Fra Mariano diede un sospiro e disse:--Anche questo farò.--

La moribonda stette alquanto in silenzio, e le corse alla mente

Zoraide, la sua protetta, colla quale in quegli ultimi giorni aveva

pur avuto qualche rancore: supplicò il frate che cercasse di lei nel

monastero di Sant'Orsola, e le recasse cogli ultimi saluti un suo

monile, pregandola a portarlo per amor suo: raccomandò a lui quella

povera derelitta, le trovasse egli un ricovero onorevole, e soprattutto

cercasse di farla cristiana. Dopo di che seguitava:

--Un'ultima carità poi vi dimando, e certo me l'accorderete. Fatemi

seppellire nella cappelletta sotterranea di Sant'Orsola, vestita

dell'abito del monastero. Mi consola il pensare che dormirò in pace

vicino all'immagine di quella Vergine, che ha pur finalmente ascoltate

le mie preghiere, e posto un termine alla mia miseria.

--Ebbene--disse Fra Mariano frenando a stento le lagrime--il vostro

volere sarà eseguito in tutto.--

Uscì ciò detto, e fatta rientrare Vittoria Colonna, prese egli la

parola per non lasciare che Ginevra, alla quale veniva mancando la

lena, s'affaticasse col parlar troppo, e disse:

--Signora! vi prego di cercar di Donna Elvira e far che venga qui:

questa povera giovane vorrebbe dirle due parole.--

Vittoria, che non s'aspettava a questo, rimase così un momento sospesa,

pure s'avviò senza replicare, mentre Ginevra le diceva:--Mi perdoni se

le do questo disagio, ma non è tempo da perdere.--

Era presso alle quattro ore di notte, ed il ballo era finito da pochi

momenti: le sale s'andavano votando: sfilavano giù per lo scalone

gl'invitati accompagnati dai baroni dell'esercito spagnuolo.

Consalvo aveva in quel punto dato commiato al duca di Nemours ed ai

suoi cavalieri, che, montati a cavallo, se ne ritornavano al campo

preceduti da molte torce.

Nel cortile era un brulicare di gente a piedi ed a cavallo, un rumore,

un gridare che rimbombava per tutto il castello. Le donne partendo

salivano in groppa agli uomini di loro compagnia, come s'usava in quel

secolo, e così diminuendo sempre la folla e lo strepito, in poco tempo

rimase affatto vuoto il cortile, se non che qualche servo lo traversava

per suo ufficio: s'udivano aprire e chiuder porte, si vedean girar lumi

sulle logge e per le finestre, ed alla fine quando l'orologio battè le

sei ore, la guardia della porta alzò il ponte che dava sulla piazza, e,

cessato il suono delle catene che lo reggevano, succedette un silenzio

che non fu più interrotto pel rimanente della notte.

Vittoria intanto aveva attraversato le sale ove si attendeva a spegner

i lumi e dar sesto al mobile; giunse alla camera ove già s'era ritirata

Donna Elvira che cominciava a levarsi d'attorno gli ornamenti e le

gale. La trovò in quest'occupazione ajutata da due cameriere, la cui

opera, al modo dispettoso col quale le trattava, pareva non le fosse

troppo gradita: era accaldata, rossa in viso, ed all'aspetto tutt'altro

che soddisfatta della sua serata. Quando vide entrar Vittoria, un

intimo senso prodotto forse da un nascosto rimorso le fece nascer

il pensiero che la sua amica avesse a parlarle su un tuono che in

quel momento le pareva duro di sopportare. Quest'idea fu cagione che

l'accogliesse con un atto di sorpresa che non celava interamente

l'impazienza. Vittoria se n'avvide, ma senza darne segno, le disse con

tutta dolcezza, che la pregava ritardasse in suo servigio di andar

a letto per un quarto d'ora, e venisse a quello di Ginevra che la

domandava. Dovette per conseguenza spiegarle come si trovasse quivi

costei; e la figlia di Consalvo, che, come tutti i capi sventati in

genere, aveva in fondo buon cuore, fu contenta d'andarvi, tanto più che

vide la cosa prender miglior piega che non s'aspettava.

Vennero dunque insieme alla camera di Ginevra, ed entrate

s'avvicinarono al letto. La bellezza di Donna Elvira non avea tanto

spiccato allorchè il suo vestire e la pettinatura era foggiata col

maggiore studio, quanto ora appariva in quel disordine che lasciava

ondeggiar liberi sul collo e sulle spalle i suoi lunghissimi capelli

d'oro; Fra Mariano abbassò gli occhi, e la povera Ginevra nel mirarla

sentì un fremito interno, e diede un sospiro, al quale il buon frate

non potè negar compassione. Rimasero così le tre donne mute alcuni

minuti, dopo i quali, alzandosi Ginevra sul gomito, disse:

--Signora! voi stupirete ch'io sia tanto ardita di disturbarvi, non

conoscendovi, nè essendo conosciuta da voi; ma a chi si trova a questo

passo si perdona tutto. Prima però di parlarvi più aperto debbo

domandarvene licenza: posso dirvi due parole con libertà? Qualunque sia

la vostra risposta, essa sarà chiusa fra poco nell'avello con me; ma

posso parlare presente questa signora, o volete che siam sole?

--Oh!--disse Donna Elvira--questa è la più cara amica ch'io m'abbia,

ed essa m'ama più assai che non merito, onde dite pur su, cara la mia

signora, che son qui per ascoltarvi.

--Quand'è così, e giacchè me ne date licenza, ecco la sola

interrogazione che vorrei farvi.--

Ma a questo punto, come per prender vigore, e preparar la frase che

non sapeva come incominciare, si fermò un momento. Il proposito di

perdonar a quella che le era cagione di così disperato dolore, era

stato fermato con tutta la sincerità del cuore; ma chi vorrebbe esser

tanto severo da far un delitto all'infelice se al momento di divenir

certissima che i suoi occhi non l'avean ingannata e che il giovane

veduto a' piedi di Donna Elvira era Ettore veramente, si sentisse una

ripugnanza invincibile ad acquistar questa certezza? Chi avrebbe cuore

di condannarla se nutrisse ancora un'indefinita speranza d'aver preso

scambio, e di sapere che Ettore era ancora quello di una volta?

Comunque sia, dobbiam dire che crediamo questi sentimenti non fossero

estinti interamente, e ne nascesse la breve dubitazione che produsse

quel momento di silenzio.

Pure alla fine disse risolutamente, e con voce chiara e spiccata:

--Ditemi dunque, e perdonatemi se ardisco domandarvi tanto: non eravate

voi stasera sulla loggia che guarda la marina, circa le tre ore, e non

era a' vostri piedi Ettore Fieramosca?--

Quest'interrogazione egualmente inaspettata e diretta, scosse le due

giovani quantunque per diverse cagioni; il viso di Donna Elvira divenne

color di brace, ella rimase senza poter profferir sillaba. Ginevra che

la guardava fissa in viso, capì tutto, si sentì agghiacciare il sangue,

e riprese con voce mutata:

--Signora! son troppo ardita, lo conosco, ma vedete, io muojo, e vi

domando pel perdono che tutti speriamo nell'altra vita, di non negarmi

questa grazia; rispondetemi: eravate voi....? era esso....?--

Donna Elvira credeva di sognare; volgeva lo sguardo timido a Vittoria,

la quale leggendole negli occhi che temeva la sua severità, e

conoscendo non esser quello il momento di mostrarla, l'abbracciò, e

senza profferir parole la rassicurava.

Ginevra si sentiva morire nell'incertezza: stese le palme aperte e

tremanti alla donzella, e con voce che potè dirsi grido disperato

replicò:

--Ebbene, dunque?....

Donna Elvira si strinse atterrita nella sua amica, abbassò gli occhi, e

rispose:

--Sì.... eravam noi....--

Il viso dell'infelicissima Ginevra fece una mutazione come se si fosse

dimagrato tutto in un tratto; pure a stento si sollevò a sedere sul

letto, prese per la mano Donna Elvira, se la fece accostare, le gettò

le braccia al collo, e disse:--Dio dunque vi benedica e vi renda

felici.--

Ma quest'ultima parola fu appena udita, e forse, prima d'essere stata

articolata interamente, già l'anima sua riceveva in cielo il premio

della vittoria più ardua che possa riportare una donna sopra sè stessa,

del perdono più magnanimo che possa accordar un cuore umano.

Le sue braccia che erano intrecciate al collo della figlia di Consalvo,

perdendo la forza ricaddero insieme col corpo che ritornò supino sul

letto. Il suo volto prese in un momento l'atto e il colore della morte:

la conobbero le due donzelle, mandarono un grido. Il frate rimase

per alcuni momenti come senza respiro: alla fine disse, giugnendo le

mani--Questa è sembianza di paradiso.--Poscia inginocchiatisi tutti

e tre orarono pel riposo di quell'anima che tanto ne abbisognava, e

l'avea saputo così ben meritare. Composero le sue mani sul petto, e Fra

Mariano intrecciatale fra le dita la corona che aveva alla cintola,

postole a' piedi un lume, disse: _requiescat in pace_; ed in cuor suo

ora pregando per lei, ora volgendosi a domandar la sua intercessione

come d'un'anima che gli pareva per fermo dover essere in luogo di

salvamento, condusse le due donzelle fuori di quel luogo funesto, e,

ritornato presso la defunta, vi passò in orazione le ore che mancavano

al giorno.

* * * * *

Una delle mire principali di Consalvo nell'accordar il suo consenso

alle disfide che si dovevan combattere fra Spagnuoli e Francesi, e

fra Italiani e Francesi, era stato il guadagnar tempo onde potessero

giungere gli ajuti che aspettava di Spagna per mare, privo dei quali

essendo troppo inferiore di forze all'esercito nemico, gli era

convenuto star chiuso in Barletta senza poter tentar fazione che fosse

d'importanza. Nel corso però della giornata, in cui si trovava avere

ospiti suoi i baroni francesi, gli erano state recate lettere che gli

annunciavano vicino l'arrivo delle navi cariche d'uomini, le quali,

superata già la punta di Reggio, poco potevan tardare a comparire

avanti a Barletta. Conoscendo perciò che non gli tornava il trarre le

cose più in lungo, e che non avrebbe bisognato lasciar cader l'animo

che veniva ad accrescersi fra' suoi per l'arrivo de' nuovi soldati,

fece in modo, parlando di questi scontri col duca di Nemours e cogli

altri Francesi, di persuaderli a prendere il giorno più vicino che si

potesse. Così fu deciso che gli Spagnuoli combattessero l'indomani

del ballo, in uno spazio lungo il mare, mezzo miglio fuor della porta

che va a Bari, e gli Italiani il terzo giorno, in un luogo che già

da Brancaleone e da Prospero Colonna era stato veduto e stimato a

proposito, ed era posto presso la terra di Quarato, a mezza strada fra

Barletta, ed il campo francese.

I cavalieri delle due parti, avvisati dai loro capi di quanto era stato

deciso, pensarono tosto ai fatti loro: i Francesi, quelli che dovean

combattere, lasciato il ballo, tornarono al campo prima degli altri

per aver tempo di dar ordine a quanto occorreva per la battaglia, e

gli Spagnuoli del pari, tornati ognuno al suo alloggiamento, attesero

ad allestirsi, e fare in modo d'aver qualche ora di riposo prima

della mattina. Ad Inigo ed a Brancaleone fu data la nuova quando,

già allogata Ginevra nella camera d'onde non dovea uscir viva, erano

andati pel frate, ed il primo, che era del numero de' combattenti, per

dar ordine alle cose sue, dovette lasciar al compagno il pensiero di

ritrovar Fieramosca ed ajutarlo in questi suoi casi. Si strinsero la

mano lasciandosi e dicendo Inigo:

--Come potrà combattere domani l'altro, se stasera non poteva reggersi

in piedi?--

Brancaleone per sola risposta scosse il capo mordendosi il labbro

inferiore, e mostrando nell'aspetto che sentiva tutta la verità della

riflessione dello Spagnuolo. Si tolse di quivi, e, sceso al porto,

salì in un battello sollecitando d'esser presto al monastero per dire

ad Ettore, come avevan promesso, qual fosse stato l'esito delle loro

ricerche.

Prima però di narrare in che stato trovasse il suo amico, che avea

lasciato tanto a mal termine, dobbiamo, prevenendo ciò che accadde la

mattina seguente, narrar il fine dell'impresa degli Spagnuoli.

Quando le due compagnie di undici uomini d'arme per parte si trovarono

sul campo, era già uscito il sole da un'ora. Fra gli Spagnuoli, Inigo,

Azevedo, Correa, il vecchio Segredo, Don Garcia di Paredes erano i

più rinomati; e gli altri, quantunque meno conosciuti, eran tutti

buona gente d'arme e bene a cavallo: Pedro Navarro avea da Consalvo

ricevuto l'incarico di servir di padrino. Dalla parte francese questo

era dato a monsignor della Palissa, che fra' suoi guerrieri contava

Bajardo l'onore della milizia d'allora. La battaglia si mantenne

per molto tempo con pari fortuna dalle due parti. Segredo alla fine

ebbe da un colpo di spada recise le redini, che teneva tirate; onde

portato a furia dal cavallo, stava per uscir del campo. Questo caso,

preveduto dai regolamenti dei duelli, si teneva per una sconfitta, e

colui al quale accadeva dovea darsi prigione. Vedendo il buon Segredo

che il cavallo stava per varcar i limiti ch'eran segnati intorno

intorno da grossi pezzi di macigno, si buttò a terra, e quantunque per

la difficoltà del salto, e forse perchè gli anni lo rendevano meno

agile, cadesse in ginocchio, si difendea arditamente da due uomini

che a cavallo lo combattevano. Ma la spada gli andò in pezzi, e non

trovandosi altr'arme, ed essendogli riuscito vano il rifuggirsi fra'

suoi che si trovavan distanti, dovette arrendersi e ritirarsi dal

campo. La cosa era però andata tanto coll'onor suo, che da tutti fu

lodato, e compianta la sua disgrazia. Dopo quest'accidente seguitandosi

a combattere parve che la fortuna andasse inclinando alla parte

spagnuola. A molti Francesi erano stati uccisi i cavalli: e qui è bene

d'avvertire il lettore che, malgrado le antiche regole cavalleresche,

si soleva spesso in queste disfide esser prima d'accordo di poterli

ferire, onde fossero più vera immagine della guerra, ove non più o

rarissimo s'usava questa cortesia, e per mostrare anche maggiormente la

perizia de' combattenti. Dopo due ore di menar le mani i padrini fecero

dar nelle trombe, e così divisa la zuffa accordarono un breve respiro.

Gli Spagnuoli erano tutti a cavallo, ed alla loro truppa non mancava

che Segredo. De' Francesi un solo s'era dovuto dar prigione ed in ciò

eran pari, ma giacevan sul campo sette de' lor cavalli uccisi. Bajardo

però era ancora in sella. Dopo una mezz'ora di riposo fu ripreso il

combattimento, e, malgrado gli sforzi degli Spagnuoli, i loro nemici

si mantenevano quasi direi trincerati dietro i corpi de' cavalli, sui

quali que' degli avversarj, benchè ammazzati di speronate, non vollero

mai passare. Così dopo molto affannarsi e maneggiarsi inutilmente,

venne dai Francesi la proposta di finir la battaglia e restarne con

pari onore.

Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta · 第 36 / 46 题