CAPITOLO PRIMO.

Carlo VIII ritorna in Francia. Gli alleati aiutano Piero de’ Medici

a tentare il suo ritorno in Firenze. Il Savonarola predica contro la

tirannide e contro i Medici: questi vengono respinti. [1495-96]

Le cose d’Italia riceveano nuova alterazione, e con esse mutavano

grandemente le condizioni della Repubblica e del Savonarola.

— Nel principio dell’anno, la fortuna di Francia aveva sempre

maravigliosamente prosperato: il re Carlo era giunto a Napoli senza

incontrare al suo cammino ostacolo di sorte alcuna; gli Aragonesi eran

fuggiti; il nuovo dominio s’era stabilito come per incanto.[382] Ma

ben presto, le cose precipitarono al fondo con quella medesima rapidità

con cui erano salite in alto. In brevissimo tempo, i Francesi avevano

trovato il modo di scontentare ugualmente tutti i governi e tutti

i popoli d’Italia. La loro condotta verso i Fiorentini non potrebbe

essere condannata con parole abbastanza severe: essi non facevano altro

che chieder danari, dando sempre nuove promesse, che non mantenevano

mai. I Napoletani ancora erano scontentissimi della loro insolenza; già

agognavano il ritorno degli Aragonesi. I governi erano atterriti dalla

potenza di questo nuovo esercito che aveva corso vittorioso l’Italia da

un capo all’altro; ma più di tutti era scontento quel medesimo Lodovico

il Moro, che lo aveva invitato a passare le Alpi. Egli vedeva, con

inquietudine grandissima, l’esercito francese pieno d’emigrati lombardi

e genovesi; vedeva con terrore il suo nemico personale Gian Giacomo

Trivulzi, fra i primi generali e più accetti al re; e finalmente,

cresceva adesso la sua irritazione e il suo sospetto, dacchè il re

Carlo gli negava quel principato di Taranto che gli era stato nei

patti della guerra promesso. Eccolo, adunque, nuovamente dominato dalla

paura, darsi tutto a meditar nuove trame; ed egli che aveva chiamato

la Francia ai danni d’Italia, tentare ora di farsi capo d’una lega

italiana per _cacciare i barbari_, e riuscirvi![383]

Il giorno 31 marzo 1495, la lega era segnata a Venezia. Vi pigliavano

parte quella repubblica, il papa, l’imperatore e il re di Spagna. Il

fine che si palesava era: difendere la Cristianità contro il Turco,

mantenere l’integrità dell’Italia e degli Stati alleati, mettere in

armi 34,000 cavalli e 24,000 fanti. Nel fatto però, il Sultano era

stato uno di quelli che più avevano favorito la lega, e prometteva

uomini e danari per aiutarla; il suo vero scopo era di cacciar

dall’Italia i Francesi.[384] Gli articoli segreti stipulavano, che la

Spagna avrebbe mandato un’armata navale per aiutare il re Ferdinando

a riconquistare il Regno; i Veneziani avrebbero attaccato le coste

dell’Adriatico; il duca preso Asti e chiuso la via ai rinforzi

francesi; l’imperatore e la Spagna assalirebbero per terra le frontiere

francesi. Così, in un momento, il Moro riusciva a sollevare da per

tutto armi contro la Francia.[385] Queste cose non restavano ignote al

re Carlo. L’accorto ambasciatore francese, messer Filippo di Comines,

penetrava subito lo scopo della lega; ed il medesimo giorno che si

concludeva, egli ne scriveva a Napoli: affrettavasi, poi, a partire per

raggiungere il re, cui non restava altra via di salvezza, che lasciare

nel Regno forti presidii, e tentare col resto dell’esercito d’aprirsi

una via per tornare in Francia.

Nel suo viaggio, l’ambasciatore prendeva la via di Toscana, dove era

l’unico stato italiano che, respingendo tutte le offerte degli alleati

e non curando le loro minacce, si manteneva ancora fedele a Carlo.

Giunto a Firenze, il primo pensiero del Comines fu di andare a San

Marco: voleva conoscere da vicino il Savonarola, e formarsi un concetto

chiaro di quest’uomo che aveva saputo riempiere il mondo della sua

fama. E quello sperimentato conoscitore degli uomini, uscì dalla cella

del frate, pieno d’un’ammirazione e d’una venerazione grandissima,

di cui nelle sue _Memorie_ parla continuamente. Egli credeva trovare

un uomo singolare, ma trovò invece un uomo straordinario. La sua

maraviglia cominciò subito, giacchè lo intese discorrere di politica

con una conoscenza grandissima delle cose. «Egli mi parlò della _grande

assemblea_[386] che facevano i Veneziani, meglio di me che allora

ne venivo. La sua vita era, poi, la più bella del mondo, come ognuno

poteva vedere; le sue prediche erano contro i vizi, ed hanno introdotto

il buon costume in Firenze. Io non voglio giudicare le sue rivelazioni;

ma è certo che ha predetto a me ed al re cose che niuno credeva, e

che si sono tutte verificate. Quanto al valersi, come dicevano i suoi

nemici, della confessione per conoscere i segreti dello Stato; dirò

che io lo credo un uomo buono, e che egli ha rivelato cose che niuno

dei Fiorentini potrebbe mai avergli dette.» E tanta fu la fede che

il Comines pose nel Savonarola, ch’ei lo interrogava con istanza e

con fiducia perchè gli dicesse se il re sarebbe scampato dai pericoli

che lo circondavano. Qui il Frate prese un tuono solenne, e cominciò

a riandare la fede dal re violata, le promesse mancate, i comandi di

Dio disubbiditi, la grande opera della riforma d’Italia e della Chiesa

abbandonata. «Questi nuovi pericoli», così egli concludeva, «sono

precursori d’un castigo assai maggiore da cui il re sarà flagellato,

se non torna all’obbedienza del Signore ed alla buona via. Quanto

al presente, dovrà combattere molto; ma pure ne uscirà finalmente

vittorioso.» Dopo questo singolare colloquio, il Comines continuava

subito il suo viaggio verso il Regno.[387]

Il re Carlo era, intanto, già partito da Napoli il 20 maggio: lasciava

forti presidii nel Regno e menava seco tutto il resto dell’esercito

sotto i comandi del Trivulzi, onde aprirsi col ferro una via per

tornare in Francia. Entrato a Roma il dì primo giugno, desiderava

venire ad abboccamento col papa; ma questi era il giorno innanzi

fuggito alla volta d’Orvieto. Alessandro Borgia avea molte ragioni

per temere lo sdegno dei Francesi. Egli li aveva dapprima invitati in

Italia; il danaro avuto, poi, dagli Aragonesi gli aveva fatto voltar

faccia; venuta in auge la fortuna francese, si avvicinava di nuovo

ad essi; ed ora, non solamente diveniva un’altra volta loro nemico,

ma uno degli autori principali della lega. A tutto ciò s’univa anche

una storia assai singolare, propria del carattere di quei tempi e

del Borgia. — Quando i Francesi passarono la prima volta per Roma, si

trovava quivi prigioniero il principe Gemme, fratello del Gran Sultano

Bajazetto II. Esso era un giovane d’una fisonomia e d’un’indole tutta

orientale, pieno d’ardire; onde aveva trovato molti partigiani, e,

non senza qualche speranza di successo, aveva conteso il trono a suo

fratello. Costretto poi dall’avversa fortuna a fuggirsi nell’isola

di Rodi, veniva fatto prigioniero dal gran Maestro dell’ordine e da

lui consegnato a papa Innocenzo VIII; morto il quale, Gemme venne

nelle mani d’Alessandro Borgia, che ne faceva mercato. Il Sultano,

infatti, temendo moltissimo la liberazione di suo fratello, pagava

al papa 20,000 ducati annui pel suo mantenimento; e più volte aveva

offerto di dargliene 200,000, quando lo avesse ammazzato. Nel passare,

adunque, i Francesi da Roma, la prima cosa che il re Carlo domandava

al papa, era di portar seco Gemme, onde servirsene nella guerra che

voleva fare al Sultano. Alessandro Borgia, sebbene assai di mal animo,

dovette pur cedere alla volontà del re; ed ancora, dovette mandare

suo figlio Cesare (che fu poi il Duca Valentino), a seguire il campo

francese col nome e gli onori di ambasciatore; ma, in verità, come

ostaggio contro la sempre mutabile politica del padre. Ad un tratto,

però, si vide che Cesare era fuggito dal campo, e subito dopo moriva

inaspettatamente il giovane Gemme. Dissero alcuni che il papa lo aveva

dato nelle mani del re, già avvelenato; assicuravano altri, che gli

aveva fatto somministrare il veleno per mezzo del figlio. Comunque sia

di ciò, è certo che il Sultano mandò subito i 200,000 ducati promessi,

più la veste inconsutile di Cristo; ma i suoi inviati furono presso a

Sinigaglia fatti svaligiare da Giovanni della Rovere. Tali erano allora

i tempi, e tali gli uomini.[388]

Malgrado tutte queste cagioni di risentimento, il re Carlo, non potendo

fermarsi a Roma nè pensare allora a vendette, continuava il suo viaggio

ed il 13 giugno entrava in Siena. Non è credibile come questa nuova

sollevasse gli animi fiorentini, e quanto il re fosse ormai divenuto

esoso a quella Repubblica. Essa rimaneva ancora ferma nella sua

alleanza; ma non gli poteva perdonare la fede violata, i patti traditi,

e l’avere aiutato e sostenuto i Pisani nella loro sollevazione. Non

aveva il re fatto altro che chieder sempre nuovi danari, promettendo

continuamente di render le fortezze e di far sottomettere Pisa; ma

nè l’una cosa nè l’altra aveva poi mantenuta. E per queste ragioni, i

Fiorentini, malgrado ogni loro sforzo, s’erano trovati in condizioni

sempre peggiori. Essi avevano mandata la loro più ardita gioventù a

combattere sotto il comando di Piero Capponi, avevano assoldato Ercole

Bentivoglio ed altri capitani; ma i Pisani ricevevano da Genova, da

Siena, da Milano e perfino dallo stesso re Carlo, nuovi aiuti. Quando

gli ambasciatori fiorentini rammentarono a quel re le promesse da lui

fatte, egli aveva risposto: «Ma che posso fare, se i vostri Signori

scontentano tutti i loro sudditi?» E poi, mandava ai Pisani ben 600 de’

suoi fanti svizzeri e guasconi, che eran loro d’un grandissimo aiuto

nella guerra.[389] Così la ribellione veniva incoraggiata su tutto

il territorio fiorentino, e Montepulciano si dava ora (26 maggio) ai

Sanesi, che subito vi mandavano un presidio. In tale stato di cose, si

avvicinava il re Carlo; e, quasi tutto questo non fosse ancora cagione

bastevole di malcontento, egli menava seco Piero de’ Medici!

Non appena ne giunse la nuova in città, che tutti corsero furiosamente

alle armi. E fu cosa maravigliosa a vedere, dice lo storico Jacopo

Nardi, in quanto poco tempo si fossero armati uomini e fanciulli;

e come i privati cittadini facessero a gara coi commissari della

Signoria, per empiere la città di vettovaglie e di armi. Nei borghi,

vennero in brevissimo tempo raccolti undicimila fanti di corazza;

nelle case, ognuno aveva raccolto amici e familiari, provveduto le

torri di sassi, sbarrato le porte; molte vie furono asserragliate;

e i gonfalonieri delle compagnie percorrevano di notte la città,

perchè non si volle in questa occasione permettere ad alcun fante

forestiero di entrarvi. E tutto ciò era provveduto da quei Piagnoni

che gli Arrabbiati dicevano buoni solo a borbottare Ave-Marie.

Essi non tralasciarono, è vero, gli uffici divini; fecero pubbliche

orazioni, molte limosine, e portarono in solenne processione la Madonna

dell’Impruneta; ma quelli che più erano caldi in questi uffici divini,

più erano pronti a pigliare le armi. Ed il Savonarola, che si trovava

allora a continuare le prediche delle feste _sopra i Salmi_, gridava

dal pergamo: «Fate orazione, ma non tralasciate i provvedimenti umani:

bisogna aiutarsi in ogni modo, con tutti mezzi, chè allora il Signore

sarà con voi: animo, o fratelli, e soprattutto unione. Se voi starete

uniti e concordi in un solo volere, sia pure tutto il mondo contro

di noi, la vittoria sarà nostra. Non vi spaventate di queste cose,

perchè noi siamo appena al principio del gioco. Voi vi troverete in

tempi terribili, voi vedrete nemici da tutte le parti, voi udirete:

eccoli a Roma, eccoli da quella parte, eccoli da questa, eccoli, son

qui. Ed allora, oh povera Firenze! oh povera Italia! Unione, adunque,

fra voi, unione nel Signore; perchè la vittoria dev’essere in fine dei

buoni.»[390]

Ma, intanto, i primi ambasciatori che la Repubblica mandava al re

Carlo, non ottenevano altro che brusche risposte. Essi chiedevano per

qual via volesse passare, acciò la fornissero di vettovaglie; ed il

re: «Fornite tutto il dominio.» Era sdegnatissimo di vedere la città

di Firenze mettersi tutta in armi, come all’avvicinarsi d’un nemico. E

dall’altro lato, gli ambasciatori, vedendo nel campo Piero de’ Medici e

dubitando che il re non volesse rimetterlo in Firenze, usarono parole

più ardite che savie; onde ne era a vicenda cresciuto lo sdegno, e

senza un uomo che avesse avuto grande autorità e fermezza, non era

più sperabile accordo amichevole. Tutti si rivolsero, allora, unanimi

al Savonarola. Egli solo aveva saputo usare un linguaggio fermo ed

imperioso verso quel re, senza irritarlo; egli ne era quasi venerato,

ed aveva tenuto con lui continua corrispondenza di lettere, delle quali

ora tutti sapevano quale fosse il tenore. Una di esse, venuta nelle

mani de’ suoi nemici, era stata da loro pubblicata per muovergli contro

lo sdegno della lega; ma, invece, gli aveva immensamente accresciuto

l’amore del popolo, perchè discorreva presso a poco in questi termini:

«Cristianissimo Sire, il Signore vuole che i Fiorentini restino

collegati con la Vostra Maestà, ma vuole che sotto la vostra protezione

sia ampliata la loro libertà e non l’autorità di alcuno particolare

cittadino; imperocchè la Divina Bontà ha disposto e deliberato di

mandare, per tutto, a terra i tiranni. Il Signore punirà terribilmente

quei privati cittadini che volessero usurpare il dominio di questa

florida repubblica, come nel passato è avvenuto; perchè questo nuovo

e popolare governo e reggimento è stato fatto da Dio, e non da uomo

alcuno; e perchè Egli ha eletta questa città e vuole magnificarla e

l’ha ripiena dei suoi servi; e chi la tocca, tocca la pupilla del

suo occhio. Onde, o Sire, se voi non obbedirete, e non manterrete

le promesse ai Fiorentini, e non restituirete le loro fortezze,

molte saranno le avversità che vi verranno addosso, ed i popoli si

ribelleranno contro di voi.»[391]

Chi altri poteva, chi doveva presentarsi al re per liberare la

Repubblica da tanto pericolo, se non colui che sapeva usare un tale

linguaggio? A Poggibonsi, adunque, s’incontravano di nuovo Carlo

VIII ed il Savonarola; il quale, assumendo il suo tono profetico ed

imperioso, ripeteva a voce quelle cose medesime che aveva dette in

iscritto. Rammentava al re, che ora tornava quasi fuggendo verso casa,

come questi nuovi pericoli erano quelli appunto che esso gli aveva già

predetti a Firenze, e che gli aveva riconfermati nelle sue lettere.

«Cristianissimo principe,» egli diceva, «tu hai provocato l’ira del

Signore per non avere mantenuta la fede ai Fiorentini; per avere

abbandonata quella riforma della Chiesa, che il Signore ti aveva per

mezzo mio tante volte annunziata, ed a cui ti aveva eletto con segni

così manifesti. Tu, per ora, uscirai da questi pericoli; ma se non

riprendi l’opera abbandonata, se non obbedisci ai comandi che di nuovo

il Signore ti ripete per mezzo del suo inutile servo, io ti annunzio

che maggiori assai saranno le sventure che ti manderà l’ira di Dio, ed

un altro sarà eletto in tua vece.»[392] Il re parve quasi atterrito

a questo linguaggio, e continuando subito il suo cammino verso Pisa,

pregò il Savonarola di accompagnarvelo. Ma questi, dopo avergli parlato

una seconda volta a Castel Fiorentino, volle tornarsene indietro, per

non avere a capitar nelle mani dei nemici di Firenze. Il 21 di giugno,

egli annunziava dal pergamo che il pericolo era anche questa volta

passato; e di qui pigliava occasione per raccomandare di nuovo le

orazioni, il ben vivere, l’unione ed il governo popolare.[393]

L’entrata del re a Pisa era, intanto, trionfale. I Pisani gli aprivano

le case dei principali cittadini; le loro donne si privavano di tutte

le gioie per donarle a lui ed ai suoi baroni: così, facendo contrasto

al mal umore che avevano mostrato i Fiorentini, cercavano, contentando

la sua avarizia, tirarlo dalla parte loro. E quando egli, per questi

segni d’affezione, era già assai ben disposto, ecco che, uscendo un

giorno dalla messa, gli vengono incontro le più belle donne pisane

vestite a bruno, colle chiome sciolte, coi piedi nudi, con funi al

collo, in segno dell’odiata servitù, e ad alta voce chiedevano la

loro libertà. Il popolo intero si univa a quelle voci, il re e i suoi

generali parevano commossi a questa scena. Si raccolse, difatti,

il consiglio dei baroni e si tenne, per un momento, serio discorso

d’aiutare i Pisani; ma questo pensiero fu, poi, come tutti gli altri

abbandonato. Ai Pisani non fu data la libertà, ai Fiorentini non si

resero le fortezze, al Savonarola non si tennero le nuove promesse;

ma, pigliando la via di Lucca e Pontremoli, il re insieme coll’esercito

continuava il suo cammino. A Fornovo sul Taro, incontrava gli eserciti

alleati; egli aveva 9000 uomini, i nemici assai di più. Si venne a

giornata il 6 luglio, e fu poi lunga disputa da qual lato fosse stata

la vittoria. Ma certo, il re volendo passare, passò; gli alleati

volendolo impedire, nol poterono. Carlo VIII si fermava ad Asti, ove

s’abbandonò di nuovo ai piaceri; tornava poi lentamente in Francia. —

Il 7 luglio, Ferdinando II d’Aragona faceva la sua entrata in Napoli,

ristabiliva il caduto governo; e non gli restava altro a combattere

se non quelle poche guarnigioni che, ancora non avendo ceduto, si

trovavano sparse nel Regno senza aiuto e senza consiglio. — Così

i Francesi, in meno d’un anno, avevano traversato due volte tutta

Italia, conquistando e perdendo colla medesima facilità; scontentando

ugualmente amici e nemici, nè lasciando di loro altra memoria che di

avidità e di mala fede.[394]

La loro condotta verso Firenze continuava ad essere sempre la stessa.

Sia che il generale che teneva la fortezza di Pisa ricevesse in segreto

ordini diversi da quelli che il re gli mandava in palese; sia, come

altri dicevano, che egli si fosse innamorato d’una giovane pisana:

certo è, che non solamente non rese mai le fortezze; ma giunse (una

volta che i Fiorentini, combattendo i Pisani, s’erano spinti assai

oltre verso la porta di San Marco), a far fuoco addosso a loro colle

sue artiglierie, ammazzandone parecchi. La Repubblica faceva, per

queste cose, continue rimostranze, mandava nuovi ambasciatori e nuovi

danari al re, prometteva d’aiutare i soldati sparsi nel Regno. Nel

mese di settembre, messer Niccolò Alamanni tornava, finalmente, dalla

Francia, con un ordine espresso del re ai suoi generali e soldati,

che rendessero le fortezze e lasciassero il soldo pisano: ma, lungi

dall’obbedire, nel gennaio del 1496, i Francesi vendettero ai Pisani

la loro fortezza per 14,000 fiorini, ed altri 10,000 ne ricevettero

pel prezzo delle artiglierie che lasciavano. Le fortezze di Sarzana e

Sarzanello furono, per 20,000 fiorini, vendute ai Genovesi; quella di

Pietrasanta ai lucchesi, per 30,000; ai Fiorentini non fu rilasciata

che la fortezza di Livorno.[395]

Eppure, malgrado tutto ciò, la partenza dei Francesi dall’Italia aveva

peggiorato gravemente le condizioni della Repubblica. Gli alleati,

ormai liberi e sicuri da ogni pericolo, si potevano rivolgere contro

di essa. Odiavano mortalmente quel nuovo governo, e volevano punirlo

per essersi mantenuto fedele alla Francia, e non aver voluto entrare

in quella lega, che essi dicevano aver fatta per liberare Italia dai

barbari. Il pericolo diveniva, quindi, gravissimo; e la sola speranza

che Firenze potesse avere contro nemici così potenti, stava nel poco

accordo che regnava fra di loro. Il papa ed i Veneziani volevano,

infatti, rimettere Piero de’ Medici; ma il Moro, sebbene in apparenza

consentisse a questa proposta, odiava personalmente Piero, andava

d’intesa cogli Arrabbiati, e nutriva qualche lontana speranza di

potere un giorno stendere la sua potenza anche su quella Repubblica.

Nondimeno, fu concluso, per allora, d’incoraggiare il Medici a

raccogliere uomini e danari, onde tentare il suo ritorno in Firenze.

Egli, come è ben da credere, si mise all’opera assai volenteroso; e

sebbene fosse già rovinato nella fortuna e nel credito, pure, fatto il

suo maggiore sforzo, raccolse 10,000 ducati, che pose nelle mani di

Virginio Orsini, acciò radunasse i suoi antichi soldati. E l’Orsini,

che il giorno della battaglia del Taro s’era vergognosamente fuggito

dal campo francese, pigliò con ardore questa occasione, onde mettersi

di nuovo sulla riputazione delle armi. — Nel tempo che Piero e l’Orsini

si sarebbero avanzati verso Firenze, Giovanni Bentivoglio, assoldato

dai Veneziani e dal Moro, doveva irrompere dai confini bolognesi contro

la Repubblica; Caterina Sforza, signora d’Imola e Forlì, mandare da un

altro lato le sue genti a fare lo stesso; i Sanesi e Perugini facevano

sperare larghi aiuti: e così tutto sembrava augurare prospero esito

al tentativo di Piero de’ Medici. Ma quando si venne al fatto, le cose

mutavano aspetto. Piero e l’Orsini s’erano avvicinati colle loro genti,

a piccole giornate, verso i confini della Repubblica; aspettando sempre

gli aiuti promessi, i quali non venivano mai: onde consumavano invano

il tempo e i danari.

Mentre nel campo mediceo le cose procedevano con tanta freddezza, a

Firenze i cittadini, animati dal Savonarola, mostravano grandissima

energia. Il Frate s’era da più tempo taciuto, a causa dei cresciuti

mali umori di Roma, de’ quali parleremo a lungo nel capitolo seguente.

Ma nel ritirarsi dal pergamo, aveva annunziato che gravi pericoli

sovrastavano alla città, ed aveva fatto votare quella legge contro

i Parlamenti, che doveva essere la guardia principale della libertà.

Ora, verificandosi i pericoli annunziati, il suo nome saliva in nuovo

auge; ed egli, messo da banda ogni riguardo, tornava sul pergamo il

giorno 11 ottobre, per dare animo ai cittadini e incoraggiarli alla

difesa della patria. La sua predica incominciava col discorrere di

cose tutte religiose: — «La vita dell’uomo, o fratelli,» così egli

diceva, «è una milizia continua sopra la terra; e la maggiore milizia

è quella del vero cristiano, perchè egli deve combattere contro ogni

cosa che impedisce lo spirito. Combatte contro il mondo, contro la

carne, contro il demonio; ed è sempre in continua guerra. Così fu degli

Apostoli, così fu dei martiri, così sarà sempre dei buoni cristiani:

Iddio lo vuole, per dar poi a loro maggiore gloria nell’altra vita.

Onde non vi dovete maravigliare se, annunziando noi cose nuove, abbiamo

tanta contraddizione. Io mi maraviglio che non le abbiamo ancora

maggiori. E perchè noi dobbiamo combattere, così siamo tornati in

campo, per rassettare un poco le schiere disordinate ed apparecchiarle

ad una nuova guerra. E vogliamo far due cose: l’una combattere, che

non cesseremo mai insino alla morte; l’altra vincere, perchè le cose

di Cristo debbono sempre avere vittoria. Voi non dubitate di nulla,

chè in ultimo la vittoria sarà nostra; e se io morissi, questa cosa

sarà come l’idra dei poeti, che tagliato un capo, ne uscivano sette.»

Procedendo oltre in questo modo, egli volgeva il discorso dalle cose

religiose alle politiche; e prima discorse ironicamente contro coloro

che dicevano male del nuovo governo. «Magnifici Signori, io vorrei che

quando voi avete qualche cosa difficile alle mani, chiamaste uno di

questi cicalatori e gli diceste: — Di’ su un poco, che s’ha egli a fare

di questa cosa? — E s’ei sa quel che si dice, io voglio perderci il

mantello. Voi vedrete che egli non saprà cosa rispondere, o pure dirà

qualche gran pazzia. E voi allora, togliete un quarteruolo di panico e

ditegli: vien qua, prendi e dài beccare ai polli; ma lascia le cose di

Stato.»

Questo tuono burlesco continua ancora un poco; e finalmente il

Savonarola, entrando nella quistione grave e seria del giorno, muta

linguaggio e diviene terribile. Egli non vuole mezze misure quando la

patria è in pericolo. In chiesa, sul pergamo, col crocifisso in mano,

egli consiglia apertamente e ad alta voce, di mettere a morte quelli

che vogliono ristabilire la tirannide in Firenze, che vogliono farvi

ritornare i Medici. «Bisogna usare con costoro, come fecero i Romani

contro quelli che volevano rimettere Tarquinio. Tu che non vuoi avere

riguardo a Cristo, vuoi averne ai privati cittadini? Fa giustizia,

ti dico io. _Tagliali il capo; e sia pure il maggiore della casa sua

quanto voglia: tagliali il capo_. Rammentati la legge che si è fatta

contro i parlamenti, insegnala ai tuoi figli, scrivila per tutto. Tu

non devi fidarti in altro che in questo Consiglio Grande, che è opera

di Dio e non degli uomini; e chi vuole mutarlo, chi vuol fare tiranno,

chi vuol fare governo di privati cittadini, sarà dal Signore maledetto

in eterno.» Raccomandava poi energia, coraggio e risoluzione nel

prendere i necessari provvedimenti; perchè «colui che spera negli aiuti

divini senza aiutarsi da sè, tenta il suo Signore.» Queste medesime

cose ripeteva con uguale energia i giorni 15 e 25 dello stesso mese;

e solo quando fu sicuro che il popolo aveva ripreso il suo coraggio,

tornò di nuovo in quel silenzio che gli era imposto da cagioni di cui

fra poco dovremo discorrere.

L’effetto di quelle parole non tardò molto a farsi sentire. Quattro

giorni dopo la prima predica, si vinceva una provvisione, che, mentre

rimetteva la taglia sopra i Medici, era quasi un generale eccitamento

alle armi. Essa diceva, presso a poco, così: «Avendo Piero de’ Medici,

pel suo tirannico appetito, tentato molte cose contro la libertà

fiorentina, viene per gli Otto della Balía dichiarato ribelle; onde,

secondo gli statuti, può essere impunemente ammazzato. E perchè si

vede perseverare nel cattivo animo, incitando ai danni di questa

città, non solo molti baroni di Roma, ma il sommo Pontefice e quasi

tutti i potentati d’Italia; sperando con questi favori occupare la

vostra libertà, usurpare le vostre entrate, violare le vostre donne e

fanciulle, e riassumere quella tirannica vita colla quale egli e i suoi

antenati hanno tanto tempo afflitto la vostra città: venne pei medesimi

Signori Otto di Guardia e Balía deliberato, che chiunque uccidessi

detto Piero de’ Medici, debba avere fiorini 4000 larghi di oro.»[396]

Più tardi fu messa una taglia di 2000 fiorini anche sulla testa di

Giuliano dei Medici;[397] e furono creati uffiziali per amministrare i

loro beni a vantaggio della Repubblica.[398]

Ma ciò non bastava, nè il popolo fiorentino si fermava a questo.

Le prediche del Savonarola avevano allora mosso a prendere le armi

Arrabbiati e Piagnoni; perchè l’odio contro i Medici era loro comune,

e la vicinanza di Piero metteva sdegno e paura sì agli uni come agli

altri. I provvedimenti presi furono, quindi, forti e prontissimi. La

guerra di Pisa venne subito sospesa, lasciandovi solo 2000 fanti e

300 uomini d’arme. Mandarono 1000 fanti e 3000 uomini d’arme presso

Cortona, per tener fronte al nemico, che sembrava avvicinarsi da quel

lato. Nel medesimo tempo, venne formato un campo di 1500 fanti e 300

uomini d’arme, presso al confine dei Sanesi, per impedire che questi

si riunissero coi Medicei. In tal modo Piero dei Medici era come

circondato da ogni lato. Egli aspettava ozioso, fra le Tavernelle e

Panicale, gli aiuti promessi, che non vennero mai. Ed in su questo

aspettare, finivano i danari e l’esercito si scioglieva, partendone

anche lo stesso Virginio Orsini. Così Piero de’ Medici si trovava nella

campagna, solo con qualche soldato, con l’impresa andata a vuoto,

e senza aver fatto altro che raccogliere danno e vergogna, e dare

l’ultimo crollo alla sua già rovinata fortuna. Si dava, dunque, ramingo

alla fuga, e, lamentando la tradita fede e le vane promesse degli

alleati, tornava a Roma per cercare ricovero nella corte o presso i

suoi amici.[399] I Fiorentini, lieti del pericolo superato, rimandavano

le genti a Pisa, e si mettevano in sempre maggiore sospetto della

Lega; la quale, come si vedeva ora troppo chiaro, coprivasi col nome

d’Italiana, per meglio opprimere la Repubblica.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 35 / 53 题