Strettezze della repubblica, e rovesci nella guerra contro Pisa. Morte
di Piero Capponi. Minacce degli Alleati, che chiamano l’imperatore
Massimiliano in Italia. Nuovi brevi del papa contro al Savonarola,
e sue risposte. La repubblica assediata in Livorno dagl’Imperiali e
dagli Alleati. Il Savonarola, intanto ritorna sul pergamo. Si scampa
maravigliosamente da ogni pericolo. [1496.]
I tumultuosi mutamenti degli anni passati avevano arrestato in Firenze
il commercio e l’industria: le somme pagate al re di Francia e le spese
della guerra erano state esorbitanti e continue: il credito pubblico
era andato scemando in maniera, che chi aveva un _luogo_[496] di 100
fiorini sul Monte Comune, non poteva venderlo più di 10. Per due anni
la Signoria aveva, quasi ogni mese, radunato il Consiglio per chiedere
nuovi danari e mettere nuove imposte;[497] ma ora le finanze della
repubblica e dei privati erano ad un tempo esauste. A tutto questo si
aggiungeva anche la carestia; per il che le campagne erano crudelmente
travagliate dalla fame, e i contadini venivano a branchi in Firenze,
donde l’antica legge li cacciava come forestieri; ma la nuova carità
li riceveva, invece, come fratelli. Si tenne lunga discussione su
questo proposito; e vinse finalmente l’opinione dei seguaci del Frate,
i quali aprirono le loro case per ricoverarvi quel maggiore numero
che potevano.[498] In questo modo, però, avanzava maggiormente la
povertà; e i visi sparuti e stenti di quei contadini crescevano la
generale tristezza, mentre che la peste già cominciava a portarne via
qualcuno.[499]
Nè con minore avversità procedevano le cose al campo di Pisa, che,
sprovvisto di danari e di vettovaglie, assottigliava ogni giorno di
uomini. Più volte si ebbe il dolore di vedere qualcuno dei capitani
assoldati passare al nemico per paga migliore; giacchè i Pisani
ricevevano ora sempre nuovi soccorsi, per la gara venuta fra il Moro
ed i Veneziani di tenere un piè fermo in quella città. E mentre che i
Fiorentini vedevano il nemico di fronte a loro crescere ogni giorno di
forza e di numero, si trovavano da altri nemici combattuti alle spalle.
I contadini, che per due anni avevano visto le campagne desolate dalla
guerra, ora che sopravveniva la carestia, erano per la fame divenuti
furiosi; e assai spesso, levandosi a tumulto, correvano ad assalire
il campo in tanto numero e con tale impeto, che bisognava colle armi
combatterli più ore prima di poterli respingere.[500]
Profittando i Pisani d’un tale stato di cose, uscirono, sotto il
comando di Gian Paolo Manfroni, ad un assalto generale contro il
nemico. Combattèssi dall’una parte e dall’altra con valore; ma
i Fiorentini dovettero lasciare tutti i castelli che avevano sul
piano,[501] e ritirarsi alle colline. Verso la metà del settembre-,
essi furono una seconda volta assaliti, e dovettero cedere anche le
colline; sicchè perderono, così, tutto quello che avevano acquistato.
Ed ora, il nemico, spingendosi oltre con maggiore animo, mirava a
tagliare la comunicazione fra Livorno e Firenze: cosa che, quando fosse
riuscita, sarebbe stata l’ultima rovina della repubblica; giacchè
solo per quella via potevano venire i soccorsi tanto necessari del
grano.[502]
Ma fra le molte sventure, niuna pareva sì grande, niuna rattristò così
universalmente gli animi, come la morte del prode e generoso cittadino
Piero Capponi, seguita appunto in questi ultimi fatti, il giorno
25 di settembre 1496. Egli s’era messo ad assediare il castello dì
Soiana, per riprenderlo al nemico; e siccome usava sempre far l’ufficio
del soldato e del capitano, così, mentre che egli medesimo piantava
le artiglierie sotto alle mura, venne da una palla nemica ferito e
morto.[503] Il giorno innanzi, vedendo rompersi la maggiore delle
due artiglierie, ne aveva preso sinistro augurio e si era predetta
la morte; scrivendone a frate Salvestro Maruffi suo confessore,
perchè lo raccomandasse a Dio.[504] È incredibile il terrore che la
nuova di questo fatto sparse nella città e nel campo. I suoi soldati
fuggirono, quasi spaventati, da Soiana, e ne abbandonarono per
sempre l’assedio.[505] A Firenze, furon subito ordinate le esequie
splendidissime a spese della Repubblica; e mai non s’era vista la
morte d’un privato cittadino con tanto universale dolore compianta.
Il suo corpo fu trasportato per Arno in una barca funebre; lo deposero
a Firenze, nella sua casa presso al ponte a Santa Trinità; e di quivi
fu portato a Santo Spirito, ove lo accompagnarono tutti i magistrati
e una moltitudine innumerevole di cittadini. La chiesa splendeva per
un grandissimo numero di doppieri, e intorno ad essa v’erano quattro
ordini di bandiere, nei quali le insegne dei magistrati erano alternate
con quelle della famiglia. In sulla bara venne, con altissime lodi,
celebrata la vita e compianta la morte del valoroso soldato e del gran
cittadino, che andò poi a riposare nella tomba medesima, che il suo
avolo Neri aveva fatta all’illustre bisavolo Gino Capponi.[506]
Ma ancora l’avversa fortuna non era stanca di opprimere la Repubblica.
Gli Alleati, vedendo in quanti pericoli ella versasse, la stringevano
da tutti i lati, per indurla a separarsi dall’amicizia di Francia, ed
entrare in quella lega che essi chiamavano _santa_. Non parlavano più
di Piero de’ Medici, sapendo l’odio grandissimo che v’era contro di
lui; promettevano, invece, di mantenere il governo libero, e di aiutare
a sottomettere Pisa: in contrario, però, minacciavano di venire alla
guerra. Gli Arrabbiati favorivano queste pretensioni; ma il popolo
universalmente le avversava, perchè sapeva bene quello non essere
altro che un principio a mutare il governo,[507] e perchè giudicava non
potersi fare alcuno assegnamento sulle parole della Lega, nella quale
erano tante le volontà, che mai non si veniva a capo di nulla. Il re
Carlo, d’altronde, parlava nuovamente di tornare in Italia, e mostrava
già apparecchiarsi all’impresa; onde fu deliberato di restar sempre
fermi nell’amicizia di Francia.
Ma quella voce del ritorno dei Francesi, metteva nuovamente a
soqquadro l’anima del Moro. Egli che si vantava d’essere il moderatore
d’Italia, e che era, infatti, l’autore di tutti i disordini che vi
seguivano; tremava ad ogni mutar di vento, e temeva sempre di perder
la sua usurpata signoria. Eccolo, adunque, a meditar nuovi trattati
e nuove alleanze, a chiamar nuovi stranieri. Esso era da qualche
tempo in buona relazione coll’imperator Massimiliano, che aveva in
moglie una sua nipote, e gli aveva concesso l’investitura del ducato
di Milano qual feudo imperiale. Pensò, adunque, d’invitarlo a venire
in Italia per pigliarvi la corona di ferro, stabilirvi l’autorità
decaduta dell’impero, farsi arbitro nelle molte dissensioni dei vari
Stati, e rimettervi l’ordine. Il nome dell’imperatore, egli pensava,
avrebbe impedita la discesa dei Francesi; ed inoltre, trovandosi
Massimiliano affatto sprovvisto d’uomini e danari, avrebbe dovuto stare
alla discrezione di chi gliene forniva. E seppe il Moro così bene
maneggiar la cosa, ch’egli potè invitarlo in nome di tutta la Lega,
colla promessa di 40,000 ducati; dei quali 16,000 avrebbero pagato i
Veneziani, altrettanti il Moro stesso, e 8000 il papa: nel caso, però,
che l’imperatore fosse venuto con esercito capace di operar qualche
effetto.[508]
Ma in questo mezzo, si seppe che il re Carlo aveva deposto ogni
pensiero di tornare in Italia. Egli aspettava ben presto di essere
nuovamente padre; e, tutto pieno di questa sperata felicità,
abbandonava il pensiero d’Italia. Nel settembre nasceva, infatti, il
Delfino; ma un mese dipoi moriva, lasciando il re oppresso da tanta
tristezza, che egli non pensava neppure a soccorrere il piccolo resto
de’ suoi soldati, che si trovavano nel regno di Napoli, sprovvisti
di tutto, stretti da ogni lato, e vicini a cader nelle mani del
nemico.[509] Fu vario l’effetto che queste nuove produssero in
Italia. A Firenze, la morte del Delfino parve un altro avveramento
delle profezie del Savonarola. La nuova, poi, che Carlo abbandonava
il pensiero d’Italia, raffreddò subito gli alleati nell’invito fatto
all’imperatore, e quasi ritiravano le loro promesse. Ma il Moro, sebben
solo, restava fermo ne’ suoi propositi; anzi con più ardore spingeva
l’imperatore a muoversi, avendo la speranza di poterlo maneggiare a suo
arbitrio, ora ch’egli era solo ad aiutarlo. E mentre che Massimiliano
si avvicinava, il papa, preso animo pel nuovo stato di cose, veniva,
senza metter tempo in mezzo, a vie di fatto contro la repubblica.
Le sue genti, unite a quelle dei Sanesi, erano sul ponte a Valiano
e cercavano sforzare i confini fiorentini. Vennero, però, più volte
respinte, e finalmente furono costrette darsi alla fuga e ricoverare
in Montepulciano. Ma i Fiorentini, sebbene vittoriosi, s’erano per
questi fatti trovati nella necessità d’indebolire il campo di Pisa;
mentre esso era nelle tristi condizioni più sopra descritte, quando
i movimenti dell’imperatore e del Moro facevano temere nuovi assalti
da quel lato.[510] L’imperatore, infatti, aveva già varcato le Alpi;
ma egli veniva con sì piccolo numero di gente, che, quasi vergognando
di sè stesso, evitava il passar per Milano, ove il duca gli aveva
apparecchiato una grande accoglienza. Prese, invece, la via di Genova;
e di quivi, il giorno 8 di ottobre, partiva con sei galee veneziane
ed alcuni legni genovesi. Sbarcava alla Spezia, donde, per la via
di terra, entrò in Pisa con 100 cavalli e 1,500 fanti. I Pisani lo
accolsero con festa grandissima: corsero subito al ponte dell’Arno e
gettarono nel fiume la statua del re Carlo, per mettervi invece quella
dell’imperatore: lo alloggiarono splendidamente. Essi erano pieni di
speranza, avevano uomini e danari, buoni capitani e molte vettovaglie;
da ogni parte venivano sempre nuovi aiuti; ed ora che cercavano tirare
in loro favore il nome e l’autorità dell’impero, pareva che anche in
ciò volesse la fortuna secondarli.[511]
Ogni cosa riusciva, invece, avversa ai Fiorentini, che avevano
contraria la fortuna e gli uomini: nondimeno fu mirabile l’energia
colla quale seppero aiutarsi in quelle avversità. Essi non perderono
l’animo; ma raccolsero uomini, danari, vettovaglie quante poterono; e
mandarono ogni cosa al campo. Scrissero ai loro mercatanti in Francia,
perchè aiutassero la patria colle loro private fortune; assoldassero
uomini; mandassero grano; facessero, come buoni cittadini, ogni cosa
che era in loro. Nè si stavano a questo; anzi, vedendo che Livorno
era in quel momento divenuta la chiave del territorio toscano, e che
ad esso i nemici avevano messo la mira, mandarono subito a fornirlo e
fortificarlo così gagliardamente, che quasi non pare credibile come in
tanta strettezza si potessero fare tanti provvedimenti.[512] Il primo
pensiero della Signoria, però, era già stato, come noi abbiam visto più
sopra, quello di ricorrere al Frate; perchè venisse a mettere animo in
quel popolo scoraggiato da tanti pericoli e da tanti nemici riuniti; in
quel popolo che sembrava non essere più capace di nulla, senza l’aiuto
delle sue prediche. Ed il Savonarola correva pronto e volenteroso
all’opera; sebbene egli prevedesse che, in quel momento appunto, la
corte di Roma avrebbe contro di lui cominciata una guerra assai più
aspra e difficile.
Di tutti i nemici della repubblica, più fiero certamente era il
papa. — Il Moro sarebbe stato contento di veder, per ora, trionfare
gli Arrabbiati in Firenze; i Veneziani volevano acquistare qualche
autorità in Pisa; ma il papa voleva, invece, distruggere assolutamente
la repubblica, e rimettervi i Medici come suoi vassalli, per aprire,
poi, la strada a’ suoi figli: e quando tutti gli alleati aspettavano
la discesa dell’imperatore, egli solo, non sapendo frenare il suo
impeto, s’era mosso colle proprie armi. Più d’ogni altra cosa era poi
grande nel Borgia l’odio contro al Savonarola, di cui temeva assai
il ritorno sul pergamo; perchè capiva che questo poteva ora mandare a
vuoto tutte le speranze concepite per l’avvicinarsi dell’imperatore.
Il popolo fiorentino, guidato nuovamente dal suo Frate, rianimato da
quella voce, sarebbe forse divenuto capace di qualche eroica difesa.
Decise, quindi, il Santo Padre di usare le minacce, le lusinghe, le
promesse, ogni arte di cui era capace, per impedire che il Savonarola
risalisse sul pergamo, ora che tutto il popolo e la Signoria stessa
ne lo pregavano. Il breve che aprì questa nuova guerra, partiva da
Roma il giorno 8 settembre; era indirizzato al convento di San Marco,
e, simile a quello venuto nel settembre dello scorso anno ai frati di
Santa Croce, parlava del Savonarola come di un tal Frà Girolamo amico
di novità, e seminatore di falsa dottrina.[513] «Egli,» così diceva il
breve, «è venuto, per queste commutazioni delle cose d’Italia, in tanta
insania, da far credere al popolo che è mandato da Dio e che parla
con Dio; senza provarlo nè con miracoli nè con speciale testimonianza
delle Sacre Scritture, come esigerebbero le canoniche leggi. Noi
abbiamo dato prova di lunga pazienza, sperando che volesse pentirsi
e rimediare ai suoi trascorsi, col sottomettersi a noi e desistere da
quella scandalosa separazione dalla Congregazione Lombarda, che alcuni
frati con ingannevoli arti avevano da noi estorta.» Si conchiudeva,
poi, col rimettere tutta questa causa a Frà Sebastiano de Madiis,
Vicario Generale della Congregazione Lombarda; imponendo al Savonarola
di riconoscere la sua autorità, di recarsi tosto ove da lui gli venisse
comandato, e in questo mezzo _astenersi da qualunque predicazione
pubblica o privata_. Il convento di San Marco veniva unito alla
Congregazione Lombarda; ed era ordinato, a Frà Domenico, Frà Salvestro
e Frà Tommaso Bussino, di recarsi fra nove giorni a Bologna. Tutto ciò
sotto pena di scomunica _latæ sententiæ_.
Il fine di questo breve era per sè stesso evidente: il Santo Padre
voleva, innanzi tutto, far tacere il Frate; ma perchè ad ognuno
diveniva oggimai palese, che la guerra da lui mossa contro al
Savonarola era una guerra tutta politica, e parte principale di
quella che esso faceva alla repubblica; così, col rimettere la causa
in altri, e col ridurla a una disputa di unione o separazione di
conventi, esso cercava nasconderne il vero carattere e rendervi la
repubblica indifferente. Una volta che la Congregazione di San Marco
fosse sciolta, l’autorità del Savonarola cadeva; e se egli, obbedendo
ai comandi del superiore di Lombardia, usciva dal territorio toscano,
verrebbe subito nelle mani del Borgia.[514]
Il Savonarola, che capiva chiaramente tutto ciò, risolvette sin dal
principio di non obbedire; ma, per non rendere la sua posizione più
difficile coll’inasprire maggiormente l’animo del papa, mandò, il 29
settembre, una sua lunghissima risposta.[515] — Si doleva in essa,
che i suoi nemici riuscissero ad ingannare il Santo Padre sopra cose
che avevano avuto luogo alla presenza di tutto il popolo. «In quanto
alla dottrina,» egli diceva, «io mi son sempre sottomesso alla Chiesa:
in quanto alla profezia, io non ho mai detto assolutamente di esser
profeta, sebbene questa non sarebbe eresia; ma bene ho predetto varie
cose, alcune delle quali si sono verificate, altre lo saranno col
tempo. Noto è, d’altronde, a tutta Italia, come il flagello sia già
cominciato, e come, solamente per mezzo delle mie parole, sia seguita
la pace in Firenze; senza di che le sventure sarebbero state per tutti
assai maggiori.» Così, procedendo oltre, egli rammentava al Santo
Padre, che il breve della separazione non fu estorto da pochi frati,
ma venne chiesto da tutti, e fu concesso dopo lunga discussione. «Il
rimettere, poi, la nostra causa alla decisione del vicario lombardo,
questo è un volere far giudice il nostro avversario; giacchè a tutti
sono note le contese delle due congregazioni. Donde mai può nascere,
Santissimo Padre, tutto ciò, se non dalle false accuse, dalle mendaci
relazioni dei nemici di questa repubblica che io ho salvata da tanti
pericoli, che ho ridotta alla vera religione e libertà, distruggendo
le fazioni, correggendo i costumi ed introducendovi la pace? E
d’altronde,» così continuava il Savonarola, appoggiandosi sull’autorità
di molti dottori di Santa Chiesa, «ad ognuno è permesso passare da
una regola ad un’altra più stretta e severa. Questo è quello che noi
abbiamo fatto colla nostra separazione. L’unirci poi ai frati lombardi,
sarebbe un crescere i rancori che sfortunatamente già esistono fra
le due congregazioni, un dare occasione a nuove dissensioni e nuovi
scandali. E finalmente, dicendo la Vostra Santità di volere questa
unione, per evitare che altri cada nei miei errori; ed essendo ora
chiarissimo che io non sono in questi errori caduto; cessando la
causa, deve cessare l’effetto. Avendo, dunque, provate false tutte le
accuse mosse contro di me, conceda Vostra Santità che io attenda una
risposta alla mia difesa, ed un’assoluzione. Io predico la dottrina dei
Santi Dottori; in niente mi discosto da essi; e sono apparecchiato,
ove avessi errato, non solo di correggermi, ma dichiararlo ancora e
farne ammenda innanzi a tutto il popolo. Ed ora, ripeto di nuovo quel
che ho sempre detto, che sottopongo me stesso e tutti i miei scritti
alla correzione della Santa Romana Chiesa.» Nello stesso tempo, il
Savonarola scrisse molte lettere che indirizzò ad amici di qualche
autorità in Roma, ripetendo le medesime ragioni che adduceva al papa in
favore della sua causa, e raccomandandola a tutti caldissimamente.
Alessandro VI, col suo occhio sagace e penetrante, comprese la
difficoltà del caso, ed usò allora un’astuzia degna veramente
dell’antico avvocato di Barcellona. Visto che il Frate era deciso a
non sciogliere la sua congregazione ed a non partire di Firenze; visto
che il momento era assai decisivo per la repubblica, onde la sola cosa
che importasse al presente era di far sì che il Frate non predicasse;
lasciò le minacce, e si volse alle lusinghe. Il 16 ottobre, partiva,
quindi, un altro breve,[516] nel quale il Santo Padre, rispondendo alla
lettera del Savonarola, rallegravasi come del ritorno d’una pecorella
smarrita. «Noi ti abbiamo,» così gli diceva, «in altre lettere
manifestato il nostro dolore per questi sollevamenti fiorentini, di
cui le tue prediche sono state precipua cagione; giacchè, in luogo di
predicare contro i vizi e raccomandare l’unione, tu vai annunziando
il futuro: cosa che potrebbe far nascere discordia in ogni popolo
pacifico; massime, poi, nel fiorentino, ove sono tanti semi di
discordie e fazioni. Per queste ragioni ti chiamammo appresso di noi;
ma ora che, per le tue lettere e per mezzo di molti cardinali, sentiamo
che sei apparecchiato all’obbedienza della Romana Chiesa, grandemente
ci siamo rallegrati, persuadendoci che tu abbi errato piuttosto per
soverchia semplicità, che per animo cattivo. Onde rispondiamo di nuovo
alle tue lettere, e in virtù di santa obbedienza ti comandiamo che _ti
astenga da ogni sermone, non solo pubblico ma anche privato_; acciò non
possa dirsi che dalla predicazione ti sei ridotto ai conventicoli. E
questo modo terrai insino a che potrai, più sicuramente e con decoro,
venire alla presenza di noi, che ti riceveremo con paterno e lieto
animo; o insino a quando avremo più maturamente deliberato qual modo tu
debba tenere, e destinato una persona idonea a riordinar queste cose.
E se, come non dubitiamo, tu vorrai obbedire, fin da ora sospendiamo
tutti i brevi antecedenti, acciò tu possa, per ora, attendere
tranquillamente alla tua spirituale salute.»
Dopo questo breve, il Savonarola trovavasi in una difficilissima
condizione. Egli capiva bene, che tutta quella paterna dolcezza, non
era altro che un’arte per chiudergli la bocca nel momento in cui la
repubblica aveva maggiore bisogno di lui: era la solita astuzia del
Borgia, che ormai tutti conoscevano. Le lettere dell’ambasciatore di
Roma, infatti, facevano sapere che l’ira del Santo Padre era più che
mai violenta; ch’egli voleva assolutamente metter le mani sulla persona
del Frate. Le armi dal papa mosse contro la repubblica; le istigazioni
che faceva all’imperatore; il perfetto accordo che regnava fra lui e
Piero de’ Medici, che s’era fermato a Roma, e di quivi cercava stendere
nuove fila di congiure in Firenze;[517] tutto metteva fuori di dubbio,
che il Borgia voleva, ora, far tacere il Savonarola, per poter meglio
opprimere la repubblica; dopo di che gli sarebbe stato assai facile
spegnerlo affatto. Nondimeno, in che modo poteva questi disobbedire ad
un comando, in apparenza così giusto e benigno; ad un breve che gli
offeriva generale perdono, a condizione solamente ch’ei si tacesse?
Il disobbedire non sarebbe a molti sembrato un voler mettere scandalo
nella Chiesa, un rendere impossibile ogni conciliazione? Sebbene,
adunque, il Savonarola non fosse sordo alla voce della patria che lo
chiamava; sebbene conoscesse in che gravi pericoli ella versasse, e
fosse persuaso che la finta benignità del papa non era che astuzia;
pure volle obbedire. Infatti, sin da che giunse il breve[518] dell’8
settembre, egli s’era taciuto, e continuava tuttavia nel suo proposito.
In una lettera che scrisse ad un amico, il 15 settembre di questo anno,
manifestava chiaramente lo stato del suo animo. «È noto,» egli diceva,
«a tutto il mondo, che le cose di cui vengo accusato sono false; e sarà
d’una grande infamia a cotesti prelati ed a tutta la città di Roma. Io
so bene che essi non hanno ragione di procedere contro di me, chè anzi
mi lapidano per una buona opera; ma io non li temo, nè temo la loro
potenza, perchè basta la grazia di Dio e la pura coscienza. Conosco
la radice di tutte queste insidie, e so che procedono dai perversi
cittadini, i quali vogliono ristabilire la tirannide in Firenze,
e vanno d’accordo con alcuni potentati d’Italia. Tutti costoro mi
vorrebbero uccidere; onde ora non posso più camminare senza la guardia
di gente armata. Nondimeno, se non potrò altrimenti soddisfare alla mia
coscienza, io voglio obbedire, nè peccare anco venialmente.»[519]
Ma nel mentre egli si taceva, le cose della repubblica andavano di
giorno in giorno rapidamente peggiorando. Gl’imperiali, accresciuti
dai Milanesi e Veneziani, già stringevano d’assedio Livorno, in numero
di 4000. Le navi venete tenevano il mare e chiudevano il porto, mentre
un drappello delle loro genti era al ponte di Sacco, per impedire
qualunque comunicazione fra Livorno ed il campo di Pisa. I Fiorentini,
non pertanto, provvedevano ai loro stringenti bisogni con un coraggio
degno dei loro antichi tempi. Mandavano al campo di Pisa Antonio
Colligiani, perchè rimettesse disciplina nell’esercito disordinato
dopo la morte del Capponi; e gli ordinavano di restringere le genti
a Montopoli, per tenersi pronto ad accorrere dovunque il bisogno ed i
movimenti del nemico lo chiamassero. Bettino Ricasoli, assai reputato
per la sua energia e capacità militare, comandava in Livorno; ed, ora,
i Dieci della guerra vi mandavano altri trecento uomini d’arme, guidati
dal conte Cecco, il quale, profittando della oscurità della notte
e d’una pioggia dirotta, passava per mezzo dei nemici ed entrava in
città. In questo modo si riusciva a fare più d’una onorevole sortita,
nelle quali gl’imperiali vennero battuti. Ciò che, fra tante avversità,
aiutava i Fiorentini, era non solamente la incapacità dell’imperatore
nel dirigere la guerra, ma ancora il trovare egli nei Veneziani e nel
Moro più ostacoli che aiuto. Essi volevano bene opprimere Firenze, ma
non volevano però levare un altro potente in Italia: onde spingevano
l’imperatore, e spinto, poi, lo arrestavano; tanto da fargli molestare
il nemico, ma non soddisfare l’ambizione che aveva di segnalare la sua
venuta in Italia con qualche gran fatto d’armi. Era, inoltre, sorta una
nuova discordia fra i Veneziani ed il Moro, non volendo alcuno di essi
permettere all’altro d’occupare Livorno, finita che fosse la guerra.
Per tutte questo ragioni, i Fiorentini avevano potuto durare sino ad
ora, non solo senza cedere a tanti nemici e tanto più potenti di loro,
ma anche, qualche volta, battendoli. Non si poteva, però, continuare
più a lungo; giacchè quel che le armi nemiche non facevano, cominciava
ora a farlo la fame. Ed a togliere ogni altra speranza, arrivava la
nuova che gli sforzi fatti dai mercatanti fiorentini in Francia per
soccorrere la patria, erano stati tutti invano. Essi aveano assoldato
il conte d’Albigion con la sua gente; avevano assoldate molte navi
e caricatele di grano comprato a loro spese: ma, in sul momento di
partire, il conte s’era ricusato di venire in Italia; e le navi,
spaventate da un grosso temporale che avevano per via incontrato,
s’erano parte tornate a Marsiglia, e parte, allargandosi sul mare,
avevano preso diverso cammino, per speranza di maggiori guadagni. E
quando pure fossero venute innanzi a Livorno, come mai potevano entrare
nel porto, che era guardato dai Veneziani?[520]
A Firenze, perciò, lo squallore era cresciuto a un segno, che non si
potrebbe con parole descrivere. Sul volto di ognuno si leggeva lo
sgomento dell’avvenire, su quello dei popolani, poi, erano dipinti
lo stento e i travagli della fame patita. I contadini, non di rado,
si appoggiavano estenuati ai muriccioli delle vie, e vi morivano
per mancanza d’alimento.[521] La peste ogni giorno faceva qualche
progresso.[522] Pure, tanto lo spirito di parte può accecare gli
uomini, che in questa universale miseria pareva che gli Arrabbiati ne
trionfassero. Andavano ad alta voce gridando: «Ora, finalmente, siamo
tutti chiari che al Frate ci ha ingannato. Ecco le felicità da lui
promesse a Firenze.» E già parlavano di cedere; ardivano pubblicamente
sparlare del nuovo governo, e dicevano ch’era venuta l’ora di mutarlo.
La Signoria, non sapendo più a quale partito appigliarsi, ricorreva
agli uffici divini; ed ordinava che si facesse, con una solenne
processione, entrare in Firenze quella miracolosa immagine della
Madonna dell’Impruneta, a cui il popolo fiorentino soleva sempre
ricorrere nelle sue avversità. Ma la sola cosa che ad ognuno pareva
potesse veramente confortare il popolo in tanta avversità, era
la voce di quel Frate, che tutti vedevano ora, con dolore e con
disapprovazione, tacersi. Onde la Signoria tornò di nuovo a lui,
supplicandolo e quasi imponendogli che non mancasse al dovere verso
la patria: non volesse permettere che quel popolo, il quale aveva in
lui riposta tanta fiducia, restasse ora, fra tanti pericoli, in tanta
miseria, senza il conforto, almeno, della sua parola.
Il Savonarola, che già da più tempo era crudelmente afflitto, nel
vedere lo sgomento, lo squallore e la desolazione di quel popolo,
non seppe resistere alle nuove istanze della Signoria; ed il giorno
28 di ottobre, ritornava finalmente sul pergamo. Quanto diverso dal
solito era l’aspetto del suo uditorio! Su tutti i volti stava dipinto
lo sgomento del presente, il terrore dell’avvenire. Ad ognuno pareva
che fosse vicina la fine del governo popolare, che gli Arrabbiati
dovessero ben presto trionfare, e che alla fame ed alla guerra
dovessero succedere gli esilii e le condanne. Tutti gli occhi si
volgevano, dunque, a lui, pieni d’incertezza e titubanza. Egli, come
spesso faceva, cominciò quella predica in forma di dialogo. «Io non
avrei dovuto parlare. Ma io vengo per obbedire alla Signoria, e per
invitarvi un’altra volta alla penitenza. — _Voi siete chiari?_ Ed io
vi dico che sono chiaro io, e che ogni cosa da noi detta, fino ad un
minimo iota, si deve verificare. Io sono chiaro che Iddio aggira il
cervello d’Italia, e che molti saranno ingannati. Questo flagello pare
una cosa, e sarà un’altra. — _Tu sei chiaro?_ Di che cosa? Che sono
vicine le tribolazioni? che tu combatti contro a Cristo? Sappi che
il bene promesso a Firenze verrà, e che i cattivi avranno l’inferno
in questa vita e nell’altra. Siete adunque chiari, che se non mutate
vita avrete guai? I vizi continuano sempre, o Firenze: si giuoca, si
bestemmia; e in questo modo voi vi tirate addosso il flagello. Orsù,
fate questa processione che sarà buona cosa; «e se voi ricorrete a Dio
come si deve, io mi confido che si avrà qualche grande grazia, e che
non dovremo avere paura di nessuno.»
«Ma tu poni sempre la tua speranza negli uomini, tu aspetti sempre
soccorso da quel re che mai non viene, e che già è stato punito, come
noi gli minacciammo;[523] ed io, invece, ti dico: _maledictus homo qui
confidit in homine_. — Orsù, che dobbiamo noi dunque fare, o padre?
— Prima di tutto, bisogna che ritorni a Dio; dipoi, che tu deponga il
pensiero che già avevi fatto (di mutare governo e di arrenderti); che
ti aiuti con ogni provvisione umana; che tu presti alla città tutto il
danaro che tu puoi, e che tu lo presti _gratis_. Io vi dico finalmente:
unitevi tutti insieme, e lasciate ogni dissensione. E se voi fate una
vera unione, ascoltate bene le parole che vi dico: «Io voglio perdere
la cappa, se non cacciamo ora li nostri nemici. Io dico che se voi fate
questo, io voglio essere il primo ad uscire fuora contra di loro con
uno crocifisso in mano, e faremo fuggire li nostri nemici insino in
Pisa, ed ancora più là.» «Credi alle mie parole, o Firenze; rammentati
quante lacrime versasti in questa chiesa il giorno 6 di novembre;[524]
e, poi, fu fatta la rivoluzione quel medesimo giorno, e fosti libera.
Rammentati che io feci partire da Firenze il re Carlo; e quando egli
ritornò da Napoli, corsi quasi a rotta al suo campo e lo minacciai,
onde egli non fece alcun danno. Credi, dunque, alle mie parole; confida
nel tuo Signore. Segua quel che si voglia, io non temo nulla, se voi
tornate a Dio e state uniti e fate ogni provvisione umana.»
Volgendo poi, di nuovo, il suo discorso a coloro che mormoravano
contro il nuovo governo, diceva: — «Ora io voglio dirti un’altra
parola. Voi siete cittadini di tre sorta: prima, quelli che nel vecchio
governo erano esuli e desideravano invano la patria. Or tu l’hai; sta
cheto, adunque. Secondo, quelli che avevano il capestro alla gola.
Ora voi avete sicurezza e libertà; state cheti, adunque. — Io non mi
muovo, padre. — Non è già vero; voi tutti macchinate, e lo so ben io
quello che voi volete. — Finalmente, vi sono quei cittadini che hanno
magistrati in questa presente Repubblica; e questi non fanno giustizia,
e la città è tutta piena di giuochi, di bestemmie, di lussuria, di
sodomia e disunione. A questi io dico: se non fate giustizia, il
flagello verrà sopra di voi. Io dico, finalmente, a tutti, e lo dico
_in verbo Domini_: chiunque vuole tiranno capiterà male. Unitevi,
adunque; fate questa processione, e sperate nel Signore.»[525] Così
parlava il Savonarola quel giorno; ma, in verità, sino a che durava
il pericolo imminente, quelle parole d’una fiducia tanto cieca davano
agli Arrabbiati nuovo argomento di mettere in canzone il Frate ed i
frateschi. Nondimeno, al popolo era già un gran conforto che egli
predicasse; e fino a tanto che la sua voce risonava sul pergamo,
sembrava che Firenze non dovesse temere nuove sventure.
Il giorno trenta di ottobre, entrava in città la miracolosa immagine
di S. M. dell’Impruneta; una moltitudine immensa l’accompagnava, e
giammai i Fiorentini non avevano dimostrato una devozione più sincera.
La gente procedeva mesta e silenziosa; le limosine erano larghissime;
la tristezza stava dipinta su tutti i volti; e nella faccia del popolo
minuto si vedevano i segni della fame già sopportata, il timore di
stenti maggiori. La processione era giunta in Por Santa Maria, quando
un messaggiero, entrato per la porta a San Frediano e passato di sul
ponte alla Carraia, veniva lung’Arno correndo a cavallo, con un ramo
d’ulivo in mano, per andare al Palazzo dei Signori. Ma, imbattutosi
nella folla, si trovava da ogni parte circondato; ed afferrando il
cavallo per la briglia, tutti domandavano le nuove di Livorno. Erano,
finalmente, all’improvviso e quasi per incanto, arrivati da Marsiglia
i tanto aspettati soccorsi di uomini e di grano. Le navi giungevano
innanzi a Livorno, spinte da un vento così impetuoso di libeccio,
che non s’erano appena viste sul mare, che già entravano nel porto;
nè i Veneziani avevano potuto arrestarle, perchè dalla forza di que’
medesimi venti erano stati costretti a riparare sotto la Meloria. — Non
si potrebbe mai con parole descrivere la sfrenata gioia del popolo. Il
messaggiero veniva per tutto accompagnato con altissime grida; le sue
parole ripetute di bocca in bocca, si amplificavano ed esageravano; la
città era, quasi in un istante, tutta piena della lieta novella; le
campane sonavano a festa; in tutte le chiese si rendevano pubbliche
e solenni grazie del miracoloso aiuto. Invero, agli Arrabbiati
stessi pareva che il Signore avesse voluto salvar la repubblica dalla
imminente rovina, e che il Savonarola fosse stato questa volta, senza
dubbio, profeta. Il suo nome, la sua autorità ne crebbero a mille
doppi; ed il popolo minuto andava ora gridando: «Le prediche del Frate
ci hanno anche questa volta salvato.»[526]
Il soccorso non era, in verità, gran cosa. Delle genti dai mercatanti
assoldate, non erano voluti partire che 600 uomini; e delle navi già
pagate, una parte, quando furono in alto mare, presero diverso cammino
per speranza di maggiori guadagni, ed invece naufragarono: onde si era
poi sparsa la voce, che i soccorsi non sarebbero altrimenti venuti.
E adesso non erano entrati nel porto che cinque navi e due galeoni,
carichi d’uomini e di grano. Ma il modo ne era stato così inaspettato,
il tempo così opportuno, che l’effetto ne fu grandissimo, non solo
in Firenze, ma anche a Livorno, dove gli animi si riempirono di tanta
speranza, che fatto, per allegrezza, fuoco con tutte le artiglierie,
uscirono ad assalire i Pisani; e contemporaneamente andarono,
dall’altra parte, a rinforzare la bastía del Ponte a Stagno, che già
minacciava cadere nelle mani del nemico. Ivi trovarono gl’imperiali
così spaventati dal gran rumore delle artiglierie, e dalla voce che
aveva, anche fra loro, esagerato assai la forza degli aiuti arrivati;
che li misero in fuga, con grande uccisione di gente, con guadagno non
piccolo di prigionieri e cavalli.
Intanto, nel primo giorno di novembre, il Savonarola saliva di nuovo
sul pergamo; e, pigliando occasione dalla inaspettata fortuna, esaltava
la misericordia di Dio; inculcava il bisogno di tornare alla religione,
correggere i vizi, fare continue orazioni, e non fidare in altri che
nel Signore. Cercava ancora di moderare la soverchia allegrezza del
popolo. «Non bisogna lasciarsi vincere così facilmente dalla gioia e
dal dolore; non bisogna abbandonare le provvisioni umane; bisogna più
che mai provvedere alla guerra.» Il 2 novembre, giorno dei morti, fece
un’altra predica, che ebbe grandissimo successo; e fu _sull’arte del
ben morire_.[527] Diceva che il vero cristiano dovrebbe tener sempre
presente l’idea della morte, e che una vera considerazione di essa
condurrebbe ognuno alla buona vita. Con assai vivi colori descriveva
lo stato dell’animo nostro in quell’ora suprema; faceva un’analisi
ingegnosa e minuta di tutte le passioni che ci dànno assalto in quel
momento di prova. «La morte,» egli diceva, «è il momento solenne della
nostra vita: il diavolo ci dà allora la battaglia estrema. Egli è come
se esso giocasse sempre a scacchi con l’uomo, ed aspettasse il momento
della morte per dargli lo scacco matto. Chi lo vince in quel punto,
vince la battaglia della vita. Noi, o fratelli, non viviamo in questo
mondo, se non per imparare a ben morire.» Proponeva ad ognuno, di
tenere al suo letto un quadro che gli rammentasse l’ora ed il pericolo
della morte. Descrisse minutamente questi quadri fantastici, cui il
popolo prestava un’attenzione grandissima, e che vennero nelle molte
edizioni di quella predica incisi da Sandro Botticelli, e da altri
principali artisti di quel secolo. Nè lasciava quel giorno di dare
incoraggiamento al popolo, incitarlo a mantenersi unito e provvedere
ai bisogni della patria. Dopo di che, tornava subito nel suo silenzio,
dolendosi già d’aver dato al papa qualche pretesto di nuovi lamenti.
Infatti, quasi non era giunta a Roma la notizia dei soccorsi arrivati
a Livorno e della prima predica del Frate, che un altro breve, in
data del dì 7 novembre, veniva indirizzato a tutti i Domenicani di
Toscana.[528] Ora non si trattava più di riunire San Marco alla
Congregazione Lombarda; ma, invece, separarlo da essa, insieme
con tutti i conventi di Toscana e di Roma, per fondare una nuova
_Congregazione Tosco-Romana_, con un vicario suo proprio; il quale
verrebbe, secondo gli statuti domenicani, eletto ogni due anni dai
vari priori della nuova Congregazione, senza però derogare con ciò
all’autorità del vicario generale di Roma. Pel primo biennio, il
papa stesso nominava come nuovo vicario il cardinale di Napoli,
stato sempre amico di San Marco e del Savonarola. Così il Borgia,
ripigliando di nuovo la quistione dei Conventi, cercava destramente
evitare tutte le obbiezioni che il Savonarola aveva fatte nella sua
lettera. Non rimetteva la sua causa al vicario lombardo; non riuniva
due congregazioni fra loro nemiche; sceglieva egli stesso un vicario
stato sempre amico di San Marco; e finalmente, così diceva il breve
istesso, si dava opportunità di allargare la nuova riforma a tutta
Toscana ed allo Stato romano.[529] Ma questa non era che l’apparenza:
la sostanza delle cose era, invece, assai diversa. Una volta sottoposto
il Savonarola all’autorità del nuovo vicario che dipendeva sempre
dal generale dell’ordine in Roma; egli avrebbe perduta quella sua
indipendenza, per cui tanto aveva bramata la separazione dai frati
lombardi; quell’imperio sopra i suoi frati, che gli dava tanta autorità
in Firenze; e poteva d’ora in ora essere obbligato a partire per
qualche altro convento: il che, in fondo, era sempre la mira del papa.
Inoltre, egli vedeva assai chiaro, che nella nuova Congregazione, il
convento di San Marco, stretto in mezzo ad una moltitudine d’altri
conventi quasi tutti gelosi o nemici, ben lungi dal potere in essi
infondere la sua riforma, ne sarebbe stato invece assai facilmente
oppresso.
Per tutte queste ragioni, in luogo di obbedire, il Savonarola
prese nuovamente in mano la penna, e scrisse la sua _Apologia della
Congregazione di San Marco_; nella quale, non più rispondendo al papa,
ma dirigendosi invece al pubblico, assumeva un linguaggio assai franco
ed ardito. «Io non mi fermerò,» così egli diceva, «a confutare le
accuse che mi vengono fatte circa la dottrina; perchè già vi ho tante
volte risposto, e perchè mi apparecchio a combatterle tutte nella
mia opera del _Trionfo della Croce_, che verrà ben presto alla luce.
Ma io rispondo al comando che ora mi è fatto di riunirmi alla nuova
Congregazione. Ed innanzi ogni altro, questo non dipende solo dalla
mia autorità, ma dall’arbitrio ancora di 250 frati, i quali tutti hanno
scritto al papa in contrario; ed io non posso nè voglio contrastare al
loro proposito, che mi par giusto ed onesto.» E qui veniva adducendo
le sue ragioni, per dimostrare come quella unione avrebbe corrotta e
rilasciata la severità della regola di San Marco, con danno gravissimo
di tutti loro; ma specialmente dei giovani che formavano, ora, la
massima parte di quel convento. «Se gli altri frati non hanno bisogno
di riformarsi, perchè unirsi a noi? Se poi si uniscono per essere da
noi riformati, noi abbiamo già tanti giovani inesperti che a fatica
bastiamo ad ammaestrarli: l’unirsi, adunque, non sarebbe altro che
disordine e confusione per tutti; ma per noi specialmente.» Rammentava
i deplorabili odii de’ vari conventi; il pericolo della vita che
egli aveva, per questa ragione, corso a Pisa ed a Siena. E dopo ciò
concludeva: «Questa unione adunque, è impossibile, irragionevole,
dannosa; e i frati di San Marco non debbono esservi obbligati, perchè i
superiori non possono comandare contro alla costituzione dell’ordine,
contro alla carità ed al bene delle nostre anime. Bisogna, dunque,
supporre che essi vengano da false informazioni ingannati; e resistere,
intanto, ad un comando che è contrario alla carità; non lasciarsi
atterrire da minacce o scomuniche, ma piuttosto esporsi alla morte,
che sottomettersi a quel che sarebbe veleno e perdizione delle anime.
Quando la coscienza ripugna al comando ricevuto dai superiori, bisogna
prima resistere ed umilmente correggere: il che noi abbiamo già fatto:
ma se ciò non basta bisogna allora far come San Paolo, _qui coram
omnibus restitit in faciem Petri_.» Ed in questo modo, dopo un’assai
breve tregua, il Savonarola si trovava di nuovo in aperta guerra col
papa.[530]
Intanto, dopo quel primo successo degl’inaspettati aiuti, peggioravano
di nuovo le cose di Livorno; e se non fosse stato la continua gelosia
fra il Moro ed i Veneziani, già sarebbe da un pezzo venuta la fine
dell’assedio. Ma parve che la Provvidenza volesse una seconda volta
venire in soccorso dei Fiorentini. Quei medesimi venti di libeccio
che, nella fine dell’ottobre passato, avevano condotto in Livorno le
navi venute da Marsiglia; cominciarono, verso il 15 di novembre, ad
imperversare di nuovo così furiosamente, che batterono a terra tutta
l’armata veneziana. La Capitana urtò di fianco sulla rôcca Nuova, dove
naufragarono gli uomini e le artiglierie; ed a fatica potè salvarsi
l’imperatore stesso, che vi era sopra. Altre due navi corsero la
medesima sorte: il resto fu ridotto in istato tale, da non poter più
servire. Tutti i naufraghi, per salvare la vita, s’arrendevano; onde
fu grande il numero di prigionieri che si fece quel giorno a Livorno;
e molti, in poche ore, arricchirono della preda.[531] L’imperatore
stanco, finalmente, di combattere, come egli stesso diceva, «contro a
Dio e contro agli uomini,» abbandonò con poco onore quella impresa,
che con tanto poca riflessione aveva cominciata e condotta.[532] Nè
di questa subita risoluzione volle renderne ragione alcuna, o anche
parlarne, fino a che non fu giunto in Lombardia; dove amaramente
si dolse della condotta del duca e dei Veneziani. E parve che fino
all’ultimo la fortuna volesse essergli nemica; giacchè, essendosi,
nella ritirata, una buona mano de’ suoi Tedeschi uniti ad un numero
di Pisani per assalire il castello di Lari, il commissario fiorentino,
Alessandro degli Alessandri, li fece prima scendere nei fossati, e poi,
colle artiglierie, ne ammazzò la più parte. Così, fra l’ottobre ed il
novembre, l’avversa fortuna dei Fiorentini si mutava in prospera; ed
essi erano, quasi per miracolo, liberati da ogni più urgente pericolo.
Il 26 novembre, il Savonarola, ritornando sul pergamo, rammentava ai
suoi uditori, i pericoli per cui erano passati, lo scoramento a cui
s’erano abbandonati, la misericordia infinita con cui erano stati
salvati; e raccomandava a tutti di ringraziare il Signore con vera
e viva riconoscenza. Continuava, poi, facendo di nuovo, la storia e
l’elogio del governo popolare; paragonava, un’altra volta, i vari gradi
della sua formazione alle sette giornate della creazione; confermava
il lume profetico; e prometteva di tornare a predicare nel prossimo
avvento.
Ed infatti ritornò, allora, e fece le prime otto prediche sopra
Ezechielle; nelle quali si vede come egli avesse perduto ogni speranza
di tregua o di riconciliazione col Borgia. «O Signore, io ti domando la
via delle avversità. Io questa mattina ricomincio a predicare, solo per
ripetere quello che ho detto infino a qui, e confermarlo di nuovo; e
voglio metterci anche la vita.... Se io mi ridicessi,» così continuava,
rivolgendosi al popolo, «di che questo frate contraddice a Dio, e che
io mento per la gola; e lápidami e mandami fuor di questo pergamo.»
Ritornava sul suo lume profetico; riconfermava i vicini flagelli, «i
quali saranno tanto maggiori, quanto meno il popolo si manterrà fedele
alla religione ed alla libertà.»[533]
Il più importante di questi otto sermoni fu il sesto, che fece il
giorno 13 dicembre, a richiesta speciale dei Signori che assistevano
in Duomo. Dopo la introduzione, che allora soleva fare quasi ogni
giorno, sulla misericordia e bontà del Signore; venne ad enumerare le
benedizioni ch’Esso aveva mandato a Firenze. «Questa è la tua città;
tu l’hai eletta, o Signore, e l’hai benedetta; tu l’hai illuminata
del ben vivere; hai infuso la fede e il lume tuo nell’anima di questo
popolo. Dopo le benedizioni spirituali, tu gli hai voluto dare ancora
le temporali;» «e la prima e maggiore di tutte è la libertà che gli hai
restituita. Questa è una massima benedizione; _quia non bene pro toto
libertas venditur auro_. Prima gli bisognava fare a modo di uno: ora
non è così legato. Colui diceva: fa male, e bisognava farlo. Diceva
quell’altro: marita la tua figliuola a colui, e bisognava dargliela:
disfà quel parentado, e bisognava disfarlo: dà qui quei danari, e
bisognava darli. Aveva questo popolo tuo delle bastonate, e bisognava
avere pazienza.» Continuando in questo modo, il Savonarola fece tutta
la storia della liberazione di Firenze, incominciando dalla cacciata di
Piero de’ Medici insino alla partenza dell’imperatore, per dimostrare
di nuovo la bontà del Signore verso quel popolo. Si rivolgeva, quindi,
ad incitarlo al ben fare; e rimproverava la freddezza con cui ognuno
continuava d’andare tutti i giorni alla predica, senza mai mettere in
pratica le cose udite. «Predica a costoro quanto tu vuoi; essi hanno
fatta una consuetudine di bene udire, e un’altra di male operare. Hanno
fatto natura di questa consuetudine, e vanno in sul corso dell’udire
senza operare. E così è difficile a voltare questo corso, come è
difficile a voltare il corso delle acque. Tu hai fatto consuetudine
di questo udire sempre: fate giustizia, fate giustizia. Tu diventerai
cornacchia di campanile, la quale al primo suono della campana ch’ella
sente, ha paura e spaventasi; ma, poi, quando ella ha cominciato a fare
consuetudine, tu puoi sonare quanto tu vuoi, che sta in sulla campana e
non si muove.»
Rimproverò al popolo la sua ingratitudine verso Dio, «che vi ha dato
una libertà, che voi cercate sempre guastare col continuo mormorare
e sparlare, colle congiure continue che si ordiscono dentro e fuori
della città. Ingrato popolo! Iddio t’ha dato questo Consiglio grande, e
tu cerchi guastarlo col mettervi dentro i nemici della patria. Questa
non è stata già la mia intenzione. In sul cominciare, io permisi bene
ad ognuno di entrarvi, perchè la libertà era allora sul principio e
bisognava esperimentare; ma non lo feci già per dar luogo ai cattivi,
come ora è seguíto. Magnifici Signori, io vi dico che bisogna tenere
l’occhio a questo Consiglio, e andarlo limando e racconciando, e
vedere se molti che vi sono è bene che vi sieno. Bisogna restare in
sul numero grande; ma bisogna restringerlo solo per cacciarne i nemici
della patria. Non approvo, però, quelli che vorrebbero astenersi dal
votare sino a che non sia fatta questa nuova riforma; e molto meno
approvo quelli che vorrebbero rimettere alla sorte le elezioni dei
magistrati. Questo è contro alla libertà, vi dico io.» «Tu sei un
cristianaccio! Va, leggi la istoria che scrisse Lionardo d’Arezzo,
dove e’ dice che andò sempre bene la città mentre che si resse senza
sorte; e che poi quella sorte fu trovata da gente ambiziosa. E se ne
trova sempre di questi cattivi, che vanno sibilando simili cose nelli
orecchi. Questi sono quelli che fanno i conventicoli contro la tua
città, dentro e di fuori, con preti e con frati; e fanno quelle belle
cene e desinari. E il parlar loro va sempre in su il frate; e quivi
si mangia pane e frate, carne e frate, vino e frate.» «Provvedi, o
Firenze, a questi conventicoli, i quali non cercano altro che la rovina
della tua libertà. Questo povero fraticello è solo a combattere contro
a tutto il mondo. Orsù, quanto a me, io vi dico: chiamate dottori,
prelati e chi volete; io sono pronto a combattere contro tutti. Io vi
annunzio che nella religione di san Domenico non vi è stato mai alcun
eretico; ma bensì molti che hanno fatto grandi riforme in Italia. E
voi dovete rammentarvi del Cardinale Latino, di Angelo Acciaioli e di
sant’Antonino. Così deve seguire adesso; ma bisogna, innanzi tutto,
fare giustizia ed essere severi. A voi, o Signori, tocca provvedere:
fatevi una scorta di uomini armati e mettete mano alla spada: se questo
non basta, chiamate il popolo e fatevi terribili. Quei Magistrati che
non puniscono i delitti, abbiano la pena del reo.» «Giustizia, adunque,
magnifici Signori; giustizia, signori Otto; giustizia, magistrati di
Firenze; giustizia, uomini e donne; ognuno gridi giustizia.»[534]
E in questo modo si chiudeva l’anno 1496. La repubblica fiorentina era
maravigliosamente uscita da un numero infinito di pericoli; il nome e
l’autorità del Savonarola erano tornati in alto; il partito popolare
era una seconda volta padrone assoluto del campo. Ma, nel medesimo
tempo, s’era inasprita la lotta con Roma; e l’odio del papa contro
al Frate e contro al governo da lui creato, sembrava essere divenuto
inestinguibile. S’erano, inoltre, nel seno stesso della repubblica
scoperti tanti nemici, tanti e così continui maneggi degli Arrabbiati
e dei Bigi; che il Savonarola stesso credeva essere indispensabile
non solamente l’usare molta severità, ma ancora il restringere un
poco la forma del Consiglio maggiore, per non mettere il governo della
repubblica nelle mani di coloro che altro pensiero non avevano, se non
quello di distruggerla; nè ad altro scopo si valevano della indulgenza
verso di loro sino ad ora usata, che a più sicuramente cospirare contro
la libertà della patria.