed i Lombardi la destra o il centro sinistro.

I moribondi del Palazzo Carignano · 第 1 / 11 段