Il lettore che è giunto fin qua, con una pazienza e con una cortesia
di cui debbo rendergli grazie, vorrà sapere che discorsi facessero
insieme il padre Anacleto, priore di San Bruno, e il monachino
Adelindo. Li ha visti fermarsi, andare di costa, fermarsi da capo,
sempre in atto di persone infervorate nella conversazione, e
certamente s'immagina che dovessero parlare di cose molto gravi.
Ma per allora non c'era nulla di questo. Anzi, debbo confessare che
quel modo di andare e di gesticolare non era altro che una trovata dei
due personaggi, a cui dispiaceva di essere seguitati. Era una specie
di quel giuoco che si fa tra due amici per via, quando si vuol cansare
l'intromissione d'un terzo; del terzo incomodo, come è stato
battezzato dall'uso.
Il guaio si fu che quella mimica, con cui dovevano tener lontani i
compagni, fece ridere il padrino e ridere di consenso il priore. Per
un dialogo serio, si cominciava bene, come vedete! Ma già, solo a
vederlo, quel grazioso monachino, passava la voglia dei discorsi
uggiosi, e veniva quella, dirò così, di mangiarselo, come si mangia un
marzapane.
Ridendo a quel modo, giunsero presso un sedile di pietra, a cui faceva
ombra una pianta d'alloro. Il serafino biondo si fermò sui due piedi.
--Che cosa sono queste gravi cose che avete a dirmi, signor priore?
Sedete là, come si conviene alla dignità dell'ufficio, mentre io starò
in piedi davanti a voi, da quel povero novizio che sono.--
Le parole erano di celia, ma non dissimulavano abbastanza una certa
inquietudine nervosa, che si era impadronita del monachino.
--Ma no;--proseguì egli, senza dar tempo al priore di aprir
bocca,--ditemi prima di tutto perchè non siete venuto da noi, lassù al
romitorio delle Querci.
--Son io che fo la parte del novizio, e il priore siete voi, padrino
Adelindo;--osservò il padre Anacleto.--Ma è vero altresì,--soggiunse
egli a mezza voce, quasi parlasse a sè stesso,--che ho fatto una cosa
da novizio.
--Ah!--esclamò il padrino, che aveva udita la frase.--Dunque volete
confessare?
--Ecco qua;--disse il priore, non senza un pochino di
confusione.--Liberatomi dalla compagnia del sottoprefetto, desideravo
sapere dove foste, per dar notizia a voi e al vostro zio di ciò che
era avvenuto. Fratel Giocondo mi disse che eravate alle Querci. Venni
lassù e sentii le vostre voci. Stavo per avvicinarmi, quando mi
accorsi che era con voi il padre Agapito. E ciò non mi andava.
--Perchè?
--Me lo domandate? Per il discorso che dovevo farvi, il padre Agapito
mi riesciva d'inciampo.--
Non era ciò che s'aspettava il serafino biondo. Pure, gli bisognò
contentarsene.
--Ma dunque è assai grave ciò che vi ha raccontato il
sottoprefetto?--chiese egli, tanto per dir qualche cosa.
--Sì, giudicatene voi. È venuto, con lo scopo apparente di conoscermi,
e con l'altro, reale e non saputo dissimulare, d'intrattenermi su
certi ospiti di San Bruno.--
Così dicendo, il padre Anacleto fissava gli occhi in volto al
monachino, per vedere che effetto gli facesse l'esordio. Ma il
monachino se ne stava là ritto, davanti al priore, con gli occhi e il
naso in aria, e il labbro inferiore un pochettino sporgente, col
proposito evidentissimo di secondare la mossa degli occhi e del naso.
E quando io vi dico così asciuttamente gli occhi e il naso, credete
pure, o lettori, che io faccio forza al mio naturale ed anche un
pochettino alla giustizia. Due epiteti, via, ci vorrebbero, e per
quegli occhi e per quel naso. In quanto alla bocca, poi, giuro per le
labbra di san Giovanni Grisostomo, che ce ne vorrebbero tre.
--Per esempio,--continuò il padre Anacleto, vedendo che il monachino
biondo non si commoveva punto della sua entrata in materia,--egli mi
ha detto che il padre Prospero Gentili è un signore di Castelnuovo
Bedonia, uomo per bene e molto rispettato in città.
--Oh, grazie tante della sua degnazione!--esclamò il monachino, che
subito riprese la sua aria di me la rido.
--E m'ha aggiunto,--proseguì il padre Anacleto,--che il signor
Prospero è zio e tutore d'un fior di ragazza, la signorina Adele
Ruzzani.--
Una vampa di rossore tinse il volto del serafino biondo; ma non ci fu
altro segno di commozione in lui, che restò fermo nel suo
atteggiamento statuario.
--Mia sorella;--diss'egli, guardando in aria.
--Ah!--esclamò il priore.--Vostra.... sorella? E avete avuto il
coraggio di lasciarla sola?
--Oh, non c'è bisogno di farle la guardia;--ribattè il serafino, senza
muovere la testa, ma lasciando cadere dall'alto un'occhiata tra
curiosa e canzonatoria al padre Anacleto;--ed ella si difenderà
abbastanza bene da sè. Sarà vana, sarà sciocca; alcuni, anzi,
pretendono che sia un po' matta....
--Eh, mi pare che, con tante belle qualità, la non ci abbia a star
male;--osservò sarcasticamente il padre Anacleto.
Ma il monachino fu pronto alla parata, e ribattè il colpo del padre
Anacleto, prima che questi potesse avvedersi d'esser giunto alla
misura.
--Badate, signor priore;--disse il monachino;--io non ammetto nulla di
ciò che pretendono gli altri, e voi farete ottima cosa, sopra tutto
cavalleresca, a tenere da me. Volevo dire soltanto che, anco
ammettendo ciò che agli altri, amici e nemici, piace di farla parere,
Adele Ruzzani è una buona figliuola. In questo, almeno, signor priore,
non eravate già della mia opinione?
--Dirò volentieri di sì, quantunque io non conosca vostra sorella. Ma
questo non è strettamente necessario, se posso giudicarla da voi.
Rispondetemi ora, e non istate con gli occhi rivolti alle nuvole, ve
ne prego. Dimenticate per un momento la patria;--soggiunse il priore,
con una sottile galanteria che fece sorridere il serafino, nell'atto
che chinava gli occhi d'un punto.--Come va che voi siete qui a San
Bruno? la vostra sorella, così buona, vi ha lasciato partire da casa?
da quella casa che è tanto cara e fida ai giovani pari vostri? E voi
perchè separarvi da lei, per venirvi a chiudere in una società di
malinconici come la nostra? Quali afflizioni sono state le vostre?
--Vedo l'aria di trionfo con cui mi fate la vostra domanda;--notò il
serafino.--Già, io, così giovane come sono, non posso, non debbo aver
dispiaceri. Perciò, non mi riescirà di rispondere; balbetterò, mi
confonderò, e voi, nella vostra autorità priorale, compatirete il mio
stato. Disingannatevi, signor priore; so dire la mia ragione. Da
bambino, m'hanno avvezzato a fare tutto ciò che volevo. È un difetto,
lo capisco; ma io non me ne lagno. Sappiate intanto che su questo
difetto io ci ho innestata una piccola qualità: la schiettezza. Dico
sempre quello che penso, io.
--Ecco una bella digressione;--osservò il padre Anacleto.--Come
pittura del vostro carattere, la gradisco moltissimo; come lezione a
me, non so di averla meritata.
--Scontroso priore! Nè pittura, nè lezione;--replicò il serafino;--è
stata una dichiarazione preliminare. Dopo di che, vengo subito a dirvi
le mie afflizioni. Esse si confondono con quelle di mia sorella; i
suoi dispiaceri sono per l'appunto i miei. Ammettete questo
ravvicinamento di personaggi, e il resto va da sè.
--Ammetto anche la consustanzialità;--disse il padre
Anacleto.--Proseguite.
--Mia sorella, per questa medesima consustanzialità che voi avete
trovata così opportunamente,--osservò il monachino biondo,--la pensa
in ogni cosa come la penso io. Giovanissima, le pare di esser vissuta
già molto; quello spirito di libero esame, che ha sempre recato in
ogni particolarità della vita, le tien luogo d'esperienza e l'aiuta a
vedere i tranelli ond'è seminata la strada. Non è bruttissima; almeno,
quel che le manca in bellezza, lo possiede in ricchezza. E perciò
molti si sono fatti avanti a chiedere la sua mano, e in famiglia s'era
parlato di maritarla....
--Ah!--scappò detto al priore.
--Vi dispiace?--chiese il serafino, fermandosi a mezzo.
--Dispiace a voi, deve dispiacere anche a me;--disse il padre
Anacleto, correggendosi in tempo.--Non mi dite voi forse che tutti
quei vagheggini e pretendenti non erano degni di lei?
--In verità, non ho detto questo.
--Ma si sottintende, e sta come se fosse detto. Se così non fosse,
perchè vi dorrebbe di certi corteggiamenti interessati?
--È vero;--rispose il monachino.--Diciamo dunque, non già che i
partiti fossero indegni di lei, ma semplicemente che le spiacevano,
come continuano a spiacerle. Tra gli altri quell'ultimo che le è stato
proposto, con modi abbastanza incalzanti e in circostanze tali, che
l'hanno mortalmente seccata.
--E messa in fuga da Castelnuovo, non è vero?--chiese argutamente il
priore.
Ma il serafino biondo non raccolse la celia.
--Avrà torto, può darsi;--diss'egli continuando;--voglio anche
ammettere che il sapersi ricca l'abbia anche un pochino guastata. Non
già col farla insuperbire, intendiamoci! La ricchezza non fa girar la
testa che agli sciocchi. La gente che ragiona non desidera la
ricchezza per altro, fuorchè per procacciarsi tutte le possibili
soddisfazioni intellettuali e morali. Mia sorella, invece, l'amerebbe
per la soddisfazione del viaggiare, del veder sempre nuovo paese e
nuovo orizzonte. Ma è donna, la poverina. Non la vedete voi, la noia
dell'esser donna, in una società così mal combinata come la nostra?
Dicono che sia la migliore delle esistenti, e bisogna rassegnarsi. Ma
non senza qualche atto di protesta, ve l'assicuro. Ah, benedetti gli
uomini! Voi, per esempio, voi, signor priore, lo avete potuto
colorire, il vostro disegno. La società vi tornava molesta, e vi siete
appartato dalla società. Una donna non può. La sua ricchezza e la sua
libertà, quando possiede l'una cosa e l'altra, non le servono a nulla;
debbono essere confiscate a benefizio di un altro, che sta per
giungere, che sarà Tizio, sarà Caio, e che ella dovrà scegliere fra i
cinque o sei più importuni, mentre forse le sarebbe piaciuto assai più
di aspettare dal caso la conoscenza di Sempronio.
--Sempronio!--ripetè il priore, con accento malinconico che colpì il
serafino biondo.
--Che c'è, signor priore?--domandò questi, fermandosi ad un
tratto.--Vi dà forse noia, questo nome.... antico?
--No, anzi! Continuate.--
E sospirava, così dicendo, il povero padre Anacleto.
--Tizio e Caio, nel caso di mia sorella,--notò il monachino,
proseguendo il discorso,--rappresentano il tornaconto, l'egoismo, la
caccia alla dote, la volgarità mascolina, tanto più ributtante quanto
più lavora a nascondersi sotto le apparenze d'un amore profondo, nato
lì per lì come i funghi, e cresciuto gigante nello spazio di una
settimana. Sempronio, invece, il povero Sempronio sarebbe la
sincerità, l'amor vero, che nasce anche lui lì per lì....
--Come indovinare che è l'amor vero, se nasce lì per lì, come
l'altro?--interruppe il padre Anacleto.
--C'è della gente che lo conosce, come si conoscono i funghi
mangerecci dai velenosi;--rispose il monachino, ridendo.--A buon
conto, i velenosi risplendono di più; mettono in mostra i più vivi
colori. Vogliono sedurre, i bugiardi! Quegli altri, invece, sono più
modesti, più umili, più timidi; si direbbe anzi che amino nascondersi,
confondersi con le foglie secche ond'è coperto il terreno.
--Anche questo è un giuoco facile a imparare;--osservò il padre
Anacleto,--e guai al povero cercatore, o alla povera cercatrice, se
Tizio e Caio si mettono in testa di parergli Sempronio.--
Il monachino tentennò la testa, in atto d'incredulità.
--No, non ci riescono;--diss'egli.--L'esperienza in causa propria vien
presto; e Tizio e Caio, per dissimulare che facciano, si tradiscono
sempre in qualche nonnulla. Sempronio, quando c'è, s'indovina. Almeno,
tale è la mia opinione.
--Indovinarlo, quando c'è, non dico di no;--ribattè il padre
Anacleto.--Ma badate, padrino Adelindo, è assai difficile trovarlo.
--Sono con voi. Mia sorella, difatti, non lo ha trovato. Inchini,
genuflessioni, occhiate, sospiri, spasimi, n'ha avuti a bizzeffe; ma
era tutta merce di Tizio e Caio.
--Povera sorella!--esclamò il padre Anacleto.--Intendo la sua
tristezza. E l'ultimo dei Tizi, o dei Caj, com'è andato a finire?
--L'ultimo? Stava appunto per cominciare. E comincierà da senno, se
mia sorella ritorna a Castelnuovo. Voi ora intenderete perchè mi
dispiacerebbe di vederla andare laggiù. Col mondo inframmettente che
vuol dire la sua in ogni cosa, coi parenti che non amano le zitelle in
casa, con tutte le ciarle noiose, con tutti i sarcasmi che opprimono
una povera ragazza, voi capirete, signor priore, che un giorno o
l'altro bisogna prendere una risoluzione. Ed è doloroso il prenderla,
quando si sa anticipatamente che sarà una risoluzione cattiva.
--Già,--disse il padre Anacleto,--quando la ragazza aspetta....
d'incontrare Sempronio. Vuol dire che il cuore di vostra sorella non
ha ancora parlato?--
La domanda era ardita, e il serafino biondo stette un pochino
perplesso.
--No, ch'io sappia;--diss'egli.--Se pure, più tardi, dopo la mia
partenza da Castelnuovo....
--Ah! credete possibile che dopo la vostra partenza si sia trovato
un.... Sempronio? Sarebbe un peccato!--disse il padre Anacleto, al cui
pensiero si raffigurò in quel mentre l'immagine del padre Agapito, che
raccoglieva tralci di fiammole, sotto il romitorio delle
Querci.--Auguro a vostra sorella di non concedere così ciecamente il
suo cuore. Gli uomini valgono così poco!--
Il serafino socchiuse gli occhi e diede al padre Anacleto una
sbirciatina, donde trapelava il suo umor gaio e malizioso.
--Signor priore,--diss'egli poscia, con quel suo misto di timidezza e
di confidenza che gli tornava così bene al viso,--siete forse venuto a
San Bruno per ira contra gli uomini? Io, veramente, credevo che fosse
per un altro genere di malinconia.
--Fratello mio,--disse il priore,--c'è stato un po' di tutto.
--Raccontate!
--A che servirebbe?
--Non badate a ciò; raccontate, ve ne prego, raccontate.--
E così dicendo, il serafino biondo, con atto di curiosità infantile,
andava a sedersi accanto al padre Anacleto.
--Non v'aspettate un racconto come il secondo libro
dell'Eneide;--rispose il priore, sorridendo.--Io mi sbrigherò in pochi
versi, perchè la mia storia è molto comune. Ho creduto di amare....
--E vi hanno tradito?--chiese il serafino, interrompendo.--Ma qui c'è
da farne due, di libri.
--No, v'ingannate. Se m'aveste lasciato finire! Ho creduto di
amare.... e non era vero.--
Il serafino stette alquanto sopra di sè, meditando la frase del padre
Anacleto; quindi, con un'aria di sommo candore, rispose:
--M'hanno detto che tutti gli uomini siano usi a parlare così.
--Davvero? E chi ve lo ha detto, padrino Adelindo?--chiese il priore,
rizzando il capo e guardando in faccia il serafino.--Sarebbe questo,
per avventura, un frutto dell'esperienza.... di vostra sorella?
--Ecco, voi andate in collera;--notò il serafino, arrossendo.--Vi ho
proprio toccato sul vivo. Senza volerlo, badate, senza volerlo.
--Non vado in collera, e voi non m'avete toccato sul vivo;--replicò il
padre Anacleto.--Mi avete chiesto una confessione, ed io ve l'ho fatta
sinceramente. Ma già, dovevo capire che certe cose vanno tenute per
sè.
--No, anzi, dite ogni cosa. E non era vero, avete detto. Come vi siete
accorto che non era vero? E se vi siete accorto che non era vero,
perchè mai, riconosciuto l'errore, siete venuto a chiudervi in questa
solitudine?
--Padrino, padrino, voi siete un gran curiosaccio!--disse il priore,
cansando di rispondere.--Ho conosciuto nella mia giovinezza un uomo
insigne, grande per l'ingegno, e tuttavia bambino per la cara
ingenuità de' suoi modi. Perchè la tal cosa? perchè la tal altra? Era
questa la sua forma consueta di dialogo. Gli dicevate: bella giornata,
quest'oggi! E lui subito a domandarvi: perchè mi dici questo? Ma....
perchè mi pare una bella giornata; e non c'è altra ragione che questa.
No, rispondeva lui, ce ne dev'essere un'altra; tu non puoi dire che è
una bella giornata, senza averci una ragione più intima. E via di
questo passo, il mio illustre amico ci aveva la manìa degli
interrogatorii; per modo che io lo nominai di mia autorità presidente
perpetuo di tutte le commissioni d'inchiesta del felicissimo regno
d'Italia.
--Dev'essere stato un gran simpaticone, quel vostro amico!--osservò il
serafino.--Egli aveva la manìa del sapere; perciò merita tutta la mia
stima. E a lui, signor priore, rispondevate come ora a me, continuando
a schermirvi?
--Pazzerello!--esclamò il padre Anacleto, volgendo un'occhiata amorevole
al serafino, e reprimendo in pari tempo un sospiro.--Bisognerà
contentarvi ad ogni costo. Sappiate dunque che io non mi sono accorto
fin d'allora che non era vero. Anzi, ho sofferto molto, da principio.
Credevo di non doverne guarire mai più. L'amore.... Ma scusate, padrino;
questi non sono discorsi da farsi a voi.
--Perchè?
--Perchè siete giovane, molto giovane, e non siete passato ancora per
queste trafile. Stando qui, poi, non dovrete passarci.
--Ah!--gridò il serafino.--Resterò dunque?--
Il padre Anacleto si scosse, come uomo che d'improvviso si sveglia.
--Scusate;--diss'egli;--non pensavo ora a questa necessità....
dolorosa. Voi uscirete, padrino Adelindo. Perchè, infatti, che cosa
rimarreste a far voi, nell'eremo di San Bruno, in questa solitudine di
giovani vecchi, in queste tenebre anticipate, mentre tutto risplende
intorno a voi, mentre tutte le voci del creato vi salutano e vi
richiamano alla vita?
--E mentre tutto mi scaccia di qui, incominciando da voi, non è
così?--chiese il serafino.
Il priore stette un istante perplesso.
--No, non è proprio così. Io non vi scaccio; è la forza delle cose che
vi consiglia a ritornare nel mondo.
--Per trovarci le afflizioni di cui mi parlavate poc'anzi?
--No, voi non le troverete;--rispose il padre Anacleto.--Se sarete
buona, se sarete sincera.... Vedete, signorina, vi chiamo come bisogna
chiamarvi, perchè questo incognito non può essere conservato più a
lungo. Vedete, signorina, ciò che nuoce un pochino a voi donne è il
vostro desiderio di piacere. Scusabile vanità, non lo nego, ma che
porta le sue conseguenze spiacevoli. Gli uomini vi considerano schiave
e vi proclamano regine. Vi lasciate lodare, ossequiare, incensare, e
voi siete le vittime di questa lode, di questo ossequio, di questo
incenso continuo. Così avviene che, mentre cento uomini si contentano
di un ricambio superficiale d'affetto, che essi medesimi hanno voluto
così, e v'ingannano allegramente, ce n'è uno che si trova ingannato e
ne soffre, poichè il vostro carattere s'è fatto leggero, e voi non
avete potuto dare a quell'uno ciò ch'egli chiedeva da voi, la
sincerità, la fede, quello spirito di perfetta rinunzia della vostra
volontà, dei vostri capricci, senza cui non è amor vero e durevole.
Siate schietta, come siete bella; non vi compiacete nelle piccole
vittorie dell'amor proprio, nei piccoli trionfi della vanità, ed
aspettate. L'uomo degno di voi, quel Sempronio che dicevate poc'anzi,
non tarderà a giungere, e voi lo amerete com'egli vi amerà; nè egli nè
voi avrete forse mestieri di dirvelo. Qui, nella solitudine di San
Bruno, un povero priore pregherà per voi e sarà lieto di sapervi
felice.--
Il serafino biondo era stato ad udire con molto raccoglimento la
predica. Ma, come il padre Anacleto ebbe finito, egli saltò su e
rispose, con accento commosso:
--Venite fuori! Il mondo vi chiama, non lo sentite voi forse, signor
priore? Le cicale hanno finito di stridere; i grilli non hanno ancora
incominciato. Ma le voci del mondo suonano per voi, come suoneranno
per me. Che fate voi della vostra gioventù, voi che date consigli? Non
avete amato davvero.... Sono le vostre parole, ed io non vi credo un
bugiardo. Venite fuori, dunque, e non istate ad intristire in
quest'eremo!
--Serafino! serafino!--esclamò il padre Anacleto.--Non vi ho ancora
detto ogni cosa. La vita, per l'uomo, non si compone tutta d'amore. È
nell'indole nostra, pur troppo, che essa sia più complessa; in noi è
una varietà di uffici, che non è fortunatamente in voi. Sappiate
adunque che ci sono molte altre cose, le quali m'hanno fatto prendere
in uggia il civile consorzio. Non lo credete? Eppure è così. Quando si
è veduta l'invidia al posto dell'emulazione, l'egoismo al posto della
fratellanza....--
Il serafino interruppe alle prime quella triste rassegna con una
crollata di spalle.
--Tornate all'altro motivo, ve ne prego;--soggiunse.--Questo, che
accennate, val poco; anzi non val nulla affatto. Quante volte, nella
vostra vita, avete trovato.... che non era vero?--
Il padre Anacleto rimase un istante perplesso. Ma gli occhi scrutatori
del monachino gli erano addosso. Perciò, fatta una pronta risoluzione,
rispose:
--Parecchie volte; mettete anche cinque.
--Ah, meglio così;--disse il monachino, dopo aver fatta anche lui la
sua piccola controscena.--Se m'aveste detto una volta sola, m'avreste
fatto paura.
--Paura! perchè?
--Perchè? me lo domandate il perchè? Avevo creduto che non me lo
domandereste;--rispose il monachino, con aria tra corrucciata e
confusa.
Il padre Anacleto non vide lì per lì che il corruccio.
--Se v'ho offeso, perdonate;--diss'egli.--Io sono un pochettino
ignorante. Vivo così fuori del mondo, che certe delicatezze mi
riescono difficili oramai. Se dovessi intendere per un certo verso....
se mi apponessi al vero.... qualcheduno che so io mi salterebbe agli
occhi.
--Qualcheduno! Chi?
--Il padre Agapito, per esempio.
--Ah, ecco il.... sospettoso;--esclamò il padrino, con una
sospensione, che accennava alla voglia di usare un altro
epiteto.--Siete sospettoso voi?
--Ferocemente?--disse il padre Anacleto, intendendo di rispondere
all'epiteto che non era venuto fuori.--Ed eccovi per l'appunto una
ragione per star qui, lontano dal mondo e dalle sue tentazioni.
Sospettoso e fantastico, cioè nato per essere infelice. Non vi pare
che io faccia bene a ritirarmi in disparte?
--Eh!--rispose il monachino, con un sorrisetto più malizioso che
mai;--mi pare che siate in certe materie un po'....--
E s'interruppe aspettando, che l'altro gli ripigliasse la frase. Il
padre Anacleto obbedì a quel tacito invito.
--Vile, volevate dire? Sì, ditemi pure che sono un vile. Sfuggo almeno
al ridicolo. Non getto alle turbe il segreto delle mie debolezze. Mi
chiudo in questa solitudine della mente e del cuore. Ho l'apparenza
della felicità, e conquisto la pace.
--Una pace di tomba; gran bella cosa!--esclamò il serafino,--E credete
di fare il vostro dovere? Anzi, dirò di più, credete di non esser
debitore di nulla al mondo, per poter farne impunemente ciò che fate?
Signor priore, lasciate che una donna, una fanciulla, si attenti di
darvi una lezione; direte poi se ho torto, ed io m'inchinerò al vostro
giudizio. Voi, ammaestrato dall'esperienza, m'istruirete nei misteri
della vita, nelle guerre ch'io non conosco, nelle viltà, più o meno
sapienti, che io aborro istintivamente, e davanti alle quali ho chiusi
gli occhi finora. Son donna, e non posso e non devo vedere ogni cosa.
Ma posso dirvi, indovinando.... Lo sapete pure, i più famosi indovini
erano donne.
--Siete sul tripode, mia bella pitonessa; parlate;--rispose il padre
Anacleto.
--Benissimo. Io dunque vi dico che, se la vita è una guerra, bisogna
saperla accettare com'è. Il soldato che si ritira davanti al pericolo,
non è un soldato. Qualunque siano le sue ragioni, fossero anche quelle
di Achille, il ritirarsi sotto la tenda non è stato e non sarà mai
bello. Sapete voi perchè siete nato? E se non lo sapete, perchè vi
mettete a vivere come se non foste nato, sottraendo una forza al
concerto di forze di cui ha mestieri la natura?... Ho letto i miei
libri anch'io, come vedete;--disse il serafino, ridendo.--Non ho
esperienza mia; metto a profitto quella degli altri. Sentite qua,
priore; Iddio si è pure scomodato a dare i suoi comandamenti
all'uomo!...
--Dieci! Ed io non fo contro a nessuno dei dieci.
--Ma all'undicesimo? Qui vi voglio. C'è l'undicesimo, che li riassume
tutti; o, per dire più esattamente, i dieci, che conoscete voi, ne
suppongono un undicesimo ed ultimo.
--Ah sì? E qual è, di grazia, questo undicesimo?
--Eccolo qua. Non so se lo esprimo bene; ma voi mi correggerete,
mettendolo in bella forma, e lo farete incidere nelle tavole della
legge. Starai nel consorzio de' tuoi simili; vivrai della loro
medesima vita; amerai e soffrirai con essi, perchè non ti è dato
sottrarti alla legge comune.
--Egregiamente!--esclamò con ironico accento il padre Anacleto.--Ma la
pena? Non c'è legge che valga, senza la sua sanzione penale. Spero che
non mi vorrete già minacciare le pene dell'altra vita!
--Anche quelle, se occorre;--rispose il serafino.--Ma c'è una pena
anche in questa, non dubitate.
--E quale?
--Pensateci, padre Anacleto, pensateci! E frattanto, ritorniamo al
vostro ordine. Debbo restare, o partire?--
Il padre Anacleto guardò come trasognato quel biondo monachino che lo
aveva messo con le spalle al muro. Voleva fargli la lezione, e per
contro l'aveva ricevuta. E come se ciò non bastasse, quel malizioso
padrino, dopo averlo così ridotto, gli diceva con piglio quasi
beffardo: a voi, ricordate il perchè m'avete fatto venire a questo
colloquio; debbo restare, o partire?
Partire! Era presto detto. Quella era stata anzi la prima idea del
priore. Ma che diamine gli saltava in testa, al monachino, di
richiamare il padre Anacleto all'adempimento di un dovere, proprio nel
punto ch'egli se n'era scordato? Restare, poi! Come si sarebbe potuto
dirgli di restare, dopo le rivelazioni del sottoprefetto di
Castelnuovo, e la notizia che ne avevano avuta tutti i conventuali di
San Bruno? E quella pena nella vita presente! Che cosa era quella
pena? E perchè doveva pensarci lui, per indovinarla? Non era meglio
andare per la più breve e dirgliela di volo?
Turbato da tutti quei dubbi, il padre Anacleto balzò in piedi e si
diede a passeggiare lungo il viale. A passi concitati, si capisce; e
rotando gli occhi, e mordendosi le labbra. Questo di mordersi le
labbra, di rotar gli occhi e di fare le volte del leone, è un modo
come un altro, per cercare un'idea: ma debbo soggiungere, per amore di
sincerità, che esso non è sempre di effetto sicuro.
Una fiera battaglia si combatteva nell'anima del padre Anacleto. I
tempi trascorsi gli ripassarono tutti dinanzi, mutandosi e rimutandosi
senza posa, come le immagini bizzarre di un caleidoscopio. Vide i
giorni in cui aveva amato e sofferto, ringraziato il cielo e
bestemmiato.... Sì, anche bestemmiato, perchè l'uomo non è un angelo,
e le sue ire hanno sempre mestieri d'uno sfogo volgarmente feroce.
Aveva egli amato mai veramente? Poc'anzi, rispondendo al serafino,
aveva detto di no, e creduto di rispondere il vero. Ma infine, poco o
molto che fosse, aveva amato; diciamo pure che aveva amato secondo
l'età, con più leggerezza, per vanità di carattere e per ardore di
sensi; ma, ad ogni modo, aveva amato e si era trovato nel caso di
soffrire così profondamente, come se quell'amore fosse il più grande,
il più solenne di tutta la sua vita. Ma in quel punto, e facendo senza
volerlo un esame di coscienza, il padre Anacleto notava di non essersi
mai trovato così oppresso da due pensieri ad un tempo; anzi tutto
dalla vergogna di confessarsi debole ad una donna che non gli aveva
lasciato intender nulla del proprio cuore e poteva ridere
saporitamente di lui; inoltre, dal voto della comunità di San Bruno,
che, se pure non faceva di lui un frate, non impegnava meno la sua
fede di gentiluomo. E poi, quelle ombre moleste de' suoi compagni, che
s'erano invaghiti del serafino! e quella ghirlanda di fiammole,
passate dalle mani del padre Agapito a quella testina bionda che gli
aveva fatto perdere il senno! Dio! Non possedere ancora la certezza di
essere amato ed essere già così ferocemente sospettoso! Ma che
sospettoso d'Egitto? Là, nel segreto della sua coscienza, queste
ipocrisie non avevano corso. Geloso, bisognava dire; ferocemente,
diabolicamente geloso.
Il padre Anacleto apparteneva a quella classe d'uomini nei quali
predomina la fantasia, e che perciò soffrono il doppio degli altri. La
mente si finge terrori e sospetti nuovi, e li ripercuote sul cuore.
Uomini siffatti hanno paura di non essere amati, anche nei casi in cui
ogni altro figlio d'Adamo si crederebbe già d'essere il re del creato.
Dico il re del creato, perchè, infatti, l'uomo che si sente amato, o
ne ha l'illusione, va sempre col pensiero a questo apogèo della
felicità, che è l'impero del mondo. Non così i fantastici, dei quali
vi ho detto; essi dubitano sempre, e di tutto. Forse vedono meglio
degli altri; perchè, andiamo in fondo, qual è la creatura di cui sia
certo l'affetto, anche quando ve lo ha dimostrato? Non siamo noi
esseri mutabili, secondo le varie impressioni? E non è possibile che
una donna già mezzo vostra, anzi vostra del tutto, si cangi in un
punto? Sono capricci indefinibili, quelli che muovono il cuore, come
sono quantità imponderabili quelle che danno il crollo alla bilancia.
Più delicato è il congegno, più è soggetto alle influenze esteriori.
Del resto, mettete pure che il padre Anacleto non pensasse nulla di
tutto ciò che son venuto esponendo. Egli andava su e giù, non pensando
affatto; faceva come l'ubbriaco, che cerca un filo e non lo trova, o
che, vedendone parecchi, tra le idee confuse che gli si affacciano
alla mente, non ne afferra nessuno. Una volta si fermò davanti al
serafino, come se volesse dirgli qualche cosa; poi si volse di
schianto e proseguì la sua via. Si pentì subito subito, e tornò
indietro; si fermò da capo, e la parola gli tremava sulle labbra. "Vi
amo!" voleva dirgli. Ma no; era una frase volgare. E poi, l'avesse
anche detta, che cosa si sarebbe sentito rispondere? Se il monachino
biondo gli avesse riso in faccia? Perciò non disse nulla; si contentò
di guardare il serafino nel bianco degli occhi. E il serafino lo
guardava a sua volta con una fermezza quasi beffarda, come se volesse
dirgli: oh, se non incominci tu, bel priore, non parlo io di sicuro!
Finalmente, poichè tutto ha un fine quaggiù, anche i contrasti di
un'anima innamorata, il padre Anacleto prese una risoluzione. Era
forse la peggio; ma compatitelo, egli non era padrone di scegliere.
--Avete ragione;--diss'egli;--partirete.
--Ah!--esclamò il serafino.
Il padre Anacleto si pentì subito di averla detta; ma non era più
tempo. Del resto, quella esclamazione del serafino non significava
rammarico; era una esclamazione breve, senza espressione, senza
colore; si poteva anche interpretarla per un grido di allegrezza.
--Partirete domani, se così vi piace;--soggiunse il padre
Anacleto.--Dopo tutto, meglio così. E ditemi.... Dove andrete?
--A Castelnuovo;--rispose il serafino, chinando la testa.
Potrei aggiungere che chinava la testa per nascondere il suo rossore.
Ma, in verità, se lo dicessi, non potrei sostenerlo. La cosa non
sarebbe neanche stata necessaria a quell'ora. Le ombre della notte
calavano sul giardino del convento. I grilli incominciavano a cantare
da tutti i punti della vallata. E il povero padre Anacleto sentiva una
gran voglia di mandarli a quel paese.