--Ma, di grazia, ora che siamo fuori, si potrebbe sapere perchè si va
via, così di schianto, senza dire neanche buon giorno?
--Non mi dir nulla, zio! Si va via....
--Dopo essere venuti, lo capisco, era il meglio che si potesse fare.
--Ah, sì, ho fatto male a venirci. Se ti avessi obbedito!
--Tarda confessione, ma preziosa. Te la ricorderò per le altre
occasioni. Il polo artico! L'equatore!... Sai, non ci vengo, al polo;
e all'equatore, nemmeno.
--No, non dubitare, non si andrà più in nessun luogo. Son divenuta una
donna di casa. Da oggi in poi si rimarrà chiusi a Castelnuovo.
--Ecco un'altra esagerazione. Per un viaggetto in paesi cristiani, non
ho mai detto di no. E se ora si dèsse una corsa a Torino, a Milano, a
Venezia....
--No, voglio restare a Castelnuovo. Che cosa ci manca, laggiù? Tu ci
hai tutte le tue abitudini; io le mie, i libri, i fiori, i pennelli.
Sai, zio? la vita può esser bella anche così. Credo anzi che sia bella
solamente così. Uno scrittore ha detto che la più bella cosa del mondo
è la luce; poi vien subito il verde.
--Sarà un matto.
--No, sai! Voleva dire che il massimo dei piaceri è quello degli
occhi. Vedere è sapere.
--Passi per la luce. Ma il verde! Che c'entra il verde, in seconda
linea, se è già incluso fra i sette colori del prisma?
--È vero; ma lo scrittore, parlando del verde, intendeva lo spettacolo
della campagna.
--Ha bisogno di troppi commenti, il tuo scrittore. E, se Dio vuole,
non sarà Dante. Ma parliamo d'altro. Andare a Castelnuovo! Non ti
sembra un errore?
--Già siamo in cammino, e, dovunque tu volessi andare, ti bisognerebbe
sempre toccar l'uscio di casa.
--Lo capisco, ma si può andare a casa per fuggire da capo, oggi stesso
o domani. Senti, ragazza mia, le ciarle di Castelnuovo mi spaventano.
Tra noi e gl'importuni ci vorrei mettere un mese, almeno una
quindicina di giorni, di cui si potesse dire dove li abbiamo passati.
Intanto, nel nostro soggiorno temporaneo, si vedrebbe, si
concerterebbe....
--No, non me ne parlare; non voglio.
--Non voglio, è una grama ragione.
--E poi, per viaggiare, fa troppo caldo.
--Oh, eccone una, che è molto seria, in verità! Come se qui presso, e
con la tonaca del convento, si fosse stati al fresco!--
Questo dialogo, e il rimanente che si ommette per brevità, occorreva
tra il signor Prospero Gentili e la sua bionda nepote, Adele Ruzzani,
all'alba, nella discesa tra il ponte di San Bruno e la vallata
sottostante, dove i nostri due personaggi erano aspettati per salire
in carrozza.
Erano usciti dal convento alle cinque del mattino. L'ordine di far
venire la carrozza laggiù era stato dato dal padre Anacleto la sera
antecedente, subito dopo il colloquio in giardino. Era necessario
provvedere in tempo, perchè lassù le carrozze non potevan giungere,
non avendo gli antichi frati pensato mai a condurre una strada
carrozzabile fino alla vetta del monte.
Come dovessero accogliere la notizia di quella partenza i frati nuovi,
lascio argomentare a voi. Essi non si erano avveduti, non avevano
sospettato di nulla in quella sera, perchè il padre Anacleto avea
fatto il suo colpo alla chetichella, da quell'uomo savio e prudente
che era. Povero padre Anacleto! La sua prudenza e la sua saviezza non
lo avevano mica salvato dalle interne burrasche. In quella notte che
era l'ultima del soggiorno di quel monachino biondo al convento, il
padre Anacleto aveva passato ore d'inferno. La pena dei trasgressori
dell'undecimo comandamento, che il monachino biondo non gli aveva
voluto dire, lasciandogli la cura d'indovinarla da sè, egli già
incominciava a scontarla. E ne sentì più acerbo lo strazio nell'anima,
quando, allo scoccar delle cinque del mattino, gli venne udito un
rumore di passi nel corridoio; indizio certo di una aspettata
partenza.
Pochi minuti dopo le cinque, erano venuti a battere all'uscio della
sua cella. Era andato ad aprire e il fratello Giocondo gli aveva
recata una carta di visita, triste saluto degli ospiti che erano
partiti pur dianzi. La carta diceva per l'appunto così: