CAPITOLO IX.

_L'organista di Camerino e il sensale Bertoni di Milano._

All'indomani, prima che l'alba spuntasse, uscii solo dall'albergo,

per cercare una vettura. Ma tutti i cavalli erano stati sequestrati

dai volontari, e il mio povero asinello, nell'attraversare la valle

di Tesino, avea preso una tosse caparbia, una di quelle tossi che

domandano l'assoluto riposo e la cura dell'olio di merluzzo.

Tali ostacoli non potevano trattenere la foga bellicosa

dell'Ascolana. Quand'io rientrai nell'albergo per annunziarle il mal

esito delle mie ricerche:--Ebbene! diss'ella colla massima

indifferenza: noi proseguiremo il viaggio a piedi! Giungeremo più

tardi, ma in tempo da prestare una mano ai nostri fratelli!

Perchè dissimularlo?--Ho già detto più sopra che io non ho veruna

pretesa di eroismo. La speranza di giungere _troppo tardi_ mi fece

accogliere come un benefizio della fortuna la necessità di

proseguire a piedi il cammino.

Consegnammo le nostre valigie al sergente dei carabinieri,

raccomandandogli di portarle a Monte Rotondo, ove la brigata doveva

soffermarsi qualche giorno per completarsi di nuove reclute, e

riorganizzarsi.--E subito, profittando della frescura mattinale,

liberi e lieti come due capriuoli, uscimmo da Spoleto, e in marcia!

In meno di sei ore giungemmo a Terni, dove il giorno precedente era

entrata la compagnia del generale Arcioni... La città era tutto in

fermento. Anche qui, come a Spoleto, difficile oltremodo il trovare

una camera da alloggiarvi. I volontarii dormivano sui carriaggi, nei

caffè, sotto i portici delle case, nelle strade. Dopo aver passate

parecchie ore nella fastidiosa incertezza di dover pernottare sotto

l'azzurro padiglione del cielo--la cavalleresca galanteria di un

uffiziale volontario venne in nostro soccorso. Questo benemerito

uffiziale, che spontaneamente venne ad offrirci la propria camera,

chiamavasi Napoleone... Savon. Personaggio molto singolare, il

quale, nella sua duplice missione di poeta e di soldato, avrebbe

potuto chiamarsi il Camoens della compagnia, se il disordine della

toletta ed altre apparenze non lo avessero assimiliato a Diogine. Ma

del Savon e delle sue eccentrità poetico-militari dovrò dire più

innanzi. Per ora basti questo cenno di gratitudine pel suo tratto

ospitale!

Il dì seguente proseguimmo fino a Narni, dove ci fu dato noleggiare

una vettura per trasferirci quel giorno stesso a Civitacastellana.

A poche miglia da Otricoli, ci venne veduto, attraverso il polverio

della strada, un vecchierello appoggiato alla muraglia come persona

affranta dalla stanchezza.

Indossava un abito color cenere assai logoro; le scarpe

rossiccie aprivano le labbra, e mostravano i denti e la lingua

sitibonda.--Povero viaggiatore, perduto nella solitudine, forse

disperante di toccare la meta...

--Quell'uomo fa dei gesti al nostro indirizzo, disse l'Ascolana.

E il vetturino, per istinto di misericordia, trattenne le bestie.

Il vecchio portò la mano alla fronte come un devoto che accenni al

segno della croce; ma il gesto non fu compiuto, e la mano ricadde

dalla fronte con disperato abbandono.

--Buon uomo! disse l'Ascolana, voi sembrate spossato--se volete

salire nella vettura, noi vi condurremo a Civitacastellana...

--Grazie! rispose il vecchio, grazie!... Se vi degnate accordarmi un

posto nella carrozza, io vi benedirò come il mio angelo salvatore.

Il vecchio non potè proseguire; ma con trasporto di sentita

riconoscenza; egli strinse la mano di Adelaide, e la baciava

bagnandola di lacrime.

Poco dopo, salì nella vettura, e appena i cavalli ripresero il

corso, cominciò a raccontarci la sua istoria:

Era un antico carbonaro, il quale avea passati quindici anni nella

fortezza di Civitacastellana, per espiare il delitto di aver

appartenuto alla setta. I preti lo avevano crudelmente perseguitato

fin da fanciullo, e la condanna profferita contro lui nel tenebroso

Consiglio della Inquisizione, e la immeritata, lunga, angosciosa

prigionia aveano maturato in quell'anima di ferro un odio profondo e

un indomabile desiderio di vendetta. Uscito dalla fortezza, in

seguito all'amnistia del _costituzionale_ Pio IX, era tornato a

Camerino per rivedere la famiglia--una moglie, e due figlie, di cui

non avea più udito parlare. Il povero carbonaro, mettendo piede nel

paese nativo, seppe che la sua vedovanza datava da parecchi anni. La

moglie era ita a Roma per supplicare la clemenza di Gregoriaccio a

pro della famiglia infelice. E frattanto un cardinale del paese, che

l'avea consigliata a quel passo, si era fatto _pagare la

mediazione_ dalle due figlie, in moneta molto abusiva.--La povera

madre, riportò da Roma la terribile convinzione che i preti, quanto

facili ad accordare indulgenza ai morti mediante retribuzione di

pochi baiocchi, altrettanto rigidi e crudeli rifiutano il perdono ai

vivi, quand'anche per essi interceda un sentimento di umanità e di

giustizia.

Rientrò nel tetto domestico coll'angoscia disperata--e sulla soglia

trovò la più grande delle sventure: il disonore.--Il cardinale aveva

operato misteriosamente, con tutta l'arte e la diplomazia di un

corruttore tonsurato, ma le due giovanette non potevano dissimulare

più a lungo le naturali conseguenze del fatto. Il paese

mormorava--gli amici del condannato imprecavano sommessamente--le

povere figliuole, non osando più mostrarsi in pubblico, si

struggevano in lacrime, presso il letticciuolo della madre, che nei

delirii dell'agonia, imprecava al Pontefice. Quando la buona donna

mandò l'ultimo sospiro e l'ultimo anatema contro i sicarii della sua

famiglia, le orfanelle ricorsero al cardinale, e annunziandogli per

iscritto il luttuoso avvenimento, gli chiesero misericordia.--Il

cardinale ricevette la supplica, dinanzi ad una magnifica zuppiera

colma di riso alle quaglie. Lesse, crollò il capo, trasmesse il

foglio al segretario, dicendogli con aria indifferente: vedete di

mandare a queste due disgraziate qualche baiocco sulla cassetta

particolare... di S. Giuseppe. E inforcata una quaglia, e levatala

all'altezza del naso: quest'anno, soggiunse, sono men grasse che

l'anno passato!... Bisogna migliorare la pastura, signor segretario.

Quel briccone di Petronio avrà risparmiato la _pannera_.--Le figlie

del condannato, due mesi dopo scomparvero da Camerino, e più nessuno

ne udì parlare.

Allorquando il vecchio carbonaro seppe da' suoi compaesani la

orribile istoria, mandò un ruggito, e afferrato un coltello, corse

alla Chiesa per scannare il primo prete che gli si parasse dinanzi.

Un amico, un correligionario di carboneria lo trattenne.--L'ora

della vendetta non è ancora suonata; fra breve, non uno, ma

tutti!--E il vecchio prigioniero di Civitacastellana raffrenò gli

impeti della vendetta, nel desiderio di una vendetta più universale

e più terribile. Si chiuse nella casa deserta, e sulla pietra del

vecchio focolare aguzzò la lama del _coltellaccio_; e all'indomani

venne in campo santo, per _ripulire_ l'acciajo sulla croce della

povera moglie.--Quindi incamminossi a piedi fino a Bologna, onde

tener d'occhio una _cattiva bestia_, ch'egli voleva _accarezzare

d'un colpo_ al primo squillo della rivoluzione. Ma la _bestia_,

quand'egli giunse, si era già nascosta in un covo--e quindi gli fu

mestieri attendere e andarla a cercare in altri luoghi.--Il vecchio

carbonaro, nel raccontarci questa lugubre istoria, si animava di un

ardore feroce, e i suoi piccoli occhi bigi parevano carboni

infuocati.--La _cattiva bestia_ era sfuggita sempre alle carezze del

suo _fido_.--Ed ora, egli tentava l'ultima prova, recandosi in Roma,

per vedere--diceva egli--se Iddio sia il dispensiero della giustizia

e il punitore delle scelleraggini umane, o non piuttosto il capo

invisibile dei briganti.

Quel racconto, pieno di episodii commoventi e di descrizioni

vivamente colorite, ci distrasse durante la lunga ed incomoda

scarrozzata.

Compiremo il viaggio in compagnia, disse l'Ascolana, stendendo la

mano al vecchio, poichè questi ebbe finito di parlare. Voi dite di

non aver denaro? Ebbene,--faremo cassa comune. Quindi innanzi voi

potete disporre dei nostri tesori privati... Ma a proposito di

tesori, soggiunse l'Ascolana volgendosi a me con disinvoltura

amichevole; badate, mio buon amico, che io sono ridotta a dover

contare su voi per le spesuccie che ci occorreranno prima di

giungere a Roma. Vi prego di aprirmi una partita di credito: ed io

vi rimborserò non appena avremo posto piede nella città eterna.

Per moto istintivo, io portai la mano alla taschetta del

_gilet_, dove si chiudevano i residui indeterminati del nostro

tesoro.--Palpai, numerai le monete con qualche trepidazione--poi,

rifiutando fede alla prova e controprova del tatto cavai fuori il

denaro, per rivedere i miei conti sul palmo della mano.

Il nostro tesoro si riduceva a una quindicina di paoli.

--Noi dobbiamo sei paoli al vetturino--e questa sera, andando a

Civitacastellana, non potremo passarcela senza cena. Quand'anche

trovassimo una vettura per proseguire immediatamente il viaggio, noi

giungeremo alle porte di Roma senza un baiocco.

--Lasciate fare a me, disse il vecchio carbonaro. A Civitacastellana

io troverò degli amici, i quali ne assisteranno. Con un segno della

mano io farò nascere gli scudi dalle muraglie...

Non fui molto rassicurato da queste parole.

Verso le nove della sera, noi entrammo in Civitacastellana, e tosto

ci dirigemmo ad un albergo di buona apparenza, che era nel mezzo

della piazza grande.--Cenammo frugalmente; chiedemmo all'oste se

fosse possibile noleggiare una vettura per andare sino a Roma.

Quella domanda provocò una risposta quale noi non ci saremmo

aspettata. Il Sindaco della città quel giorno istesso aveva ricevuta

la sgradevole notizia che i Francesi aveano intercettata la

comunicazione con Roma per lo stradale dell'Emilia; non esservi più

che una sola via sicura per noi retrocedere fino a Borghettaccio e

gettarci nelle Sabine. Quanto ai mezzi di trasporto, impossibile

contare sovra altro veicolo fuor quello delle nostre gambe.

La crisi diventava più difficile.

Il vecchio carbonaro, fidente nei soccorsi della setta, usciva

tratto tratto dall'osteria, ripetendo il segno convenzionale della

mano alla fronte a quanti gli venivano incontro. Sventuratamente

egli non trovò persona che rispondesse. In Civitacastellana la

carboneria aveva cessato di esistere, ovvero, ciò che io credo più

probabile, i fratelli, indovinando l'ultima ragione del saluto, non

osavano rivelarsi.

Ci convenne passar la notte all'albergo.

Il giorno seguente, allo spuntare dell'alba, noi ci appigliammo

all'unico partito possibile, e riprendemmo la nostra marcia

pedestre per la via delle Sabine. Pagato il conto all'albergatore,

non ci rimaneva più che una trentina di baiocchi per provvedere al

vitto quotidiano.

Non dirò le torture fisiche e morali di quel viaggio.

Furono cinque giorni di marcia per sabbie infuocate. La notte ci

riposavamo in orribili stallazzi, ove, per conforto delle membra,

eravamo condannati a sdraiarci sul fieno, al fianco di persone

ignote e in compagnia di bestie notissime. Le pulci, le zanzare, ed

altri animaluzzi creati da Dio pel solletico della cute umana, ci

corteggiavano tutte le notti.

Il nostro alimento consisteva in uova, ricotta, o latte agro e

rappreso, che i pastori ci fornivano gratuitamente.

Gli alberghi posti sullo stradale, pressochè tutti erano abbandonati

alla mercè dei passanti. I proprietarii, per evitare molestie o

pericoli, si erano allontanati, nascondendo o portando via le

suppellettili di qualche valore.

Lungo il cammino noi incontravamo dei viaggiatori, i quali ne

facevano parte delle loro provvigioni. L'Ascolana era prostrata di

forze. Il nostro vecchio compagno più volte era caduto nel mezzo

della via colla disperazione della stanchezza.

Quando piacque a Dio, giungemmo a Monte Rotondo, grossa borgata a

quindici miglia da Roma. Le nostre finanze erano ridotte

all'estremo. Non ci restava la croce di un baiocco!

Ma io contava sull'ultima risorsa, sugli ultimi sforzi di un'arte,

che altre volte mi aveva salvato. A Monte Rotondo, io mi era

proposto di rinnovare lo stratagemma di Grottamare, invitando la

popolazione ad un concerto vocale-istromentale a mio benefizio.

Questa volta il peso del trattenimento sarebbe stato condiviso da un

collega del vecchio carbonaro, il quale, per aver esercitata

parecchi anni la professione di organista nella cattedrale di

Camerino, credeva di poter divertire il rispettabile pubblico,

eseguendo sulla spinetta un _Tantum ergo_ ed un _Kyrie_ di sua

composizione.

Fermi nel nostro proposito, entrammo in un alberghetto, e quivi,

animati dalla fede e dall'appetito, ci ponemmo a tavola, e

prelevando una anticipazione sui probabili incassi del concerto,

ordinammo una cena completa.

Sono pure stravaganti i capricci delle rivoluzioni! Chi l'avrebbe

detto--a vederci famigliarmente raccolti intorno alla piccola

mensa--chi l'avrebbe detto, che io, l'Ascolana e il carbonaro di

Camerino, ci eravamo scontrati per caso pochi giorni innanzi--che

ciascuno di noi era trascinato verso Roma da una cura diversa--che

io mi rassegnava a divenire soldato per non aver potuto andare a

Chieti a cantare da baritono--che l'Ascolana, per amor del marito,

era decisa di impugnare un fucile--che il vecchio carbonaro si

recava da Camerino a Roma per piantare il suo stiletto _nell'anima_

di un delatore!

Ma ciò che nessuno avrebbe potuto immaginare, vedendo la ricca

imbandigione che ci stava dinanzi, era il segreto della nostra

_bolletta_ colettiva--l'assenza assoluta di quel vile metallo, che

pure nel mondo rappresenta e conquista le cose più sublimi.

Infatti, mentre noi trinciavamo un grosso pollastro--una voce fioca

e lamentosa, che pareva il sospiro del povero Lazzaro negli atri di

Epulone, ci scosse le fibre del cuore...

E quella voce articolava delle parole in un dialetto a me solo

conosciuto--in quel dialetto meneghino, che mi suona ruvido e

barbaresco quando io l'odo nelle vie di Milano, ma mi commuove come

accento fraterno, se mi vien fatto d'udirlo a trecento o

quattrocento miglia lontano dal Duomo.

--Beati i _sciori_!--sclamò quella voce.--Beati i _sciori_, che

anche in questi tempi trovano della grazia di Dio _de trà in

Castell_!

Non era una domanda esplicita, ma piuttosto una aspirazione

eloquente.

--Signore!.... Se volete tenerci compagnia, e fare un po' di

penitenza con noi....

--Che! lei pure... milanese?

E un giovanetto, dalla persona esile, dal volto sparuto, attraversò

la sala col passo lento e ineguale di chi abbia una ventina di calli

per ciascun piede.

--Profitterò della grazia vostra, mi disse a voce bassa; poichè da

circa diciotto ore non ho gustato cibo e non tengo un quattrino

nelle tasche...

--Tanto meglio! La vostra assoluta _bolletta_ vi fa degno di esser

nostro commensale. Noi pure, quali ci vedete, fra tutti e tre non

abbiamo indosso un baiocco.

Il giovine, che già stendeva la forchetta per attirare sul suo

piatto una coscia di pollo, si arrestò sgomentato.

--Via, buon figliuolo!... Non perderti di coraggio!... Se questa

sera non abbiamo denari, domani penseremo a fabbricarne. Io tengo

una macchinetta, colla quale posso fabbricare a centinaja gli scudi

e i papetti.

--Una macchina per fabbricare gli scudi!... Oh! questa dev'essere

meravigliosa!...

Il povero ragazzo, senza chiedere altre spiegazioni, inforcò la

coscia del pollastro, e si diede a spolparla colle mani e coi

denti.

Finita la cena, l'Ascolana e il vecchio carbonaro si ritirarono per

coricarsi. Io rimasi col nuovo personaggio, il quale, meditando a

stomaco sazio le difficoltà della posizione, non poteva darsi pace.

--Ebbene! ora che abbiamo cenato, prepariamo la macchina per

fabbricare gli scudi.... Favorite di chiedere all'oste quattro o

cinque fogli di carta, e ponetevi a scrivere quanto io sto per

dettarvi...

Il giovine obbedì senza repliche: spiegò un foglio sul tavolo,

intinse la penna nell'inchiostro, poi mi fissò in volto due occhi

attoniti, come un fanciullo che affissi il sacco del cerretano per

vederne uscire le uova.

Allora io dettai il programma del mio secondo

concerto-vocale-istromentale, che doveva aver luogo all'indomani in

una sala qualunque di Monte Rotondo, a benefizio di quattro

volontari, _che partivano per Roma_.

Il mio scriba, ad ogni tratto levando gli occhi dal foglio, mi

guardava, torceva il labbro ad una smorfia indescrivibile; poi di

nuovo curvava la testa, ripigliando la scrittura colla rassegnazione

di una macchina.

--Mio buon ragazzo: questa notte ricopierai il programma sovra dieci

o dodici fogli; poi, domattina di buon ora, n'andrai tu stesso ad

affiggerlo nelle vie più frequentate del paese. Sarai tu esatto

nell'adempiere alla commissione?

--Come è vero che io mi chiamo Bertoni, e che io son nato a Milano.

--Buona notte...!

--E voi credete...? Ma... se...

--Buona notte! Domani alle dieci, ti aspetto nella mia camera....

Dalla tua puntualità dipende la nostra salvezza.... Questi avvisi

produrranno una trentina di scudi, dei quali avrai tu pure la tua

parte.

Il Bertoni aveva perduta la favella.

Io lo lasciai in balìa del suo stupore e salii le stanze superiori.

All'indomani, il fedel giovanetto percorreva la città di Monte

Rotondo, affiggendo con mollica di pane biascicato gli avvisi del

concerto.

Bertoni era divenuto un uomo d'importanza. Tutti gli abitatori di

Monte Rotondo lo guardavano meravigliati e si affollavano intorno a

lui per chiedergli delle spiegazioni.

Il concerto di Monte Rotondo non differì gran fatto da quello di

Grottamare sia pel successo degli artisti, come pel prodotto della

cassetta. Il carbonaro-organista, nell'ora del cimento, fu assalito

da una leggiera indisposizione. Ma il Bertoni--convien rendergli

questa giustizia--prese una parte attivissima al trattenimento,

incaricandosi di illuminare la sala, di distribuire le scranne;

complimentare le donne--e perfino di raccomandare la _abbondante

elemosina_ verso la fine dello spettacolo, a coloro, che entrando,

si erano dimenticati di salutare il bacile.

Raccogliemmo una trentina di scudi. Quella sera istessa, il denaro

fu diviso in quattro parti--una per me, un'altra per l'Ascolana, la

terza per l'organista, e l'altra pel Bertoni.--All'indomani

noleggiai una vettura e partii alla volta di Roma in compagnia

dell'Ascolana. Il Bertoni e l'organista promisero raggiungermi in

quella sera.

Poche ore dopo la mia partenza da Monte Rotondo, alcuni carrettieri,

rientrando in paese, recarono la triste novella, che io, la mia

compagna e il vetturino eravamo caduti in mano dei Francesi, i

quali, senza tanti complimenti ci avevano fucilati l'uno dopo

l'altro nel bel mezzo del cammino. Quella notizia riempì di

costernazione il paese. L'organista e il Bertoni, più vivamente

colpiti, sacrificarono uno scudo per far celebrare tre messe onde

abbreviare il purgatorio ai poveri fucilati. Ma la nostra morte era

stato un sogno dei carrettieri--e i preti recitarono inutilmente le

tre messe di suffragio. Inutilmente?--Ciò non può dirsi--I preti,

quella istessa sera, all'osteria di Pietro Rossini, commutarono il

denaro delle esequie in tanti fiaschetti di eccellente Sabino.

In chiave di baritono · 第 12 / 25 题