Scritti diversi intorno alla dottrina del Savonarola. Lettere che
gl’indirizzano vari principi, e sue risposte. Colloquio del Papa
coll’ambasciatore fiorentino. Il Savonarola ritorna sul pergamo, e
predica nelle feste _sopra Rut e Michea_. [1496.]
Per ben comprendere quale e quanta fosse l’impressione prodotta
dalle prediche del Savonarola, bisognerebbe leggere le lettere che
si scrivevano in quei giorni a Firenze.[461] Sembra, davvero, che i
Fiorentini non sapessero ragionare d’altro che del Frate, e che niuno
di loro potesse più stare nei limiti del vero. Alcuni dicono ch’ei si
fa beffe d’una scomunica già arrivata;[462] che tratta il papa peggio
che turco, i principi d’Italia peggio che eretici: altri assicurano
ch’egli vuol rivelare sul pergamo i peccati de’ suoi persecutori; che
s’apparecchia a far nuove e più maravigliose profezie. Chi dice che
esso è divenuto il tiranno di Firenze; e chi, invece, ch’egli fra poco
ridurrà a mal partito i nemici della repubblica, se non li distrugge
con qualche miracolo: ognuno si aspetta cose grandi e maravigliose. E
così, esagerandosi da una parte per odio e mala fede, da un’altra per
fanatismo ed affezione, gli animi si andavano sempre più esaltando, e
le passioni ricevevano ogni giorno nuovo alimento.
Nello stesso tempo, cominciava ad uscire per le stampe un numero così
grande di strani opuscoli, che minacciavano, quasi, voler formare
un nuovo genere di singolare letteratura. Da una parte, si esaltava
insino alle stelle il nome del Frate; da un’altra, non si trovavano
parole, accuse, contumelie bastevoli per denigrarlo. Invero, il merito
letterario di quegli scritti non inviterebbe molto a discorrerne; ma
pure ritraggono così bene i tempi e gli uomini, che dobbiamo fermarci a
dirne qualche parola.
Uno dei più notevoli fra questi opuscoli, si chiamò _Oraculum de
novo sæculo_:[463] fu scritto dal Nesi, discepolo assai riputato di
Marsilio Ficino, e tutto pieno delle sue idee neoplatoniche. Il titolo
stesso del libro dava subito a conoscer l’autore per un seguace del
Savonarola: si discorre, infatti, d’una strana visione, in cui il
Nesi, trasportato in un altro mondo, ragiona a lungo con le ombre
di Enea e di Platone, il quale ci vien descritto come precursore del
Cristianesimo. L’autore incontra, poi, il gran Pico della Mirandola,
che, menandolo per le sfere celesti, gli mostra in esse un riscontro
della dottrina del Savonarola; e mentre continuano questo celeste
viaggio, il Pico esalta l’ingegno, il cuore, il carattere del Frate,
e conclude dicendo: _sed quid plura? Christi est in omnibus æmulator
egregius_.
Un predicatore in San Spirito attaccava la nuova dottrina, scagliava
ogni giorno ingiurie contro al Savonarola, e lo sfidava ad entrare nel
fuoco.[464] Questi, invece, lo disprezzava, e non faceva alcun caso
delle sue parole: ma ecco subito venire in risposta un opuscolo di
messer Filippo Cioni, notaio fiorentino, che prendeva la difesa del
Frate.[465] Un altro avversario, per poterlo vie meglio ferire, pensa
di fingersi suo seguace, e stampa una lettera, nella quale, sotto forma
di dubbi, ripete le solite accuse che si fanno contro al Savonarola:
che egli, cioè, semina scandali nella Chiesa, disobbedisce a Roma, si
chiama profeta, e via discorrendo.[466] Domenico Benivieni, fratello
del poeta e autore d’un gran numero di scritti religiosi, smascherava
subito la grossolana ipocrisia dell’anonimo con una sua Epistola:
veniva, poi, con molti dialoghi e trattati a difendere la dottrina e
le profezie del Savonarola.[467] In essi faceva la storia della sua
predicazione: descriveva lo stato di corruzione e d’incredulità, da
cui il popolo fiorentino era stato liberato mercè la nuova dottrina:
ne dimostrava la verità colla rettitudine della vita di tutti coloro
che la seguivano, col suo perfetto accordo col Vangelo: enumerava
finalmente le molte profezie del Frate, accennando così quelle che già
s’erano verificate, come quelle che erano ancora in via di verificarsi.
E mentre questa discussione s’era animata, ecco venir fuori un tal
frate Angelo anacoreta, che, dall’eremo di Vallombrosa, indirizzava per
le stampe lettere ai governi d’Italia. _Ai Signori e popolo di Firenze_
riconfermava le promesse fatte dal Savonarola; e, pretendendo ad una
particolare ispirazione delle Sacre Carte, assicurava di aver trovato
nell’Apocalisse predetta la discesa di Carlo VIII in Italia, ed il
suo passaggio in Oriente per ristabilirvi l’Impero Cristiano, diceva
anche di avere scritto alle Chiese d’Affrica e di Asia, per annunziare
questi prossimi eventi. _Al Senato e Doge di Venezia_ mandava un’altra
lettera, per disapprovare la loro politica e quella della Lega, che,
opponendosi a Carlo, si opponeva alla volontà del Signore, che lo aveva
eletto a questa impresa.[468]
Singolare veramente era questo frate, che dal suo eremo enumerava le
forze del Turco e quelle di Francia, discorreva le probabilità e le
conseguenze d’una guerra in Oriente. La politica era divenuta allora
d’universale interesse, nè si trovava alcuno che non mulinasse nella
mente i suoi piani e disegni dell’avvenire: gli uomini d’ogni partito
avevano preso in mano la penna. Gli opuscoli politici, infatti,
cominciavano ogni giorno a moltiplicare, e con essi gli Arrabbiati
davano sfogo alle loro passioni, all’odio irrefrenabile che avevano
contro al Savonarola; giacchè tentavano ogni via, non tralasciavano
alcuna arme che potesse ferirlo. Tutti i giorni, gli Otto scoprivano
nuovi attentati contro alla sua vita, e dovevano spesso mettere
qualcuno alla fune; nè, a quanto dicevasi, mancarono dei casi in cui
il delitto fu così presso a compiersi, che bisognò pronunziare la
sentenza di morte.[469] Non perciò gli Arrabbiati si spaventavano, anzi
procedevano oltre con uguale ardimento; e quando non potevano usare il
ferro, si valevano della penna, come bisognava fare adesso che il Frate
si era, causa dei brevi di Roma, ritirato nel suo convento. Furono
epistole in versi o in prosa, sonetti, canzoni, frottole; ogni forma di
scritto in cui si potessero mettere assieme ingiurie contro di lui.
Un tale Girolamo Muzi scriveva una frottola, che incominciava così:
O popolo ingrato,
Tu ne vai preso alle grida,
E drieto a un guida
Piena d’ipocrisia...
Egli attaccava non solamente il Savonarola, ma, rivolgendosi contro ai
magistrati, biasimava la loro condotta:
Che i ducati o marroni,
Le some dei capponi
Giovenchi, han sì gran forza,
Che rompono ogni scorza
Ch’è innanzi alla giustizia.
E procedeva oltre con tale insolenza, che venne dagli Otto privato
per cinque anni di tutti gli uffici, e condannato a pagare 60 fiorini
d’oro.[470]
Ma del linguaggio che tenevano allora gli Arrabbiati, ci darà forse
più chiara idea, la _Defensione contro all’Arca di Fra Girolamo_,
scritta da Francesco Altoviti.[471] L’autore dice di aver sofferto
l’esilio ed ogni sorta di persecuzione dai tiranni, e di amare sopra
ogni altra cosa la libertà, per difendere la quale scrive ora contro
al Savonarola. «Egli pare,» così di lui discorre l’Altoviti, «che sia
tanto accecato e acceso nel vizio e nella monarchia della sua superbia,
che siccome ha simulatamente detto che parlava con l’alto Iddio, così
crede dovere tenere lo stato e l’arme come dittatore; per dare le sue
leggi a questa città, e poi a tutto il mondo, come Moisè; e stringere
e minacciare ogni pontificale potestà, che le debbi ricevere e pigliare
per forza.» Lamenta che il Frate ha tolto le feste di San Giovanni, ha
distrutto il carnevale ed ogni allegria in Firenze; e, non sapendo poi
dire altro, continua così: «Egli vuol fare tiranno, e se qualche volta
gli ha parlato contro, si è poi mitigato, perchè Piero gli è divenuto
amico.» «E ora, non è dubbio alcuno che ove è Fra Girolamo, quivi è
Piero de’ Medici; e chi vuole Fra Girolamo, vuole Piero de’ Medici. E
però, volendo spegnere in tutto il nome del tiranno, bisogna spegnere
il nome del Frate; perchè egli è padre del tiranno e luogotenente del
tiranno;» e così via discorrendo. Si può egli immaginare nulla di più
assurdo? Eppure, tale era ogni giorno il linguaggio degli Arrabbiati.
I Frateschi, invero, non sempre restavano tranquilli; ma qualche volta
anch’essi davano sfogo alla loro bile, come si può vedere nei versi che
seguono:
Voi ridete, e con sonetti
Dispregiate il divin verbo;
Ma spectate il duro nerbo
Che le spalle vi rassetti.
Su, mosconi, a scompigliare;
Scarafaggi, a vostra stalla;
Calabron che siete a galla,
Fate i vizi un po’ svegliare.
Ma sappiate che mai falla
La iustizia col supplicio....[472]
Questi scritti erano alle volte opuscoli, alle volte fogli volanti,
che correvamo per le mani del popolo o si affiggevano alle cantonate;
ma più spesso ancora, versi che venivano ripetuti e cantati per la
città, e che Piagnoni ed Arrabbiati si scagliavano contro, quando
s’incontravano per via. Se però vogliamo conoscere il carattere
politico dei seguaci del Savonarola, non dobbiamo cercarne il ritratto
in quegli scritti coi quali essi respingevano l’ingiuria coll’ingiuria.
Noi dobbiamo, invece, cercarlo in quel numero assai maggiore di versi e
di prose, nei quali viene esaltato il nome e la grandezza della patria
fiorentina, nei quali essi propongono nuove leggi e nuove riforme, o
discorrono l’indole di quelle che già sono in vigore.
E qui accenniamo alcuni brevi trattati _Sul Cambio, Sul Monte
Comune_, e _Sul Monte delle fanciulle_; solo perchè sono indirizzati
al Savonarola ed al suo convento da un Frà Santi Rucellai; e perchè,
mentre discorrono d’alcune istituzioni importantissime nella repubblica
fiorentina, ci dànno anche notizie utili a conoscere lo stato in
cui erano allora le sue finanze.[473] Ma gli scritti più importanti,
quelli cioè che ci ritraggono al vivo i seguaci del Frate, uscirono
dalla penna dei popolani, che, senza grammatica, scrivevano solo
per uno spontaneo impulso e per una interna soddisfazione dell’animo
loro. Uno di questi scritti, che potrà darci un saggio di tutti gli
altri, era intitolato: _Riforma santa ha fatta Domenico Cecchi, per
conservazione della città di Firenze_. L’autore ci spiega la ragione
del suo scrivere, in queste parole: «Per grande amore che io porto
a questo popolo, mi sono messo colla mia fantasia a fare tale opera,
e non ne posso fare altra; e dì e notte me ne pare essere sforzato,
che ne potrei dire cose di miracolo me n’è avvenuto, ch’io stesso ne
sto stupefatto.» Il Cecchi è un vero tipo dei popolani fanatizzati
dalle prediche del Savonarola: la politica e la religione sono nella
sua testa stranamente combinate; egli discorre, come se una forza
superiore lo costringesse a consigliar la repubblica, ed è tutto pieno
di entusiasmo, d’ingegno naturale e di amore alla libertà. Il suo
scritto presenta un curioso misto d’ignoranza nei primi rudimenti dello
scrivere e di singolare acume politico; i suoi suggerimenti manifestano
un raro buon senso, e si direbbero fondati sopra una consumata
esperienza delle cose di Stato. Egli propone che il Consiglio maggiore
venga sciolto dall’incarico di provvedere ad un numero infinito di
piccole faccende, le quali non solo tolgono il tempo alle cose di
maggiore momento, ma disgustano molti dall’andare alle adunanze.[474]
Discorre sulla Decima, e dimostra i grandissimi vantaggi d’avere
un’imposta unica come quella; condanna gravemente gli arbitrii,[475]
«imperò l’arbitrio,» egli dice, «è quella cosa che sotterra questa
città;» approva l’imposta sopra i beni ecclesiastici, e vorrebbe che si
mettesse un limite alle doti, «perchè così non si disfarà un gentiluomo
o un artefice a maritare una sua fanciulla.»[476] In questo scritto noi
troviamo, per la prima volta, l’idea di creare quella milizia cittadina
che fu più tardi istituita dal Machiavelli, e che difese tanto
eroicamente la repubblica. Il Cecchi avvisava che si dovessero eleggere
alcuni uffiziali, per educare al mestiere dell’armi tutti coloro
che, nella città o contado, fossero atti a portarle. «E così, oltre
il vantaggio che i danari delle paghe girerebbero fra i cittadini,
sappiate che farà più frutto mille dei nostri uomini, che non fanno
tremila forestieri. E queste leggi,» così egli concludeva, «faranno
diventare buoni i cattivi, ed in Firenze viverà ognuno in felice stato.
Porteranno anche in brieve tempo la riforma, l’unione e la pace per
tutta Italia; chè verranno a imparare qui, perchè questa città è il
pernio ed il cuore d’Italia.[477]
Noi concludiamo, finalmente, il ragguaglio di questa letteratura
popolare, col mettere accanto alle parole del Cecchi, i versi d’un
tale che firmavasi: _Io Giovanni non sere nè messere, ma sarto
fiorentino_.[478] Egli nutre per la repubblica il medesimo entusiasmo
che aveva il Cecchi, ha il medesimo zelo per la patria; e sebbene sia
lungi dall’essere dotto, non cade così spesso nelle sgrammaticature e
negli errori d’ortografia. In un sonetto condanna quelli che vogliono
sempre impieghi, ma ricusano di servire la patria quando bisogna
portare pericolo: esalta il nome di coloro che combattono al campo
di Pisa. Volge, in un altro, i suoi rimproveri contro quei Bigi che
ipocritamente si fingono Piagnoni; ma li avverte che non riusciranno
nel loro intento:
O prete, o frate, o secolare strano,
Sia chi vuol, che non terrà la bocca
Al popol fiorentino alto e sovrano.
Che chi al popol vorrà porre il freno,
Cadere lo vedrò in un baleno.
. . . . . . . . . . . . . . .
In alcune ottave, loda l’amore alla patria e l’obbedienza al Consiglio
Maggiore; in varie terzine, esalta la futura gloria di Firenze, biasima
la politica del Moro, dei Veneziani e di tutta la Lega, minacciando ai
Pisani una prossima rovina:
Però bisogna che il Pisano cali,
Co’ ferri a’ piedi giù nella sentina,
Po’ ch’è stato cagion di tanti mali.
E la famosa patria fiorentina
In alia stae come bel falcone,
E la Lega nïente lo domina;
. . . . . . . . . . . . . . .
Però non creda nessun sottoposto
Uscire delle branche al gran lione.
E chi lo ingannerà, tornerà tosto,
A suo dispetto, sotto il suo artiglio
Come Cristo superno ha ben disposto.[479]
Quando consideriamo questi scritti, ed i molti altri che andavano
allora per le mani di tutti, noi vediamo subito la gran differenza che
passa fra quelli degli Arrabbiati e dei Piagnoni. L’onestà e la buona
fede è senza dubbio coi seguaci del Frate; i suoi avversari esagerano,
calunniano, fingono, non credono a loro stessi. Se, poi, lasciati da
parte gli scritti di questi ultimi, ci facciamo a considerare solamente
i primi; noi li troveremo allora divisi in due ordini assai distinti:
politici e religiosi. Grande è la distanza che corre fra di essi; non
solamente per la diversità del soggetto, ma ancora per l’indole di chi
li scrive, pel modo con cui sono dettati. È il popolo che ragiona di
politica, sono i dotti che discorrono di religione: il primo è ignaro
affatto delle lettere; i secondi conoscono greco e latino, la filosofia
aristotelica e la platonica: nondimeno, se vogliamo considerare il
valore dei loro scritti, la palma tocca senza dubbio ai popolani. Tutti
questi opuscoli erano, infatti, un prodotto della vita politica e della
vita religiosa. Or la prima di esse rendeva in Firenze l’immagine d’un
albero piantato sopra un terreno fertile e nel suo clima naturale, che
subito spande i suoi rami verdeggianti e rigogliosi; l’altra, invece,
a cui il Savonarola aveva profuso le sue cure più affettuose, sembrava
una pianta che si trova in un terreno ingrato, e cresce solo a forza
d’aiuti continui.
I Fiorentini furono un popolo essenzialmente politico; onde avevano
subito ripresa l’antica loro indole, ed ora sembrava, quasi, che la
repubblica non avesse mai cessato di esistere. Se noi vediamo che il
popolo, sentendosi quasi profano, non piglia mai la penna per scrivere
di religione; esso è, invece, occupato tutto il giorno a ragionare
ed a scrivere di politica: gli manca l’ortografia e la grammatica,
ma tanto più ingenuamente manifesta la sua indole; è sempre pieno di
ardore, di vita e di spontanea originalità. Che se, poi, ci venisse
domandato se, in questo ridestarsi dello spirito fiorentino, i dotti
s’occupavano di politica e quale era il merito dei loro scritti;
dovremmo allora rammentare, che il genio dei Machiavelli, Guicciardini
e Giannotti incominciava a sorgere con questa repubblica, si spandeva
al sole di questa libertà; e che essi furono, senza alcun dubbio, figli
della rivoluzione del 94, di quella rivoluzione dal Frate iniziata.
Noi troviamo, invero, la vita politica attiva e fiorente in ogni sua
parte. Le nuove leggi e riforme si discutono con maravigliosa perizia,
si vincono con facilità grandissima; sorge una gioventù novella, e
gli uomini maturi paiono consumati al governo degli Stati. Nè meno
felicemente procedevano le cose della guerra: Piero Capponi, che ne era
l’anima, acquistava al campo di Pisa un nome sempre maggiore; e quello
del valoroso Antonio Giacomini era già divenuto illustre: tutte le
cose si conducevano in maniera da rendere onore ad ogni più agguerrita
repubblica, non che ad una che aveva scosso appena il giogo d’una
servitù di sessanta anni. E se di questo così gran vigore di libertà
principale autore fu il Savonarola, che fondò la nuova repubblica; egli
l’aveva, quasi, ritrovata nell’indole stessa del popolo fiorentino,
a cui subito era divenuta tutta naturale. Essa, infatti, sopravvive
alla morte del Frate: spenta dalla forza di molti nemici, risorge più
gloriosa: circondata di nuovo da eserciti potentissimi, deve cadere; ma
la sua caduta è eroica, e la sua gloria rimane eterna.
Assai muta l’aspetto delle cose, quando si rivolge lo sguardo alla
vita religiosa di questo popolo. Noi vi troviamo qualche cosa di
effimero e di forzato, che non sapremmo definire; ma di cui ognuno
s’avvede, quando legge le storie di quei tempi e gli scritti religiosi
dei seguaci del Savonarola. Essi non sanno fare altro che riprodurre
languidamente le idee del maestro, ripetere senza calore le sue parole.
Dalla loro mente non esce mai un pensiero originale; dalla loro penna
non cade mai una parola energica.[480] Questo popolo che si dice rinato
alla religione, non ha saputo lasciare ai posteri nessun monumento
della sua fede. Il Savonarola è il solo personaggio veramente e
grandemente religioso; egli sembra il solo uomo reale, in mezzo ad un
mondo mutabile di sogni che svaniscono. Non è già che grande non sia la
riforma religiosa, non è già che universale non sia il miglioramento
morale; ma questo popolo che corre così spontaneo alla libertà, ha
bisogno, per mantenersi saldo nella fede, di udire ogni giorno le
prediche del Frate. Quando egli si tace, risorgono subito i vizi e la
miscredenza. Ognuno si avvede che a lui sopravvive la repubblica, ma
non la religione fiorentina.
Sebbene il Savonarola volesse nasconderlo a sè stesso, dovette pure
più volte avvedersene. Moveva allora amari rimproveri contro quel
popolo che tanto amava; minacciava la terribile ira del Signore, e
diceva che le promesse felicità si sarebbero mutate in spaventosi
flagelli. Ma aveva troppo bisogno di credere e sperare in quella
moltitudine; ed il corso naturale delle cose era, d’altronde, così
inevitabile, che trascinava fatalmente anche lui. Egli aveva cominciato
a parlare di religione e di morale, ed i Fiorentini s’erano svegliati
all’amore della libertà; li aveva allora secondati col consigliare
e fondare la nuova repubblica, e subito divenne l’idolo della
moltitudine: ma quando volle che la politica e la libertà servissero
alla religione, i Fiorentini, invece, facevano servire la religione
alla libertà. Ogni volta che il Frate perdeva affatto di mira la
politica, l’attenzione dell’uditorio lo abbandonava; egli veniva,
quindi, costretto a proclamare Gesù Cristo re di Firenze; a fare che
la Vergine consigliasse sul pergamo la nuova costituzione, e che il
Signore comandasse l’abolizione dei parlamenti. Doveva continuamente
paragonare il nuovo governo a quello delle gerarchie angeliche, e i
vari giorni della rivoluzione fiorentina alle sette giornate della
creazione! In sostanza, il Savonarola che sembrava essere un uomo
onnipotente sui Fiorentini, aveva trovato un ostacolo insuperabile nel
loro indifferentismo religioso, il quale era la sola parte dell’opera
dei Medici, che non gli potè mai riuscire di distruggere affatto. Quel
popolo correva dal dubbio al fanatismo, e dal fanatismo ritornava al
dubbio; senza che egli potesse mai renderlo veramente religioso, per
quanto vi si fosse adoperato.
E questo è un fatto d’una importanza gravissima, che merita di essere
seriamente considerato; perchè solamente esso potrà darci la chiave
a comprendere lo scioglimento inaspettato di questo singolare dramma
della vita del Frate. Egli volle essere il rinnovatore della religione;
ma il popolo fiorentino volle in lui adorare il fondatore della
repubblica. Lo difendevano con tanto ardore contro al papa, perchè
questi voleva portare i Medici a Firenze, perchè la causa del Frate era
divenuta la causa della libertà. Ma il giorno in cui Alessandro Borgia,
il quale non pensava egli stesso gran fatto alla religione, fosse
riuscito a separare l’una cosa dall’altra; il Savonarola non avrebbe
potuto più contare sullo stesso ardore, sul medesimo zelo; il terreno
avrebbe tremato sotto ai suoi piedi!
Ma, per tornare finalmente al corso della interrotta narrazione,
colle prediche _sopra Amos e Zaccaria_, la fama della nuova dottrina
s’era sparsa in tutto il mondo. Molto se ne parlò in Oriente, dove
il gran Sultano per leggere quelle prediche le faceva tradurre in
turco.[481] Di Francia, di Germania e d’Inghilterra, venivano al
Savonarola lettere di nuovi seguaci che la lettura dei suoi sermoni gli
aveva acquistati.[482] E nel medesimo tempo, i principi italiani gli
scrivevano, movendo contro di lui aspri lamenti giacchè ognuno d’essi,
o per falsi rapporti o per avere poco tranquilla coscienza, si credeva
personalmente preso di mira nelle prediche che egli faceva contro i
vizi e contro i tiranni.
Principalissimo fra questi era Lodovico il Moro, che scriveva al
Savonarola: «La sua vita essere tutta pura, tutta cristiana; onde non
vedeva perchè dovesse, così di continuo, essere accusato da lui, al
quale piuttosto si poteva far grave rimprovero del suo dire che non
si deve obbedire al papa.» Il Savonarola non lasciava questa lettera
senza risposta, ma gli scriveva in data del 25 aprile, serbando il
rispetto dovuto ad un principe, e tenendosi, nello stesso tempo,
in una dignitosa riserva verso quell’uomo, cagione di tanti danni
all’Italia, e così fiero nemico della repubblica. «Non è vero,» egli
diceva, «che io abbia mai detto assolutamente che non si deve obbedire
al papa; perchè questo sarebbe assai reprensibile, e contrario a quei
sacri canoni, secondo i quali mi sono sempre governato. E così ancora,
per darmi carico, è stato falsamente riportato che io ho sparlato di
V. S. Io sono affezionato a tutti, e non debbo parlare di alcuno in
particolare. Che se la V. S. è verso Dio di quello animo che dice,
non deve fare altro che perseverare: nè in questo si può avere giudice
migliore della propria coscienza.»[483]
Per le stesse ragioni e nel medesimo modo, doveva il Savonarola
scrivere a Galeotto Pico, principe della Mirandola, che allora
tiranneggiava crudelmente i suoi Stati, e credevasi, perciò, anch’egli
preso di mira nelle prediche. Il Frate smentiva, di nuovo, queste
accuse personali; ripeteva che il suo ufficio era solo di annunziare il
flagello, e raccomandare ad ognuno di far penitenza.[484] Quel principe
era fratello del famoso Pico della Mirandola, e padre dell’altro che
fu biografo del Savonarola; ma per indole assai da loro diverso. La
sua vita fu piena d’atroci crudeltà, ed egli tenne lungamente prigioni
nel fondo d’una torre un fratello e la madre: onde il Savonarola,
mutato dipoi linguaggio, gli scrisse, il 26 marzo 1496, una lettera
assai minacciosa. «Io vi conforto di convertirvi a Dio, vivere come
è obbligato ogni buon cristiano, dolervi del passato e ridurvi alla
pietà. Altrimenti, io vi annunzio che è sopra di voi imminente un gran
flagello, e sarete flagellato nella roba, nella persona e nella casa
vostra. Vi annunzio ancora; che della vostra vita ce n’è per poco;
che, se non farete quel che vi dico, anderete nell’inferno; e questa
lettera vi sarà presentata innanzi al tribunale di Dio, nè vi potrete
scusare.»[485] Ed il giovane Pico a questo proposito osserva: «Mio
padre si trovava allora in età virile, era nel fiore della salute e
poteva promettersi una lunga vita: pure, dopo quella lettera veramente
profetica, non sopravvisse che due anni; e d’allora in poi, la storia
della nostra famiglia fu una lunga tragedia di sangue, della quale
ancora non si vede la fine.»[486] L’infelice giovane, certamente, non
previde che egli doveva essere una delle vittime più infelici di questa
tragedia profetizzata dal Savonarola. La notte del 5 febbraio 1533,
veniva trucidato per le mani del suo stesso nipote!
Ma di tutti gli sdegni principeschi, maggiore di gran lunga era quello
del papa: esso faceva continui e minacciosi rimproveri all’ambasciatore
fiorentino messer Ricciardo Becchi, lamentandosi non solo del Frate, ma
più ancora della Signoria che gli aveva permesso di predicare. I Dieci
scrivevano e riscrivevano in sua difesa, ma il papa ne veniva in sempre
maggiore sdegno; onde, per calmarlo, si pensò mandargli ambasciatore
straordinario Messer Niccolò Pandolfini, arcivescovo di Pistoia. Non
appena egli fu giunto alla presenza del Borgia, che questi cominciò a
biasimare aspramente i Fiorentini del loro tenersi sempre uniti alla
Francia, e non volere entrar nella _Lega santa per cacciare i barbari_;
ma procurare, piuttosto, la rovina d’Italia. Veniva, poi, a parlare
del Frate, e le sue parole erano brevi; ma rivelavano un odio cupo e
profondo, un’ira assai male repressa. Cercava l’arcivescovo di scusare
la repubblica nel miglior modo che poteva. Circa l’alleanza francese,
egli adduceva la fede dei trattati, l’odio che i Veneziani ed il Moro
avevano sempre manifestato verso la repubblica. Rispondendo poi alle
cose del Frate, rammentava come la Sua Santità gli aveva, per mezzo
d’un cardinale, concesso nuovamente il predicare; onde nè esso nè la
Signoria avevano creduto d’incorrere in alcuna disobbedienza. Ed a
questo, il papa interruppe bruscamente il discorso, dicendo: — «Ben,
bene: di Frà Girolamo non ne parliamo ora; forse verrà tempo che ne
parleremo assai meglio. Quanto al resto, voi non date che parole, e
volete tenere il piè in due staffe.» — [487] Così finiva quel primo
colloquio.
Intanto, il papa radunava un concistoro di quattordici teologi
domenicani, ai quali proponeva di esaminare la condotta e la dottrina
del Savonarola; onde trovassero modo di condannare e punire con
severità, non solamente lui, ma ancora i suoi seguaci. Fu singolare,
però, il vedere come in tutta quella radunanza di teologi, la
principale accusa che si movesse contro al Savonarola, fosse quella
di essere _suto cagione di tutto il male di Piero de’ Medici_.[488]
Prova indubitabile, se pure ve n’era bisogno, che si trattava d’un
odio politico e non punto religioso. L’ambasciatore fiorentino messer
Ricciardo Becchi, non restava, in questo mezzo, ozioso; ma, aiutandosi
del favore e delle raccomandazioni d’alcuni cardinali, correva per le
case di tutti gli altri, cercando volgerli in favore della repubblica
e adoperandosi a guadagnare tempo; giacchè, per ora, non si poteva fare
altro.[489]
Il Savonarola, intanto, finita la quaresima, era andato a Prato e
Pistoia, dove riveduto i suoi frati e riposato alquanto, tornava subito
a Firenze.[490] Ivi si affrettava a pubblicare il suo trattato _Della
Semplicità della vita cristiana_, il quale doveva essere una seria
risposta alla corte di Roma; giacchè l’autore veniva, con una compiuta
esposizione di tutta la dottrina cattolica, a smentire le accuse
d’eretico e scismatico che gli volevano muovere. Il merito principale
di questo trattato sta solo nell’aver dato un compendio chiaro,
preciso, intelligibile ad ognuno, dei principali dommi cattolici. E,
sebbene questo non sia che un pregio di forma e di esposizione, fa
pure un grandissimo onore all’ingegno del Savonarola, l’aver, prima
d’ogni altro, tentato di spogliare la teologia del soverchio apparato
scolastico con cui molti la ingombrano ancora oggi; e di avere,
in questo modo, cominciato a renderla intelligibile a tutti. Noi
dovremo più tardi notare questi medesimi pregi in un’opera di mole e
d’importanza assai maggiore, di cui il presente trattato non essendo
che un primo abbozzo, ci contenteremo discorrerne di volo.
L’autore lo pubblicò, quasi contemporaneamente, nell’originale
latino e nella traduzione italiana, fatta da Girolamo Benivieni;[491]
innanzi alla quale pose una prefazione, in cui dichiarava nuovamente
di sottomettersi all’autorità della Chiesa Romana, e di scrivere e
predicare solo «per combattere la miscredenza dei nostri tempi, nei
quali si è raffreddata la carità e non apparisce più lume alcuno di
buone opere.» Il primo libro di questo scritto è poi il solo che tratti
propriamente della dottrina. Incomincia coll’insistere sulla necessità
delle buone opere; viene, quindi, a descrivere la vita cristiana,
e dice che il fondamento e la radice ne sta tutto nella grazia di
Dio. Definisce la grazia, e conclude che a questa deve il cristiano
tendere con tutto il suo animo; giacchè le buone opere senza di essa
non acquistan valore. Nel medesimo libro si discorre a lungo ancora di
quella estasi divina che era un portato delle dottrine neoplatoniche, e
che il Savonarola tanto predilesse. Egli conchiude, però, col dire, che
sebbene in quello stato di estasi le buone opere sono quasi inutili,
pure il cristiano non può mai giungere alla visione di Dio, senza
aver prima esercitato lungamente la carità. Vien poi a discorrere
delle cerimonie e dei sacrifizi; intorno ai quali ripete affatto la
dottrina di san Tommaso. Si ferma a notare la differenza che passa fra
i sacrifizi della legge mosaica e della cristiana; notando che i primi
operavano solo come mezzo, ed a seconda della disposizione di chi li
faceva; mentre i secondi infondono la grazia, anche per loro intrinseca
virtù. In tal modo finisce il primo libro, che è la parte principale
di questo trattato. Gli altri contengono piuttosto precetti di morale;
discorrono a lungo della semplicità interna del cuore, della semplicità
esterna negli atti, nel vestire, e via discorrendo; concludono con una
descrizione della suprema felicità nella vera vita cristiana. Questo
scritto venne letto avidissimamente, fu più volte ripubblicato,[492]
e dovè, certo, avere gran forza a combattere quell’accusa di eretico,
sotto cui la corte di Roma voleva nascondere l’accusa politica.
Nel medesimo anno, il Savonarola pubblicava una esposizione del salmo
_Qui regis Israel_; nella quale raccomandava al Signore che venisse
a soccorrere il secolo caduto sì basso. «Ora è spenta,» egli diceva,
«ogni religione, e si costuma: oggi in teatro, e domani nella cattedra
episcopale; oggi in teatro, e domani canonico in coro; oggi soldato,
e domani prete.» Nell’esporre il salmo, egli s’imbatte nella parola
_aper_, e si ferma a notare le qualità di questo animale, per trovare
ad ognuna di esse un corrispondente vizio nei preti de’ suoi tempi; e
poi si rivolge di nuovo al Signore, esclamando: «mostraci finalmente
la faccia tua, la tua luce, la tua verità.»[493] Tale fu sempre il
Savonarola; sottomesso nel domma, ardito anzi audace nella disciplina:
tale noi lo troveremo fino all’ultima ora della sua vita.
Nel mese di maggio, egli risaliva il pergamo a predicare nelle
feste, _sopra Rut e Michea_. I suoi sermoni erano questa volta radi
e lunghissimi; spesso si taceva più settimane o anche un mese, per
tornare, poi, in Duomo a predicarvi molte ore di continuo. Così
sperava non dare al Borgia continua occasione di lamentarsi; e da
un’altra parte, teneva nel popolo sempre viva la sua dottrina e
l’amore alla libertà. — «Noi siamo ancora qua, e non siamo fuggiti
come molti hanno detto. La prima cagione che ci ha spinto a venire,
è lo sparlare di questi avversari; dipoi, vedevamo che, mancando
l’acqua della predicazione, ogni cosa diveniva arida, e la brigata
andava per terra: anche vi dirò il vero, che senza predicare io non
posso vivere; e finalmente, io sono venuto per obbedire a Colui che
è prelato dei prelati e papa dei papi.» Il Savonarola spiegava in
queste prediche, come lo spirito del Signore, per mezzo dei Santi,
discendesse nei prelati, onde diffondersi poi in tutto il popolo.
«Ma ora,» egli diceva, «la corruzione del clero, la corruzione della
Chiesa impedisce che lo spirito si diffonda fra i credenti. Non
resta, dunque, che raccomandarsi a Dio perchè ci aiuti; perchè mandi
il flagello che, correggendo la Chiesa, riaprirà la via ad una larga
diffusione della grazia e dello spirito.» Il 23 maggio, egli Avocava la
discesa dello Spirito Santo con parole così ardenti, così passionate,
che facevano scoppiare l’uditorio in un pianto dirotto. E il giorno
seguente, ripigliando lo stesso soggetto, diceva: «Come gli astri,
congiungendosi, producono sopra la terra effetti diversi; così i
prelati, che dovrebbero essere gli astri della Chiesa, producono nel
popolo vizi o virtù, a seconda delle loro qualità buone o cattive.
Quando essi sono corrotti, tutta la Chiesa e la cristianità intera
è corrotta. I buoni si trovano allora in una terribile guerra;
giacchè debbono obbedire, perchè ogni potestà superiore è da Dio;
ma non debbono, poi, piegarsi ai comandi che sono contro la legge
del Signore. Grande è, perciò, la tribolazione; grande è la guerra,
quando i principi cristiani sono cattivi; maggiore assai è quando alla
potestà temporale si unisce ancora la spirituale. Allora l’angustia
non si può comportare; ma pure bisogna tenersi sottomessi, perchè
_il Signore non vuole mutar chiavi_. Costoro hanno doppia potenza,
spirituale e temporale; e usano l’una e l’altra in difesa del male.
Come, dunque, si può vivere bene? Ognuno par che ne abbia, invece,
paura. Più felici assai erano i tempi degli Apostoli; chè essi, almeno,
avevano a combattere un’autorità che non dovevano rispettare. Che
s’ha dunque oggi a fare? Bisogna aspettare che venga il flagello.»
Volgendosi poi ai sacerdoti, diceva. — «Io sono la porta, grida a
voi il Signore; e chi non entra per questa porta, è ladro. — Tu,
prelato, che compri i benefizi, sei ladro; tu, padre, chè li compri
pe’ tuoi figliuoli, sei ladro. Non vendete le cose spirituali, vi
dico io; voi le avete _gratis_, e datele anche voi _gratis_. Chi,
dunque, vuol seguire l’invito che fa il Signore; chi si vuol vestire di
semplicità e abbandonare ogni cosa per la Chiesa? — Oh prelati! Oh capi
della Italia! Fatevi innanzi, volete voi questa donna? — Ecco, essi
rispondono: _Cedo jura propinquitatis_; essi cedono i loro diritti, e
non vogliono saperne altro. Siatemi, adunque, testimoni, che io li ho
chiamati già sei anni continui; anzi Cristo li ha chiamati per mezzo
mio, e non sono voluti venire, e hanno rinunziato ai loro diritti. —
Scalzali, dunque, o Signore, dei beneficj loro, e togli loro ogni cosa.
— Spada, spada, tu porrai rimedio a tutto. Io ti avviso, o Italia; io
ti avviso, o Roma, che niuna cosa ti può salvare se non Cristo. Ancora
non è venuto il tempo di mandare lo Spirito Santo; ma verrà il tempo
suo; e allora, o Signore, tu sarai lodato in eterno.»[494]
Così finiva questa predica, e così continuavano, presso a poco, le
altre che fece il Savonarola fino al 20 di agosto 1496. In quel giorno,
noi lo troviamo nella sala del Consiglio maggiore, dove, a richiesta
dei Signori, predicava a tutti i magistrati ed a tutti i principali
cittadini quivi radunati. Il luogo lo richiamava alla politica; ed
egli, facendo una generale esposizione della sua vita passata, prendeva
occasione per respingere le tante accuse che contro di lui s’andavano
spargendo. «A torto il clero si rammarica di me. Se io ho parlato
contro i vizi, non ho offeso mai alcuno in particolare. Ma assai più
grave è il torto dei cittadini che vanno gridando che io mi mescolo
in tutte le faccende di Stato. Io non sono mai entrato nelle vostre
faccende; io l’ho detto in pubblico ed in privato; io lo ripeto ora,
in questo luogo, che tale non è il mio ufficio; e, quando io volessi
impacciarmene, niuno dovrebbe prestarmi ascolto. Che se, poi, ho dato
delle buone leggi per il bene del popolo e della sua libertà; se ho
impedito le discordie, ho pacificato gli animi; ciò è stato in onore
di Dio, e costoro vogliono lapidarmi d’una buona opera. Essi vanno
gridando: — Il Frate vuole danari, il Frate ha intelligenze, il Frate
vuole farsi tiranno, il Frate vuole cappello. — Io vi dico, che se
così fosse, non avrei a quest’ora il mantello lacero. Io non voglio
gloriarmi in altri che in te, Signor mio. Io non voglio nè mitre nè
cappelli; io non voglio se non quello che tu hai dato ai Santi, la
morte: un cappello rosso, un cappello di sangue, questo desidero. Ma
io vi dico, che se voi non provvedete a queste mormorazioni, un gran
danno ne seguirà alla vostra città.» Dopo questa lunga introduzione,
l’oratore volgeva il suo discorso a consigliare sul modo di mantener
fermo il nuovo governo. E il suo avviso era questo: che si dovesse dare
nel Consiglio una piena libertà di discussione, una facoltà di dire
tutto ciò che si volesse; ma fare nello stesso tempo una legge, che
punisse severamente quelli che andavano sparlando di fuori. «Quando
i cittadini sono congregati, e’ non si può dire bene, se non si dice
tutto quello che l’uomo ha in animo. Lascia pur dire a ognuno quel
ch’ei vuole. — O padre, v’è di molti ai quali non ci si può fidare.
— Non ti curar di ciò. Lascia pur dire, perchè la vita loro li farà
sempre conoscere. Ordinate che niuno possa, sotto grave pena, sparlare
di ciò che si dice nel Consiglio. Se a te non piace ciò che dice quel
tale, non dir già male di colui, ma vien su e rispondi: a me non piace
questa ragione; e allegane una migliore. Ma se voi siete sfiduciati gli
uni degli altri, e non fate che sparlare; allora non nasce altro che
divisioni e discordie.»[495]
Questa predica, fatta nella sala del Consiglio Maggiore, alla presenza
di tutti i magistrati riuniti, sembra quasi trasportarci due anni
indietro, a quei giorni pieni di vita e di successo, nei quali il
Frate fondava la nuova repubblica. Come mai i Fiorentini ardiscono
sfidare a questo segno l’ira del Borgia; mettere in non cale i brevi
e le minacce? Noi dobbiam credere che le condizioni della repubblica
sieno assai mutate. Ed, invero, i nuovi avvenimenti d’Italia avevano
fatto da ogni lato sorgere nuovi pericoli; onde tutti si rivolgevano,
spaventati, a quel Frate che solo aveva saputo nei momenti difficili
guidarla a salvezza. Ed egli, sebbene fosse stato già una volta con
tanta ingratitudine pagato, ritornava a prestare la sua opera in difesa
della patria; per esperimentare, come noi vedremo, una ingratitudine
maggiore e più crudele.