NOTA.

_Delle opinioni che professarono i grandi politici fiorentini, intorno

al Savonarola ed al governo da lui istituito._

Non pare che il Machiavelli avesse avuta molta simpatia pel Savonarola;

giacchè, in una delle sue prime lettere, ne parla solamente come d’un

frate furbo e astuto: ma ciò non fa che dare maggior peso al rispetto

con cui ne parlò in età più matura. Egli non si astiene, è vero,

dal notare alcuni di quelli che credette errori politici del Frate:

specialmente a proposito della legge delle sei fave, di che abbiamo

parlato più sopra ed avremo altrove occasione di tornarvi: ma assai

più spesso, parla della «dottrina, prudenza e virtù dell’animo suo»

(_Discorsi_ lib. I, Cap. XLV); lo chiama «afflato di virtù divina»

(_Decennale primo_); e dice, che «d’un tanto uomo se ne debbe parlare

con riverenza» (_Discorsi_ lib. I Cap. XI). Quando, poi, viene a

discorrere delle istituzioni fondate dal Savonarola, è costretto

confessarne tutta l’importanza; come si vede nel suo _Discorso_ a

Leone X, ove dice espressamente: non esservi altra via a riordinare lo

Stato di Firenze, che quella di aprire il Consiglio Maggiore. «Senza

satisfare all’universale, non si fece mai alcuna repubblica stabile.

Non si satisferà mai all’universale dei cittadini fiorentini, se

non si riapre la sala (del Consiglio); e sappia vostra Santità, che

chiunque penserà tôrle lo stato, penserà innanzi ad ogni altra cosa di

riaprirla.» Se, poi, si volesse osservare che le lodi del Machiavelli

sembrano assai più sentite, quando riguardano le leggi dal Savonarola

istituite o il predominio ch’egli seppe acquistare sul popolo,

piuttosto che quando discorrono della persona stessa del frate; questo

sarà assai facilmente spiegato dal considerare la grande diversità e

quasi l’opposizione di que’ due caratteri, l’uno tutto fede e spontaneo

entusiasmo, l’altro tutto analisi, dubbio e ricerca. Eran certamente

due grandi uomini che non si potevano intendere. Il Savonarola avrebbe

condannato con soverchia severità le idee del Segretario fiorentino;

e questi, malgrado la sua ammirazione pel fondatore della repubblica

del 94, non poteva risparmiare i suoi sarcasmi contro al frate ed al

profeta. Onde, quell’ironia che trasparisce qualche volta di sotto

alla lode, e quel biasimo che viene sempre moderato dalla stima e

dal rispetto, ci dipingono la vera impressione che era nell’animo del

Machiavelli, assai meglio d’ogni giudizio più definito.

Il Giannotti, poi, quel nobile e generoso cittadino che ebbe la

sventura di vedere due volte caduta la libertà della sua patria, e

due volte sopportò l’esilio, temperandone il dolore col darsi tutto

a studiare il modo come riordinare il governo di Firenze pel tempo

in cui fosse ritornata libera; egli non s’imbatte mai nel nome del

Savonarola, senza che quel cuore di bravo popolano palpiti più forte; e

la sua ammirazione per le istituzioni da lui consigliate, si manifesta

con una sì spontanea ingenuità, che muove quasi le lagrime. «Chi

fece il Consiglio Grande,» egli dice, «fu più savio di Giano della

Bella; perchè questi pensò, per assicurare il popolo, d’abbassare i

grandi; mentre l’altro cercò d’assicurare la libertà a tutti.» (_Della

Repubblica fiorentina_, pag. 87; Firenze 1850.) Così tutto il suo libro

è pieno di questa ammirazione. E quando egli vuole rimproverare l’abuso

che facevano i frati al suo tempo, del predicare di continuo sulle cose

di Stato ed in Palazzo, egli aggiunge: «E se Frà Girolamo vi predicò,

egli non è più un Frà Girolamo ornato di tanta dottrina, di tanta

prudenza e di tanta sapienza; e però non debbono essere sì presuntuosi,

che paia loro conveniente di fare quello che faceva, chi di gran lunga

in ogni cosa li superava.» (_Della Repubblica fiorentina_, lib. III,

pag. 233.)

Ma chi volesse veramente conoscere il giudizio che i grandi uomini

di Stato facevano del Savonarola, e vedere esaminata minutamente la

forma di governo da lui ordinata, ed i grandi servigi ch’egli rese

alla libertà della sua patria; bisogna che legga le _Opere inedite_

di Francesco Guicciardini. Nella _Storia d’Italia_, egli, scrivendo

in tempi avversi al Frate, aveva frenato la sua penna; ma in quelle

opere che scrisse nel segreto del suo studio, e che non destinava

forse alla luce, noi troviamo in lui un altro uomo. Pare come s’ei

volesse alleviare un peso che opprime troppo la sua coscienza, e dare

sfogo a sentimenti con violenza e lungamente repressi nell’anima sua.

Quasi ci sembra vedergli cadere di dosso il pomposo manto del corrotto

diplomatico, ed uscirne di sotto lo schietto lucco repubblicano.

Dall’anima sua esce spontaneo un inno eloquente alla libertà, ed

egli è forzato di gridarlo alle mura della sua stanza, non avendo

avuto il coraggio di farlo sentire ai suoi concittadini. In questi

scritti, egli non ha parole bastevoli per lodare il Savonarola, ed

il Consiglio Maggiore da lui favorito. Nei suoi _Ricordi_ egli dice:

«Che i Fiorentini hanno messo tanto lo animo a questa libertà del 94,

che ai Medici non basterà nè arte nè dolcezza nè astuzia per farla

dimenticare. Che una volta era facile, perchè si trattava di togliere

la libertà a pochi; ma dopo il Consiglio Grande, si tratta di toglierla

a tutti.» (_Ricordi_, XXI, XXXVIII, CCCLXXVI.) E nel _Reggimento di

Firenze_, egli ripete più e più volte: «Voi avete un grande obbligo a

questo Frate, che ha levato il rumore a tempo, ed ha fatto senza sangue

quello che, senza di lui, si sarebbe fatto con sangue e disordine

grandissimo. Chè avreste avuto, prima un governo ristretto di ottimati,

e poi un governo popolare eccessivo; dal quale sarebbero venuti i

disordini ed il sangue, e forse sarebbe finito con una tornata violenta

di Piero. Egli solo ha saputo, fin dal principio, essere largo, per

frenare poi a tempo le cose.» (pag. 28, e _passim_.) Ma nella _Storia

di Firenze_, il Guicciardini diviene quasi un Piagnone. Egli esalta

la prudenza e l’ingegno pratico e politico del Savonarola, lo chiama

salvatore della patria; e le sue parole son tanto eloquenti, che,

non potendole riferire tutte, non vogliamo, riportandone il senso,

scolorirle. (Quest’opera vedrà quanto prima la luce, nella bella

edizione curata dal chiariss. Sig. Canestrini.)

Ai nostri tempi, è vero, si è da alcuni cominciato a discreditare il

Savonarola come uomo politico; e quando non poterono fare altro, lo

misero in ridicolo, giudicandolo sempre con una leggerezza incredibile.

Ma anche appresso i moderni, se qualche scrittore serio ha preso

in esame il soggetto, venne sempre nella medesima conclusione degli

antichi. E certo, se fra i moderni politici fiorentini v’è un nome che

ei possa ardire di citar dopo quei grandi Italiani; questo è senza

dubbio quello di Francesco Forti, cui solo la morte immatura impedì

ch’egli divenisse chiaro nel mondo quanto meritava. Egli, adunque, che

ebbe nelle cose di diritto e nelle antiche istituzioni della sua patria

una penetrazione veramente straordinaria, ecco in qual modo discorre

del Savonarola: «La riforma del Frate è stata forse il solo giusto

governo che abbia avuto Firenze in istato repubblicano. Difatti, quanti

uomini di merito parteggiarono in Firenze pel governo popolare sino al

1530, tutti furono in devozione delle idee del Savonarola. Pochi uomini

più grandi di lui ha da rammentare la storia italiana del secolo XV;

forse nessuno la storia politica della Repubblica di Firenze.» (Forti,

_Istituzioni Civili_.) — Riempire questa nota d’altre citazioni, ci

sembra superfluo, giacchè i fatti parlano con troppa evidenza.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 31 / 53 题