CAPITOLO V.

_Risoluzioni ed espedienti._

Il partito era preso.--Non restavami che trovare i mezzi per seguire

la bella Ascolana sul nuovo cammino ch'ella mi additava.

Farmi soldato.... combattere.... morire forse!... Perdonate, miei

buoni lettori; io non ebbi mai molta fede nel mio eroismo, e ne ho

ben poca nell'eroismo degli altri.--L'idea dei pericoli che io

doveva incontrare sul sentiero della gloria, mi preoccupò seriamente

lo spirito pel corso dei quindici giorni che io dovetti passare a

Grottamare, attendendo la completa guarigione della mia bella

compagna.

E nondimeno quei giorni trascorsero per me deliziosi, fra le

ascetiche meditazioni del convento e la men casta contemplazione di

una beltà provocante, innanzi a cui si erano dileguati tutti i miei

santi propositi.

Frattanto l'Ascolana riacquistava ogni giorno nuove attrattive col

rifiorire della salute. I suoi grandi occhi si aprivano sfavillanti

come gemme; le labbra si animavano, la voce acquistava quel timbro

da contralto, che io ritengo esser la voce ermafrodita degli

angioli.

Appena fu in grado di abbandonare il letto, Adelaide--tale era il

nome dell'Ascolana--uscì con me al passeggio. Ella si appoggiava al

mio braccio, e tutta lieta delle forze rinascenti, camminava con

lena giovanile sulle sabbie del mare, infino a quando io non

l'avessi ammonita di far ritorno all'albergo. Pareva una giovane

rondinella, che vicina a passare l'Oceano, tentasse con brevi voli

la vigoria delle penne.

Una sera, tornando da una passeggiata più lunga del consueto, mentre

io stava per congedarmi da lei «Amico, mi disse con accento

risoluto; lunedì prossimo noi partiremo per Roma».

--Sì presto?

--Anche troppo abbiamo indugiato. Aspetteremo noi che i fratelli

abbiano compiuta l'impresa senza di noi?

--Quando crediate che la vostra salute non debba soffrirne--per me,

sono pronto a seguirvi.

--Dunque... deciso!

--Deciso! risposi risolutamente.

Ed io ripresi il cammino del convento coll'animo più agitato che

mai. La risoluzione della Ascolana, sebbene naturalissima, fu come

una pietra lanciata nell'onda tranquilla dell'anima mia.--Le mie

finanze non si erano fino a quel giorno aumentate di un solo

baiocco. Ora, come poteva io accompagnare la bella Ascolana senza

premunirmi le tasche del denaro occorrente alle spese di viaggio?

Con tali pensieri entrai nel convento e mi presentai ai monaci nel

punto che essi mettevansi a tavola.

--Voi mi sembrate turbato, disse padre Serafino, il superiore del

convento.

--Lo sono pur troppo. Ho deciso partire da Grottamare lunedì

prossimo, per recarmi a Roma.

--A Roma! esclamarono ad un punto tutti i religiosi.

Quell'annunzio produsse un effetto di stupore.

La cena fu più triste, più silenziosa del consueto. Levatomi da

mensa, io mi recai alla cella di frate Domenico. Poichè fui solo

con lui, il dabben uomo, appoggiandomi la destra in sulla

spalla--figliuolo, mi disse--voi avete presa una santa risoluzione.

Io non aveva osato parlarvi apertamente prima d'ora; ma il rimaner

qui, fra gli ozii del convento, a voi giovane ancora e robusto, era

proprio vergogna. Andate, che il Signore vi benedica! Se Iddio

concede vittoria alle nostre armi, spero che un giorno ci rivedremo.

Se è scritto nei voleri della Provvidenza, che prima di ottenere il

trionfo, i campioni della civiltà e del progresso vengano sottoposti

a più dure prove--se Roma è destinata a ricadere sotto il dominio

assoluto del Pontefice... allora (e la voce del frate divenne fioca)

allora dite un _requiem_ all'anima del povero frate Domenico--perchè

io son certo che le libere idee da me espresse in questi giorni mi

costeranno la vita!

Io uscii dalla cella del frate. I monaci, che attraversavano i

lunghi corritoi mi parevano vampiri. Mi chiusi a chiave nella mia

cella, nè per quella notte potei prender sonno.

Però, da quella veglia inquieta nacque una ispirazione felice, ed io

trovai l'espediente per ristorare le mie povere finanze.

All'indomani, verso le dodici ore, un gran cartellone, scritto a

inchiostro di vari colori, annunziava agli abitanti di Grottamare

un grandioso trattenimento vocale-istrumentale-poetico-dentistico,

che dovea aver luogo nella sala del teatro la prossima domenica.

Alcuni dilettanti del paese avrebbero eseguiti quattro pezzi di

scelta musica, io avrei cantate sedici o venti cavatine fra buffe e

serie, il Birecchi avrebbe strappati non so quanti denti al cospetto

del pubblico; e un poeta di passaggio avrebbe improvvisati e

declamati un centinaio di sonetti. Il prezzo d'entrata, perchè fosse

proporzionato alle finanze di tutti, si lasciava all'arbitrio degli

spettatori. Il teatro sarebbe illuminato a giorno.

Quel gran cartellone produsse l'effetto ch'io mi attendeva. Gli

abitanti di Grottamare ricchi e poveri, giovani e vecchi, rimasero

stupefatti dal pomposo annunzio. È bene l'avvertire che già da

quindici anni non s'era riaperto quel teatro a spettacoli di sorta,

e i proprietarii dei palchi sospiravano da gran tempo una buona

occasione per riprendervi un dritto di possesso, che da tempo

immemorabile i ragni ed i sorci avean loro usurpato. Quindi è che

non mai, anche all'epoca solenne dell'apertura, s'era veduta la

popolazione di Grottamare con tanta esultanza, tanto trasporto,

tanto entusiasmo affollarsi dinanzi ad un avviso teatrale. Io mi

avvidi d'aver trovata la miniera degli scudi; e sicuro di poterne

ricavare quanto mi abbisognava per le spese di viaggio, mi tenni

l'uomo più beato della terra.

In chiave di baritono · 第 8 / 25 题