Il Savonarola è invitato a Roma con un breve del papa: sua risposta. Un
nuovo breve gli sospende la predicazione; ma i Dieci ne ottengono dal
papa la revoca. Viene offerto al Savonarola il cappello cardinalizio,
ed egli lo rifiuta. [1495-96.]
Il tentativo di Piero dei Medici non riusciva, per l’odio che avevano
contro di lui Arrabbiati e Frateschi: ma quando gli alleati avessero
voluto aiutarlo davvero, la città di Firenze non avrebbe facilmente
potuto resistere alla forza delle loro armi; onde il niun successo
di quella impresa deve attribuirsi ancora al non regnare fra di essi
alcuno accordo. Lodovico il Moro non aveva mai dimenticato le ingiurie
ricevute da Piero dei Medici; e malgrado le continue proteste che
questi ora faceva, di amicizia, anzi di soggezione, egli non lo voleva
ristabilito in Firenze. Andava, invece, d’accordo cogli Arrabbiati,
i quali erano riusciti ad irritarlo fortemente contro al Savonarola,
dandogli ad intendere ch’ei lo pigliasse direttamente di mira, anzi lo
nominasse personalmente nelle prediche che faceva contro i vizi dei
principi italiani, e nelle sue descrizioni del tiranno. Onde, già da
più tempo, s’erano uniti a procurare la rovina del Frate, il Moro e gli
Arrabbiati.[400] Questi, così, ottenevano il loro fine di combattere
il governo popolare, senza parere; mentre il Moro, nel perseguitare un
frate a lui già avverso, si creava degli amici in Firenze, e nutriva le
sue speranze d’avere un giorno a mettervi piede.
Quanto al resto degli alleati, i Veneziani che non vedevano di buon
occhio questi segreti accordi e maneggi del Moro, favorivano sempre
Piero de’ Medici; ma erano soli a volerlo decisamente rimettere in
Firenze. Il papa stesso vi andava assai freddo, giacchè il suo fine
principale era solo di accrescere stato ai suoi figli: simpatie vere
non aveva per alcuno, ed anch’egli agognava segretamente di stendere
le sue avide mani sulla repubblica fiorentina. Facile assai dovette,
quindi, riuscire agli Arrabbiati ed al Moro, tirarlo con loro nella
sanguinosa guerra che disegnavano fare contro al Savonarola. Ed una
volta acceso il fuoco dell’ira, in quell’animo così tenace nell’odiare,
la cosa procedette da sè stessa rapidamente al suo fine.
Alessandro VI, noi lo abbiamo detto più sopra, non aveva sul principio
alcuna cagione di particolare odio contro al Savonarola; ma quando
cominciarono, sin dal principio dell’anno 1495, a venir lettere da
Firenze e da Milano, che gli dipingevano il Frate come un audace
accusatore del clero e del Santo Padre; quando quelle prediche, già
per sè stesse ardite, venivano messe sotto ai suoi occhi, alterate,
esagerate, trasformate; quando gli dicevano che il priore di San
Marco era il solo sostegno del partito popolare, il solo autore
dell’odio contro ai Medici; Alessandro cominciò allora a destarsi
ferocemente. Il cardinale Ascanio Sforza, fratello di Lodovico il Moro
e strumento principale nella elezione del Borgia, era quegli che con
maggiore efficacia maneggiava queste trame, e soffiava abilmente in
quel fuoco, appena acceso. A Roma si trovava ancora un altro dei più
fieri persecutori del Savonarola in quel predicatore Frà Mariano da
Gennazzano, che mai non gli aveva perdonato la vergognosa disfatta
da lui ricevuta in Firenze. Egli era dei più attivi a cospirare in
favore dei Medici e contro al Savonarola; lo accusava con ogni sorta di
calunnie; lo chiamava _istrumento del Diavolo_; e pretendendo conoscere
i suoi segreti fini, lo faceva autore di mille trame contro al papa
istesso.[401]
Il Borgia finalmente si pose all’opera, e cominciò con un’astuzia degna
di lui. Il giorno 25 di luglio 1495, scriveva al Savonarola un breve
tutto pieno di dolcezza. «Diletto figlio,» ei gli diceva, «salute ed
apostolica benedizione! Noi udimmo che, fra tutti quelli che lavorano
la vigna del Signore, tu ti adoperi con maggiore zelo: di che siamo
altamente lieti[402] e ne innalziamo lodi all’Onnipotente Iddio.
Udimmo ancora come tu affermi, quello che pronunzi dell’avvenire,
non procedere da te, ma da Dio: onde desideriamo, siccome è dovere
del nostro pastorale ufficio, discorrerne teco; _acciò, per tuo mezzo
meglio conoscendo quel che a Dio piace, noi possiam praticarlo_.[403]
Così, in virtù di santa obbedienza, ti esortiamo a venir quanto prima
presso di noi, che ti vedremo con amore e con carità.[404]»
Quel breve era tanto più finamente astuto, in quanto calcolava sulla
buona fede del Savonarola, la quale era invero grandissima. Ma il
carattere del Santo Padre era troppo noto; ed in Firenze si conoscevano
troppo bene le trame degli Arrabbiati, che già avevano col ferro o
col veleno tentato d’ammazzare il Savonarola, ed ora si vantavano
apertamente della loro amicizia con Roma: sì che a niuno poteva essere
nascosto il fine di un invito così stranamente benigno. Era chiaro
che trattavasi o d’ucciderlo per via, o, quando questo non potesse
riuscire, di farlo morire nelle prigioni di Castel Sant’Angelo.[405]
I suoi amici, perciò, vennero a pregarlo che non volesse muoversi
da Firenze, ove la sua presenza diveniva più che mai necessaria,
quando già la partenza dei Francesi faceva correre nuovi pericoli al
governo popolare. Era un caso pel Savonarola assai grave e difficile:
trattavasi o di non obbedire alla chiamata del papa, o di esporsi
ad essere vittima degli Arrabbiati, che volevano in lui uccidere la
Repubblica. Fortunatamente, però, aveva una scusa assai legittima
per non partire. Egli era appena guarito della sua grave infermità
viscerale, da cui si trovava in modo rifinito, che secondo i medici,
ove non sospendesse lo studio e la predica, sarebbe stato in pericolo
di morte. Già alcuni giorni innanzi, egli aveva annunziato queste cose
al popolo, dicendo che la sua malattia lo costringeva a sospendere la
predicazione;[406] ognuno, d’altronde, poteva leggergli nel volto il
suo esaurimento, e vedere come a fatica salisse le scale del pergamo.
È ben vero che, arrivato in presenza del popolo, e cominciato una volta
a parlare, egli riacquistava subito il suo vigore, e sembrava anzi più
fiero e più forte che mai. Ma tutto ciò era solo un momentaneo e quasi
fittizio eccitamento, del quale si risentiva assai spesso in maniera,
che per molti giorni ne restava affatto esausto. Decise, adunque, di
sospendere del tutto le sue prediche, e nello stesso tempo addurre
al papa queste giuste e valide ragioni che l’obbligavano, per ora, a
ritardare la sua partenza. Ma prima di ciò fare, volle pigliar commiato
dal popolo, e dare quei consigli che, nelle presenti condizioni, erano
divenuti necessari. Egli prevedeva i pericoli che soprastavano alla
Repubblica; vedeva che bisognava allora guardarsi, non solo dagli
Arrabbiati, ma ancora dai Medici, tanto più pericolosi, quanto meno
erano temuti.
Il 28 luglio fece, quindi, una delle sue prediche terribili. La
Signoria venne, quel giorno, in Duomo con tutti i magistrati, ed il
Savonarola saliva il pergamo coll’animo assai contristato. Doveva
prendere commiato dal suo popolo, nel momento in cui la partenza del
re Carlo, e la fede da lui violata, avevano messo la Repubblica in
nuovi pericoli; nel momento in cui i suoi nemici gli movevano guerra
per cominciare colla sua rovina quella della Repubblica, ed erano
abilmente riusciti a fare il papa valido strumento di queste ire di
parte. Se, però, in lui si voleva attaccare la Repubblica, egli vedeva
assai chiaro che nel difendere sè stesso, difendeva il popolo intero.
Onde, sebbene salisse a fatica le scale del pergamo, quando si trovò in
presenza del popolo e riguardò in faccia l’attenta moltitudine, fu come
animato d’un subito spirito.
Prese a discorrere dei corrotti costumi, e degli scandali che sempre
avevano luogo in Firenze. I giuocatori, i bestemmiatori, le donne di
mala vita, ed altra gente dedita a vizi che il pudore non permette
di nominare, ammorbavano ancora Firenze, e più audaci divenivano a
misura che il Frate era perseguitato: che sarebbe, ora che egli doveva
tacersi? Il Savonarola, perciò, fu quel giorno senza pietà contro
di loro. Raccomandava di punirli severamente, di punirli anche colla
morte, se non si potevano altrimenti frenare. Narrava il delitto di
Acor, e come il Signore si fosse, per quello, adirato contro tutto il
popolo ebreo, nè fu placato altrimenti che colla morte del colpevole.
«Vedi, adunque, Firenze, tu che vuoi essere così pietosa, vedi quello
che fece fare Iddio. Sei tu più savia di Dio? sei tu più misericordiosa
di Dio? sei tu più d’assai di Dio, tu?»... «O Firenze! tu vuoi essere
più clemente di Dio; ma la tua clemenza è una demenza: tu hai una pietà
crudele: fa giustizia, ti dico io, di quel vizio nefario.[407] Io vi
dico che l’onnipotente Iddio vuole giustizia: bisogna levarsi su e
pigliare uno di questi, e menarlo là e dire: costui merita la morte.
Altrimenti, pericolerete voi e la vostra città. Sospendete i balli,
sospendete i giuochi, chiudete le taverne. Io ti dico, o Firenze, che
questo è tempo di pianto e non di festa.» — Queste, però, non erano che
minacce, fatte solo per spaventare il popolo; giacchè il Savonarola
non abbandonò mai la sua naturale moderazione, sebbene più volte si
lasciasse trasportar dalle parole.
Viene poi a discorrere della profezia; e dice ch’essa è necessaria alla
salute del popolo e della Chiesa, «la quale, oggi, è desolata per la
corruzione de’ suoi capi, per la mancanza di buoni predicatori. Il vero
predicatore dovrebbe mettere in abbandono la sua vita per la verità, e
per cercare la salute del suo popolo: ma dove si trovano oggi questi
predicatori? Io ti dico che sino a tanto si continua così, la Chiesa
anderà sempre in maggiore rovina, l’Italia non avrà più riposo. Te l’ho
già detto, o chierica, per te è nata questa tempesta.»
Qui muta di nuovo soggetto, e si rivolge alla politica. «Io vi ho
predicato quattro cose: il timore di Dio, la pace, il bene comune e
la riforma del governo, cioè il Consiglio Maggiore: ora non mi resta
che confermarvele.» E così, pigliandole in esame ad una ad una, le
ribadisce con nuovi argomenti. Raccomanda soprattutto l’unione, e vuole
che si facciano Uffiziali di pace, «i quali tolgano questi nomi di
Bigi, di Bianchi e di Arrabbiati, che sono la rovina della città....
Si solleciti in ogni modo la costruzione della sala del Consiglio; si
prendano, se bisogna, gli operai del Duomo, chè la loro opera sarà così
più accetta al Signore. Si tenga fermo questo Consiglio, si migliori,
si corregga; e sia la sola speranza, la sola fortezza del popolo.» Fu
in questo giorno e in questo punto che il Savonarola propose quella
legge per l’abolizione dei parlamenti, della quale abbiamo più sopra
discorso; e disse quelle tremende parole contro coloro che sempre li
desideravano, «e non si vogliono persuadere che questo Consiglio è
divenuto il padrone di tutto, e deve fare ogni cosa.» Egli non trovava
minacce, non trovava pene bastevoli contro di essi; perchè sapeva che
il Parlamento era l’arme a cui gli Arrabbiati, e massime i Medici,
volevano fra poco ricorrere per mutare la forma del governo. Quando
egli ebbe, così, persuaso al popolo d’assicurarsi contro i nuovi
pericoli, dètte alcuni altri brevi consigli, e s’affrettò a concludere.
Raccomandava alla Signoria di non perdere il tempo continuamente nelle
piccole cose, come troppo si usava in Firenze; ma provvedere solo a
ciò ch’era d’importanza, e commettere il resto agli altri magistrati.
Raccomandava si facesse ogni cosa per incoraggiare il lavoro, «quando
bene si dovessero lasciare le gabelle all’arte della seta e della
lana.» E, finalmente, così prese commiato: «Popolo mio, quando io sono
quassù, io son sempre sano; e se fuori di pergamo io stessi come sto
qua sopra, io starei sempre bene.» «Ma quando sarò disceso giù, credo
che avrò le mie, e per questa ragione starò un pezzo a rivedervi; chè
bisogna pure attendere un poco a guarire. Ricomincerò poi a predicare,
se sarò vivo. Credo di stare un mese, se già le vostre orazioni non mi
rivocassero prima. In questo tempo verrà a predicare Frà Domenico: io
tornerò poi, se sarò vivo.» «Ma il bene di Firenze starà in ogni modo.
Si affatichino pure i malvagi a lor posta, chè questa sementa deve
fruttificare, perchè Iddio lo vuole. Oggi io potrei dirvi chi sono gli
autori dei vostri pericoli; ma non voglio far male a nessuno, e voi li
saprete quando saranno puniti. Io ora concludo, che ho tanto predicato
e sonmi tanto affaticato, che ho abbreviato la vita mia di molti anni,
e sono forte mancato. — Orsù, frate, che premio vuoi tu? — Io voglio il
martirio; io sono contento di sopportarlo; io te ne prego ogni giorno,
o Signore, per amore di questa città.»[408]
Fatta questa predica, il Savonarola subito rispose al papa, il giorno
ultimo di luglio; e la sua lettera è notevole per decorosa umiltà, e
per nobile franchezza nello stesso tempo. Egli diceva, che il primo
dovere del religioso è certamente l’obbedienza ai superiori; ma, pure,
gli è permesso di addurre quelle ragionevoli scuse che qualche volta
possono farvi ostacolo; e citava a questo proposito le parole di papa
Alessandro IV al vescovo di Ravenna. «Beatissimo Padre,» continuava
poi, «nulla io desidero più ardentemente che vedere la soglia degli
apostoli Pietro e Paolo, per adorarvi le reliquie di tanti Santi;
e assai più volentieri sarei venuto ora, che il Santo Padre si
degna chiamare a sè l’umile servo. Ma esco appena da una gravissima
infermità, che mi ha fatto sospendere la predicazione e lo studio, e mi
tiene ancora in pericolo di vita.
»Io sono, d’altronde, tenuto d’obbedire più alla benigna intenzione del
comando, che alle semplici parole di esso. Ora, avendo il Signore per
mezzo mio liberata questa città da una grande effusione di sangue, e
ridottala a buone e sante leggi;[409] son molti i nemici, così dentro
come fuori di essa, che avendo desiderato metterla in servitù, e
trovandosi invece delusi, vogliono il mio sangue; e più volte hanno col
ferro e col veleno attentato alla mia vita. Onde io non potrei muovermi
senza manifesto pericolo, e neppure in città posso camminare senza una
scorta armata. Inoltre, questa nuova riforma che il Signore ha voluto
per mezzo mio introdurre in Firenze, ancora non ha ferme radici, e,
senza un continuo aiuto, pericola visibilmente: onde, per giudizio
di tutti i buoni e savi cittadini, la mia partenza sarebbe di danno
grandissimo alla città, mentre riuscirebbe costì di poco profitto.[410]
Io non debbo supporre che il mio superiore desideri la rovina d’una
intera città: spero, quindi, che la Vostra Santità voglia benignamente
tollerare questo indugio; acciò sia condotta a perfezione la riforma
incominciata per volontà del Signore, e per vantaggio della quale,
io ne son certo, Esso ha fatto ora nascere questi impedimenti al mio
partire.[411]
»Che se la Vostra Santità desidera farsi più certa delle cose da
me pubblicamente predette intorno al flagello d’Italia ed alla
rinnovazione della Chiesa, le potrà leggere in un mio libro che ora
viene alla luce (_Compendium revelationum_). Io volli per le stampe
pubblicare queste predizioni, acciò, se non si verificano, sia chiaro
a tutto il mondo che io sono falso profeta. Quelle cose, poi, che sono
più occulte e che debbono ancora restare nell’arca, non le posso, per
ora, rivelare ad alcun mortale.
»Supplico, adunque, la Vostra Santità che voglia accettare le mie tanto
vere e così manifeste scuse, e credere che io desidero ardentemente di
venire a Roma; onde non appena potrò, sarò di sprone a me stesso.[412]»
Il papa non diede a questa lettera alcuna risposta, ma fece
espressamente sapere al Savonarola che accettava le sue scuse.[413]
E questi, ritiratosi in San Marco, attendeva a curare la sua salute,
facendo solo qualche breve discorso ai frati. Nel Duomo predicava in
sua vece Frà Domenico da Pescia, il quale cercava ripetere la dottrina,
imitare lo stile e il modo di porgere del suo maestro.[414] Egli non
aveva nè quella originalità nè quella energia ed eloquenza: nondimeno,
il popolo andava assai volentieri ad ascoltarlo, perchè tutti amavano
quel carattere pieno di sincerità e buona fede, e perchè ognuno sapeva
che Frà Domenico era sotto la direzione del Savonarola.
Ma quando le cose procedevano così tranquillamente e pacificamente,
ecco, in data del dì 8 settembre, un nuovo ed inaspettato breve venire
da Roma, indirizzato ai frati di Santa Croce, poco amici di quelli di
San Marco. Esso parlava del Savonarola, come d’_un tal Frà Girolamo_,
seminatore di falsa dottrina; e con parole minacciose gl’intimava
d’andare a Roma.[415] Perchè mai questo mutamento e così subita ira,
dopo di avere accettato le scuse? Perchè indirizzare a Santa Croce un
breve che andava a San Marco, ed alimentare, così, quegli odii che pur
troppo regnarono sempre tra i frati di ordine diverso? Era un mistero
inesplicabile davvero; nè altra ragione si poteva allora supporre a
questo procedere, se non che, forse, il papa cercasse metterlo in fallo
davanti agli occhi del popolo, e suscitargli contro l’odio d’altri
religiosi. Ben presto, però, si cominciò a vedere la cagione di quella
nuova ed inaspettata insistenza di volerlo a Roma. I pericoli che dal
Savonarola erano stati predetti nella sua ultima predica di luglio,
si verificavano tutti; e si vedeva quanta ragione egli aveva avuta
d’inveire contro ai parlamenti, giacchè seguiva quel tentativo di
Piero de’ Medici, che il nesso della storia ci ha obbligati a narrare
nel capitolo antecedente. Il Savonarola, perciò, invece d’andare a
Roma, risaliva il pergamo nel mese d’ottobre, e faceva quelle tre
prediche nelle quali lo abbiam visto incoraggiare il popolo alla difesa
della patria: la città intera correva alle armi, il campo mediceo si
scioglieva, e la impresa di Piero, come abbiamo già detto, andava a
vuoto. In che modo il papa restasse adirato contro al Savonarola, per
questo effetto straordinario dalle sue prediche ottenuto, può ciascuno
immaginarlo facilmente. Egli fulminava, nel principio di novembre,
un quarto breve[416] col quale sospendeva del tutto la predicazione
al Frate; e questi, essendo già tornato nel silenzio, non doveva fare
altro che persistervi. Nell’avvento di questo anno 1495, infatti, si
tacque, e Frà Domenico continuava a tenere il suo luogo sul pergamo di
Santa Maria del Fiore.
L’agitazione del Savonarola, in quei mesi di silenzio e di salute
ancora mal ferma, dovette, però, essere grandissima. Egli si vedeva
tirato a combattere con Roma, per difendere la sua dottrina da accuse
evidentemente calunniose, per difendere la sua vita da quelle insidie
di cui l’odio di parte circondavalo. E nel pensare a difendere la sua
persona, egli doveva trascurare quella riforma politica che tanto bene
s’era avviata, quella riforma di costumi che aveva già dato così felici
risultati. Nè altro i suoi nemici desideravano. Le accuse di eretico,
di seminatore di scandali, di seduttore del popolo e via discorrendo,
non erano credute da coloro stessi che le facevano. Il papa, noi lo
vedremo assai chiaramente, non trovava nulla a ridire sulla dottrina
del Frate; ma esso gli faceva, insieme cogli Arrabbiati e col Moro,
una guerra tutta politica, nella quale si cercava di spegnere in lui
il suo partito. Fino a che la lotta s’era manifestata, qual essa era
veramente, ristretta cioè nella politica, il Savonarola aveva sempre
tenuto la fronte altissima: ma ora il terreno mutavasi, dacchè si
cercava astutamente di nascondere la lotta politica sotto una disputa
religiosa; ed egli vedeva tutta la grave e pericolosa difficoltà della
nuova posizione. Se fosse stata davvero una quistione di domma, avrebbe
potuto sottometterla all’autorità della Chiesa; ma il papa non faceva
che chiamarlo, in generale, seminatore di falsa dottrina, ed imporgli
silenzio. Trattavasi, adunque, o di abbandonare il popolo, per obbedire
ai comandi di uno che evidentemente non aveva altro fine se non quello
di distruggere la libertà fiorentina; o di resistere all’autorità
del pontefice, portare la propria causa innanzi al pubblico, e così
seminare scandali e discordie nella Chiesa. Egli fu rattristato di
molto dolore; ma non esitò un momento a tacersi, aspettando che i
magistrati ed i cardinali amici avessero tentato piegare di nuovo alla
benignità l’animo del Borgia. E dalle lettere che il Savonarola scrisse
in quel tempo, noi vediamo che egli era fermissimamente deciso a non
risalire sul pergamo, senza ottenerne da Roma il permesso.[417]
Ma se egli si tacque, non perciò dubitava della giustizia della sua
causa: egli non credeva punto validi quei comandi venuti per fini
politici, mossi da informazioni false e calunniose de’ suoi nemici.
Anzi, in quel tempo appunto, cominciava a pigliare nel suo animo sempre
maggiore consistenza il pensiero di trovare un modo onde mettere
fine ai mali che tanto travagliavano la Chiesa. Era, allora, presso
molti buoni e valenti cattolici sparsa l’opinione che la elezione del
Borgia, così patentemente simoniaca, fosse nulla; e che il solo modo
di rimediare ai tanti scandali da lui cagionati, fosse il radunare
un Concilio per deporlo. Alla testa di tutti costoro s’era messo
quel bellicoso cardinale di San Piero in Vincola che fu poi papa
Giulio II:[418] egli chiamava il Borgia marrano ed eretico, e stava
di continuo ai fianchi del re Carlo per sollecitarlo a radunare il
concilio, onde riformare la Chiesa. Nè il re si mostrava da ciò punto
alieno; anzi lo stesso Comines, suo ambasciatore, ci ripete più volte:
«mancò poco che non si venisse al fatto di questa riforma.[419]»
Quando i Francesi passarono la prima volta per Roma, non meno di
diciotto cardinali si erano stretti, insieme con quello di San Piero
in Vincola, intorno al re, per sollecitarlo istantemente di dare
opera alla desiderata riforma. E due volte furono puntati i cannoni
a Castel Sant’Angelo, per impadronirsi della persona di Alessandro,
e raccogliere violentemente il Concilio;[420] ma dipoi, restando il
re sempre più dubbioso quanto più si avvicinava ad una risoluzione,
prevalsero i consigli di quel Brisonnetto, che tanto dominava
sull’animo di Carlo, e tanti favori e danari aveva dal papa ricevuti.
Fra quelli che sollecitavano il Concilio e la riforma, il Savonarola
era certamente dei più caldi; e se aveva qualche volta esitato a
spingere le cose, pel timore di mettere scandali in quella Chiesa la
cui unione gli era sopra ogni cosa carissima, la condotta del papa
veniva ora a togliere ogni esitazione dall’animo suo. Egli sapeva,
d’altronde, d’avere un valido appoggio nel Cardinale di San Piero in
Vincola:[421] onde, sebbene la prudenza non gli permettesse parlare sul
pergamo di tali materie, non tralasciava di sollecitare il re Carlo con
lettere continue, che ora divenivano, assai più del solito, numerose e
stringenti.
Tre lettere che noi troviamo indirizzate al re, _post admissionem
regni neapolitani_,[422] furono scritte in questi mesi; e ne fanno
supporre ancora delle altre. In esse il Savonarola parla sempre come il
profeta del Signore: «Rammentatevi,» egli dice al re, «che io ho già
tante volte annunziata la vostra venuta in Italia, quando nessuno ci
pensava; ho predetta la vostra fortuna e i vostri pericoli. Il Signore
v’ha punito perchè, deviando dai suoi comandi, voi avete abbandonato
la sua opera. Ma più gravi saranno le punizioni, se ora non tornate
alla buona via. Io vi annunzio da parte di Dio, che se non mutate modo,
se non mantenete le giurate promesse, se non fate ciò che v’è stato
per mezzo mio comandato, «il Signore rivocherà la vostra elezione da
questo ministero al quale vi ha eletto suo ministro, ed eleggerà un
altro.» Il caso volle che in questi giorni appunto morisse il Delfino
di Francia,[423] con dolore grandissimo del re; il quale, così, sempre
più si andava persuadendo della verità di ciò che il Savonarola gli
profetizzava. Tutto questo, però, non bastava ancora a farlo uscire
da quella sua eterna irresolutezza, con cui sembrava destinato a
scontentare ognuno.
Intanto il Savonarola perseverava nel silenzio, occupandosi de’ suoi
studi, e scrivendo lettere alla famiglia, ch’era allora oppressa dalla
povertà e da sventure domestiche. Queste lettere ci manifestano che
l’affetto ai suoi parenti era nel Savonarola, come fu sempre negli
uomini veramente grandi, tenace ed inalterabile. Egli raccomandava
affettuosamente ai fratelli, che s’aiutassero vicendevolmente;
perchè, quanto a sè, avendo rinunziato al mondo, non poteva dare
altro che conforto di parole. Coll’animo, però, partecipava a tutte
le loro gioie, a tutti i loro dolori.[424] Alla madre, poi, che aveva
allora perduto il fratello Borso, scrisse una lettera, nella quale
il suo cuore si espande teneramente verso di lei, che era la sua
più forte affezione su questa terra, la confidente più intima de’
suoi pensieri.[425] E questa lettera è notevolissima, non solo pel
delicato sentire di cui è piena, ma ancora perchè in essa noi possiamo
vedere come il Savonarola che discorre affettuosamente alla madre,
sia identico a quello che predica e fulmina sul pergamo, in faccia
alla moltitudine esaltata. Sono le medesime idee, le stesse parole:
egli è sempre pieno della sua alta e profetica missione; anche alla
madre predica sul ben vivere, sulla vanità del mondo; e conclude
annunziando la sua morte vicina. «Io vorrei che tanta fosse la vostra
fede, che voi poteste, come quella santissima donna ebrea del vecchio
Testamento, vedere senza lacrima i vostri figli martorizzati innanzi
ai vostri occhi. Madre carissima, io non dico questo per non volervi
confortare; ma perchè, se mai avvenga che io debba morire, vi troviate
apparecchiata.»[426]
In questo mezzo, cominciava a rimettersi la sua salute, e il bisogno
d’attività rinasceva in lui più forte. Ma che fare? Ritornare sul
pergamo senza il permesso di Roma, non voleva; e nel dirigere le
prediche di Frà Domenico, non poteva sperare quei grandi risultati
che aveva ottenuti colle sue. Pure il Savonarola era uomo che trovava
sempre modo a fare il bene; e, quando non poteva il molto, contentavasi
del poco. In quei giorni s’avvicinava il carnevale dell’anno 1496; e
gli Arrabbiati, ora che il Frate taceva, s’apparecchiavano a celebrarlo
come a tempo dei Medici, per dare sfogo a quelle sfrenate passioni,
a quegli osceni sollazzi che erano stati per loro troppo lungamente
repressi. Ed il Frate si propose, invece d’impedirlo.
L’impresa, però, non era facile quanto a primo aspetto si sarebbe
creduto. I Fiorentini erano stati sempre vaghissimi di quelle feste
carnovalesche; e, venuti poi i Medici, s’erano abbandonati a quegli
eccessi con una sfrenatezza non facilmente credibile: la città intera
diveniva in quei giorni un’orgia, ognuno s’abbandonava al vino ed alla
crapula, il pubblico decoro veniva affatto dimenticato. Colle prediche
del Savonarola, è ben vero, le cose cambiarono molto; ma certe usanze
del carnevale s’erano così profondamente radicate, che nè la nuova
dottrina, nè le mutate leggi, nè i magistrati, con severissimi bandi,
avevano mai potuto distruggerle. E, come è ben naturale, quelli che più
affezione avevano per quelle feste, erano i fanciulli. In quei giorni,
essi usavano di fermare continuamente la gente per via, chiudendo loro
il cammino con certi lunghi pali, che non venivano rimossi, se prima
essi non avevano ricevuta qualche moneta, per far, poi, la sera i loro
pazzi desinari. Dopo de’ quali, accendevano grandi fuochi nelle piazze,
vi ballavano e cantavano intorno; e finalmente, facevano ai sassi con
tanta violenza, che ogni anno più d’uno di loro restava morto per le
vie. Fu più volte proibito questo _pazzo e bestiale giuoco dei sassi_;
furono minacciate pene severissime: ma tutto era inutile. I più savi
cittadini, gli Otto, la Signoria stessa vi s’erano invano adoperati:
la sera, i fanciulli si trovavano in modo eccitati dal baccano di tutto
il giorno, che non v’era pena che li spaventasse. Si pose finalmente a
quest’opera il Savonarola. Dopo avere, negli anni passati, condotto a
così prospero successo la riforma politica e la riforma dei costumi,
ora che le mutate condizioni gl’impedivano di condurre innanzi opere
di sì grave momento, immaginò questa terza e più modesta riforma, che
chiamò _la riforma dei fanciulli_.
Egli comprese che sarebbe stato assai difficile distruggere affatto
le vecchie usanze: decise, quindi, di mutarle, sostituendo alle feste
carnascialesche delle feste religiose. Su quelle medesime cantonate,
adunque, dove i fanciulli si raccoglievano a chieder danari per le
loro cene, fece costruire piccoli altari, innanzi ai quali dovevano,
pure, stare i fanciulli a chiedere danari; ma invece di spenderli in
gozzoviglie, dovevano darli ai poveri. Si canti pure, egli disse; ma
in luogo di oscene canzoni, sieno inni e laudi spirituali. Ed egli
medesimo volle comporne alcune, tornando così alla poesia da tanti anni
abbandonata: altre ne fece comporre dal poeta Girolamo Benivieni. E
perchè queste cose seguissero con maggiore ordine, fece da Frà Domenico
radunare i fanciulli, ed eleggere fra loro stessi dei capi, alcuni dei
quali si presentarono alla Signoria, ed esposero il fine e l’ordine
della loro riforma. Avutane l’approvazione, quei fanciulli, tutti pieni
della nuova importanza per loro acquistata, si misero volonterosi
all’opera. Invero, neppure in quel carnevale la città fu molto
tranquilla, nè per le vie si poteva camminar molto liberi: ma quella
importunità dei fanciulli non era nuova; nuovo era il fine di carità
a cui era stata dal Savonarola indirizzata. E così, l’anno 1496, si
vide per la prima volta abbandonato il giuoco dei sassi, abbandonate le
smoderate cene, e trecento ducati furono raccolti per darli ai poveri.
L’ultimo giorno di carnevale fu poi fatta una solenne processione, alla
quale assisteva, per la novità del caso, l’intero popolo. Andarono i
fanciulli cantando inni religiosi e visitando le principali chiese
della città: dopo di che depositarono i danari raccolti nelle mani
dei Buoni Uomini di San Martino, acciò li distribuissero ai _poveri
vergognosi_.[427] Alcuni mormorarono contro questa cosa, perchè
mormoravano sempre contro ogni buona opera che venisse dal Savonarola;
ma la generalità dei cittadini e degli uomini dabbene disse che anche
questa volta il Frate aveva saputo fare quel che non era riuscito ad
alcun altro in Firenze.[428]
In questo mezzo, i Dieci della guerra, che nel nuovo governo si
chiamavano Dieci di libertà e pace, essendosi mantenuti sempre amici
del Savonarola, s’erano efficacemente adoperati perchè il papa gli
concedesse licenza di predicar la quaresima. Ne aveano scritte lettere
continue a molti cardinali, ed all’ambasciatore messer Ricciardo Becchi
cui dicevano: «Non potreste far cosa che a tutti i vostri cittadini più
fusse grata e accetta, e sarà sempre dalla prudenza di tutto questo
popolo riconosciuta» (26 gennaio 1496).[429] Ed, infatti, pare che,
con l’aiuto del cardinal di Napoli e di quello di Lisbona, si riuscisse
a piegare, almeno in parte, l’animo del papa; giacchè, se non si ebbe
un nuovo breve che rivocasse quello di sospensione, fu per mezzo di un
cardinale rimesso al Savonarola l’arbitrio del predicare.[430]
Un altro fatto, il quale merita di essere particolarmente considerato,
pare che avesse luogo appunto in questi giorni medesimi; sebbene la
data non ci venga con precisione indicata dai molti storici che lo
raccontano. Avendo il papa rimesso le prediche del Savonarola ad
un dotto vescovo domenicano, perchè cercasse se vi era materia di
condanna; questi, dopo averle esaminate, ritornava col volume in
mano, dicendo: «Santo Padre, questo frate dice cose tutte savie,
tutte oneste; esso parla contro la simonia e contro la corruzione
dei preti, che pure è grandissima; egli rispetta i dommi e l’autorità
della Chiesa: onde io cercherei piuttosto farmelo amico, offerendogli,
quando fosse necessario, anche la porpora cardinalizia.» Sia che il
papa cominciasse, ora, a temere del frate, e non volesse altro che
farlo tacere; sia che pensasse tendergli qualche nuova rete; certo è
che, per mezzo di un domenicano a bella posta mandato da Roma, venne
fatta al Savonarola l’offerta del cappello rosso, a patto però ch’egli
avesse nelle sue prediche mutato linguaggio. Qual fosse la confusione
della sua mente al sentire una offerta così inaspettata, quanta
l’indegnazione del suo animo, non è facile descriverlo. Egli aveva ora
in mano le prove visibili che a Roma facevasi mercato d’ogni cosa più
sacra: e tanta fu la piena del suo sdegno, che non seppe dare alcuna
risposta, ma disse solo a colui che faceva la scandalosa proposta:
«venite alla mia prossima predica, e voi udirete la risposta che mando
a Roma.»[431]
Con tali auspici dovea, dunque, cominciare il quaresimale dell’anno
1496. La folla accorreva con raddoppiata curiosità, a udire quella voce
che i fulmini di Roma avevano per più mesi ridotta al silenzio. Intorno
alla chiesa, che più non bastava a contenere tanta moltitudine, s’era
costruito un alto anfiteatro, che saliva fino alle prime finestre,
con diciassette scalini sui quali sedevano i fanciulli: essi erano
divenuti ora una parte importantissima dell’uditorio del Savonarola,
che spesso indirizzava a loro la sua parola. Andando al Duomo, egli si
trovava in continuo pericolo di vita; perchè molti Arrabbiati volevano
ammazzarlo, e dicevasi che il Moro avesse mandato sicari prezzolati.
Veniva, perciò, circondato da molti de’ suoi amici armati, che si
prestavano volontariamente a difendere la sua vita: essi andavano a
prenderlo in San Marco e, udita la predica, lo riaccompagnavano al
convento, senza mai lasciarlo solo. Quella quaresima era pel Savonarola
un tempo di nuovo e maggiore esaltamento. Egli risaliva sul pergamo
coll’animo traboccante di tristezza e di sdegno: dopo aver durata
una lotta sempre più aspra colla corte di Roma; nel momento in cui
si cercava di corromperlo con una dignità ecclesiastica; veniva per
rispondere all’indegna offerta, e deciso ormai di portare la sua causa
in faccia al mondo. Il suo quaresimale fu più audace di quanti ne aveva
fatti sinora, più eloquente di quanti ne facesse mai il Savonarola. Noi
dobbiamo, perciò, renderne minuto ragguaglio nel capitolo seguente.