II

A quella confidenza inattesa, ed anche oscura parecchio, del

sottoprefetto di Castelnuovo Bedonia, il signor Prospero spalancò gli

occhi e la bocca ad un tempo.

--Come!--diss'egli, dopo esser rimasto un istante in

quell'atteggiamento di stupore.--Tutto questo, nel matrimonio della

mia nepote?

--Ma sicuro! E non può vederlo anche Lei, solo che ci pensi un

pochino? Signor Prospero mio, le faccio un ragionamento. Mi segua

attentamente. Che cos'è, prima di tutto, la ricchezza d'un paese? La

proprietà territoriale, mi risponderà Lei, la proprietà territoriale

che dà i frutti e guarentisce le rendite, rappresentate nei loro

termini visibili e trasmissibili, dell'oro, dell'argento e della

carta. È un cànone di economia che la carta non possa superare una

certa quantità, oltre la quale il suo valore si scema, crescendone di

tanto il valore delle cose cercate. Cionondimeno, è desiderabile che

la carta, termine transitorio di scambio, come l'oro è un termine

fisso, dia nell'abbondanza piuttosto che nel difetto, ottenendosi con

ciò una mobilità maggiore del capitale e una tendenza a spendere, di

cui tutte le industrie e tutte le arti si vantaggiano, e per

conseguenza tutte le classi di cittadini. Ella mi segue, signor

Prospero?

--La seguo, ma veramente.... non vedo ancora....

--Vedrà poi. I ricchi, signor Prospero, i proprietarii della terra,

sono i distributori della vita in un popolo. Ma non sono ancora tutto,

come non è tutto ancora, nel corpo umano, quel congegnato sistema di

arterie e di vene che spinge il sangue dal cuore a tutte le estremità,

e dalle estremità lo riconduce al cuore. Non sono ancora tutto,

ripeto. Accanto alla ricchezza, alla forza dell'oggi, c'è la

tradizione, la ricchezza dell'ieri, che può esser forza o ricchezza

del domani. Per uscir di metafora, ci sono i nobili, le grandi

famiglie storiche, a cui principi e stati son debitori di tanta gloria

e di tanta fortuna. Un paese ha mestieri di gloria come di pane. Anche

la gloria è un elemento di prosperità. Un paese che non abbia

tradizioni è come una casa a cui manchino i quadri. Ci avete il letto,

la tavola, i cassettoni, le sedie, ma quella parete nuda vi dà la

sensazione del vuoto. Ella m'intende, signor Prospero?

--Faccia conto;--rispose quell'altro, che incominciava a confondersi.

--Or dunque,--ripigliò con aria di trionfo il sottoprefetto,--che cosa

dobbiamo far noi, per ornamento della gran casa che si chiama paese?

Dobbiamo, o ch'io m'inganno, mantenere gelosamente le sue tradizioni.

Il tentativo di cancellare ogni cosa non è savio; aggiungo volentieri

che è vano, come si è dimostrato in Inghilterra sotto il Cromwell, e

peggio in Francia, sotto il Robespierre. La reazione succede

fatalmente all'azione. È una legge storica, com'è una legge meccanica.

Uno stato prudente e previdente deve trasformare quello che non può

mutare, tener conto di tutte le forze e moltiplicarle, associandole.

Non le pare?

--Sono intieramente della sua opinione;--rispose il signor Prospero

che non capiva più nulla.

--Ah, meglio così!--ripigliò l'oratore.--Ella dunque ammette con noi

la necessità di queste alleanze tra famiglie e famiglie, tra i grandi

nomi e le grandi ricchezze. Ma non basta.

--Come? Non basta ancora?--si provò a dire il signor Prospero.

--No, certamente, e la ragione non isfuggirà alla sua perspicacia.

L'opera di un savio governo non finisce qui; deve andar oltre,

promuovere queste alleanze tra provincia e provincia, perchè tutte le

parti del gran corpo sociale ne risentano i benefici effetti e il

corpo medesimo si rassodi nell'intreccio di tutte le parti che lo

compongono. Ora, che cosa siamo noi, prefetti (e dico prefetti, perchè

la promozione non può star molto a venire), che cosa siamo noi, se non

gli strumenti di questa indagine, di questa cura diligente, di

questa....--

Il cavalier Tiraquelli cercava il sostantivo, e il signor Prospero

glielo suggerì.

--Impresa matrimoniale;--diss'egli.

--Signor Prospero!--esclamò il sottoprefetto, rizzando la testa, come

per dare tutta la misura della sua dignità offesa.

Ma tosto si avvide, all'aria modesta del signor Prospero, che il suo

interlocutore non aveva voluto dir niente di malizioso, e ripigliò,

sorridendo:

--Diciamo anche impresa matrimoniale, quando i matrimonii non escano

da quest'ordine elevato d'idee. Noi, inoltre, abbiamo l'ufficio,

ugualmente nobile, di cercare il merito, dovunque si trovi, di farlo

risaltare e di premiarlo, ad esempio ed incitamento per tutti. Ella,

signor Prospero, ne ha la sua parte, e il governo aveva già pensato a

mandarle la croce.

--A me?

--Sicuramente. Il nostro signor Prospero non era forse capitano della

guardia nazionale?

--Che non si è mai radunata.

--Non è colpa sua, signor Prospero, ma dei passati ministeri, che non

hanno pensato mai a rialzare il prestigio di questa istituzione in

Castelnuovo Bedonia. Per me, ufficiale del governo, Ella è stato

capitano per oltre dieci anni; ha dunque diritto alla croce di

cavaliere. E non basta.

--Non basta?--disse il signor Prospero, con accento perplesso, tra il

dubbio e la speranza.

--Non basta,--ribattè il sottoprefetto,--Ella ha parlato nel comizio

agrario di Collemezzo.

--Dio buono--esclamò con aria modesta il signor Prospero.--Per dire

che avrei piantato grano, scambio di sorgo, e patate, scambio di

barbabietole.

--Egregiamente! Con ciò Ella ha dimostrata la sodezza del suo

raziocinio. Non tutto è da cangiare nel mondo;--si degnò di

riconoscere il sottoprefetto;--e ci sono delle vecchie usanze a cui

bisogna attenersi, perchè esse hanno con sè il rincalzo

dell'esperienza. Se i nostri padri, da tempo immemorabile, hanno

creduto di mantenersi fedeli alla coltivazione della patata.... Cioè,

no da tempo immemorabile, perchè la patata è relativamente moderna....

Ma insomma, signor Prospero, l'esperienza insegna, e Lei rappresenta

l'esperienza, che bisogna star fermi nella conservazione dei vecchi

sistemi. Un partito conservatore, saviamente conservatore, è anche

necessario come forza d'equilibrio, in uno stato bene congegnato.

Tutto è equilibrio, in politica come in meccanica. Ed io non

tralascerò di dirlo in Senato.

--Come?--gridò il signor Prospero.--In Senato? E quando?

--Quando ci andrò;--rispose il sottoprefetto, abbassando le ali della

sua ambizione.--Ma torniamo a noi. Ella è un agronomo, signor

Prospero. L'Italia ha bisogno di agronomi. Non lo ha letto, Virgilio?

_Salve magna parens frugum Saturnia tellus._ Eccole un bel verso, da

mettere per epigrafe sopra un opuscolo, che io le consiglio di

scrivere.--

L'idea dell'opuscolo agrario, ad onta dell'epigrafe, nuova di zecca,

che gli suggeriva il sottoprefetto, sorrise mediocremente al signor

Prospero degnissimo.

--In fede mia,--diss'egli,--non saprei da che parte rifarmi.

--Buona volontà, amico mio, e il resto viene da sè. Leggete qualche

libro d'agronomia; servirà per risvegliarvi le idee. Io ho avuto molto

profitto dai _Segreti di Don Rebo_, dell'Ottavi; un libro aureo, che

m'ha aiutato ad improvvisare quattro discorsi. Capirà, signor

Prospero, che il mio campo non è l'agronomia. Io sono anzi tutto un

uomo politico. Legga l'Ottavi, è una miniera; metta insieme quattro

principii di scienza, per far da preambolo ai consigli della sua

pratica, e vedrà. Come capitano della guardia nazionale aveva diritto

alla croce di cavaliere; come agronomo l'avrà a quella d'ufficiale.

--Il commendatore è ancora lontano;--osservò il signor Prospero,

ridendo.

--Tutt'altro; facciamo questo matrimonio, che tanto premerebbe al

ministro per le ragioni che ho avuto l'onore di esporle, e avrà subito

il collare.

--Capisco, capisco, sarebbe un premio per un fortunato incrociamento

di razze.

--Ella ha molto spirito, commendatore; le faccio i miei complimenti.

--Oh, con Lei, signor prefetto, chi non ne avrebbe?

--Dunque, da bravo, abbia anche un poco della mia premura, e mi

conduca questa faccenda a buon porto.

--Farò quel che potrò, ne stia certo. Se l'Italia ha da avere un

benefizio da questo matrimonio, non sarò io che darò indietro. Ma

badi, signor prefetto, io non sono che un tutore e uno zio. Posso

consigliare, aiutare, spalleggiare; ma bisogna che il giovinotto, dal

canto suo....

--Farà il suo dovere, non dubiti. Lo faremo tutti, il nostro dovere,

perchè sia contento il ministro e incarnato il suo profondo disegno.

Lo metteremo in evidenza, il duca di Francavilla, lo faremo brillare.

E frattanto, incominciamo dal ritornare nella sala. Il sigaro è finito

e non si deve sospettare che abbiamo a ragionare di troppe cose fra

noi.

--Dice bene; andiamo.--

E il signor Prospero Gentili, zio materno e tutore della signorina

Adele Ruzzani, fanciulla romantica come vi ho detto, e milionaria,

come avrete capito, gittò il suo mozzicone dal loggiato nel sottoposto

cortile; indi seguì il cavaliere Tiraquelli, sottoprefetto di

Castelnuovo Bedonia, nella sala di ricevimento.

I soliti quattro salti non erano ancora incominciati, sebbene il

maestro di musica avesse già tentate le dame e i cavalieri con gli

accordi d'un valzer, e i ballerini più feroci della sottoprefettura

fossero tutti presenti. Ma prima di dirvi il perchè di quell'indugio

coreografico, credo necessario di darvi un'idea della sala. Non sarà

un quadro, ma un semplice abbozzo.

Accanto alla sottoprefettessa, sul canapè di damasco rosso, che era la

cattedra pontificale, il _sancta sanctorum_, e tutto quel che vorrete

di più solenne là dentro, sedeva la contessa Gamberini, signora

bofficiona e rosea, come contrapposto e compenso all'altra risecchita

e giallognola. Tre quattro dame, delle più venerabili di Castelnuovo,

sedevano nelle poltrone, vicino al canapè, facendo circolo alle due

maggiori divinità. Altrettanti medaglioni mascolini si accompagnavano

ai femminili. Erano i notabili di Castelnuovo, il sindaco, l'assessore

anziano, il notaio, un magistrato a riposo, e via discorrendo. Pareva

di vedere un lettisternio di Numi, sul fare di quelli che gli antichi

romani collocavano in un luogo rilevato del triclinio, per avere gli

Dei testimoni ed auspici ai loro banchetti. Se l'immagine pagana non

vi garba, mettete che il canapè fosse un altare cristiano. Il signor

sottoprefetto ne era il sacerdote; ed ora appoggiato ad un bracciuolo,

_in cornu epistolae_, dov'era sua moglie, ora all'altro, _in cornu

evangelii_, dov'era la contessa Gamberini, celebrava i divini uffizi,

ministrava il verbo governativo ai fedeli.

Più in là, accanto ad una mensola enorme, su cui torreggiava uno

specchio antico, dalla cornice intagliata e dorata, si raccoglieva un

crocchio più allegro, sebbene le teste grigie vi abbondassero. Il

ricevitore del registro, ottima persona, amante della burletta,

intratteneva i suoi colleghi delle ipoteche, delle dogane e dei pesi e

misure, con qualche storiella di gioventù e con qualche accenno

discreto alla divina bottiglia. Quelli erano gli uomini che

attendevano tutto il santo giorno al loro ministero, ma non amavano

portarne il ricordo con sè, dopo la chiusura dell'uffizio.

Vicino al pianoforte, dall'altra parte della sala, era un altro

crocchio, più numeroso, quello dei giovani. Lo dominava con tutta la

sua autorità quadragenaria la signora Morselli, donna stimabilissima,

che aveva un solo difetto, quello di credersi un soprano sfogato. Lo

temperava, per altro, non cantando mai se non pregata e ripregata. E

la pregavano, e la ripregavano sempre, non foss'altro, per sentimento

di gratitudine; poichè la sua presenza dava a tutti i giovani dei due

sessi un ottimo pretesto per rimanere lontani dal gruppo delle persone

gravi, che pontificavano intorno al canapè di damasco rosso. In quel

crocchio di giovani, amanti della musica, si degnava di stare più a

lungo che altrove la contessina Berta Gamberini. Laggiù si vedevano i

pochi zerbinotti di Castelnuovo; farfallini più o meno eleganti, che

aliavano dal pianoforte ad una tavola rotonda, su cui, intorno ad una

lampada Carcel, piantata in un vaso che voleva parere della Cina,

erano disposti gli albi, le strenne, i giornali, ed altre curiosità,

che ottenevano di tanto in tanto uno sguardo della signorina Adele

Ruzzani.

Berta Gamberini e Adele Ruzzani erano i due poli di quel piccolo

mondo.

I due poli magnetici, intendiamoci, e non i geografici, che non mi

servirebbero di paragone, così freddi come sono, e circondati di

ghiacci millenarii, mentre qui s'ha a descrivere la gioventù che piace

e la bellezza che rimescola il sangue.

Berta, a dir vero, non era una bellezza da far ammattire la gente.

Inoltre, appariva troppo grave, troppo compassata; e questo, se

conferiva alla nobiltà dell'aspetto, nuoceva all'espressione. Ci si

vedeva l'alterigia di cinque generazioni di Gamberini, ci si sentiva

la degnazione, anche quando, pregata dalle amiche, metteva le mani

sulla tastiera del pianoforte. Adele Ruzzani era più bella, più

attraente, e, secondo i casi e gli umori, anche più amabile. Per

altro, bisognava far l'occhio a certe bizzarrie. Adele Ruzzani portava

i capelli corti, tagliati poco sotto all'orecchio, come un paggetto

medievale. A taluni la novità piaceva, ad altri no; le amiche

sostenevano che i capegli di Adele, scorciati fin da quando era

bambina, duravano così, perchè non avevano voluto più crescere. Ma

l'acconciatura di Adele Ruzzani era certamente un capriccio. Piacesse,

o no, quella zazzerina bionda, che saltellava ad ogni moto del capo,

si attagliava benissimo alla sua spiritosa figura. Adele Ruzzani, poi,

non amava molto la musica; ballava per mera condiscendenza e non

voleva parlar mai di mode. Non aveva i gusti femminili; le piacevano i

discorsi gravi, quantunque non isgradisse di variarli spesso,

saltando, come suol dirsi, di palo in frasca; si lagnava qualche volta

di non sapere il greco e il latino, e prometteva d'imparar l'uno e

l'altro alla prima occasione. Quasi sarebbe inutile il dirvi che

l'occasione non veniva mai. A quella graziosa birichina mancava sempre

il tempo di fare una cosa simile, e di desiderarla per due giorni di

seguito.

Ad onta di questi difetti, che parranno piccoli o grossi, secondo il

modo di vedere, i giovani facevano tutti la ruota davanti alla

signorina Adele. Non sempre ci si trovavano bene, con lei, che aveva

l'aria di canzonarli, e che li piantava lì su due piedi, non badando

ai loro madrigali, per tener dietro ad un ragionamento di

amministrazione, o di politica pura. Sì, Dio buono, anche di politica,

che è il colmo dell'abominio.

--O perchè non lascia questi discorsi agli uomini?--si chiedeva

qualche volta, vedendo la signorina Adele infervorarsi in quelle

miserie dello spirito.

Domanda vana, che risponde ad un sentimento sciocco. Io, per me,

vorrei che certi discorsi, con cui andiamo turbando la nostra

esistenza mascolina, se li usurpassero pure le donne. Quando odo una

bella figlia d'Eva ragionar di politica, Dio mi perdoni,

l'abbraccerei. Ecco, io dico tra me, ecco una persona che ci trova

gusto, a masticare questo pezzo di sughero!

Adele Ruzzani era dunque una fanciulla capricciosa. Ma, lo ripeto, non

faceva fuggire nessuno. Quante cose non si permettono ad una coppia di

milioni, quando vestono gonnella? Si può dir corna di quei milioni,

desiderare di vederli spartiti, quegli spicchi di settantacinque

centesimi, che toccherebbero ad ognuno, secondo i calcoli più

diligenti, se la divisione fosse fatta con equità, dal primo dei

livellatori all'ultimo dei livellati; ma intanto quei due milioni

comandano il rispetto, incatenano lo sguardo. Si fa il filosofo, si

torce il muso, si gira, ma ci si casca poi sempre, anche giurando che

ciò si è fatto per la bellezza di due occhi, per la freschezza di due

guance, e via discorrendo. Il fatto sta che si guarda quella bellezza

due volte più delle altre, collocate su d'un piedestallo più umile, e

si ha l'aria di voler trovare la ragione di certi riflessi dorati

nella cavità dell'occhio e nel sottosquadro della guancia.

Resta sempre che bisogna essere scaltri e non lasciarsi scorgere. Le

ragazze in genere sono furbacchiotte, e le ricche in particolare sono

sospettose. Con loro, anche a non pensarci affatto, potreste passare

per cacciatori di doti.

E scaltro la parte sua era il signor duca di Francavilla. Il giovane

dilettante di archeologia preistorica mostrava un'eguale sollecitudine

per tutti gli strati sociali di Castelnuovo. Faceva nobilmente la sua

corte alle signore attempate; poi, senza parere, andava dalle giovani,

prendendo posto in mezzo ai due crocchi, mettendosi all'equatore tra

quei due poli, ora tenendo a chiacchiera la signorina Adele, ora la

contessina Berta, parlando a questa di musica, a quella di viaggi. Per

allora, la Gamberini amava discorrere di Riccardo Wagner, la Ruzzani

della Nuova Guinea. E il Francavilla passava dal _Lohengrin_ ai

Papuas, con quella leggerezza, con quella disinvoltura che fa onore a

chi parla e invidia a chi ascolta.

Nè, per la signorina Adele e per la contessina Berta, erano

dimenticate le altre. Il signor duca di Francavilla pagava nobilmente

l'ospitalità di Castelnuovo. Aveva gentilezze per tutte; gli bastava

il cenno di questa o di quella per cambiar materia; pari alle farfalle

di carta inventate dai giapponesi, svolazzava di qua e di là ad ogni

soffio, e non toccava mai terra. Duca portentoso! E dire che quel

giovinotto, uno tra i primi gentiluomini d'Italia, era là, ascoso in

un circondario campestre, passando le mattinate a scavare il suolo

delle caverne, e le serate a profondere il suo spirito nella sala di

una sottoprefettura!

A proposito, e dove abbiamo lasciato il nostro ottimo sottoprefetto?

Un uomo simile non va trascurato. Egli è il primo in Castelnuovo

Bedonia, non lo dimentichiamo.

Il nostro cavalier Tiraquelli era rientrato nella sala di ricevimento,

in compagnia del fido signor Prospero Gentili, il cui volto aperto e

sorridente pareva già lumeggiato dai toni caldi d'un collare della

Corona d'Italia. Il futuro commendatore aveva fatto un mezzo giro a

sinistra, per andare tra gli uomini gravi, nel consesso degli Dei,

accanto al canapè di damasco rosso, dove sfolgoravano di luce propria

la padrona di casa e la contessa Gamberini. Il sottoprefetto aveva

fatto un mezzo giro a destra, verso il crocchio dei begli umori; aveva

ascoltata con benevola gravità una barzelletta del ricevitore del

registro; quindi, come un sovrano in volta attraverso le file de' suoi

cortigiani, era andato verso il pianoforte, dove scoppiettava

l'arguzia del duca di Francavilla.

--Signor duca, bene arrivato. Di che si parlava?

--Ah sì, Ella capita proprio a tempo, signor cavaliere,--disse il

duca, ridendo.--Ce n'ho una che vale un Perù. Ella ha nella sua

giurisdizione una meraviglia, ed io non ne sapevo ancor nulla.--

L'undecimo comandamento: Romanzo · 第 10 / 32 题