_Un concerto sconcertato._
Sai tu, lettore mio, quanto costi di noje, di rabbie, di attacchi
nervosi, l'organizzare un concerto musicale?
È più facile l'appaiare ad un carro una tigre ed un coniglio,
educare ad amichevole consorzio due sorci ed un gatto, trovare alla
Camera dei Deputati due onorevoli che vadano perfettamente d'accordo
in una quistione politica, riscontrare presso il letto d'un
ammalato due medici d'egual parere sull'indole di una malattia,--che
non il riunire i tanti elementi all'apparenza identici, di che si
costituisce un concerto.
E dopo tante cure, tanti affanni, qual frutto?
Domandatelo a quei tanti artisti di merito, che da molti anni se ne
vanno pel mondo con un violino o con un piffero...
La domenica fatale era giunta...
Suonavano le nove del mattino, quand'io sentii bussare leggermente
alla porta della mia celletta.
--Son io, disse il sagrestano avanzandosi con esitazione.
--Che vi ha di nuovo?
--Una disgrazia. Ieri io aveva promesso di concorrere co' miei pochi
talenti allo spettacolo di questa sera; voi vi affrettaste ad
iscrivere il mio nome sull'avviso; ed oggi...
--Ebbene?
--Oggi non posso...
E qui il buon sagrestano a ripetermi le proteste del curato e del
coadjutore, i quali non permettevano che egli uomo di chiesa, avesse
a prender parte ad uno spettacolo tanto profano. Si trattava
nientemeno che di un terribile dilemma, per cui il povero figliuolo
era minacciato di perdere il suo impiego nella bottega del Signore.
--No: buon sagrestano; tu non verrai dimesso della tua carica,
risposi io stringendogli la mano. Annunzieremo al pubblico la tua
_improvvisa indisposizione_, e il Birecchi ti supplirà strappando
otto denti in luogo di quattro.
Io non aveva finito di profferire queste parole, quando il direttore
della banda civica entrò anch'egli nella mia cella con aria
compunta. Egli veniva ad annunziarmi che i quattro pezzi di _scelta_
musica non si potevano eseguire per quella sera. I dilettanti del
paese già da quattro anni non si erano più _dilettati_ di suonare in
concerto. Ricorrendo a i loro istrumenti, aveanli trovati guasti
dalla polvere e dal verde-rame.--Al corno mancavano due cerchielli,
al flauto tre chiavi, all'oboe il becco; e nella gran canna del
bombardone già da molto tempo avea preso dimora una colonia di
sorci. Oltre di ciò, nel paese non si trovava altro pezzo di musica
fuori di una marcia funebre scritta otto mesi prima, dal maestro
C..., in occasione di illustre matrimonio.
In brevi parole.--Prima che il mezzogiorno fosse suonato, tutti i
dilettanti e professori, che doveano prendere parte al concerto,
vennero da me per iscusarsi di non poter adempiere alle loro
promesse.
Discesi a Grottamare inferiore--corsi alla casa del Birecchi, il
solo artista che ancora mi rimanesse fedele; ma qual fu il mio
stupore nello intendere che il perfido dentista la notte precedente
era partito per Camerino!
Allora sentii mancarmi le forze--ebbi un momento di vertigine--con
un lampo di strabismo mentale lanciai gli occhi nel passato e
nell'avvenire--poi, in un accesso di disperazione, risolvetti di
dare il concerto da solo.
Ma come fare? Il tempo stringeva. E conveniva ripulire il teatro,
farvi trasportare un pianoforte, trovare un maestro accompagnatore,
destinare qualche galantuomo alla sopraintendenza della cassetta; e
il mezzogiorno non era discosto, ed io mi sentiva già stanco dalle
contrarietà indurate. Poichè vidi che ogni cosa volgeva alla peggio,
e pareva decretata dai fati la mala riuscita di quella intrapresa,
io pensai bene d'andarmene a pranzo, indi sdraiato sovra un divano,
attendere l'ora dello spettacolo, che, secondo tutte le probabilità,
doveva terminarsi con una pioggia di sassate.
Quel giorno pranzai all'albergo del _Marcuccio_ in compagnia
dell'Ascolana. Prevedendo i pericoli che in quella sera mi
minacciavano, la pregai di non intervenire allo spettacolo--indi
attesi rassegnato l'ora di recarmi in teatro.
Il sole volgeva al tramonto, quando un messo del sindaco,
accompagnato dall'ottimo sagrestano, recommi le chiavi del teatro.
Io le presi tremando, come se il ferro dovesse bruciarmi le dita.
Il sagrestano cavò di tasca una ventina di moccoli, che egli aveva
raccolti nella chiesa acciò mi servissero per l'uso profano di
illuminare la platea.
Poichè i due messi furono partiti, mi feci recare dal Marcuccio
quattro bottiglie di vino: le collocai in un paniere coi moccoli e
le chiavi, indi, recatomi il paniere sottobraccio, tutto solo, a
lenti passi mi avviai verso il teatro, ove mi chiusi, e cominciai a
prepararmi alla rappresentazione, vuotando d'un fiato una bottiglia.
Alle otto ore la sala era illuminata.--Apersi la porta--una ondata
d'uomini, donne e fanciulli si precipitò per entrare.
Alto là! gridava il sagrestano, agitando un randello.--Guai a chi
entra senza pagare! Morte ai ladri! Indietro la canaglia! Viva la
cortesia, la generosità! Trattasi dell'onor del paese! Bravi
figliuoli! Attenti al bacile!... Ah! sta bene! Grottamare è il paese
dei nobili cuori!..
Diffatti in meno ch'io vel dica, eran piovuti nel bacile un
centinaio di paoli e una ventina di papetti.
Finito quello sfogo popolare, l'alta aristocrazia del paese,
capitanata da un conte e da un barone, sfilò dinanzi al bacile,
gettandovi grosse monete d'argento. Alle otto e un quarto circa, la
platea, i palchi, il loggione eran colmi di gente--e il bacile
presentava l'aspetto più consolante.
Il Rubicone era passato--omai non si poteva retrocedere.
Qual fosse l'animo mio non saprei dirvi; più la gente ingrossava e
più crescevano le mie angoscie, sebbene alquanto io mi fossi
rassicurato nell'udire come il pubblico si mostrasse già soddisfatto
della illuminazione, alla cui vista avea mandato un urlo di viva!
Allo scoccare delle otto e mezzo, dopo aver intascate le monete che
erano nel bacile, abbandonai il posto di portinaio, e salii sul
palco scenico per dar principio al trattenimento. Vuotai una seconda
bottiglia, indi rimossa la tela, mi presentai sul proscenio onde
annunziare al pubblico le _indispozioni_ sopravvenute agli artisti
colleghi, e prevenirlo degli inconvenienti accaduti. La mia breve
arringa si chiuse fra plausi d'entusiasmo. Il coraggio mi risalì dai
talloni alla testa:--vuotai la terza bottiglia--ordinai fosse
immediatamente alzato il sipario, e appena scoccato l'ordine, corsi
io stesso ad eseguirlo. Tirata la funicella, il sipario si alzò fra
nuove grida di entusiasmo.
Per intrattenere aggradevolmente la numerosa adunanza io dovetti in
quella sera esaurire tutta la lena de' polmoni e del cervello.
Accompagnandomi ad una spinetta scordata, cantai non meno di venti
pezzi da soprano, da tenore e basso; improvvisai una dozzina di
sonetti a rime obbligate; declamai quattro canti della _Divina
commedia_...
Il trattenimento poetico musicale durò fino a mezzanotte, e forse
sarebbesi protratto infino all'alba, se un caso inaspettato, ed a me
favorevolissimo, non avesse obbligato gli spettatori ad uscire dal
teatro. I moccoli del sagrestano, quei moccoli per cui, al
cominciare della rappresentazione, il teatro brillava di tanto
bagliore, essendo, come ognuno può immaginare, di varia dimensione
e grossezza, col proceder del tempo s'erano andati spegnendo ad uno
ad uno, versando sul rispettabile pubblico una broda tepida e
viscosa. Verso mezzanotte la sala non era più rischiarata che da un
solo lucignolo; ed io era giunto alle cadenze della ventesima
cavatina, e già un migliaio di mani stavano alzate per applaudire,
quando ad un tratto anche quest'ultimo raggio venne a mancare, e il
palco scenico, la platea, tutto insomma il teatro, s'immerse nel
buio più denso.
La sorpresa fu generale. Gli uomini mandarono un urlo spaventevole,
le donne risposero cogli strilli.--Chi cerca tastone il cappello,
chi appoggiandosi alle muraglie si trascina verso la porta d'uscita;
l'uno s'aggrappa all'altro; chi urta, chi spinge, chi s'azzuffa e le
panche rovesciandosi con fracasso, pestano senza misericordia i
calli della vile moltitudine, e stracciano le gonnelle delle
signore. Fu vero miracolo che in tanta confusione nessuno si
fiaccasse il collo o spezzasse il cranio alla parete.
Dopo dieci minuti di scompiglio, il sagrestano comparve finalmente
in sulla porta del teatro con un lampione inchiodato ad una pertica.
Alla vista di quel faro, tutti proruppero in grida di gioia, e beati
dell'improvvisa luce, con calma e nel miglior ordine possibile
uscirono dalla sala.
Accompagnato dal fedel sagrestano e da quindici o venti giovinetti
del paese, io discendeva poco dopo a Grottamare inferiore, recando
con me un sacchetto di circa quaranta scudi romani. Lagrime di
tenerezza mi piovvero dalle ciglia quando, giunti all'albergo del
_Marcuccio_, dovetti accommiatarmi da quei bravi e generosi amici, e
ricevere il bacio d'addio, e udire le schiette parole di benevolenza
che i Romagnoli ed i Marchigiani profferiscono con tanto di cuore.
All'indomani, verso le quattro del mattino, io salii coll'Ascolana
nella vettura del Marcuccio. Il sagrestano quella notte non s'era
coricato. Quel dabben figliuolo voleva esser testimonio della mia
partenza, ed augurarmi ancora una volta il buon viaggio. Appena lo
vidi appressarsi corsi a lui, e lo abbracciai come un fratello; poi,
tratti di tasca due scudi, glieli posi nella mano.
--Che!--diss'egli, quasi indispettito--credereste ch'io potessi
accettare.....?
--Non sono per te, buon amico. Quando io sarò partito, fa di recarti
al convento e di presentare cotesto regaluccio a frate Domenico in
segno della mia riconoscienza; e siccome quel buon religioso
rifiuterà il denaro, provvedi del tabacco da naso, e pregalo
d'accettare la tenue offerta d'un povero diavolo, che sempre farà
voti per lui.
Il sagrestano prese gli scudi, mi gettò le braccia al collo, e dopo
un ultimo bacio se ne andò singhiozzando.
Io salii nella vettura; il figlio del Marcuccio arringò le sue
bastie; e partimmo alla volta di Macerata.