CAPITOLO SESTO.

Le profezie e gli scritti profetici del Savonarola.

Chi, leggendo le cose da noi discorse nel capitolo antecedente, volesse

inferirne lo stato in cui era l’animo del Savonarola, anderebbe forse

assai lungi dal vero. Ognuno crederebbe di trovarlo, se non superbo,

almeno lieto del successo ottenuto, del gran bene che aveva fatto al

suo popolo. Ma, invece, basta leggere le prediche che egli faceva in

quel tempo, per vedere come una profonda tristezza occupava l’animo

suo. Mentre che egli domina dal pergamo tutto il popolo, che pende

da’ suoi cenni; mentre che la città intera ubbidisce alla sua volontà;

egli è ben lungi dall’abbandonarsi alla gioia. L’avvenire si presenta

tristo ai suoi occhi, ed invano egli cerca allontanarne la sinistra

immagine. — «Io sono stanco, o Firenze, per quattro anni di continue

predicazioni, nei quali non ho fatto altro che affaticarmi per te.

Ancora, afflitto m’ha assai la continua memoria del flagello che io

veggo venire, e la paura e timore di te, che tu non pericolassi in

quello. Onde io faccio, per te, una continua orazione al Signore.»[333]

— Invero, le grandi promesse e le belle speranze da lui date a Firenze,

erano state sempre condizionate: «Se voi non vi convertite al Signore,

i lieti augurii si muteranno in tristi.» E quel popolo era tanto

inveterato nel male, che l’avvenire dell’Italia, l’avvenire della

Chiesa ed il suo proprio avvenire apparivano agli occhi del Savonarola

pieni di pericoli e dolori sempre maggiori.

Questi tristi presentimenti, pare che si affacciassero a lui più vivi,

in quei momenti appunto nei quali si sarebbe creduto che più sereno

e contento dovesse essere l’animo suo. Quando aveva superata la prima

lotta politica; quando avea fatta vincere la forma del governo popolare

ed il Consiglio maggiore; in quei giorni in cui il popolo tutto lieto

andava ad ascoltarlo, e si aspettava da lui quasi un cantico di gloria

al Signore; egli, cominciando invece una delle solite allegorie,

dipingeva la tristezza del suo animo, e profetizzava agli uditori la

sua morte violenta, della quale sembra che non abbia mai dubitato. —

«Un giovane, partendosi da casa sua, si mise nel mare a pescare; ed

il padrone della nave lo condusse pescando in alto mare, dove non si

vedeva più il porto: onde il giovane cominciò a lamentarsi altamente.

O Firenze! quel giovane che si lamenta, è su questo pergamo. Io fui

condotto fuori della casa mia al porto della religione, ove andai

nella età di ventitrè anni, solo per cercare la libertà e la quiete;

due cose che amavo sopra tutte le altre. Ma ivi riguardai le acque di

questo mondo, e cominciai colla predica a guadagnare qualche anima; e

trovandovi io piacere, il Signore mi ha messo in mare e portatomi in

alto mare, dove ora sono e donde non vedo più il porto. _Undique sunt

angustia._ Dinanzi ai miei occhi, io vedo apparecchiarsi tribolazione

e tempesta; di dietro io ho perduto il porto, ed il vento mi spinge

in alto. A destra sono gli eletti che domandano aiuto; a sinistra i

demonii e cattivi che ci molestano e tempestano: di sopra io vedo la

virtù eterna, e mi spinge la speranza; di sotto è l’inferno, che come

uomo io debbo temere, perchè senza l’aiuto di Dio vi cadrei certamente.

— Oh Signore, Signore! dove mi hai tu condotto? Per volerti salvare

alcune anime, sono in luogo donde non posso più tornare alla mia

quiete. Perchè m’hai generato uomo di rissa e discordia sopra tutta la

terra? Ero libero, ed ora sono servo d’ognuno. Io vedo per tutto guerra

e discordia venire sopra di me. Almeno voi, o amici miei, o eletti di

Dio, pei quali notte e giorno m’affliggo, abbiate misericordia di me.

Datemi dei fiori, come dice la cantica, _quia amore langueo_. I fiori

sono le buone opere, ed io non desidero altro se non che voi piacciate

a Dio e salviate l’anima vostra.» E tanto il Savonarola s’agitava in

questo discorso, ch’era costretto fermarsi: «or lasciami riposare in

tanta tempesta.»

«Ma quale,» diceva egli, riprendendo il sermone, «quale sarà, o

Signore, il premio conceduto nell’altra vita a chi riesce vittorioso

in simile battaglia? — Cosa che l’occhio non può vedere, l’orecchio non

può udire; la beatitudine eterna. — E quale fia il premio conceduto in

questa vita? — Non sarà il servo maggiore del suo padrone, risponde il

Signore. Tu sai che dopo la predicazione, io fui crocifisso: così il

martirio toccherà anche a te. — Oh Signore, Signore!» esclamava qui il

Savonarola con la sua voce sonora, che echeggiava in tutta la chiesa,

«concedimi, dunque, questo martirio, e fammi presto morire per te, come

tu sei morto per me. Ecco già parmi vedere il coltello affilato....

Ma il Signore mi dice: aspetta ancora un poco, acciò vengano le cose

che hanno a seguire, e poi userai quella fortezza d’animo che ti sarà

concessa.» E qui, riprendendo l’esposizione del Salmo al verso _Laudate

Dominum, quia bonus_, continuava la predica.[334]

Fu questo uno di quei momenti, de’ quali egli soleva dire: «un fuoco

interno brucia le mie ossa, e mi forza a parlare.» Il Savonarola era

allora rapito come in una specie d’estasi, nella quale l’avvenire

sembrava veramente aprirsi ai suoi occhi. Quando ciò gli seguiva nella

solitudine della sua cella, esso rimaneva lungo tempo in preda alle

visioni e vegliava le notti intere, fino a che il sonno, vincendolo,

non veniva a riconfortare le stanche sue membra. Ma se ciò seguiva,

invece, quando era sul pergamo, in presenza di tutto il popolo; il

suo esaltamento allora non aveva più limiti, superava tutto ciò che

la penna può descrivere: egli era come prepotentemente rapito, e

rapiva seco il suo uditorio. Si vedevano uomini e donne, d’ogni età

e condizione, artigiani, poeti e filosofi, prorompere in un pianto

dirotto, che echeggiava per tutta la chiesa. Colui che dalla viva

voce raccoglieva la predica, era allora costretto a scrivere: «qui

il pianto mi vinse, e non potetti andare più oltre.» Il Savonarola

stesso sedeva esausto, e qualche volta rimaneva ammalato ed a letto

per più giorni.[335] La critica non potrà mai giudicare la forza e

l’eloquenza di questi momenti, di cui le parole ci sono in gran parte

sfuggite o rimangono prive dell’ardore con cui furono pronunziate;

prive cioè della loro vita. E noi dobbiamo credere quell’esaltamento

tanto maggiore, e tanto più straordinaria la veemenza dell’oratore,

l’eloquenza, se così può dirsi, della sua persona; in quanto che le

poche parole che ci restano di quei momenti solenni, non sempre sono

atte a spiegarci la grande commozione che da esse veniva prodotta nel

pubblico fiorentino, che pure era il più culto in Europa.

Invero, se ci mettiamo a considerare imparzialmente la vita e la

dottrina del Savonarola, troveremo ch’egli ebbe un singolare ed

inesplicabile presentimento dell’avvenire, il quale dètte ai suoi

scritti, alle sue prediche, alla sua vita, una straordinaria potenza.

Spogliando le sue molte predizioni da tutto ciò che vi è di particolare

e d’accessorio, noi saremo sorpresi di vedere che si son quasi tutte

verificate. Noi qui non vogliamo parlar solo di quell’acume politico

che gli fece, prima d’ogni altro, annunziare la venuta dei Francesi,

la cacciata dei Medici e i tanti altri avvenimenti che seguirono;

quell’acume, che destava così gran maraviglia in tutti i più accorti

uomini di stato in quel secolo.[336] Nè ci fermiamo a quel costante e

continuo presentimento che il Savonarola ebbe della sua morte violenta,

la quale annunziava con una sicurezza inesplicabile, e maravigliosa

davvero. Ma vogliamo piuttosto notare, ch’egli fu il primo a sentire

che si avvicinava un grande rinnovamento nel genere umano; che il senso

religioso doveva rinascere nel cuore degli uomini per rigenerarli;

che, attraverso sanguinose battaglie, la società avrebbe ripreso

vigore. Altro non significano, se noi bene le esaminiamo, quelle sue

famose conclusioni: — La Chiesa sarà rinnovata, ma prima flagellata;

e ciò sarà presto. — Quel suo continuo ripetere che gl’infedeli

saranno convertiti, che il Cristianesimo deve trionfare sulla terra,

che vi sarà ben presto un solo ovile ed un solo pastore; ci fanno

scorgere, assai spesso con grande evidenza, come egli presente che

il genere umano è vicino a ritrovare la sua unità, e che ben tosto

il Cristianesimo sarà la sola religione dei popoli civili. Leggendo

e considerando attentamente le sue opere, noi restiamo davvero

maravigliati nel vedere la costanza, l’insistenza con cui ripete le sue

_conclusioni_; la certezza con cui sembra vederle verificate. E quando

noi lo udiremo, più tardi, descrivere le future calamità dell’Italia

con minuti particolari, con singolare evidenza; quando noi vedremo

ch’ei si esalta, si commuove ed è quasi rapito in un delirio di dolore

nel descriverle; noi non potremo spiegare il fatto, ma di certo è un

fatto straordinario. Quest’uomo vede il tristo e doloroso avvenire

della sua patria; e con tanta evidenza ne presente i dolori, che già

quasi li soffre egli stesso.

Tale ci apparisce il carattere profetico, se così possiam dire, del

Savonarola, quando volgiamo uno sguardo a tutta la sua vita, a tutte

le sue predizioni; fermandoci a quelle solamente che possono avere

una generale importanza, e lasciando da un lato tutto ciò che v’è in

esse di particolare e d’accessorio. Che se, invece, vogliamo fermarci

a questa parte, le cose mutano aspetto, e noi saremo costretti di

esaminare un altro lato affatto diverso nel carattere del Frate. Noi

vedremo, allora, che in lui erano come due nature di uomini diversi:

l’uno si spingeva nell’avvenire; l’altro, quasi, retrocedeva nel

passato. Dopo avere esaminato il primo, ci viene innanzi il secondo, e

bisogna conoscerlo.

Lo studio della scolastica avea avuto una parte così grande nel formare

il carattere del Savonarola, ch’egli ne ricevette una grandissima

disposizione al sottilizzare e sofisticare. Aveva poi sin da fanciullo

preso una strana passione nel leggere e studiare in San Tommaso tutto

ciò ch’esso dice sulle operazioni angeliche, sull’indole dei profeti

e delle loro visioni: andava e riandava senza posa quelle minute e

sottili distinzioni del dottore angelico, le accompagnava con una

lettura continua del vecchio Testamento e dell’Apocalisse; onde non

vi era sogno o visione dei profeti e patriarchi, che a lui non fosse

divenuta familiarissima. Queste cose formavano, per giorni interi,

l’occupazione della sua mente giovanile; accendevano la sua fantasia

già per sè stessa esaltata; e la sua fibra, assai nervosa, ne veniva

scossa ed eccitata in maniera, che la penna non potrebbe descriverlo.

I sogni e le visioni, che aveva avute sin da fanciullo, cominciarono

a moltiplicare; si affollavano intorno alla sua mente, e nella notte

egli ne veniva quasi assalito. Quando poi s’avvide che la lettura

della Bibbia e dei Padri, la fervida preghiera, le notti vegliate,

le facevano crescere ogni giorno; incominciò a crederle ispirate dal

Signore, prodotte nella sua mente dagli angeli, in quel modo appunto

che San Tommaso dice avvenire dei profeti. Allora non vi fu più

sogno da lui fatto, non vi fu strana immaginazione cui non trovasse

un riscontro nella Bibbia, che non mettesse a scrutinio colle regole

dell’angelico dottore. Passava, inginocchiato nella sua cella, le notti

intere in preda a queste visioni, le quali esaurivano sempre più le sue

forze, esaltavano il suo cervello; ed egli finiva col vedere in ogni

cosa rivelazioni del Signore.

Ma qui dobbiamo narrare un altro fatto, che pure merita di essere preso

in considerazione. Eravi tra i frati di San Marco un tale Silvestro

Maruffi, che ebbe gran parte nei destini del Savonarola. Costui sembra

che, per una malattia avuta sin da fanciullo, andasse soggetto ad

una nuova specie di sonnambulismo, nel quale cadeva anche di giorno,

vedendo singolari visioni, facendo strani discorsi. Ma lungi dal dare

a queste cose alcun valore misterioso o soprannaturale, non appena

egli seppe come il Savonarola cominciava a parlare di rivelazioni e

ad annunziare il futuro, gliene fece aspro rimprovero, dicendola cosa

pazza e indegna di uomo grave come lui. Ed il Savonarola, con quello

sguardo e quella sicurezza che gli dava tanto ascendente sopra gli

uomini, lo consigliò allora a pregare fervidamente il Signore, perchè

lo illuminasse sopra la verità di questa cosa. Il Maruffi stesso,

presso alla sua morte e quando non aveva più il coraggio di difendere

il suo maestro, confessò esplicitamente: «O fosse la mia malattia,

o altra ragione, certo a me parve che gli spiriti mi riprendessero

del non gli credere.»[337] Era senza dubbio un altro effetto di

quello strano sonnambulismo; ma pur fece una così grande impressione

sull’animo de’ due frati, che da quel giorno non dubitarono più un solo

momento, che quelle visioni fossero davvero rivelate dal Signore. Il

Savonarola cominciò ad avere pel Maruffi una stima e quasi un rispetto

che la sua poca dottrina ed il suo carattere debole e leggiero non

meritavano punto; prestò una fede veramente cieca alle sue parole;[338]

e così trascinato d’errore in errore, si confermò sempre più nelle sue

strane idee intorno alle visioni. E veramente, la natura, il caso, lo

studio, la preghiera, ed ogni cosa sembrava aver voluto contribuire a

spingerlo, quasi per forza, in questo pericoloso pendío.

Non è descrivibile che cieca fede egli prestasse ormai a queste sue

visioni e sino a che punto ne fosse divenuto schiavo. A sentirlo

discorrere, si sarebbe in certi momenti creduto che in esse sole

consistesse tutta l’importanza della sua missione. Egli vi faceva

sopra uno studio continuo, una seria meditazione: si occupava lunghe

ore a distinguere come gli angeli producono le visioni nella mente

dell’uomo; come si odono le voci soprannaturali, e via discorrendo.

Nelle prediche, nelle epistole, per tutto, noi troviamo sparse le idee

ch’era riuscito a formarsi su questo soggetto. Ma nel _Dialogo della

verità profetica_, pubblicato nel 1497, egli le raccolse insieme, per

farne quasi un trattato scientifico. In esso si scorge, a chiare note,

la ingenua credulità del frate, e la strana confusione ch’erasi fatta

nella sua mente. Invano noi cerchiamo qual fosse il concetto preciso

che egli aveva delle sue profezie e della sua profetica missione:

sembra, invece, che nella sua mente fosse una strana mescolanza di

opposte teorie, per niuna delle quali sapesse assolutamente decidersi.

Qualche volta parrebbe ch’egli profetizzi l’avvenire per semplice

ragionamento; giacchè lo studio della Bibbia, e la considerazione

dei corrotti costumi della Chiesa, debbono persuadere ad ogni uomo

savio che il flagello è vicino.[339] Altre volte, invece, egli crede

conoscere l’avvenire per mezzo delle celesti visioni, le quali sono

altrettante rivelazioni a lui fatte direttamente da Dio, per il bene

del popolo italiano. E questo dono, secondo lui, è indipendente affatto

dal suo carattere di buon cristiano: egli è un puro strumento nella

mano di Dio; e, sebbene profeta, può anche non essere salvo. Con tale

concetto, calcato sulla dottrina di San Tommaso, assumeva, dunque,

esplicitamente il carattere di profeta, e dava alle sue visioni la

spiegazione e l’importanza medesima che l’angelico dottore e la Chiesa

dànno a quelle dei profeti. «Vengono,» egli diceva, «direttamente da

Dio, e sono dagli angeli dipinte nella parte dello intelletto e non

dello affetto, senza che per esse l’uomo debba esser salvo.»[340]

Ma nelle sue opere intorno alla profezia, si presenta assai spesso

un concetto quasi opposto; il quale lasciando da un lato le visioni

e i sogni puerili, considera quel maraviglioso istinto o, se

così vuol dirsi, divinazione dell’avvenire, che niuno potrà mai

negare al Savonarola, non già come una ispirazione venuta da Dio

indipendentemente dalla grazia e dalla salute; ma, anzi, come un

risultato e quasi una parte essenziale di quello spirito evangelico

di cui il cristiano deve essere informato. «Io non sono,» esso diceva

allora, «nè profeta nè figlio di profeta; io non voglio questo nome

terribile; ma io sono certo che le cose che annunzio seguiranno,

perchè esse partono dalla dottrina cristiana, dallo spirito di

carità evangelica...[341] In verità, sono i vostri peccati, i peccati

d’Italia, che mi fanno per forza profeta, e che dovrebbero far profeta

ognuno di voi. Il cielo e la terra vi profetizzano contro, e voi non

lo vedete nè lo udite. Voi siete ciechi della mente, voi chiudete

le orecchie alla voce del Signore che vi chiama. Se voi aveste lo

spirito di carità, voi tutti vedreste, come lo vedo io, il flagello

che s’avvicina.»[342] — E questi varii concetti s’incontrano nelle sue

opere ad ogni piè sospinto, si urtano, si contraddicono, senza che mai

alcuno di essi riesca a dominare compiutamente. Una tale contraddizione

si trova assai spesso nelle prediche; ma è anche maggiore in quelle

opere che trattano specialmente di profezia, le quali meritano di

essere esaminate più da vicino da chi vuol conoscere anche questo lato

della mente di Frà Girolamo Savonarola.[343]

Nel _Dialogo della verità profetica_, che abbiamo più sopra accennato,

egli discorre con sette interlocutori allegorici, che sono i sette

doni dello Spirito Santo; e risponde alle loro varie obbiezioni. Essi

cominciano col domandargli: — Se mai egli si finga profeta, onde più

facilmente persuadere al popolo le verità della fede. — Al che egli,

pieno d’indegnazione, risponde: — Che la verità è una sola, e che ogni

menzogna è peccato; peccato gravissimo sarebbe, poi, quello di chi

volesse ingannare tutto un popolo col nome del Signore, e così fare Dio

medesimo impostore. — Non potrebbe tutto questo, gli domanda un altro,

essere una tua arroganza, nascosta sotto l’abito di falsa modestia?

— A ciò il Savonarola, citando l’autorità di San Tommaso, risponde:

— Questo lume non giustifica l’uomo: su che cosa fonderei io dunque

la mia superbia, la mia arroganza? — Non potrebbe essere, soggiunge

un terzo, che tu, in buona fede, ingannassi te stesso? — No, risponde

egli, non è possibile. Io conosco la purità delle mie intenzioni: io

ho adorato sinceramente il Signore, io cerco imitarne i vestigi; io

ho vegliato le notti intere nella orazione; io ho perduta la pace,

ho consumato la salute e la vita pel bene del prossimo: no, non è

possibile che il Signore m’abbia ingannato. Questo lume è la verità

stessa; questo lume aiuta la mia ragione, regge la mia carità.[344] —

E così va oltre, sostenendo con molta eloquenza un concetto affatto

contrario a quello che aveva esposto poche pagine innanzi. Ad un

interlocutore, egli ha provato la verità del suo _lume_ col dirgli, che

è indipendente dalla grazia; ad un altro vuol provarlo col dirgli, che

è quasi una medesima cosa con essa.

Ma quello che, più di tutto, è meritevole di considerazione, si è ciò

che risponde quando gli vien domandato: — Quale è, dunque, la certezza

che tu hai di queste tue rivelazioni? — È singolare veramente il

vederlo dibattersi fra mille argomenti, fra mille sillogismi, che sono

altrettanti sofismi, per dimostrare la verità delle sue rivelazioni.

Trista posizione è quella di chi deve colla ragione provare che egli è

al di sopra della ragione, e cogli umani argomenti provare ch’egli è

al disopra degli uomini. Il Savonarola, senza avvedersene, camminava

sopra un terreno che poteva aprire sotto i suoi piedi una voragine

pericolosa. Per dimostrare la sua soprannaturale potenza, non vi

era che un solo modo irrecusabile: il miracolo. Tal domanda poteva

un giorno essergli fatta da quella cieca moltitudine che, colla sua

credulità, spingevalo a sempre maggiori eccessi; tal domanda poteva,

nelle mani dei suoi avversari, divenire un giorno arme contro di lui

potentissima. Ma egli era così cieco in queste sue credenze, che mai

non gli poteva venire il pensiero di dubitarne: gli sarebbe, quasi,

sembrata un’ingratitudine al Signore; nè sapeva persuadersi che coloro

i quali non gli volevano credere, potessero essere in buona fede.

Aveva scritto ancora un altro opuscolo sullo stesso soggetto della

profezia, col titolo di _Compendium Revelationum_, che fu pubblicato

nell’agosto dell’anno 1495.[345] Si trova in esso un compendio delle

sue principali visioni, e molte notizie importantissime intorno alla

sua vita; alcune delle quali si riferiscono, appunto, al modo con cui

egli cominciò a profetare, ed alla lotta ch’ebbe a sostenere l’animo

suo contro quel bisogno di raccontar visioni, che pur finalmente lo

vinse. Questo scritto è dettato in un latino assai corretto e quasi

elegante, se lo paragoniamo a quello delle altre opere del Savonarola:

alcune delle visioni che racconta non mancano d’una certa vigorosa

fantasia; come quella più sopra narrata (1492) della spada del Signore,

e un’altra che vide circa il medesimo tempo. Gli apparve, allora,

una croce nera, che si elevava nel bel mezzo della città di Roma e

montava fino al cielo; dove era scritto: _Crux iræ Dei_. Il cielo

conturbavasi; nuvoli terribili volavano per aria; traevano venti,

tuoni e saette; piovevano fuochi e spade; moriva numero grandissimo di

gente. A un tratto la visione si muta; il cielo rasserena e la croce

nera sparisce. Di mezzo a Gerusalemme, ne sorge un’altra che sembra

di oro, che illumina e rallegra il mondo; sopra vi è scritto: _Crux

misericordiæ Dei_; e da tutte le parti della terra corre gente ad

adorarla. Questa visione divenne anch’essa popolare, e fu incisa in

un numero infinito di stampe e di opere del Frate: il significato e le

speranze che voleva simboleggiare, erano facili assai a comprendersi.

Ma che diremo quando il Savonarola, fattosi ambasciatore dei Fiorentini

a Gesù Cristo, racconta il suo lungo e strano e incomprensibile

viaggio nel paradiso, del quale dà una minuta descrizione, riportando

i discorsi che gli furono tenuti da vari personaggi allegorici e

dalla Vergine, di cui descrive il trono, e ci dà perfino il numero

e la qualità delle pietre preziose che lo adornavano? Il misterioso

viaggio si conclude, poi, con un sermone che Gesù Cristo fa, per mezzo

del Savonarola, ai Fiorentini; nel quale sermone viene confermata

tutta la dottrina del frate. E questa visione, che fu descritta la

prima volta in una predica del maggio 1495, pare che sollevasse alcune

critiche e contraddizioni nella città; giacchè troviamo che in una

lettera _ad amicum deficientem_,[346] il Savonarola se ne lamenta,

affermando che quelle diceríe erano mosse da malignità: «perchè, chi

avesse udito attentamente, si sarebbe persuaso che io non ho inteso

dire d’essere stato corporalmente in paradiso, ma che fu tutta una

visione immaginaria; perchè in paradiso non sono nè alberi nè acque

nè scale nè porte nè sedie; onde, se essi non erano maligni, potevano

facilmente intendere, che tutte quelle cose furono formate nella mente

per ministerio angelico.» Chi vorrà, però, credere che questi strani

sogni sieno effetto d’operazioni angeliche, piuttosto che di fantasia

alterata?

Ma la puerilità stessa di queste visioni ci presenta un forte argomento

per difendere il Savonarola dalle accuse che molti gli han voluto fare

di poca sincerità e di mala fede, quasi che egli avesse voluto, col

secondare la credulità della plebe, rendersene meglio padrone. Questa

opinione confonderebbe tutto il suo carattere, ridurrebbe tutta la sua

vita in un caos, e renderebbe inesplicabili non solo le sue più belle

qualità, ma anche i suoi più gravi errori. Come si potrebbe mai credere

che un uomo dell’ingegno, della prudenza, della esperienza che aveva

il Savonarola, fosse nel fingere così poco accorto, così puerile? Qual

bisogno aveva egli, quando avesse voluto fingere, di raccontare le sue

finzioni ai quattro venti? Qual bisogno aveva, per ingannare la plebe,

di scrivere astrusi e difficili trattati sulle visioni; parlarne agli

amici, alla madre stessa; discuterne sui margini delle sue Bibbie?[347]

Quelle cose che i suoi imparziali ammiratori più vorrebbero nascoste;

quelle cose che la doppiezza meno accorta avrebbe, forse, raccontate al

popolo, ma non avrebbe certo messe a stampa; sono quelle appunto che

egli pubblicava e ripubblicava, quelle ch’egli sosteneva colla Bibbia

e con San Tommaso. Anzi, questa è la singolarità del suo carattere,

questo è il fatto che più merita di essere considerato: il vedere,

cioè, un uomo che dominava un intero popolo, che empieva il mondo

della sua eloquenza, che era il filosofo più originale di quel secolo,

che aveva dato a Firenze la miglior forma di repubblica che avesse

mai avuta; il vederlo quasi inorgoglire d’aver sentito per aria delle

voci, d’aver visto la spada del Signore, d’essere stato ambasciatore

dei Fiorentini alla Vergine! Questo è un fatto che la storia non deve

nascondere nè alterare; ma deve porlo nella sua vera luce, perchè esso

può divenire soggetto d’alta meditazione pel filosofo. È certo uno

spettacolo solenne il vedere come la Provvidenza umilia terribilmente

gli uomini anche grandissimi, ponendo accanto alle loro quasi divine

facoltà, debolezze tali, che ci rammentano come anche essi furono

mortali.

Nè questo singolare contrasto fu mai così grande come nel Savonarola,

ed in quella età ch’egli incominciava. Pareva che, in quel nuovo

ringiovanire del genere umano, tutte le facoltà si fossero esaltate,

e la vita fosse divenuta, quasi, una febbre, in cui gli uomini non

potevano salvarsi dal delirio. Noi abbiam visto il grave e solenne

Marsilio Ficino mutare ogni giorno le pietre de’ suoi anelli, a

seconda dello stato del suo animo; mutare ne’ suoi amuleti le unghie,

i denti dei vari animali, e discorrere dalla cattedra sulle loro

occulte virtù. Abbiam detto come Francesco Guicciardini ci assicurasse

di avere avuto _esperienza degli spiriti aerei_, e come Cristoforo

Landino ricercasse negli astri l’avvenire della religione cristiana.

Onde si può concludere, che tra il Savonarola ed i suoi più celebri

contemporanei, non passava altra differenza, se non che egli attribuiva

a cause tutte religiose e soprannaturali, quelle cose medesime che gli

altri filosofi e pensatori attribuivano alle potenze occulte. Ma se

diamo ancora un passo per entrare più oltre in quel periodo di storia

che i Francesi chiamarono _Rinascenza_, la nostra maraviglia non avrà

allora più limiti. I sogni del Pomponaccio, del Porta, del Cardano,

lasciano di gran lunga addietro quelli del Frate di San Marco. Quegli

arditi ingegni che, attraverso le scienze occulte, spianarono la via

al Galileo, sembravano delirare in tutta la loro vita. Certo, niuno

oggi vorrebbe creder veri i sogni del Cardano, se egli medesimo non

li avesse narrati nella sua biografia; e niuno vorrebbe allora credere

all’ingegno ch’egli ebbe, se i suoi scritti non stessero a confermare

le sue scoperte. Le visioni tolsero alla scienza la metà della sua

vita: un fischio che udiva nell’orecchio, era la voce del suo genio;

una vespa che entrava nella camera, gli faceva quasi scrivere un volume

di predizioni: alle quali prestava, poi, tanta fede, che gli storici

raccontano come ei si lasciasse morir di fame, per farne verificare

una![348]

Tali furono quegli uomini, tali que’ tempi, che dovevano dare alla

religione, alla scienza ed alla libertà tanti martiri. E noi lo abbiam

detto più volte: senza mettere il Savonarola alla testa della nuova

età, non si potrà mai comprendere il suo carattere. Quando egli saliva

sul pergamo ad annunziar l’avvenire; con tanta evidenza lo vedeva,

che già quasi sembrava varcare la soglia del nuovo secolo; con tale

forza lo presentiva, che già lo incominciava. Ma quando, invece, voleva

ragionare e discutere su quel suo dono maraviglioso, la cui spiegazione

stava solo nella grandezza del suo animo; egli, allora, retrocedeva

nel passato e, ricadendo nella scolastica, non comprendeva neppure sè

stesso. Onde in lui, come in tutto quel tempo, noi vediamo il passato

e l’avvenire darsi come una fiera battaglia. Il passato tien profonde

ancora le sue radici, ma già inaridisce e perde il senso della realtà;

l’avvenire, invece, cresce giovane e rigoglioso, e sente che il mondo

appartiene a lui.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 32 / 53 题