V.

Arrivato a questo punto della mia narrazione mi par di sentire il

lettore che esclama:--Un nuovo ordine monastico nel secolo decimonono!

E, quel che è peggio, senza l'accompagnamento dello scopo religioso!

nel solo intento di appartarsi dal mondo! Eh via!

Lettore umanissimo, e perchè no? Siamo davanti ad un caso strano, lo

capisco. Ma il secolo decimonono, in riga di pazzie, va forse

celebrato come la perla dei secoli? O non ne ha già fatte fin d'ora

più di tutti i suoi riveritissimi predecessori? Vedete l'Icaria di

Cabet, il Falanstero di Saint-Simon, il mormonismo, lo spiritismo, il

comunismo, il nichilismo, e tanti altri tentativi di cataclismo. Io

non voglio certamente paragonare tutta questa grazia di Dio con un

povero convento di matti; mi fermo, anzi, a stabilire come esso sia il

meno spiccato, il più innocente, il più roseo, tra tanti bei saggi

della incontentabilità umana; i quali, germogliati all'ombra delle

patrie leggi e fiorenti al sole della libertà....

Ma qui m'accorgo di metter mano ad una retorica, sulla quale il

sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia potrebbe vantare il diritto della

priorità. _Prior in tempore, potior in jure_; lasciamo dunque la

retorica al degnissimo cavalier Tiraquelli, e ripigliamo il filo del

nostro racconto.

Il monastero di San Bruno aspettava in quei giorni un rinforzo. Erano

cinque i nuovi ospiti, cinque le anime deluse che la seconda vocazione

spingeva a cercare la pace in quel nido di laici regolari, sotto il

governo temporaneo di padre Anacleto. Con questo nome era riconosciuto

il priore. Fratel Giocondo aveva ricevuto ordine di dar passo ai

cinque nuovi compagni, a mala pena si fossero presentati sul ponte,

chiedendo d'essere avviati al convento.

La stessa mattina in cui aveva ricevuto quell'ordine del priore, il

nostro converso dischiuse i battenti della torre a due ospiti.

Veramente, gliene avevano annunziato cinque; ma non era poi necessario

che dovessero capitargli tutti insieme.--Sono già due;--osservò egli

giudiziosamente in cuor suo,--gli altri verranno dopo.

E rivolto ai due visitatori, domandò loro col sorriso sulle labbra:

--Vengono per farsi frati?

--È il nostro desiderio;--disse il più giovane dei due, mentre l'altro

crollava la testa in atto di santa rassegnazione.

Erano due tipi diversi, nell'età, nell'aspetto, nella espressione. Il

giovine era biondo, di belle fattezze e di proporzioni elegantissime,

ma un pochettino impacciato ne' suoi abiti di viaggio. Come mai, sul

limitare della vita, sentiva il desiderio di rinchiudersi in un

convento? Quali dispiaceri potevano averlo colpito, con quella figura

di arcangelo in vacanza, che pareva fatta a bella posta per vincere

ogni resistenza? E il vecchio, così grasso, tondo, rubicondo e

lucente, di che cosa poteva egli lagnarsi? Forse il cuoco gli aveva

mandata a male una salsa? Ma bastava ciò per disamorare del mondo un

bofficione di quella fatta?

Ahimè, lettori, pur troppo le apparenze ingannano. E nel caso presente

ingannavano più che mai.

Scambiate le poche parole necessarie e pagato il contadino che aveva

portate le loro valigie, i due viaggiatori seguirono il converso, a

cui il più giovine dei due sorrise amabilmente, come si sorride in

paese straniero ad una faccia conosciuta. Entrati nel bosco,

risalirono il viale dei frassini, svoltarono tra i due poggi che

sapete, videro il convento in mezzo alla sua conca di verdura,

ridiscesero e finalmente giunsero al parlatorio.

--Vado ad avvertire il padre priore;--disse fratello

Giocondo.--Intanto farò mettere le loro valigie nella foresteria.

--Benissimo!--rispose l'arcangelo in vacanza; e parve (mi scusi

l'ombra dell'Ariosto, se guasto un verso all'_Orlando_) e parve

Gabriel che dicesse: ave.

Prima di andarsene di là, il frate converso diede una sbirciata ai due

viaggiatori.

--Sarà un bel fratino, in fede mia!--diss'egli tra sè.--Ma lo

accetterà il priore, che vuole la seconda vocazione? Speriamo che il

su' babbo ne abbia per due;--soggiunse, pensando al più vecchio dei

nuovi venuti.--Quello là è uomo da prendere di primo acchito il posto

di cantiniere.--

Il parlatorio era, come tutti i parlatorii di frati, una stanza

seminuda e fredda.--Nè i laici regolari, che avevano preso il posto

dei Camaldolesi, si erano dati pensiero di abbellire quella parte

dell'edifizio; una tavola di noce contro il muro, otto seggioloni in

giro, un quadro scorniciato alla parete, erano tutti gli arredi della

stanza. Il quadro rappresentava Mastino II della Scala; un uomo dalla

barba di color castano, con un berrettone di pelo in testa, il

sorcotto rosso sulla maglia di ferro, e la faccia veduta di profilo,

forse per lodevole intendimento del pittore di far sapere alla

posterità che quel pessimo arnese non aveva il tipo greco. Che diamine

faceva Mastino II nel parlatorio di San Bruno? Quel che fanno tanti

vecchi ritratti nelle case moderne. Avanzi di eredità trapassate più

volte, compre fatte da un antenato in un momento di buona luna, non si

sa il più delle volte chi siano; o quando si sa, resta il dubbio

intorno alla strada che hanno fatta per giungere in casa.

Non c'era da guardar nulla, in quel ritratto, almeno cent'anni più

giovane del suo originale. Veduto il nome di Mastino II, che era

scritto a lettere gialle nel fondo del quadro, secondo il costume del

quattrocento, il più giovane dei due viaggiatori si volse all'altro, e

sorrise ammiccando, come se volesse prendersi spasso di lui.

--È proprio così? Non si ritorna indietro?--gli chiese quell'altro,

con un piglio malinconico che faceva un bizzarro contrasto con la sua

florida cera.

Il giovine aggrottò le ciglia in atto di chi non vuol sentire

osservazioni ed è lì lì per escire dai gangheri.

--Zio, te l'ho detto; o fai a modo mio, o mando giù un veleno. Bada a

te, di qui non si sfugge.

--Ma vedete un po'!--disse quell'altro, salutato col nome di zio.--Son

dilemmi da farsi?

--Eh, sicuramente; quando si ha a fare con un ostinato come te!... Al

polo, no; all'equatore nemmeno....

--Ma era un'impresa da matti!--esclamò il povero uomo.

--Non esciamo dunque di strada;--ribattè il giovine, crollando la

testa con un piglio d'autorità consapevole;--eccoci a casa nostra, nel

convento dei matti.--

Con quel biondo cherubino non si poteva vincerla nè impattarla. Lo zio

fece come Giacobbe nella sua pugna con l'angelo; si diede per vinto ed

alzò gli occhi al cielo, in atto di offerta e di rassegnazione, ma non

senza aver data una sbirciatina malinconica all'occhiello del

soprabito, che sarebbe rimasto vergine del brigidino commendatorio. E

sospirò, tra un'occhiata e l'altra.

L'uscio del parlatorio si aperse e fratel Giocondo annunziò la venuta

del priore. Lo zio, ricordandosi d'essere stato capitano della guardia

nazionale, assunse un'aria dignitosa, se non a dirittura marziale. Il

nepote scosse leggiadramente la sua zazzerina bionda, compose le

labbra ad un sorrisetto malizioso e volse gli occhi all'entrata, per

ricevere la prima impressione.

C'era un fil di ridicolo in quella condizione di laici che volevano

parer frati. Ma bisogna dire ad onor loro che non si curavano affatto

di ciò, e che la noncuranza prendeva carattere di dignità. Vivevano in

quella solitudine non cercando nessuno; chi ci andava doveva

accettarli come volevano essere. Frati o non frati, avevano scritta

sulla porta del monastero la sentenza inventata dal Rabelais: _Fais ce

que voudras_, e non si occupavano d'altro.

Il padre Anacleto, degno priore di San Bruno, non era grave che a

mezzo, e portava con disinvoltura cavalleresca la sua tonaca lunga, di

color tabacco. Aveva la barba nera, finissima, un po' rada e corta

sulle guance, i capegli riccioluti e lucenti, la fronte ampia, lo

sguardo aperto, il naso diritto e fine, il labbro sottile e vermiglio.

Il primo sentimento che destava a vederlo, era di schietta simpatia;

il secondo di stupore e di curiosità. Come poteva essere che un uomo

così giovane e d'aspetto così piacente si fosse dato ad un genere di

vita, che era una rinunzia anticipata a tante allegre vittorie? Ma

guardandolo attentamente, nel corso della conversazione, si notavano

alcune rughe sottili sulla fronte, le quali talvolta si raccoglievano

a fascio nel mezzo delle sopracciglia; si vedevano certe contrazioni

improvvise di labbra, certe nubi di tristezza sugli occhi, e si capiva

allora che quell'uomo era vissuto molto in breve spazio di tempo, e

che le burrasche della vita potevano aver fatto assai più che

solcargli la fronte, o adombrargli lo sguardo.

Aveva in mano la sua berretta di velluto, e la sporse avanti, in atto

di salutare, mentre con una occhiata cercava di abbracciare i due

visitatori e di coglierne a volo i pensieri.

--In che posso servire le Signorie loro?--dimandò, poichè li ebbe

invitati a sedere.

Lo zio aperse le labbra per rispondergli, ma non gli venne fatto di

spiccicare una sillaba. Perciò, rinunziando ad una impresa che vedeva

superiore alle sue forze, si volse al nepote con la muta preghiera

dello sguardo. L'arcangelo in vacanza crollò leggermente le spalle, in

atto di stizza non potuta nascondere, per quella che gli pareva una

insigne debolezza d'animo, e rispose tutto d'un fiato:

--Signore, siamo due che vogliamo ascriverci alla regola di San

Bruno.--

Il priore sorrise, e, con accento pacato che non escludeva un senso

d'arguzia, ripigliò:

--Si dice San Bruno per mo' di dire. Ma sanno proprio le Signorie loro

di che cosa si tratta? L'ordine è forse un tantino burlesco nella

forma, poichè non siamo frati, ma è serio nella sostanza, poichè

abbiamo una parola d'onore, la quale ci obbliga come il più solenne

dei voti.

--Lo sappiamo;--replicò l'arcangelo.--Si vien qua per vivere fuori del

mondo, non curando le sue vanità dolorose.

--È vero,--disse il priore, inchinandosi,--ma non è tutto il vero. Ciò

ch'Ella dice, mio giovine signore, ognuno di noi potrebbe farlo da sè,

ritirandosi per sua elezione a vivere in campagna. Qui, invece,

viviamo uniti, foggiandoci il nostro piccolo mondo, riveduto e

corretto, senza le noie del grande, ma con tutto il buono, con tutto

l'utile che può trovarsi nella vita. Rinunziamo agli affetti

pericolosi che lasciano tracce di dolore e di amarezza, ma vogliamo e

pratichiamo la carità fraterna, che è un santo bisogno del cuore:

rinunziamo alle ambizioni, ma ci dedichiamo allo studio, che affina

l'intelligenza ed è poi il naturale ufficio dello spirito.

--Lo sappiamo, padre, e Le domandiamo di poterci dedicare con Lei a

questo genere di vita.

--Ma badi;--osservò il priore.--È un genere di vita più alto, o più

umile, secondo si guarda, ma certamente diverso da quello che si fa

generalmente e a cui c'indirizza la nostra educazione e l'ardore delle

nostre passioni. Perciò, a non aver pentimenti, è necessaria una

vocazione sincera, e riconosciuta tale, mercè il confronto, che può

farsi solamente quando si è vissuto a lungo tra gli uomini. Non basta

un desiderio onesto di pace, o una poetica aspirazione alle squisite

compiacenze della solitudine; è necessario che il desiderio sia

profondo e l'aspirazione provata nei disinganni della vita. Che il

mondo offra amarezze e dolori in molto maggior numero e quantità dei

piaceri e delle consolazioni, è cosa nota oramai, e può esser creduta

anche, sulla fede dei vecchi, da coloro che non ne hanno fatta la

triste esperienza in sè medesimi. Ma altro è l'accettare per vera una

massima, altro il conformarvi tutta quanta la vita. Si conosce il bene

e si loda, ma ci si attiene al peggio, o ci si torna quando fa comodo.

Da questo rifugio, invece, non si ritorna più indietro. Donde la

conseguenza che ci si debba venire.... (mi scusi, ma la franchezza è

necessaria).... che ci si debba venire ad una età più matura, che non

sia, per esempio, la sua.

--Ho ventidue anni;--disse arditamente l'arcangelo.

--Sia pure, ma non è molto. E poi, Ella non ha neanche l'ombra dei

baffi.

--Scusi, che gliene importa a lei?--

Il priore sorrise, a quella involontaria scappata del biondino.

--A me, nulla;--rispose.--Ma non vorrei aver l'aria di accalappiar

minorenni.

--Son solo; non ho che mio zio;--ribattè il giovine.--E mio zio, qui

presente, si fa frate con me.

--Davvero?--chiese il priore, volgendosi allo zio.

--Davvero;--rispose questi, facendo il gesto dello _et cum spiritu

tuo_.

Il padre Anacleto ebbe un istante di raccoglimento; indi alzò la

fronte, come un uomo che ha preso un partito e si dispone a parlare.

Ma il pensiero del nostro personaggio doveva essere difficile ad

esprimersi, anche per un uomo della sua autorità, perchè egli, dopo

aver sollevata la fronte, stette parecchi secondi immobile, con gli

occhi fissi sul volto del giovane cherubino. Questi arrossì fino alla

radice dei capegli, ma non chinò altrimenti i suoi.

--Mi perdonano la franchezza?--incominciò finalmente il priore.

--Dica liberamente.

--Ma badino,--soggiunse,--voglio essere schietto, anche a risico di

parere.... scortese.

--Non le riuscirà;--disse il cherubino, che non aveva ancora ombra di

baffi, ma dimostrava già di aver molto giudizio.

--Grazie;--rispose il priore, cascando e sapendo di cascare.--Volevo

dire che dubiterò; e il dubbio è sempre scortese; ne conviene?

--Secondo la maniera di esprimerlo;--ripigliò il cherubino.

--Orbene,--disse il priore, stringendosi nelle spalle,--prendiamo la

forma più mite. Qui vedo due cose, egualmente temibili. O si tratta

d'uno scherzo....--

A queste parole, il cherubino scattò sulla sedia.

--Non c'è scherzo, qui;--interruppe egli vivacemente;--La

prego a crederlo; lo giuro sul mio onore. M'ingannerò....

c'inganneremo,--soggiunse, ravvedendosi tosto,--ma è un nostro

desiderio sincero di viver qui, se Ella non ce ne reputa indegni.

Siamo gente per bene, pronti a sopportare la nostra parte di spese,

a metter fuori quanto occorre, e più ancora, per vivere in questa

comunità di San Bruno. L'idea è superiore alla mia età, dice Lei.

Che cosa ne sa? Scusi, veh! Non sono ancora sotto la sua tutela.

Riconoscerò domani la sua autorità, la sua giurisdizione. Per oggi

almeno mi lasci dire liberamente quello che penso. Che cosa ne sa?

Metta che io sia vissuto nel mondo quanto occorre per capire che

esso non val nulla, che è bugiardo, sciocco e noioso. Non basta,

forse, per venire a rifugio quassù?

--Eh, non basterebbe;--disse il priore, crollando la testa e

sorridendo.--Ma lasciamola lì. Io le aveva accennato un mio dubbio. Le

è dispiaciuto e non voglio tornarci su. L'ardore che Ella ha messo a

ribatterlo, mi dice chiaro che non debbo ripeterlo, neanche

spiegandolo.

--Dovrebbe ritirarlo senz'altro;--replicò il cherubino.--Per nessuna

cosa al mondo io mi farei lecito uno scherzo di questa fatta, e

sopratutto con Lei!...--

Non era niente più d'un complimento; ma il tono con cui fu detto turbò

lo spirito del padre Anacleto.

--Rimane l'altra parte del dilemma;--diss'egli, mutando registro.--Il

suo sarà dunque un desiderio sincero. Ella lo afferma ed io lo credo.

Ma anche un desiderio sincero può essere.... di poco durata.

--Durerà, creda anche questo, durerà.

--Oggi le pare, ma chi ci assicura del domani? Io, veda, sono

obbligato a distinguere, a considerare tra i possibili, se non a

dirittura tra i probabili, che il suo desiderio, vivissimo oggi, si

muti un giorno in avversione. E allora? Il voto pronunziato adesso, il

patto conchiuso tra noi, non rincrescerebbe a Lei solamente, e farebbe

anche torto alla mia previdenza, che si sarebbe mostrata assai misera.

A farla breve, sono il priore di nove (e saranno presto quattordici),

tutta gente posata, che vive in una quiete esemplare. Ma Ella sa come

si ottenga lo stato di quiete negli animi, materia assai più delicata

e gelosa che non siano le bilance dell'oro, e come un nulla possa

turbare quel felice equilibrio. Se un giorno--osservò acutamente il

padre Anacleto, fissando i suoi occhi scrutatori in viso al

cherubino,--se un giorno dovessero dirmi: "Signor priore, siete andato

un po' leggermente nella faccenda di quella ammissione," crede Lei che

non ne sarebbe turbata la nostra bella armonia, unica guarentigia di

pace, unico bene che renda la nostra vita preferibile a quella del

mondo?--

Un'aria di profonda mestizia si dipinse sul volto del giovine. Pareva

uno di quegli angeli del buon tempo antico, che, tornati al paradiso,

trovarono la spiacevole novità della porta chiusa.

--Orvia,--ripigliò il padre Anacleto, dolente di aver fatto pena al suo

giovine interlocutore,--non ci fermiamo a guardare tutti i casi

possibili, che saranno ugualmente improbabili. Ella e suo zio mi aiutino

a mettere in pace la mia coscienza; accettino di entrare come ospiti,

per ora, e questa ospitalità la chiamino pure un noviziato. Tra un

anno.... Non le piace? Diciamo adunque fra sei mesi. Neanche? Diciamo

allora fra tre, riparleremo della loro vocazione.--S'intende,--osservò

il priore,--che anche dopo accettati nella famiglia, il vincolo non

sarebbe indissolubile. Ma c'è sempre una parola d'onore che impegna; si

è ammessi per questa parola, e la parola, pei gentiluomini, è legge. Se

così non fosse, mi capiranno, il convento di San Bruno si tramuterebbe

facilmente in albergo, ed io ne sarei l'albergatore, o il direttore _pro

tempore_. Ora, nè il mio carattere concentrato, nè le mie abitudini

studiose, mi consentirebbero di esercitare questo ufficio.

--Ha ragione; ma noi Le giuriamo fin d'ora....

--No, non giurino, per carità. Io non accetto il giuramento, non l'ho

udito. Rimangano qui, li avremo in qualità di novizi. Finora non se

n'erano accettati; ma sarà una eccezione alla regola. E prima di

tutto, siccome qui ognuno si dedica a qualche lavoro, vediamo un po'

che cosa sanno far Loro?

--Io.... veramente....--balbettò lo zio--qualche cognizione di

agronomia....

--Troverà da applicar poco;--riprese il padre;--qui non abbiamo che

l'orto e il frutteto. I campi mancano affatto; i boschi sono stati

decimati prima che noi si comperasse il convento. Ma infine, quel poco

che c'è offrirà a Lei materia di studio, e saremo lieti di avere un

agronomo in famiglia, come già abbiamo il botanico. E Lei?

--Quasi nulla;--rispose il cherubino arrossendo.--Un po' di canto....

il pianoforte.... Frivolezze, Ella dice bene;--soggiunse tosto,

notando un atto involontario di labbra, con cui il padre Anacleto

aveva accolte le sue parole.

--No, non dico questo;--notò il priore.

--Lo penserà; è tutt'uno.

--Non lo penso nemmeno. Anche la musica è una bella cosa, e più seria

che non si creda generalmente. È matematica applicata ai suoni e

interessa una parte della fisica, che non è certo la meno importante.

Helmholtz ci ha scritto un libro, il quale è tutt'altro che frivolo,

poichè ci dà una dimostrazione completa dei fenomeni del suono e delle

leggi musicali che ne derivano. Herschel, studiando a fondo l'arte

sua, che era per l'appunto la musica, fu gradatamente condotto allo

studio della geometria e quindi alla conoscenza dell'astronomia

teoretica, al perfezionamento del telescopio e alla scoperta di Urano.

Amo ricordare questi fatti,--soggiunse il padre Anacleto, che si

sentiva alquanto impacciato a dover conversare con quello strano

novizio,--per dimostrarle che apprezzo la musica anch'io.

Disgraziatamente, qui mancano i mezzi di coltivarla; abbiamo volta la

chiesa ad uso di biblioteca, e non c'è neanche la fortuna dell'organo.

--So disegnare un pochino;--si provò a dire il giovane.

--Ah bene! questo è il fatto nostro;--gridò il padre Anacleto.--Oh,

non dubiti, non le domanderemo i cartoni di Raffaello. I soli

principii del disegno basterebbero. Abbiamo in mente di fare un

giornale, una specie di rassegna mensile, per registrarvi i nostri

studi, e avremo appunto bisogno di tavole illustrative; segnatamente

per gli scavi delle nostre caverne.

--Ahi come il duca di Francavilla!--scappò detto allo zio.

--Lo conoscono? È un bravo signore, che ha voluto farci una visita.

Egli è qui a Castelnuovo per certi suoi studi preistorici....

--Per studi, e per altro;--mormorò il cherubino, che la sapeva lunga,

anche senza aver ombra di baffi.

--Non saprei;--ripigliò il padre Anacleto, che era prudente e non

andava a cercare il pel nell'uovo.--È venuto a trovarci una settimana

fa e non ci ha parlato d'altro che delle sue ricerche scientifiche.

Anche noi avevamo già pensato a scavare le caverne ossifere di monte

Acuto; ma finora ci mancava l'uomo da ciò. Ora avremo uno studioso di

queste materie, tra i cinque che verranno in settimana a far vita con

noi. È un valente professore. Insegnava a Torino. Gli hanno fatto

torto, a quanto pare; qualcheduno si è fatto bello di una sua

scoperta; il governo non lo ha tenuto nella giusta considerazione, ed

egli ha abbandonata la cattedra. Come vedono, son tutti i delusi, i

disgustati delle perfidie umane, che vengono ad accrescere la nostra

schiera. Metteremo il professore all'archeologia, ed Ella disegnerà

gli oggetti ritrovati. Va bene?

--Sì, sì!--gridò il cherubino, battendo allegramente le palme.

Ma subito si penti di mostrarsi così bambino in faccia al priore, che

lo guardava tra sospettoso e ammirato; arrossì per la terza volta,

chinò gli occhi e ripigliò:

--Scusi, la prego; ma gli è che son tutto felice di trovare in me un

piccolo talento, che possa tornare utile alla comunità.--

Stabiliti questi preliminari, il padre Anacleto si offerse ai nuovi

ospiti di San Bruno, per condurli a visitare il convento, e l'offerta

fu accettata con giubilo dal biondo cherubino, che vedeva così

superate tutte le difficoltà della sua introduzione in quella bizzarra

clausura.

Anche allo zio era parso di escirne egregiamente. A farselo apposta,

un priore, non si poteva ottenerlo più pastoso di così.

--Che sia cieco?--pensava egli, mentre seguiva il padre Anacleto e il

biondino, nella loro passeggiata per tutti i corridoi del

convento.--Quando egli ha messo fuori quel dubbio intorno all'età, ho

subito detto: ci siamo! E come lo squadrava dal capo alle piante! Ma

poi, sia lode al cielo, s'è lasciato abbindolare con tanta buona

grazia! È anche vero che gli è stato risposto con un certo calore!...

Non fo per dire, ma il mio signor nepote, poichè oramai bisogna

chiamarlo così, ha una eloquenza che va diritta al cuore. Non si

sgomenta di nulla, lui! Vi guarda nel bianco degli occhi, e vi fa fare

tutto quello che vuole; anche delle pazzie come questa. Ma saranno

tutti ciechi e tre volte buoni come il padre Anacleto! Qui sta il

busilli.--

Il nepote, frattanto, pensava anche lui, mentre andava scambiando

osservazioni col priore.

--Ha capito? Temo di sì. Per lo meno, il dubbio gli è nato. Ma egli è

un gentiluomo, e non è andato più in là. Questa avventura mi piace. Ci

sarà qualcosa da ridire; ma infine, si servano, io non ho da render

conti a nessuno. E poi, sono con mio zio. Questo priore, che uomo! Il

duca di Francavilla lo ha chiamato simpatico; ma mi pare che sia più

di simpatico; un bel giovane addirittura; e senza saperlo, senza

averne l'aria, come dovrebbero esser tutti. È la prima faccia d'uomo

che vedo. O son tutti insipidi, svenevoli, come il duca di Francavilla,

o duri, arcigni, antipatici.... Che orrore!--

Vi fo grazia del resto. E non mi fermo neanche a dipingervi tutto

quello che videro i nuovi ospiti di San Bruno. I conventi, su per giù,

si rassomigliano tutti nella loro semplicità grandiosa ed umile ad un

tempo, che credo entri per molto nella tenacità del sentimento che fa

perdurare gli ordini monastici, che li fa sopravvivere alle leggi da

cui sono stati colpiti. C'è una virtù arcana che attrae verso le mezze

solitudini del chiostro, e quella forma architettonica stabilita,

quasi invariabile, salvo nei minuti particolari, esercita un fascino

sullo spirito moderno, che pure ha distrutto il pensiero onde quella

forma è scaturita. Sono spariti i conventini, i monasteruzzi

borromineschi di due secoli fa; il largo tipo dei chiostri antichi è

rimasto, e se ne ricorda volentieri perfino.... indovinate chi? il

nostro soldato, che è stato così spesso ad alloggio nei vecchi

monasteri tramutati in caserme.

Il convento di San Bruno, come tutti quelli del medesimo ordine, aveva

i suoi quartierini, in cui ogni frate potesse viver solo, con la sua

stanza da letto, l'oratorio, l'anticamera e la ruota per cui

introdurre il suo pasto frugale, o metter fuori la scodella vuota. Ma

la ruota, oramai, serviva soltanto per le lettere e i giornali, quando

giungeva il postino; la stanza da letto non era più così nuda come al

tempo dei camaldolesi; quanto all'oratorio, ognuno ci teneva la sua

biancheria, i suoi abiti, e all'occorrenza i suoi libri più alla mano.

Fratel Giocondo, ad esempio, ci teneva il Gattinara e il Pomino, due

autori di sua predilezione, tra i quali da lungo tempo aveva istituito

un confronto.

I due novizi furono condotti alle loro stanze. Il priore non aveva

chiesto i loro nomi, ma li chiese allora il converso, facendosi avanti

col registro dell'ordine.

--È vero;--disse il cherubino;--avevamo dimenticato di darli. Zio,

incominciate.--

Il vecchio prese la penna e scrisse il nome di Prospero Gentili.

Il giovine, con meno sincerità, ma con altrettanto coraggio, vi

scrisse quello di Adelindo Ruzzani.

L'undecimo comandamento: Romanzo · 第 13 / 32 题