Francesco Valori, eletto Gonfaloniere, propone delle nuove leggi. Si
celebra il carnevale col _bruciamento delle vanità_. I Frati di San
Marco comprano la libreria dei Medici. Idee del Savonarola intorno al
bello; sua difesa della poesia; suoi componimenti poetici. [1497.]
Nel gennaio e febbraio 97, avendo gli avvenimenti dell’anno passato
rimesso in favore il partito popolare, veniva eletto Gonfaloniere di
giustizia Francesco Valori, con una Signoria tutta a lui devotissima.
Se egli fosse stato d’animo più temperato e di passioni meno ardenti,
era forse venuto il momento di mettere un freno agli Arrabbiati ed ai
Bigi. Ma il Valori che si lasciò sempre trascinare dal suo impeto, non
volle questa volta prestare alcun ascolto alle parole del Savonarola,
che suggeriva di restringere un poco il Consiglio Maggiore, per
escluderne quelli che cospiravano contro alla repubblica; e volle
invece allargarlo. Fece, quindi, vincere una nuova legge, la quale
decretava, che per entrare nel Consiglio Maggiore, in luogo di trenta
anni, bastasse averne ventiquattro. Il suo fine era di assicurare
la repubblica, col renderne il popolo sempre più largamente ed
assolutamente signore; ma l’effetto seguiva assai contrario ai suoi
desiderii, giacchè questa legge apriva il Consiglio alla gioventù
scorretta e tumultuosa degli Arrabbiati, la quale era quella che più
di tutti odiava il Savonarola, il nuovo governo e il nuovo vivere da
lui introdotto. Proibiti i balli e le feste, distrutto il carnevale,
la vita avea per essi perduto ogni scopo; onde s’erano fatti autori
principali di tutte le insidie dirette contro al Frate. E per meglio
operare di concerto, s’erano uniti in una compagnia sotto il comando di
messer Dolfo Spini: andavano armati, attaccavano brighe, commettevano
atti violenti; onde il popolo li chiamava _i Compagnacci_. La nuova
legge, aprendo ad essi il Consiglio, poneva nelle loro mani un’arme
potentissima, di cui seppero subito profittare, con grave danno della
repubblica.[535]
Nè il Valori sembrava accorgersi di questi pericoli; perchè, verso quel
tempo medesimo, noi troviamo proposta dalla Signoria un’altra legge
ugualmente improvvida. Le davano il nome di _Decima scalata_, ed altro
non era, se non quella che noi chiamiamo oggi imposta progressiva.
Essa trovava naturalmente una grave opposizione in tutti gli uomini di
qualche fortuna; ma il partito popolare la favoriva con una grandissima
insistenza. Si riscaldarono, quindi, le passioni, cercandosi dall’una
parte e dall’altra argomenti per favorirla o disfavorirla; ed è
singolare il vedere, come allora si portassero quelle ragioni e si
facessero quei discorsi medesimi che, dopo quattro secoli, noi abbiamo
udito ripetere ai nostri giorni.[536] Affermava il partito popolare:
«Che la uguaglianza delle imposte consiste nello scommodare tutti
ugualmente: al che neanche la nuova legge provvedeva abbastanza; perchè
se una decima sola strema il povero nelle cose necessarie, due o anche
tre decime non restringono al ricco che le cose superflue.[537] «Questo
nostro paese,» essi dicevano «è come una pezza di panno che fosse
capace a darci mantelli ragionevoli per tutti; ma è si male partito,
che ci è tale che ha un mantello in cui si ravvolge tre volte dentro, e
strascica due braccia di coda per terra; e ci è tale a cui non ne resta
tanto che basti pure ad un pitocco.» E poi concludevano scagliandosi
contro i ricchi, e le spese superflue, e i danni che queste recano alle
città. Rispondevano, dall’altra parte, gli uomini più moderati: «La
eguaglianza vuole che niun cittadino possa opprimere l’altro, e che
tutti gli uomini sieno ugualmente sottoposti alle leggi: ma il dire
che tutti debbano essere pari in ogni cosa, sarebbe un’intenderla ad
occhi chiusi, e come un voler mettere tutte le abitazioni d’una casa
in un medesimo piano, e far nascere un caos tale, da rovinarvi sotto
un mondo, non che una città. Non vedete come voi con queste leggi
improvvide seminate discordie, fate nascere disordini, aprite le porte
a Piero de’ Medici?» — Sia che queste ragioni persuadessero la Signoria
a ritirare la legge, sia che la votazione le risultasse contraria,
certo è che non si potè vincere la _Decima scalata_; e d’allora in poi
le cose andarono assai più moderate.
In questo mezzo, il Savonarola s’era ritirato nel silenzio della
sua cella, ove attendeva a correggere il _Trionfo della Croce_, ed a
scrivere un gran numero di minori operette che voleva ben presto dare
alla luce, onde diffondere più largamente la sua dottrina, e trovare
dei fautori in quella nuova lotta contro Roma, che pareva oggimai
inevitabile. Per queste cagioni, la direzione delle cose spirituali era
venuta nelle mani di Frate Domenico da Pescia, fervido e bollente nelle
cose religiose, quanto il Valori nelle politiche. Egli era così cieco
ammiratore del suo maestro, che non solo prestava una fede pienissima
a tutte le sue profezie, ma lo teneva ancora capace di operare ogni
più grande miracolo, e con infinita gioia avrebbe speso la vita per
sostenere una qualunque delle parole di lui: se non che, tradito
assai spesso da uno zelo eccessivo e da una soverchia credulità, era,
sfortunatamente, troppo facile a trascorrere in pericolosi eccessi.
In tale disposizione d’animi e di cose, s’avvicinava il carnevale;
e gli Arrabbiati s’erano apparecchiati a promuovere il ritorno delle
antiche orgie, delle scandalose feste medicee, e soprattutto del giuoco
dei sassi, a cui sapevano il minuto popolo essere più d’ogni altra
cosa inclinato. Onde Fra Domenico, assai indegnato di ciò, si decise
a combatterli con tutto il suo ardore. Ogni giorno faceva sermoni,
indirizzava epistole ai fanciulli;[538] e con nuove leggi della
Signoria, fece rafforzare quella loro riforma che il Savonarola aveva
incominciata nel passato anno.[539]
Già essi, uniti sotto alla direzione dei loro capi, percorrevano la
città, e, picchiando alle case dei ricchi e dei poveri, chiedevano ciò
che chiamavano le _vanità_ o _l’anatema_. Erano disegni e libri osceni,
abiti e maschere carnevalesche; le quali cose non appena ottenute,
ripetevano una certa orazione composta dal Savonarola, e andavano
oltre. Fu in questo modo raccolta una grande quantità di oggetti
che dovevano servire per una festa, immaginata da Frà Domenico e dal
Savonarola. Infatti, l’ultimo giorno di carnevale (7 febbraio), niuno
pensava più alle solite orgie pagane, ma tutti s’erano apparecchiati
ad una solennità religiosa. Nella mattina, uomini, donne e bambini
assistevano ad una solenne messa del Savonarola, e si comunicavano per
le sue mani. Tornati alle loro case, e fatto un desinare assai frugale,
andavano il giorno tutti uniti in una grande processione per la città.
Portavano innanzi a loro un Gesù bambino, il quale, opera bellissima
del Donatello, era sostenuto sopra quattro angeli, e colla sinistra
accennava ad una corona di spine, mentre con la destra era in atto di
benedire il popolo. Seguiva dietro la gran moltitudine: alcuni erano
vestiti di bianco; la più parte avevano in mano croci rosse e rami
d’ulivo; cantavano inni religiosi e laudi spirituali. I limosinieri
giravano intorno con vassoi d’argento, accattando pei Buonuomini di
San Martino, che ricevettero in quel giorno maggiore limosina che
non avevano fatto in tutto l’anno. Arrivata finalmente la processione
nella piazza, vi trovarono una gran piramide ottangolare, che sorgeva
all’altezza di 30 braccia e girava nella base braccia 120. Era spartita
in 15 scalini, sopra i quali erano depositate tutte le vanità raccolte
nel carnovale, la cui mostruosa immagine fu posta sulla cima della
piramide: l’interno di essa era tutto pieno di materie infiammabili.
La folla riempì subito la piazza, ed i fanciulli furono disposti
parte sulla ringhiera, parte sotto alla loggia dei Lanzi, continuando
sempre a cantare canzoni religiose ed invettive contro al carnovale.
Dato un segnale, i quattro custodi misero il fuoco ai quattro angoli
della piramide: il fumo e le fiamme si alzarono subito al cielo; le
trombe della Signoria sonarono, sonarono le campane di Palazzo; e la
moltitudine levò un tal grido di gioia, che parve quasi fosse spento in
quel giorno il nemico del genere umano. Così finiva la processione ed
il carnevale dell’anno 1497.[540]
Quelli che sparlavano d’ogni cosa diretta o consigliata dal Savonarola
e dai frati di San Marco, non potevano, certo, restarsi dallo sparlare
contro la distruzione di quegli oggetti, e dal dire che assai meglio
si sarebbero venduti per darne il valore ai poveri.[541] È singolare,
però, che negli antichi storici si trovi appena qualche rara memoria
di queste accuse; e che nel numero, quasi infinito, di quegli scritti
in difesa o in detrazione del Savonarola, nei quali s’era preso ogni
argomento per muovergli ingiurie, questo solo sembra essersi affatto
tralasciato. Così non è avvenuto presso i moderni.
Quando incominciò a rinascere l’amore delle cose antiche, quando questo
amore crebbe sino al fanatismo, in maniera da far credere che noi non
fossimo destinati ad altro ufficio che a pubblicare antichi codici e
restaurare antichi quadri o monumenti; allora il _bruciamento delle
vanità_ divenne un argomento rettorico per chiunque discorreva di quei
tempi. Il nome di superstizioso, di barbaro e distruttore delle nostre
antiche grandezze, venne profusamente dato al Savonarola. Un antico
manoscritto era smarrito? Si affermava subito bruciato dal Savonarola.
Un’edizione del Boccaccio diveniva rarissima? Ognuno assicurava che
era stata dal Frate distrutta.[542] Fu perduta un’antica statua? Niuno
dubitò che i Piagnoni l’avessero annichilata nel bruciamento delle
vanità.
Ma qual fuoco dovette essere quello che bruciava statue di marmo?
Era egli credibile che i fanciulli potessero raccogliere una intera
edizione del Boccaccio? Il soggetto, però, si prestava così bene
alla rettorica, secondava così mirabilmente le passioni del pubblico,
che pochi sapevano resistere alla tentazione di ergersi a difensori
dell’antica grandezza dei nostri monumenti, di fare una lunga orazione
sopra i funesti effetti del fanatismo. E bisogna notare che il primo
innocente autore di questi eccessi, fu il Burlamacchi medesimo,
il quale, con una ingenuità sua propria, si fermò lungamente a
raccontare e colorire ed esagerare quel _bruciamento_, come un’opera
tutta religiosa, tutta cristiana: a lui non pareva mai di aver detto
abbastanza, quando si trattava d’esaltare il santo zelo del suo eroe.
Nondimeno, le sue parole non erano tali da dare appiglio all’eccesso
cui arrivarono i moderni scrittori; giacchè, fra i molti oggetti di
valore che menziona quel biografo, non riuscì a determinarne alcuno
di cui si dovesse veramente deplorare la perdita.[543] Se non che,
alla fine della sua narrazione, il Burlamacchi, tutto esultante,
conclude: che avendo un mercatante veneziano offerto per quegli oggetti
la somma di 22,000 fiorini, il suo ritratto venne posto sulla cima
della piramide, accanto alla immagine del Carnovale, e fu con essa
bruciato. Una somma così ingente e quasi favolosa, dava libero gioco
alla fantasia, e permetteva facilmente d’immaginare la perdita di ogni
oggetto più prezioso.
Avendo, dunque, amici e nemici del Savonarola, per opposte ragioni,
ugualmente esagerato in questa materia, divenne assai difficile
determinare i giusti limiti del vero. Si doveva, però, considerare che
sebbene il Burlamacchi sia assai diligente nel raccontare i fatti che
egli vide o sentì ripetere da testimoni oculari, è sempre inesatto ed
esagerato in tutte le cifre che riporta. Quando egli ci parla della
processione dei fanciulli, ne fa ascendere il numero quasi a tutta
la popolazione di Firenze; quando ci parla di limosine raccolte, le
cifre che menziona vanno sempre al di là del verosimile. Gli anni e
le date sono poi sbagliate in maniera, che da questo principalmente
nacque quella tanta confusione nello scrivere la vita del Savonarola,
di cui bisognò rifare tutta la cronologia sopra i documenti originali.
Che peso, adunque, possono avere dei giudizi fondati sopra una cifra
addotta da tale scrittore? Che logica è quella che vuole in questo caso
credere alle cifre del Burlamacchi, quando è stato forza discredergli
in tutti gli altri? Ed è poi credibile che il Savonarola avesse
potuto bruciare delle statue o dei codici preziosi, quando gl’Italiani
facevano lunghi e pericolosi viaggi per ricercarli, spendevano la vita
e la fortuna per averli? È egli credibile che, nel secolo di Marsilio
Ficino e d’Angelo Poliziano, nessuna voce si levasse a condannarlo?
e che il Nardi, traduttore di Livio e così caldo ammiratore degli
antichi, accennasse con tanta noncuranza a quei pochi che mormoravano?
Ma nel respingere le strane esagerazioni, noi non vogliamo
assolutamente negare l’esistenza d’un fatto di cui cerchiamo piuttosto,
determinare il giusto valore. Quali fossero _le vanità_ in quella
occasione bruciate, noi non sappiamo; ma certo la più parte dovettero
essere abiti, maschere ed altri oggetti carnevaleschi;[544] giacchè
il bruciamento era stato immaginato, solo per distruggere il giuoco
dei sassi, e metter fine alle antiche feste del carnovale. Crediamo
pure, che a manifestare la sua disapprovazione contro il mal costume
dei tempi, avesse il Savonarola fatto bruciare qualche copia di quel
_Decamerone_ che era allora divenuto lettura favorita delle suore
nei chiostri, e di quei poeti più osceni che andavano per le mani
dei fanciulli e delle donne, e contro i quali egli aveva fulminato
nelle sue prediche con parole assai energiche. Nè di queste cose
intendiamo scusarlo affatto; ma, se il dotto può lamentare la perdita
di qualche volume, se il filosofo deplora l’umana debolezza che spesso
combatte gli errori con altri errori, e ad un fanatismo ne oppone
un altro; la storia deve rammentare che tale fu sempre il carattere
degli uomini animati da un forte, da un eccessivo zelo di religione.
Che cosa, infatti, non distrussero gl’iconoclasti in Oriente, o i
primitivi Cristiani a Roma? Nè si adduca contro al Savonarola la
progredita civiltà dei tempi; giacchè, nel secolo dipoi, niuna chiesa
e niun quadro resisteva in Germania ed in Olanda alla furia, ben
altrimenti devastatrice, dei distruttori delle immagini. Non era
forse contemporaneo di Leone X e Francesco I, quel Giovanni Calvino,
d’ingegno senza dubbio cultissimo e d’animo ferreo; il quale, fattosi
anch’egli capo d’una repubblica, senza il merito d’averla fondata,
e chiamandosi banditore di libertà e di tolleranza, non solo puniva
severamente i bestemmiatori e chi lavorava la domenica, ma anche
imprigionava le donne per la poco modesta acconciatura dei loro
capelli.[545] Non era egli che, nell’anno 1553, bruciava a Ginevra
l’innocente ed infelice Serveto?
Ma perchè andiamo noi risvegliando queste tristi memorie del passato,
che umiliano tutte ugualmente il cuore dell’uomo? Per difendere il
Savonarola, noi non abbiamo bisogno di ricorrere a questi esempi
di fanatismo religioso. Quando le ragioni da noi già addotte non
bastassero a provar falsa l’accusa di barbaro distruttore, basterebbero
allora i fatti; fra i quali uno che avvenne nel tempo medesimo di
questi bruciamenti, è tale che può mettere per sempre termine alla
disputa.
Noi abbiamo visto in che grandi strettezze si fosse trovata la
repubblica negli anni passati. Per queste ragioni, dovette decidersi
a porre in vendita la biblioteca dei Medici, la quale, dopo che essi
furono cacciati, era stata insieme coi loro beni confiscata. Ma le
strettezze dei privati cittadini non essendo punto minori di quelle
della repubblica, nasceva il pericolo che quella stupenda collezione
dovesse andare dispersa, o forse anche cadere in mano straniera;
giacchè molti erano i creditori dei Medici; e fra gli altri, v’era
l’ambasciatore francese, messer Filippo di Comines, che faceva adesso
valere un suo credito di mille fiorini. Per buona fortuna, potevano
i frati di San Marco disporre d’una forte somma di danaro; perchè
essi si trovavano ora appunto in sul finire la vendita dei loro beni,
secondo i consigli di povertà dati dal Savonarola. Qual più bella
occasione, pensò questi allora, per mettere a profitto ciò che se ne
era riscosso? Comprando quella ricchissima collezione di codici, egli
la salvava dalla dispersione e dal pericolo d’andare in mano straniera;
l’avrebbe messa nella biblioteca del convento, la sola in Italia che
stesse aperta al pubblico; e nel medesimo tempo, veniva, coi danari
cavati dalla vendita di tutti i beni, ad aiutare la repubblica nelle
sue grandi strettezze. Quale uso più nobile e più santo dei loro averi
potevano fare i frati di San Marco?
Essi, adunque, comprarono quei libri per la somma di tremila fiorini,
pagandone subito due mila, che già avevano; e per gli altri mille, ne
restarono debitori sino al gennaio 1498, quando, avuta in aiuto la
firma di Bernardo Nasi, s’obbligarono di pagarli fra diciotto mesi
a Filippo di Comines, sperando che in un’opera di pubblica utilità,
sarebbero aiutati da tutti gli amici e parenti. E tutto ciò aveva
luogo in quegli anni medesimi, in cui veniva distrutto il Carnovale
mediceo; e quei contratti si facevano nel tempo medesimo in cui seguiva
il tanto vituperato _bruciamento delle vanità_. Così il Savonarola
impiegava il provento di tutti i beni del suo convento, gravandolo
anche di un fortissimo debito, per salvare al mondo quella stupenda
collezione _Laurenziana_, che oggi forma una delle più belle maraviglie
di Firenze, ed era allora la più compiuta e preziosa raccolta di
autori greci e latini che si conoscesse in Europa. Tale fu colui che
molti vorrebbero chiamare barbaro frate, bruciatore di codici antichi,
distruttore di quadri e di statue![546]
Ma se il nostro Frate portò tanto amore agli antichi codici, non fu
minore la sua ammirazione per le arti belle. Infatti, non era egli che
fondava le scuole di disegno in San Marco? che voleva fare delle arti
belle la professione dei suoi novizi, per sostenere col lavoro le spese
del convento, senza bisogno di limosine? Non era egli forse circondato
sempre dalla schiera eletta dei migliori artisti del suo secolo?
L’affezione ch’ebbe per lui Frà Bartolommeo della Porta, il quale
per quattro anni dopo la morte del suo maestro non potè riprendere i
pennelli, è nota al mondo.[547] Tutti i Della Robbia furono devoti
al Savonarola; due di essi vestirono l’abito per le sue mani, e la
devozione al suo nome rimase per molti anni tradizionale in quella
famiglia. Di Lorenzo di Credi dice il Vasari, che «fu partigiano della
setta di Frà Girolamo;» del Cronaca racconta, «che gli era entrata
in capo tanta frenesia delle cose del Savonarola, che d’altro che di
quelle non voleva ragionare;» e Sandro Botticelli fu tra i primi di
quelli che illustrarono con belle incisioni i suoi scritti. Ma basterà
per tutti il nome di Michelangiolo Buonarroti, di cui è noto che fu dei
più costanti uditori alle prediche del Savonarola; che le rileggeva
di continuo nella sua vecchiezza, rammentando sempre la potenza che
avevano avuto il gesto e la voce di quel frate.[548] E sugli spaldi
di San Miniato al Monte, dove il Buonarroti difendeva la Repubblica
risorta (1527-30), non dimostrava egli di aver profittato di quelle
prediche?
In vero, tanto furono ingiuste le accuse di coloro che dissero il
Savonarola poco amico delle arti belle, che un eloquente scrittore
francese volle prenderne la difesa.[549] Se non che, egli dominato
soverchiamente dall’amore del soggetto e dallo spirito di sistema,
trascorse assai i limiti del vero, e rese così meno efficace la sua
giusta e nobile difesa. Egli volle vedere nel Savonarola un caposcuola
della pittura italiana, ed un restauratore di quella che chiamò _arte
cristiana_. Trasformò tutti gli artisti che erano stati suoi ammiratori
in altrettanti discepoli di quella scuola, a fondar la quale, quando
pure il Savonarola avesse avuta l’attitudine, gli sarebbe certamente
mancato il tempo e il modo; perchè, come egli stesso ripete più volte,
l’agitazione soverchiante della vita politica e religiosa gli fece
trascurare ogni altro studio, ogni altra occupazione.
Ma qui, il soggetto stesso ci porta ad esaminare quali fossero le idee
del Savonarola intorno al bello, perchè esse furono parte non piccola
nè dimenticabile de’ suoi pensieri. La mente di quel frate si allargava
sopra un campo vastissimo: colla sua filosofia egli abbracciava lo
scibile intero, ed ovunque fermava lo sguardo, gli sorgevano innanzi
concetti nuovi ed originali. Noi incominciamo col raccoglierne alcuni
dalle sue prediche. «In che consiste la bellezza? — Nei colori? —
No. — Nella effigie? — No. — Ma la bellezza è una forma che resulta
dalla corrispondenzia di tutte le membra e dei colori..., e questo è
nelle cose composte: nelle semplici, poi, la bellezza loro è la luce.
Vedete il sole e gli astri, la bellezza loro è aver luce; vedete li
spiriti beati, la loro bellezza consiste nella luce; vedete Iddio, che
è luce, egli è la stessa bellezza.[550].... Così la bellezza dell’uomo
e della donna, quanto è più simile alla prima bellezza, tanto è
maggiore e più perfetta. Ma che cosa è, dunque, questa bellezza? Essa
è una qualità che risulta dalla proporzione e corrispondenzia delle
membra e delle parti del corpo. Tu non dirai che una donna sia bella
per avere uno bello naso e belle mani; ma quando vi sono tutte le
proporzioni. Donde viene questa bellezza? Se vai investigando, vedrai
che è dall’anima....[551] Togli qua due donne di pari bellezza; l’una
sia buona, costumata e pura; l’altra diventi meretrice: vedrai in
quella buona rilucere una bellezza quasi angelica; ed in quell’altra,
benchè sia formosa, non vi sarà comparazione con quella buona e
costumata....[552] Vedrai che quella santa sarà tanto più amata da
ciascuno, e tutti gli occhi saranno volti a lei, _etiam_ degli uomini
carnali.[553]
»E questo nasce perchè l’anima buona partecipa della bellezza di Dio,
e diffonde nel corpo la sua celeste bellezza. Leggiamo della Vergine,
che, per la sua grande bellezza, gli uomini che la vedevano, stavano
stupefatti; e, nondimeno, per la tanta santità che riluceva in lei,
non fu mai alcuno che avesse verso lei mala volontà; anzi ciascuno
l’aveva in reverenzia.» Da ciò il Savonarola pigliava argomento per
rivolgersi alle donne, e condannare quel bello esterno e materiale
a cui esse andavano dietro, trascurando la bellezza spirituale,
che sola egli teneva in pregio. «Donne che vi gloriate dei vostri
ornamenti, dei vostri capelli, delle vostre mani; io vi dico che voi
siete tutte brutte. Volete voi vedere la vera bellezza?» «Abbiate cura
a una persona divota, uomo o donna, che sia di spirito; abbiategli
cura, dico, quando è in orazione, e quando gli viene quel caldo della
bellezza divina, e quando e’ torna dalla orazione: vedrete la bellezza
di Dio rilucere in quella faccia, ed uno viso quasi angelico.»[554] Si
volgeva poi agli artisti, i quali nel ritrarre i Santi e la Vergine,
non solamente si perdevano dietro alle svariate fogge di vestimenti,
ma in luogo di ricercare la nobile e santa espressione d’un tipo
elevato e sublime, ritraevano assai spesso da persone note a tutti per
mala vita, per costumi osceni e scandalosi. «E li giovani vanno poi
dicendo a questa donna ed a quell’altra: costei è la Maddalena, quello
è san Giovanni, ecco la Vergine; perchè voi dipingete le loro figure
nelle chiese, e questo è in grande dispregio delle cose divine. Voi
dipintori fate male assai; e se voi sapeste, come so io, lo scandalo
che ne segue, certo nol fareste.» «Voi mettete tutte le vanità nelle
chiese: credete voi che la Vergine Maria andasse dipinta a questo modo
come voi la dipingete? Io vi dico che ella andava vestita come una
poverella.»[555]
E queste idee, che si trovano spesso ripetute nelle prediche del
Savonarola, formano parte integrante di tutto un sistema. Egli volle
sempre il trionfo del cristianesimo e delle cose spirituali; e quindi
nell’arte, nei costumi, nella politica, in ogni cosa, quello era il suo
fine. Ma per meglio conoscere la sua estetica, noi dobbiamo esaminare
l’operetta che scrisse intorno alla poesia. Essa ebbe origine in questo
modo. Il Savonarola, nel calore della sua eloquenza, s’era assai spesso
lasciato trascinare ad usar parole molto severe, e qualche volta
forse anche eccessive, contro i poeti osceni, e contro l’abuso che
facevano i predicatori al suo tempo, di riempiere le loro prediche con
citazioni d’autori pagani. Ciò fece subito mormorare contro di lui, che
egli fosse, in generale, poco amico dei poeti e del poetare. Per tal
ragione, Ugolino Verino, uomo dottissimo e suo amico, gli scrisse una
lettera su questo argomento, invitandolo a rispondere ed a mettere in
chiaro le sue idee. Il Savonarola pubblicò, allora, l’operetta intorno
alla _Divisione ed utilità di tutte le scienze_, una parte della quale
era intitolata _Apologetica del poetare_.[556] Scopo dell’autore fu
di provare che egli non dispregiava parte alcuna dello scibile, ma
voleva dare a ciascuna di esse il suo vero luogo. Noi, però, essendoci
altrove occupati intorno alla divisione delle scienze adottata dal
Savonarola,[557] esporremo qui solamente quella parte dell’opera che
tratta della poesia, per metter termine alla quistione discussa in
questo capitolo, colle parole stesse dell’autore. Ma innanzi tutto,
vogliamo osservare, come qui l’autore non accenna mai al fatto del
bruciamento; mentre se vi fosse stato alcun bisogno di difesa, sarebbe
stata in questo luogo non solamente opportuna, ma anche necessaria.
Incomincia, dunque, il Savonarola coll’indirizzare una lettera
al Verino, nella quale dice: «Io non ho mai avuto in animo di
condannare l’arte del poetare, ma solamente l’abuso che molti ne
facevano;[558] sebbene colle parole e cogli scritti si sia da molti
cercato calunniarmi. In verità, io aveva deliberato di non farne caso,
seguendo quel motto che dice: non rispondere allo stolto, secondo
la sua stoltezza; ma ora le tue parole mi fanno prendere la penna.
Non ti attendere, però, da me alcuna eleganza di stile, perchè sono
ormai venti anni, che io ho lasciati tutti gli studi di umanità per
discipline più gravi.» Dopo questo breve preambolo, egli entra in
materia, cominciando primieramente col distinguere la sostanza dalla
forma della poesia. «Alcuni vorrebbero restringerla tutta nella forma,»
egli dice; «ma costoro s’ingannano di gran lunga: l’essenza della
poesia è costituita dalla filosofia stessa; senza di che non ci è
vero poeta. Se alcuno crede che l’arte del poetare insegni solamente
i dattili e spondei, le sillabe lunghe o brevi, e l’ornato di parole;
costui certamente è caduto in un grande errore.»[559] Viene poi a
definire la poesia, secondo un concetto tutto scolastico; dal quale,
però, subito si allontana, per seguire idee più originali. «Il fine
della poesia,» egli dice, «è di persuadere per mezzo di quel sillogismo
che chiamasi esempio, espresso con eleganza di parole, per convincere
e dilettare nello stesso tempo. E perchè la nostra anima si diletta
sovranamente nei cantici e nelle armonie, così gli antichi trovarono
la misura del verso, acciò con questi mezzi gli uomini fossero più
agevolmente spinti alla virtù. Questa misura, però, non è altro che una
pura forma, ed il poeta può discorrere il suo argomento senza metro e
senza verso.[560] Così, infatti, vediamo nella Sacra Scrittura, nella
quale il Signore volle dare la vera poesia della sapienza, la vera
eloquenza dello spirito di verità; onde essa non trattiene gli animi
nella corteccia della lettera, ma subito li riempie di spirito, li
porta alla essenza del vero, e in modo mirabile pasce le menti libere
dalle terrene vanità. A che giova, infatti, quella eloquenza che mai
non può arrivare al fine proposto? A che giova la nave dipinta ed
ornata, che travaglia sempre tra i flutti, e giammai non conduce gli
uomini al porto, anzi se ne allontana sempre? O grande vantaggio delle
anime! dilettare le orecchie del popolo, dare a sè stesso lodi divine,
allegare con labbro rotondo i filosofi, cantare con vana modulazione
i carmi dei poeti, e l’evangelo di Cristo abbandonare o rammentarlo di
rado!»[561]
Dopo avere parlato della poesia in generale, viene a discorrere dei
poeti del suo tempo. «V’è una falsa genía,» egli dice, «di pretesi
poeti, i quali non sanno fare altro che correre dietro alle orme dei
Greci e Romani: vogliono la medesima forma, lo stesso metro; invocano
i loro medesimi Dei, nè sanno usare altri nomi, altre parole che
quelle usate dagli antichi. Noi siamo uomini al pari di loro, ed
avemmo da Dio uguale facoltà di dar nome alle cose che vanno ogni
giorno mutando. Ma costoro si resero schiavi degli antichi, in maniera
che non solamente non vogliono parlare contro la loro usanza; ma
neppure vogliono dire ciò che essi non dissero.[562] E questo non è
solamente un falso poetare; ma è anche una peste perniciosissima alla
gioventù. Io certo m’affaticherei a provarlo, se non fosse più chiaro
del sole: l’esperienza che è l’unica maestra delle cose, ha resi così
manifesti agli occhi di tutti i danni che nascono da questo falso
genere di poetare, che è vano ormai fermarsi a condannarlo.[563] Ma
che diremo noi, quando i pagani stessi condannarono questi poeti? Non
fu quel Platone medesimo che oggi tanto si leva a cielo, colui che
disse necessaria una legge che scacciasse dalle città questi poeti,
i quali coll’esempio e l’autorità di nefandissimi Dei, col solletico
di turpissimi versi, empievano ogni cosa d’ignominiose libidini e
devastazione morale? Che fanno, adunque, i nostri principi cristiani?
Perchè dissimulano questi mali? Perchè non mettono fuori una legge che
scacci dalle città, non solo questi falsi poeti, ma anche i loro libri,
e quelli degli antichi che discorrono di cose meretricie, che lodano i
falsi Dei? Gran fortuna sarebbe se questi libri venissero distrutti, e
vi rimanessero solo quelli che incitano a virtù.»[564]
Queste son di quelle parole, sopra cui molti fondarono le loro accuse
contro al Savonarola: ma noi abbiamo già visto più volte, come esse
non sono che parole, e come nel fatto egli teneva carissimi tutti
i tesori dell’arte antica e moderna; sebbene, trascinato qualche
volta nel calore del discorso, sembrasse trascorrere ad una eccessiva
severità. Questo era, però, divenuto scusabile per la corruzione di
que’ tempi, nei quali s’era abbandonata la vera, la nobile e forte
poesia, onde correre dietro alle oscenità che quasi unicamente si
tenevano in pregio. «Ei vi son pure fra gli antichi;» così continuava
il Savonarola, «di coloro che sdegnarono le cose turpi, che esaltarono
le azioni generose di uomini forti: costoro bene usarono la poesia,
ed io non posso nè debbo condannarli.[565] Nondimeno, anche questi
migliori poeti pagani vanno studiati dopo una sana e ferma educazione
cattolica. Si sottraggano questi libri dagli occhi dei giovanetti, sino
a che essi non abbiano bevuto il primo latte dalle dottrine cattoliche,
e che queste non sieno bene impresse nelle loro tenere menti. Non è di
poco momento il cominciare ad avviare i giovanetti in una via piuttosto
che in un’altra; anzi è molto, anzi è tutto, giacchè il principio è più
che la metà delle cose. Per me, stimo assai meglio avere i Cristiani
ornati di buoni costumi e splendere di minore eloquenza; che vederli, a
cagione della eloquenza, rendersi indegni del nome di Cristo.»[566]
Viene, finalmente, il Savonarola a considerare la poesia in rapporto
alla religione, e dice: «Quando un poeta non volesse cantare altro
che le lodi della religione, potrebbe certamente riuscirle di decoro:
di utile vero non mai. Lo spirito solo vivifica, la lettera uccide:
l’onore e la gloria che cerca il poeta stanno sempre nell’arte che
adopera, non già nel soggetto che tratta: come mai potrà egli, in
questo modo, essere utile alla religione, innanzi a cui ogni altro
umano interesse sparisce? L’esempio d’una poverella ignorante e
semplice, che inginocchiata prega fervidamente, reca agli animi
un utile assai maggiore del poeta o del filosofo che celebrano
pomposamente le lodi del Signore: il cuore di quella è riscaldato dalla
fede; la mente di questi è piena di mondana vanità.»[567]
Di certo, molti potranno trovare questo un modo soverchiamente
esclusivo di considerare le cose: nondimeno, esso parte da una critica
assai più sana di quello che non si crederebbe a prima giunta. L’arte,
in vero, vive in un mondo suo proprio, nel quale ritrova il suo fine
e basta a sè stessa. Coloro che, credendo nobilitarla, l’hanno voluta
ridurre ad esser mezzo di un fine morale, politico o religioso,
l’hanno sempre fatta scendere al grado della prosa. Ed infatti, niun
poema, o quadro, o musica restò mai immortale per lo scopo, quanto si
voglia nobile e generoso, che s’era proposto; mentre parecchi lavori
valicarono secoli di molte civiltà, sebbene si fossero proposto un fine
assai poco lodevole. Onde il Savonarola non ebbe già un concetto poco
adequato dell’arte; egli anzi ne aveva compreso la vera indole: il suo
torto fu, piuttosto, di avere qualche volta troppo poco considerato
quanto la coltura della mente nobiliti il cuore, e come il mondo
dell’arte sublimi gli animi. Egli, allora, si scagliava con parole
troppo severe contro quella filosofia nella quale era così valente,
contro quella poesia che pure aveva tanto amata. Ma andarono assai
lungi dal vero coloro che vollero crederlo insensibile alla sublime
armonia del vero, all’arcana musica del bello. Chi, infatti, gli
diè conforto e coraggio nelle dure prove della giovanezza, se non la
filosofia? Chi fu confidente de’ suoi primi dolori, se non la musica
e la poesia? I suoi versi attestano ch’egli non fu indegno cultore di
quelle muse, di cui alcuni lo vorrebbero chiamare cieco dispregiatore.
E se essi non meritano sempre il nome di vera poesia; non pérdono,
però, mai una loro particolare originalità ed altezza di concetti, che
li rende preziosi a conoscere la nobiltà dell’animo di chi li scrisse:
onde noi veniamo ora a prenderli in esame.
Sebbene questi versi trattino sempre soggetti religiosi, pure si
dividono in due ordini assai diversi, e confermano singolarmente ciò
che il Savonarola aveva detto intorno all’indole ed ai vari generi
della poesia. Egli scrisse le _Canzoni_ principalmente nella sua
giovinezza, quando ancora non era divenuto estraneo al mondo, quando
amava ardentemente le lettere, e scriveva solo per dare sfogo alla
piena degli affetti interni. Le _Laudi spirituali_, che sono in
assai maggior numero, furono scritte in età più matura, con un fine
unicamente religioso, e per combattere i Canti Carnascialeschi, che
avevano allora grandissima voga nel popolo. In queste _Laudi_, noi
sentiamo subito d’esser fuori del libero campo dell’arte e della
poesia: il metro, la forma e, quasi, le idee stesse vengono suggerite e
determinate da un’altra poesia colla quale si mettono in opposizione.
L’autore scrive sulla stessa musica dei Canti Carnascialeschi; ne
segue l’andamento, e cerca di mettere a contrasto con ognuna di
quelle bestemmie, una parola di religione e di fede. E così, postosi
volontariamente sopra un letto di Procuste, viene dallo stesso
antagonismo obbligato ad imitare quei versi che sono poveri d’idee
e pieni d’artificiosi concetti; onde è costretto ad una miserabile
industria di parole e di sofismi. Non è, quindi, da maravigliarsi se
in queste _Laudi_ non si trovi la vera poesia: si potrebbe piuttosto
notare che esse conservano, quasi sempre, una certa temperanza, un
certo decoro e buon senso. Quando Girolamo Benivieni, poeta al suo
tempo famoso, volle tentare lo stesso genere di poesia,[568] egli
balestrò, assai spesso, non solamente fuori dell’arte, ma anche del
senso comune; e cantando la gioia ed il sollazzo di divenir pazzo per
amor di Gesù,[569] poteva dar nome di poesia a questi versi:
To’ tre once almen di speme,
Tre di fede e sei d’amore,
Due di pianto, e poni insieme
Tutto al foco del timore:
Fa dipoi bollir tre ore;
Premi, in fine, e aggiungi tanto
D’umiltade e dolor, quanto
Basta a far questa pazzía.[570]
Vicino a questi versi, le Laudi del Savonarola risplendono di bellezza:
il concetto ne è più semplice, il sentimento più spontaneo, lo scopo
più pratico e morale. Ne riportiamo una, che fu scritta nello stesso
anno in cui si formava il nuovo governo:
Viva, viva in nostro core
Cristo re, duce e signore!
Ciascun purghi l’intelletto,
La memoria e volontade,
Del terrestre e vano affetto:
Arda tutto in caritade,
Contemplando la bontade
Di Gesù re di Fiorenza;
Con digiuni e penitenza
Si riformi dentro e fore.
Se volete Jesù regni,
Per sua grazia in vostro core,
Tutti gli odii e pravi sdegni
Commutate in dolce amore;
Discacciando ogni rancore,
Ciascun prenda in sè la pace:
Questo è quel che a Gesù piace.
Su nel Cielo e qui nel core.[571]
. . . . . . . . . . . . . .
Parecchie furono le Laudi che scrisse il Savonarola, ed alcune se ne
trovano tuttora inedite: ma queste aggiungono assai poco al suo nome di
poeta; perchè, oltre ad avere tutti i medesimi difetti delle altre, vi
mancò l’ultima mano dell’autore, e restarono, perciò, incompiute.[572]
Quando, però, il Savonarola abbandona quei vincoli e quella servitù
che il soggetto stesso delle Laudi gl’imponeva; quando i suoi versi non
debbono essere mezzo e strumento d’uno scopo estraneo alla poesia, e la
voce esce libera e spontanea dal petto suo; allora egli può dire: «Son
poeta anch’io.» Questo gli avvenne più volte nelle sue Canzoni, scritte
quasi tutte nella prima giovanezza; quando l’animo ancora travagliato
dalle passioni, non era stato rapito in quei celesti diletti che
gli fecero soverchiamente disprezzare il mondo. In quelle _De ruina
Ecclesiæ_ e _De ruina mundi_, noi già ammirammo una rozza vigoria, ed
un poetare, sebbene trascurato nella forma, pure energico e forte. In
altre Canzoni troviamo, invece, che non manca una gran delicatezza di
sentire, espressa non senza eleganza di forma; come si può vedere in
alcune parti di quella che incomincia:
Quando il soave e mio fido conforto,
Per la pietà della mia stanca vita,
Con la sua dolce citara fornita
Mi trae dall’onde al suo beato porto,
Io sento al core un ragionare accorto.
E così nell’altra a Santa Maria Maddalena,[573] nella quale è
descritto, con molto affetto, la Santa che viene rapita in cielo da
Gesù Cristo:
E tutto il suo cor arde,
E nell’amor di Dio non si raffrena.
Ma per dare un esempio di queste Canzoni, ne portiamo, per intero,
una che fu scritta in lode di Caterina de’ Vegri, nata l’anno 1463, e
canonizzata poi dalla corte di Roma nel 1724.