Il Savonarola ritorna sul pergamo, e predica la quaresima del 1496.
Il giorno 17 febbraio 1496, fu un giorno solenne nella vita del
Savonarola. A lui era stato concesso il permesso di predicare ed
offerto il cappello cardinalizio: malgrado ciò, egli vedeva assai
bene che la guerra col papa andava divenendo ogni giorno più fiera, e
che il Borgia voleva il suo sangue. Con tale disposizione di animo,
incominciava il suo quaresimale _sopra Amos e Zaccaria_. Invero, se
non si fosse trattato d’altro che della sua persona, egli si poteva
offerire vittima volontaria alla pace della Chiesa; ma in lui veniva
attaccata principalmente la repubblica fiorentina, di cui tutti lo
riguardavano come la personificazione viva e parlante. Nel difendere
sè stesso, egli difendeva, perciò, la libertà e la religione d’un
popolo intero, che per sua opera cacciando i tiranni, era tornato alla
morale ed alla fede cristiana. Di certo, niuno poteva dubitare delle
sue dottrine religiose: non quel papa che gli offeriva la porpora
cardinalizia; non quegli Arrabbiati che odiavano in lui il severo
riformatore dei costumi, e non sapevano comportare il soverchio rigore
della sua pietà. Nondimeno, ambedue s’erano uniti a nascondere la
quistione politica sotto una quistione religiosa, sperando così di
poterlo vincere più facilmente; ed egli, sicuro della sua coscienza,
veniva ora deciso a difendersi audacemente su questo terreno.
La Signoria aveva quel giorno dovuto prendere molti provvedimenti per
impedire i disordini che si apparecchiavano. Gli Arrabbiati s’erano
disposti ad ammazzare il Frate, quando lo avessero potuto sorprendere
per via; sapevasi anche dei sicari del Moro: i famigli degli Otto e
alcuni Gonfalonieri delle compagnie percorrevano, quindi, la città
per mantenervi l’ordine. Quando il Savonarola uscì dal convento, lo
schiamazzo e le grida di gioia del popolo che lo attendeva, arrivarono
al cielo; e molti de’ suoi amici armati subito lo circondarono per
difenderlo da ogni insulto, e lo accompagnarono al Duomo. Quel giorno
tutte le passioni erano esaltate: il Savonarola rompeva un silenzio
di molti mesi, che aveva in ognuno cresciuto il desiderio d’udirlo;
veniva a trattare un soggetto gravissimo; e sapeva che la sua predica
doveva essere inviata subito a Roma, alle cui offerte e lusinghe egli
aveva quel giorno promesso di rispondere. Salito che fu sul pergamo,
egli stette col capo alto e volse intorno fieramente lo sguardo;
i suoi occhi, quel giorno, fiammeggiavano come carboni accesi; la
moltitudine era affollata in modo che niuno avrebbe potuto muovere un
passo; l’attenzione ed il silenzio erano tali, che si udiva quasi il
respiro dell’oratore, divenuto per la profonda agitazione assai più
affannoso. Non pertanto egli, frenandosi, cominciava il suo discorso
tranquillamente ed in forma di dialogo.
«Che vuol dir, frate, che tu sei stato tanto a riposarti, e non sei
venuto in campo ad aiutare li tuoi soldati? — Figliuoli miei, io non mi
sono stato a riposare, anzi io vengo di campo, e sono stato a difendere
una rôcca, che se la fosse andata per terra, forse che anche voi
eravate rotti; ma ora, per grazia di Dio, mediante le vostre orazioni,
l’abbiamo salvata.... — Orsù, Frate, hai tu forse avuto paura d’essere
stato morto? — Figliuoli miei, certo no; che se io avessi avuto paura,
non saria venuto ancora adesso, perchè io porto maggiore pericolo al
presente che prima. — Hai tu dunque avuto scrupolo di coscienza al
predicare? — Non io. — Perchè, dunque? Noi intendiamo che è venuta una
scomunica, e che t’è stato fatto comandamento che tu non predichi. —
L’hai tu letta questa scomunica? Chi l’ha mandata? Ma poniamo caso che
così fosse; non ti ricordi come io ti dissi, che ancora che la venisse,
non varrebbe nulla e non gioverebbe a questi cattivi pieni di bugie?...
— Che è stato dunque? Frate, tu ci tieni troppo a bada. — Ora ve lo
dirò, se voi mi ascoltate pazientemente. — »
«Io ho detto e pensato: innanzi che io vada, _custodiam vias meas_;
cioè, io riguarderò le vie mie se sono nette da ogni contaminazione.
Vedendo tanta contradizione da tanti luoghi, contro uno omicciuolo
che non vale tre danari, io ho detto nel mio cuore: forse forse che tu
non guardasti bene le tue vie, e però la tua lingua ha fatto errore;
ed holle riguardate ad una ad una. Io ho ricercato solo intorno alla
fede, chè la grammatica e la logica non sono ora il mio ufficio; e
certo, trovai in quella parte la via essere tutta netta;» «perchè
io ho sempre creduto e credo tutto quello che crede la Santa Romana
Ecclesia, e sempre a quella mi sono sottoposto e sottopongo....[432] Io
l’ho scritto a Roma, che se ho predicato o scritto cosa eretica....,
sono contento emendarmi e ridirmi qua in pubblico. Sono sempre parato
alla obbedienza della Romana Chiesa, e dico che sarà dannato chi non
obbedisce ad essa.... Dico e confesso che la Chiesa Cattolica non
mancherà mai infino al dì del giudicio;... ed a chiarire, poi, qual
sia questa Chiesa Cattolica, sono diverse le opinioni, onde io me ne
riferisco a Cristo ed alla determinazione della Chiesa Romana.»[433]
Dopo che il Savonarola ebbe fatto una dichiarazione così esplicita,
da non lasciar più dubbio d’alcuna sorte sulla cattolicità delle sue
dottrine, venne alla parte più ardita di esse. Egli disse, allora, che
sebbene la Chiesa sia nel domma infallibile, non per questo si è tenuti
d’obbedire ad ogni sorta di comando che ci venga dai superiori, o anche
dal papa. «Il superiore non può comandarmi contro alla costituzione
del mio ordine; il papa non può comandarmi contro alla carità o contro
al Vangelo. Io non credo che il papa voglia mai farlo; ma quando lo
facesse, io gli direi: Tu, ora, non sei pastore, tu non sei Romana
Chiesa, tu erri.»[434] Anzi io dico: «Ogni volta ch’ei si potesse
vedere espressamente, che i comandamenti de’ superiori sono contrari
a quelli di Dio, e massime al precetto della carità, niuno debbe in
questo caso obbedire, perchè egli è scritto: _oportet obedire magis
Deo quam hominibus_.»... «Se però il caso non fosse evidente, o che vi
fosse il menomo dubbio, allora bisogna sempre obbedire.» Ciò premesso,
egli procede oltre e viene al suo fatto particolare, per dire che
non si crede punto obbligato d’obbedire a chi lo vuole allontanare da
Firenze; perchè tutta la città, e fino le donnicciole, conoscono che
questo si cerca per solo odio politico, e che risulterebbe a danno,
non solo della libertà, ma anche della religione. «Quando io vedessi
espressamente che il mio partire d’una città fusse ruina spirituale e
temporale del popolo, non obbedirei a uomo vivente che mi comandasse di
partire... Sì perchè questo sarebbe contro i comandi del Signore; sì
perchè presumerei che il mio superiore non avesse l’intenzione di far
male, e si fosse ingannato per false informazioni. — O tu che scrivi
a Roma tante bugie, che scriverai tu ora? Io so bene quello che tu
scriverai! — Oh che, frate? — Tu scriverai che io ho detto che non si
debba obbedire al papa, e che io non voglio obbedire. Io non dico così:
scrivi come io ho detto, e vedrai che non farà per te.»[435] Infatti,
la dottrina esposta dal Savonarola era tutta cattolica, e per niente
si allontanava da ciò che avevano detto San Tommaso, e molti dottori
e pontefici della Chiesa: nondimeno era tale, che di poco alterandone
le parole, si poteva facilmente farla cadere nell’eresia; e questo
tentavano appunto i suoi nemici.
Egli, intanto, ripigliava il filo della predica, dicendo: che, dopo
avere esaminato le sue vie e trovatele tutte nette, per aver sempre
sottomessa la sua dottrina alla Chiesa; dopo essersi persuaso che i
brevi venuti da Roma erano nulli, perchè mossi solamente da mendaci
informazioni e contrari alla carità; aveva, nondimeno, deciso di
usar prudenza, e si era, perciò, fino allora taciuto, e così avrebbe
ancora continuato. «Se non che, quando io vidi che molti buoni si
raffreddavano, che i tristi pigliavano animo, che l’opera del Signore
andava per terra; allora io mi decisi audacemente a tornare quassù.
Ma prima mi volsi al Signore dicendo: — Io mi dilettavo della pace e
della quiete; ma tu m’hai tirato fuori mostrandomi la tua luce, ed io
ho fatto allora come la farfalla, che, per desiderio di luce, brucia
le sue ali. Io ho bruciato, o Signore, le ali della contemplazione;
mi sono messo per un mare tempestoso, dove i venti sono da ogni parte
contrari.» «Io vorrei andare al porto e non trovo la via, vorrei
riposarmi e non trovo loco, vorrei star cheto e non parlare; ma non
posso, perchè il verbo di Dio è nel mio core come un foco, il quale,
se io non lo mando fuora, mi arde la medulla delle mie ossa. Orsù, o
Signore, poichè tu vuoi che io navighi in così profondo mare, sia fatta
la tua volontà.»
Il Savonarola concludeva finalmente questa predica, rivolgendo le sue
parole, prima ai giovani, che egli credeva quasi tutti buoni; e dipoi
ai vecchi, nei quali aveva assai minore fiducia. — «In voi, o giovani,
sono le mie speranze e le speranze del Signore. Voi governerete bene
la città di Firenze, perchè non avete preso la cattiva piega dei
padri vostri, che non si sanno spiccare dal reggimento tirannico, nè
sanno quanto è grande questo dono che il Signore ha fatto al popolo,
della sua libertà.» «Voi, invece, o vecchi, voi state tutto il dì ai
circoli e sulle botteghe a dir male, e con vostre lettere scrivete
molte bugie fuor della città di Firenze. E perciò molti dicono che io
ho conturbata la Italia; e questo mi è stato scritto anche in carte
autentiche. Oh insensati! _Quis vos fascinavit non obedire veritati?_
Dove sono le squadre mie e li danari da conturbare l’Italia?... Io non
conturbo Italia, ma bene annunzio che la deve essere conturbata.» «Io
annunzio che i vostri peccati affrettano il flagello. Una gran guerra,
o incredulo, ti farà lasciare la pompa e la superbia. Una grande
pestilenza vi farà lasciare le vostre vanità, o donne; popolo minuto e
mormoratore, una grande carestia ti farà stare cheto. Cittadini, se voi
non vivete col timore di Dio e non amate il governo libero, il Signore
vi farà mal capitare, e serberà solo ai vostri figli le felicità
promesse a Firenze.»[436]
Così finiva questa predica, nella quale il Savonarola restringeva,
come in un quadro, tutto ciò che voleva dire nelle altre di quella
quaresima. Le sue dottrine sono ardite, le accuse che muove contro Roma
sono audaci, le parole con cui descrive il flagello che s’avvicina
son parole di fuoco; ma nulla di ciò ch’ei dice può essere appuntato
d’eresia. Noi dobbiamo anche ammirare la sua prudenza, che mai non gli
permise di muovere sul pergamo discorso intorno alla simoniaca elezione
del Borgia, od alla speranza del concilio; nè gli fece fare allusione
d’alcuna sorte alle offerte dal papa ricevute. La sua generosa indole
non gli permetteva di prendere vantaggio d’un fatto, che, giovando
solamente a lui, poteva seminare scandalo nella Chiesa. In tutto questo
quaresimale, noi troviamo il Savonarola sempre uguale a sè stesso;
essenzialmente cattolico, ma, nello stesso tempo, pieno d’un coraggio
e d’una indipendenza morale, che pochi ebbero prima o dopo di lui;
non vi è cosa al mondo che lo spaventi, non vi è cosa che lo faccia
retrocedere dalla sua via. Egli è solo a difendere la libertà del
popolo, la libertà della propria ragione e della propria coscienza;
ma pur tiene alta sul pergamo la sua bandiera, e sta fermo in faccia
a tutti i principi d’Italia, in faccia alla corte di Roma, che fulmina
mal consigliati brevi; nè teme i veleni e pugnali degli Arrabbiati, che
nelle vie, in chiesa, sul pergamo stesso lo minacciano.
Le sue accuse contro i vizi di Roma, contro la falsa e ipocrita
religione de’ suoi tempi, furono in questa quaresima continue e
terribili. La seconda domenica, faceva su questo soggetto una predica
divenuta celebre;[437] non tanto per l’audacia, che non era insolita,
quanto per essere stata di quelle sospese dalla corte di Roma. Egli
cominciava con una strana interpetrazione di queste parole: _Audite
verbum hoc, vaccæ pingues quæ estis in monte Samaria_. «Vien qua: chi
sono quelli che dicono che io debbo predicare la Scrittura Sacra?...
Io non predico altro, io. Se tu sapessi quello che è la Scrittura
Sacra, tu non diresti così. Tu dovevi dire, più presto, predica Tullio
e Virgilio, e non t’avrei allora trovato; ma la Scrittura Santa
la ti troverà in ogni luogo. Orsù, io predicherò la Scrittura; io
voglio ubbidirti. Dimmi, come esporrai tu questa Scrittura: _O vaccæ
pingues_.... A me queste vacche grasse vogliono dire le meretrici
d’Italia e di Roma.... Eccen’egli nessuna in Italia e in Roma? Mille
sono poche a Roma, diecimila sono poche, quattordicimila sono poche;
quivi uomini e donne son fatte meretrici.» E così continuando, descrive
i vizi di Roma con parole che ai nostri tempi non si potrebbero tutte
ripetere. Si rivolge, quindi, al popolo per accusare la sua falsa e
ipocrita religione, che si appaga solo di cose materiali. «Voi siete
corrotti in tutto, nel dire e nel tacere, nel fare e nel non fare,
nel credere e nel discredere. Voi parlate contro alla profezia; ed
ecco viene un tale e vi racconta uno strano sogno, e voi gli credete;
vi dice: digiunate il tale sabato, alla tale ora; e voi lo fate e
credete di essere salvi. Io vi dico che il Signore non vuole il tale
sabato o la tale ora; ma vuole che per tutta la vita vi allontaniate
dal peccato. E voi, invece, siete buoni una ora del giorno, per esser
poi cattivi tutta la vita. — Osservateli negli ultimi tre giorni
della settimana santa. Ecco» «costoro vanno attorno alle indulgenze e
perdoni. Va di qua, di là; bacia San Pietro, San Paolo, quel santo,
quell’altro. Venite, venite, sonate campane, apparecchiate altari,
ornate le chiese; venite tutti, quei tre giorni innanzi Pasqua, ma non
poi più là. Dio se ne ride dei fatti vostri, e non si cura di vostre
cerimonie,... perchè voi sarete dopo Pasqua peggiori di prima. Tutto
è vanità, tutto è ipocrisia nei nostri tempi; la vera religione è
spenta.»[438] Ed altrove: «Che vuol dire che se io dicessi: dammi dieci
ducati per dare a un povero, tu nol faresti; ma se io ti dico: spendine
cento in una cappella qua in San Marco, tu il faresti? Egli è per
mettervi l’arme tua, e lo farai per tuo onore e non per onore di Dio...
Guarda per tutti i luoghi dei conventi, tu gli troverai pieni di arme
di chi li ha murati. Io alzo il capo di sopra a quell’uscio, io credo
che vi sia un crocifisso, ei v’è un’arme; va più là, alza il capo, ei
v’è un’altra arme; ogni cosa è pieno d’arme. Io mi metto un paramento,
io credo che vi sia un crocifisso dipinto, ella è un’arme che vi hanno
messa acciò si veda meglio dal popolo. Questi sono, adunque, i vostri
idoli ai quali voi destinate i vostri sacrifici?»[439] E quando egli ha
descritto e condannato la corruzione de’ suoi tempi, massime nel clero,
allora si volge sempre ad annunziare il flagello a Roma ed all’Italia.
«Apparecchiati, dico, che la tua bastonata sarà grande, o Roma. Tu
sarai cinta di ferro, tu andrai a spade, a fuoco e fiamme... Povera
Italia! come ti vedo tutta conquassata; poveri popoli! come vi
vedo tutti oppressati.....[440] Italia, tu sei inferma d’una grave
infermità... Roma, tu sei inferma d’una grave infermità _usque ad
mortem_. Tu hai perduto la tua sanità, ed hai lasciato Iddio; tu sei
inferma di peccati e di tribolazioni.... Se tu vuoi guarire, lascia li
tuoi cibi; lascia la tua superbia, la tua ambizione, le tue lussurie,
la tua avarizia: questi sono i cibi che ti hanno infermata, questi sono
quelli che ti conducono a morte... La Italia se ne ride, la Italia se
ne fa beffe e non vuole la medicina; ma dice che il medico farnetica...
O increduli, poi che non volete udire nè convertirvi, il Signore dice
così: — Giacchè la Italia è tutta piena di giudicio di sangue...; piena
d’iniquità, di meretrici, di ruffiani e scellerati; io condurrò in essa
la più pessima gente che si trovi;... abbasserò i suoi principi e farò
cessare la superbia di Roma. Questa gente possederanno li santuari
loro, deturperanno le chiese loro: da poi che l’hanno fatte stalle
di meretrici, io le farò stalle di porci e cavalli; perchè questo
manco dispiace a Dio, che il farle stalle di meretrici. Quando verrà
l’angustia, quando verrà la tribolazione, non avranno pace; vorranno
convertirsi e non potranno; saranno conturbati e smarriti. — O Italia!
sarà allora conturbazione sopra conturbazione; conturbazione di guerra
sopra la carestia, di pestilenza sopra la guerra; conturbazione da
una parte, conturbazione dall’altra. Sarà lo audito sopra lo audito;
cioè udirassi da una parte uno barbaro, ecco dall’altra parte un altro
barbaro. Sarà uno audito dall’oriente, uno dall’occidente; da ogni
parte audito sopra lo audito.» «Cercheranno, allora, le visioni dei
profeti e non potranno averle, perchè il Signore dice: — Ora tocca
di profetare a me. — Andranno all’astrologia, e non varrà loro nulla.
Perirà la legge dei sacerdoti e perderanno le loro dignità; i principi
si vestiranno di cilizio; i popoli saranno conquassati di tribolazioni.
Tutti gli uomini perderanno lo spirito, e come hanno giudicato, così
saranno giudicati.»[441]
Ecco in che modo descrive, altrove, il flagello della peste che verrà
in Italia. «Credetelo a questo frate, che non basterà la gente a
seppellire i morti, e non vi sarà modo a fare tante sepolture. Saranno
tanti morti per le case, che andranno gli uomini per le strade dicendo:
mandate fuora i morti; e metterannoli sulle carra e sui cavalli, ne
faranno monti e arderannoli. Passeranno per le vie gridando forte: Chi
ha morti! chi ha morti! Verranno alcuni fuora e diranno: ecco il mio
figliuolo, ecco il mio fratello, questo è il mio marito... Andranno
ancor di nuovo per le strade gridando: Ècci più nessun morto? Chi
ha più morti? E rarificherassi la gente in modo, che ne rimarranno
pochi!»[442]
E così continua il Savonarola in tutto questo quaresimale. Egli prima
descrive i peccati di Roma e dell’Italia; annunzia poi il flagello,
per concludere sempre invitando i popoli alla penitenza. «_Heu! Heu!
Heu! fuge de terrâ Aquilonis._ Fuggitevi dalla terra d’Aquilone, cioè
dai vizi, e tornate a Cristo..... Ecco ch’ei viene un tempo oscuro;
ecco ch’ei pioverà fuoco e fiamme, pietre e sassi; e sarà un tempo
torbido... Io vi ho messo tra quattro venti, dice il Signore; cioè tra
prelati, principi, preti e cittadini cattivi. Fuggitevi dai vizi loro,
raccoglietevi tutti insieme in carità.... _Fuge, o Sion, quæ habitas
apud filiam Babilonis_.... Fuggitevi, cioè, da Roma, perchè Babilonia
vuol dire confusione; e Roma ha confuso tutta la Scrittura, ha confuso
insieme tutti i vizi, ha confuso ogni cosa. Fuggitevi, dunque, da Roma;
tornate a penitenza.»[443]
Questa continua descrizione delle miserie d’Italia è, invero, così
viva, così evidente, che il Savonarola sembra quasi trasportato
dalla sua fantasia nell’avvenire, ed esservi come presente. Nè meno
straordinaria è la costanza con cui annunzia la sua vicina morte,
l’insistenza con cui sempre ripete: «Il giorno in cui potrete fare
di me ciò che vorrete, ancora non è arrivato; _sed adhuc modicum
tempus vobiscum sum_....[444] Io ho detto al Signore: — Lascio a te
il pensiero di quest’opera; io non sono che strumento nella tua mano.
— Ed egli: — Lascia fare a me. A costoro avverrà come ai Giudei che
si credettero spegnermi col mettermi in croce, ed invece dilatarono
il nome mio in tutto il mondo. — Io, adunque,» così conclude il
Savonarola,» voglio, come buono capitano, combattere e lasciarvi anche
la pelle.»[445]
Ma, sebbene egli sempre resistesse, sebbene il papa non riuscisse
mai a piegarlo; questi era, però, riuscito a metterlo sulla difesa.
Sino ad ora, la vita del Savonarola è stata sempre un dirigere, un
comandare, un infondere le sue idee e la sua volontà nella moltitudine,
un allargarsi in una sfera sempre più larga; ma adesso, con grave
danno del popolo, il campo della sua attività si restringe: egli
deve pensare, invece, a difendere la sua dottrina e la sua vita. I
suoi nemici crescono da ogni parte; essi hanno deciso che, se pure la
repubblica resterà in piedi, deve perire almeno chi n’è stato autore;
già circondano da ogni lato il misero Frate. Il quale si difende e
combatte con sempre maggiore energia; grida all’Italia ed al mondo
intero, che in lui si vuole uccidere la repubblica, distruggere i
diritti inviolabili dell’umana ragione e della coscienza: ma, intanto,
ha quasi dovuto abbandonare la riforma dei costumi e la riforma
politica; la sua posizione è essenzialmente mutata, diviene ogni giorno
più difficile e piena di maggiori pericoli.
La politica, però, non fu neppure in questa quaresima del tutto
abbandonata; giacchè si presentò un’occasione di tornarvi per qualche
giorno. Erasi, allora appunto, finita di costruire la nuova sala
del Consiglio Maggiore, di cui, sin dal principio del nuovo governo,
era stata affidata la cura al celebre architetto Cronaca; ma questi
condusse la cosa con molta lentezza, fino a che il Savonarola non
cominciò a sollecitarla nelle sue prediche. Allora si procedette,
invece, con tanta celerità, che i popolani andavano dicendo, avervi
messo mano gli angeli.[446] Il 25 febbraio, vi si radunarono 1,753
persone, che procedevano alla elezione della nuova Signoria.[447]
Ed il Savonarola, tutto lieto in questa solenne occasione, volgeva
alla politica due prediche del suo quaresimale.[448] Il suo discorso
trattava particolarmente sul modo di fare le elezioni, e condannava
aspramente quello spirito di parte che sempre le adulterava.[449] «Sono
molti che vanno seminando polizze per la città, le quali dicono: non
eleggete il tale. Io vi dico: non fate ciò che suggeriscono queste
polizze. Se quelli i quali non volete che sieno eletti, son cattivi,
voi potete dirlo apertamente in Consiglio, ora che non c’è tiranno.
Vieni, adunque, fuori e di’ su franco: il tale non è buono a questo
uffizio. Se poi è buono, lascialo eleggere.»[450] Ed altrove: «Intendo
che sonvi alcuni in Consiglio che, quando uno va a partito, dicono:
diamoli la fava nera o bianca, perchè egli è della tal parte. _Et quod
pejus est_, intendo che v’è alcuni che dicono: egli è di quelli del
Frate, diamoli le fave nere.[451] Come! hovvi io insegnato così? Io non
ho amico nessuno, se non Cristo e chi fa bene: non fate più così, chè
questa non è mia intenzione, e voi fareste presto nascere divisione.
Chi rende le fave, le dia a chi pare a lui che sia buono e prudente;
secondo la coscienza sua, come io v’ho detto altre volte.»[452] E qui
vogliamo osservare, che il Savonarola, quale noi lo vediamo nelle sue
prediche, nei suoi scritti, nella storia vera dei fatti, è ben diverso
da quello che ci hanno dipinto i tanti biografi antichi e moderni.
Dove è mai quello spirito di parte che, secondo alcuni, era il solo
movente delle sue azioni? Dov’è quel desiderio di aiutare i suoi amici
e deprimere gli altri? Dove sono quelle idee ristrette, quei principii
poco generosi? Noi troviamo, invece, un uomo di altissime vedute,
di nobili principii, pieno di disinteresse, amante della libertà
per tutti, senza volerne eccettuare quegli stessi che cercavano di
ammazzarlo.
Dopo avere, in quella solenne occasione, insistito a lungo sul fare
buone elezioni, senza spirito di parte; egli raccomandava affezione
al Consiglio maggiore, al nuovo governo ed alla libertà. E, per
maggiormente infonderne l’amore nel popolo, fece in ambedue quelle
prediche una lunga descrizione del tiranno, e dei mali che esso produce
nelle città che opprime. «Tiranno,» egli diceva, «è nome di uomo di
pessima vita, che vuole tutto per sè e niente per altri, nemico di Dio
e degli uomini. Egli è superbo, è lussurioso, è avaro; e come questi
tre vizi contengono in germe tutti gli altri, così ne segue ch’egli
contiene in germe tutti i vizi di cui l’uomo è capace. Esso ha corrotti
ancora tutti i sensi: gli occhi al vedere lascivie; le orecchie ad
udire laude per sè e vituperio per altri; il palato al vizio della
gola; e così via discorrendo. Corrompe i magistrati, è rubatore di
vedove e pupilli, opprime il popolo, favorisce coloro che lo eccitano a
rubare il Comune. È pieno di sospetto e tiene spie per tutto; vuole che
ognuno apparisca sciocco al suo cospetto e che sia suo schiavo; onde,
dove è tiranno, non si può nè operare nè parlare liberamente. In questo
modo il popolo diventa pusillanime, ogni virtù è spenta, ogni vizio
esaltato. Ecco, o Firenze, quello che ti tocca se tu vuoi tiranno. Esso
è causa di tutti i peccati che si commettono nel popolo; onde sarà
chiamato a renderne conto innanzi a Dio, e porterà la pena dei suoi
e degli altrui falli. E tu cittadino che lo seguiti, tu non sei meno
misero di lui. La tua lingua è schiava nel parlargli, i tuoi occhi nel
guardarlo, la tua persona è sempre schiava di lui, la tua roba è sua;
ti tocca delle bastonate e bisogna dire: gran mercè! Tu sei misero
da ogni parte. E queste,» così concludeva il Savonarola, «sono le
miserie del tiranno e di coloro che lo seguitano; le quali essi hanno
a sopportare in questa vita, per aver, poi, nell’altra la dannazione
eterna.»[453] Questa descrizione egli la svolgeva minutamente,
esponendo passo a passo tutta la vita, tutte le passioni, tutte le
oppressioni del tiranno. E questo ritratto spaventoso e terribile,
fatto qualche volta con arte grandissima, veniva da lui presentato
di continuo agli occhi del popolo, per concludere sempre: «Ecco, o
Firenze, quello che tu vai cercando.»
In questa quaresima, il Savonarola volgeva il discorso ancora a quei
fanciulli che sedevano in grandissimo numero sull’anfiteatro del
Duomo. Raccomandava la carità e lo studio; voleva che niuno di loro
ignorasse, almeno, i principii della grammatica; ed ai padri imponeva
non risparmiassero per ciò nè spesa nè fatica. Raccomandava, del pari,
che si guardassero dal vestir troppo presto l’abito ecclesiastico, e
dava altri utili consigli.[454] Avvicinandosi, intanto, la Domenica
delle Palme, ordinava per questi fanciulli una solenne ed assai utile
processione. Erano allora stati eletti gli uffiziali del Monte di
Pietà; ed il Savonarola che l’aveva tanto favorito, volle che fosse
dai fanciulli solennemente aperto.[455] Nella domenica delle Palme,
adunque, fu sin dal mattino apparecchiato in chiesa un tabernacolo,
su cui era dipinto Gesù Cristo quando entra in Gerusalemme sopra
l’asinello. Venne più tardi il Savonarola, e fece a tutti i fanciulli
riuniti una predica piena di buoni consigli, la quale concludeva
così: «O Signore, dalla bocca di questi fanciulli verrà la tua vera
laude. Li filosofi ti lodano per lume naturale, e costoro per lume
soprannaturale; li filosofi per amor proprio, e costoro con semplicità;
li filosofi con la lingua, e costoro con le opere.» Rivolgendosi poi
a tutto il popolo, col Crocifisso in mano diceva: «Firenze, questo è
il re dell’universo, questo vuole essere il tuo re. Lo vuoi tu?»[456]
Al che, tutti ad alta voce e molti piangendo, rispondevano di sì; ed
il Frate scendeva dal pergamo fra l’entusiasmo del popolo e il fremito
degli Arrabbiati, che, sebbene si tenessero lontani e in disparte,
non lo perdevano mai di vista. Il giorno, i fanciulli vestiti di
bianco andavano col tabernacolo in processione, e, visitate le chiese,
si fermarono in piazza a cantare una canzone di Girolamo Benivieni
sulla futura felicità di Firenze.[457] Fatta poi una larga raccolta
di limosine, le portarono agli ufficiali del Monte di Pietà, con
questa processione solennemente aperto da quei fanciulli che, sotto la
direzione del Savonarola, avevano lasciate le feste carnascialesche per
darsi alle opere di carità.[458]
Se, però, noi vogliamo eccettuare queste due occasioni in cui venne
aperta la sala del Consiglio ed il Monte di Pietà, il Savonarola non
fece, in tutta la quaresima, altre prediche che mirassero al pratico
vantaggio del popolo fiorentino. Egli procedette oltre nel modo stesso
che aveva cominciato; ed il giorno ottavo dopo la Pasqua, fece l’ultima
predica di quel quaresimale, la quale ne era la conclusione, come
la prima erane stata, per così dire, il programma. In esse trovansi
raccolte tutte le idee principali che il Savonarola s’era proposto
di esporre. Quell’ultimo giorno, infatti, egli di nuovo si sottomise
esplicitamente all’autorità della Chiesa Romana, dicendo che essa
starà ferma in eterno, e sarà dannato chiunque se ne vuol separare;
riconosce l’autorità del papa in quelle parole del Vangelo: «Tu sei
Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa; e ciò che tu
legherai in terra, sarà legato in cielo.» Ma dopo ciò, egli ripete
di nuovo: «Noi, però, non siamo tenuti d’obbedire a tutti i comandi.
Se essi vengono per false informazioni, non sono validi; se essi
contrastano evidentemente alla legge di carità che è nel Vangelo, si
deve resistere, come San Paolo resistette a San Pietro. Noi dobbiamo
supporre che ciò non sia possibile; ma quando pur fosse, bisogna allora
rispondere al superiore: tu erri, tu non sei Romana Chiesa, tu sei
uomo e peccatore.» Appoggiava il Savonarola queste idee sull’autorità
di molte citazioni, le dichiarava con molti esempi. «Se il mio
superiore mi comanda di abbandonare la povertà, io resisto; se il tuo
confessore ti comanda cosa che è contro a Dio, tu devi resistergli e
condannarlo: quando la cosa è per sè evidente, non bisogna temere di
nulla, ma seguire solo la via del bene.» Quantunque, però, sostenute
dall’autorità dei dottori, queste idee sembravano assai ardite, erano
come un grido di guerra. Nè forse il Savonarola stesso le avrebbe
esposte sul pergamo, se egli non si fosse convinto che la elezione di
papa Alessandro era nulla,[459] e non avesse nudrito ferma speranza
che il Concilio doveva presto venire a riordinare i mali della
Chiesa, desolata da tanti osceni scandali, da tanti delitti, da tanto
abbominio.
Venendo poi al caso particolare della sua disputa con Roma, ripeteva
quel giorno: «Chi non sa che il breve è venuto per secondare i nemici
miei e della repubblica, i quali spargono bugie e calunnie contro
di me? Chi non sa che la mia partenza sarebbe non solo con pericolo
grandissimo della mia vita, ma ancora con danno di questo popolo ed
a rovina della libertà? Che il buon costume sarebbe abbandonato, che
la religione anderebbe per terra? Questo, e non altro, vogliono i
nostri nemici. Io, adunque, debbo credere che il Santo Padre sia stato
ingannato dalle false accuse dei miei detrattori: obbedisco, piuttosto,
a quella che debbo credere sua intenzione, e non voglio supporre che
esso desideri la rovina di tutto un popolo.»
E quel giorno ancora annunziava al popolo la sua morte. — «Qual sarà la
fine della guerra che tu sostieni? — Se tu mi domandi in universale,
ti rispondo che sarà la vittoria; se tu mi domandi in particolare, ti
dico, invece, morire ed essere tagliato a pezzi. Ma ciò servirà solo
a sempre più dilatare questa dottrina, la quale non viene da me, ma
da Dio. Io non sono che strumento nella sua mano; onde sto deciso a
combattere fino all’ultimo.» Raccontò di avere, nella scorsa notte,
avuta una visione, durante la quale parevagli di vedere un Crocifisso
sorgere fra Roma e Gerusalemme. Da esso scorreva un fiume di sangue,
in cui gl’infedeli mostravano grande desiderio di bagnarsi, mentre
i cristiani andavano quasi renitenti. Quindi le tenebre ricoprivano
la terra, pioveano fuochi, saette; e così via discorrendo. Da ciò,
l’oratore pigliava argomento a fare un’altra di quelle animate ed
eloquenti descrizioni dei flagelli d’Italia,[460] di cui tutto il
quaresimale è pieno; e così concludeva.
In queste prediche vi sono davvero delle pagine che mostrano con grande
evidenza, come in altre condizioni e con altri studi, il Savonarola
sarebbe stato il più grande oratore italiano. V’è nelle sue parole un
ardore, un fuoco d’una eloquenza tutta originale. Il suo linguaggio è
affatto nuovo, e nel modo stesso che egli concepisce l’idea, ritrova
anche una forma tutta propria; le sue immagini si presentano con forza
e, quasi con violenza, dominano la immaginazione dell’uditorio. Se a
ciò vogliamo, poi, aggiungere la forza del gesto e del suo accento,
comprenderemo allora tutto il grande entusiasmo del popolo fiorentino.
L’impressione che il Savonarola produsse in questa quaresima, fu
superiore a quella di tutti gli altri anni; per tutto corse la fama di
queste prediche; l’odio degli avversari giungeva al colmo; l’entusiasmo
dei seguaci diveniva fanatismo; i principi d’Italia protestavano;
il papa era pieno di feroce ira, e quasi gli pareva che il Vaticano
tremasse sotto i fulmini di quella eloquenza. — Ma delle passioni che
si destarono allora da ogni lato, noi discorreremo nel capitolo che
segue.