_La tomba di Nerone._
Il giorno s'era fatto già grande, e la nebbia non dileguavasi
ancora. Pareva che i raggi del sole evocassero dalla terra grosse
nuvole di vapori, e pareva che queste nuvole, agglomerandosi con
incessante densità, corressero dietro alla nostra vettura per
seppellirla in un vortice caliginoso. Nessun augello si era desto a
salutare di gorgheggi il ritorno della luce. Tratto tratto dalla
folta siepe che costeggiava il cammino, qualche bufalo sporgeva il
capo sonnolento. Talvolta ci era forza arrestarci per dar libero
passaggio ad una grossa mandra di pecore che in quella cieca
atmosfera camminavano a ritroso, urtando nelle zampe de' nostri
cavalli e nelle ruote della vettura. Allora il postiglione rompeva
il silenzio con due o tre bestemmie, a cui i mandriani pareva non
facessero attenzione. Que' poveri diavoli, al paro delle pecore,
avean sveglie le gambe ed il resto del corpo addormentato.
--Fra pochi minuti avremo il sole, disse il postiglione agitando
allegramente la sua frusta.
--Quante miglia ne rimangono per giungere alle porte di Roma?
--Tre miglia.
--Iddio sia lodato! esclamò l'Ascolana.
--Vi assicuro che non è un bel vivere a Roma in questi momenti,
riprese il postiglione.
--Che? ti fa paura il fuoco delle battaglie, mio bel postiglione?
--Non è propriamente del fuoco che ho paura, ma delle palle. Vi
assicuro che i francesi mirano dritto, e tutti i giorni sulle mura
di Roma vi è buon numero di morti e di feriti.
--E nel campo francese?
--Anche laggiù credo non ci sia molto da ridere.
--A tanta vicinanza di Roma dovrebbe udirsi il cannone.
--In questi giorni s'è cessato dal battagliare per dar agio
all'inviato di Francia signor... Lesseps di intavolare trattative di
pace.
--E voi credete che il signor Lesseps riuscirà a qualche
accomodamento...?
--Io credo... Mortacci! Questo è un colpo di cannone... E due, e
tre, e quattro...! Pare che l'inviato di Francia sia tornato colle
pive nel sacco... Ah! ne vedremo di belle, e chi camperà sano poter
contarle ai figliuoli.
In quel mentre un raggio di sole si aprì un passaggio fra la nebbia.
--Misericordia! gridò il postiglione, rattenendo improvvisamente i
cavalli....
--Che avvenne?
--Siamo in mano dei Francesi.....
--Presto.... gira il timone, e indietro a furia!
Il postiglione era bianco dalla paura; le redini gli tremavano nelle
mani; la sua gran frusta era divenuta impotente; invece di manovrare
al regresso come io gli aveva ingiunto, tormentò i cavalli in
foggia sì strana che l'un d'essi stramazzò a terra.
Per noi non v'era più scampo. Alcuni dragoni francesi si fecero
intorno alla nostra vettura, accompagnati da un uffiziale côrso che
doveva servire da interprete.
--Dove sono diretti questi signori?
--Alla volta di Roma.
--Il loro nome, di grazia?
--Sono uno sciagurato cantante, che viene da... Grottamare...
--La signora?
--La signora è... mia moglie.
La bugia era lanciata con buona intenzione. Il Côrso esploratore mi
prestò piena fede.
--E questi signori vanno a Roma....?
--Per cantare.... al teatro.... dell'Argentina....
--La stagione non è molto favorevole al teatro, rispose il Côrso con
ironia; sarà meglio che loro signori vengano con noi. Favoriscano di
scendere dalla vettura.
L'opposizione sarebbe stata inutile. Convenne obbedire.
L'Ascolana mi seguiva come un automa. Ci avanzammo verso un ponte a
metà demolito. Essendo il sole finalmente comparso in tutta la sua
pompa, mi vennero veduti nelle campagne adiacenti due o trecento
soldati, che stropicciandosi gli occhi e distendendo le braccia,
mostravano d'aver passata una mala notte coricati su quel terreno
pantanoso.
Come e perchè quel drappello di soldati avesse occupata una
posizione tanto sfavorevole, mi fu spiegato doppoi. Sullo stradale
per cui io e l'Ascolana e il povero postiglione eravamo poco dianzi
arrivati, si intese di bel nuovo un romorìo di ruote ed uno
scopiettìo di fruste misto a quelle grosse bestemmie, che i
carrettieri d'ogni nazione credono sia il linguaggio più eloquente
per farsi comprendere dai cavalli o dai muli. I soldati francesi si
alzarono tutti d'un salto, ed appostati i fucili, si collocarono
dietro le siepi in modo da non esser veduti da lontano. Poco dopo
s'avanzarono verso il ponte da venti o trenta carri, due dei quali
carichi di polvere e munizioni da guerra, gli altri di pollami,
uova, formaggi, vini ed ogni genere di vettovaglie. Quando il
momento parve opportuno, a un cenno del capitano, i segugi francesi
sbucarono dai loro nascondigli, e fattisi intorno a quei carriaggi,
intimarono ai conduttori di arrestarsi. Quali rimanessero i fieri
romagnoli nel vedersi così inaspettatamente assaliti, è facile
immaginarlo. Lottare era esporsi a morte sicura. I soldati dirigevan
le canne dei fucili contro i poco numerosi, ma ferocissimi
carrettieri, che proferendo una salva di imprecazioni, cedettero
alla evidente certezza della propria impotenza, e si arresero
prigionieri. Fu visto allora uno stranissimo spettacolo; i soldati
francesi montarono sui carri, e cominciarono a man salva il
saccheggio. In men di cinque minuti, i pollami, le uova, i formaggi,
i giamboni, i fiaschetti di vino d'Orvieto, tutto fu messo a ruba, e
il grosso bottino posto come ornamento delle baionette, del giacò e
delle giberne, che mal reggevano all'insolito peso.
Il Côrso mi venne incontro con un fiaschetto di vino d'Orvieto, e
presentandomelo gentilmente, si lasciò scappare queste parole, da
cui sarà facile il comprendere quali sospetti cadessero su me e
sulla mia compagna.
--Bevete, signor cantante! bevete! perocchè avete diritto alla
vostra parte di bottino. Voi andavate a Roma per cantare, non è
vero? E questi altri signori, che venivano dietro a voi, erano forse
i professori d'orchestra ed i coristi... Sta bene! Ma a noi altri
Francesi non le si danno ad intendere così grosse! Due carri di
polvere... Vi par nulla?
--_Fiat voluntas Domini_, esclamai vuotando d'un sorso il
fiaschetto. Un uffiziale francese giovanissimo, già decorato nelle
campagne d'Africa, adocchiava l'Ascolana furtivamente, poi venne ad
offrirle il braccio per accompagnarla nell'interno di un casolare a
poca distanza dal ponte. Ella si volse a me quasi per consultarmi;
l'uffiziale, interpretando quell'occhiata:
--Signora, le disse, io non intendo disgiungervi da vostro marito,
egli può seguirvi, se ciò gli aggrada.
Entrammo in una stanzaccia a pian terreno, dove altri uffiziali
facevano colazione, onorando senza ritardo i giamboni, i formaggi ed
i fiaschetti di vino che poco dianzi avevano _legalmente
acquistati_. All'entrare della bellissima donna, tutti quanti si
levarono in piedi. L'Ascolana parlava il francese a meraviglia:
ella, che da parecchi giorni, esausta di forze, scorata, direi quasi
intorpidita dai patimenti fisici e morali, pareva avesse perduta la
loquela; commossa ora dal nuovo infortunio riacquistò d'un tratto
quell'energia, quella vivacità di linguaggio che erano a lei
naturalissime. Sedette a tavola cogli uffiziali; volle che io le
stessi a fianco, e mangiò coll'appettito convulso di chi ha l'anima
fortemente agitata. Alle galanterie francesi rispondeva con una
disinvoltura ammirabile: I poveri soldati, che forse da tre o
quattro mesi non avean fiutata una gonnella, cadevano in deliquio,
si dimenavano sulle scranne, torcevano gli occhi, insomma, per
servirmi d'una frase Dantesca:
Non avean membro che tenesser fermo.
--Voi avete là una bella moglie! mi sburravano all'orecchio i
commensali più vicini, empiendomi in pari tempo il bicchiere.
--Donna adorabile!
--Donna fascinatrice!
--Che occhi!
--Che labbra!
--Che profilo!
E nell'alternarsi di questi punti ammirativi, i miei ospiti si davan
premura di riempirmi il bicchiere. Coloro s'eran messa in capo
l'idea d'ubbriacarmi. Vinto il marito, pensavano essi, sarà men
difficile la presa della moglie. Ma io non era un marito, e i
furbacchioni fallirono completamente. Da quanto mi accadde quel
giorno, ho dovuto convincermi che l'avere una bella moglie non è
poca fortuna in certe occasioni. Se l'Ascolana non era meco,
avrebbero forse gli uffiziali francesi pensato ad offrirmi
quell'eccellente colazione? Infatti, gli altri prigionieri erano
rimasti di fuori, agglomerati come caproni sotto la vampa del sole
cocente, a divorare cogli occhi i giamboni e gli altri commestibili
che poco dianzi essi aveano recato alle bocche nemiche. Al mio
povero postiglione era toccata l'ugual sorte. Io mi sovvenni di lui:
lo ricordai all'Ascolana, e questa pregò gli uffiziali di inviargli
qualche cibo. È inutile ch'io vi dica con quanta sollecitudine fu
risposto al voto della bellissima donna. Tutti quanti balzarono in
piedi, e recandosi in mano le scodelle, i piatti, i bicchieri,
corsero ad offrire al postiglione una colazione lautissima. Quel
povero ragazzo, vedendosi onorato in siffatta guisa, non capiva più
in sè dalla gioia; prese i piatti, le scodelle, i fiaschetti; li
adagiò sotto un albero, e mangiò come forse mai gli era accaduto
nella vita.
Era già il mezzogiorno, quando da Monte Mario venne improvvisamente
un ordine ai soldati di abbandonare quelle posizioni per
ricongiungersi al grosso dell'esercito. Tutti i prigionieri furono
schierati, distribuiti in drappelli e passati in rivista. Grazie
alla buona opinione che s'ha di noi Italiani al di là delle Alpi,
que' malcapitati carrettieri furono frugati e manomessi dal capo al
piede. Il postiglione fu obbligato a levarsi anche gli stivali. I
terribili perlustratori che con una indecenza poco francese avean
eseguito l'uffizio crudele, non avendo trovata arma alcuna, si
guardarono in viso meravigliati, esclamando colla miglior buona fede
del mondo: «Costoro non sono Italiani!»
Grazie all'Ascolana, mi fu risparmiato quel barbaro affronto. Gli
uffiziali ne offersero un posto sui carriaggi, e vi salirono con
noi. L'Ascolana fu posta a sedere sopra un gran padiglione di
verzura improvvisato alla meglio dagli zappatori, i quali a tal uopo
avevano atterrati quattro o cinque alberetti, e li aveano disposti
sul carro intrecciando ai rami qualche fiore dei campi.
Il capitano tuonò il comando della marcia, e tutti quanti partimmo
alla volta di Monte Mario.
Il luogo dove fummo fatti prigionieri, secondo mi venne riferito dal
postiglione e dagli altri compagni di sventura, denominavasi la
_Tomba di Nerone_.