CAPITOLO SETTIMO.

Varii partiti si cominciano a scorgere in Firenze. Il Savonarola

predica nelle feste, _sopra i Salmi_; nella quaresima, incomincia colle

prediche _sopra Giobbe_ la riforma generale dei costumi, ed ottiene

grandissimo successo. Conversione di Frà Benedetto. [1495.]

Riprendendo il filo della storia, noi torniamo ai principii dell’anno

1495, e rintracciamo i semi di quelle discordie cittadine, che,

sebbene non ancora visibili, dovevano pure germogliare più tardi e

far rinascere le parti in Firenze. Invero, allora sembrava non esservi

che una sola opinione, un solo partito; quello, cioè, che chiamavano

del Frate e dei _Frateschi_. Chi, però, lo avesse riguardato un poco

da vicino, subito vi avrebbe scorto una gradazione di opinioni assai

diverse. Vi eran dapprima quelli che, sebbene amassero il governo

popolare, non avevano alcuna simpatia nè pei frati in genere nè pel

Savonarola in particolare. Costoro erano pochi di numero, e male

riuniti insieme; vedevano, d’altronde, che il Frate conduceva le

cose in favore di quella libertà che essi amavano; onde nei Consigli

solevano votare in favore di lui e de’ suoi seguaci. E per questo

loro carattere, quasi inoffensivo, ebbero il nome di _Bianchi_;

mentre quello di _Bigi_ veniva dato a un numero assai maggiore di

cittadini, meglio uniti fra loro, e assai più pericolosi. Erano questi

i partigiani dei Medici, che, avendo avuto il perdono generale per

opera del Savonarola, s’erano in apparenza uniti a lui e si dicevano

amici del governo popolare; ma, nel fatto, tenevano fra loro segreti

colloquii e stavano in corrispondenza continua con Piero de’ Medici, di

cui desideravano ardentemente il ritorno. Sebbene questi loro maneggi

segreti non dovessero tardar molto a venire alla luce, restavano pure

sul principio nascosti, e la Repubblica si covò lungamente una serpe

nel seno. I Bigi, infatti, tanto più erano pericolosi, in quanto

lavoravano sott’acqua, e si valevano della generosità verso di loro

usata dal Savonarola e della soverchia buona fede de’ suoi seguaci,

per più facilmente rovinare la patria. I buoni popolani, tutti pieni

delle prediche del Frate, tutti contenti del perdono che avevano

concesso e della libertà che avevano ottenuta, non sognavano neppure

quei tenebrosi maneggi, quelle trame segrete; e quando il Savonarola

li avvertiva dal pergamo che stessero desti, «perchè c’è chi lavora

contro alla libertà e cerca di fare tiranno,» quasi pensavano che egli

esagerasse per soverchio zelo del bene comune, e andavano ripetendo

che, ormai, in Firenze non c’erano più amici dei Medici.

Il partito popolare teneva l’occhio ad altri nemici più scoperti; a

quei partigiani dello Stato stretto, i quali noi abbiamo già visto con

quanta energia combattessero, fin dal principio, il nuovo governo.

Costoro erano uomini di ricche famiglie e di molta esperienza, per

essere stati dai Medici adoperati nelle faccende di stato; avevano

amicizie e relazioni d’importanza nella corte di Roma; ma soprattutto

a Milano, donde il Moro, che odiava cordialmente la Repubblica e Piero

de’ Medici, li favoriva con ogni aiuto. Essi avrebbero voluto stringere

tutto il governo nelle loro mani, e fondare una specie di repubblica

aristocratica, come al tempo degli Albizzi. Odiavano, perciò,

fieramente i Medicei, che, lungi dal perdonare come aveva fatto il

Savonarola, avrebbero voluto perseguitarli cogli esilii, le confische

e le condanne a morte; odiavano tutti gli amici dal governo popolare:

ma contro al Frate, che consideravano solo autore della loro disfatta,

e contro i suoi seguaci, che per disprezzo chiamavano _Piagnoni_,

erano davvero furibondi; e per queste ragioni furono chiamati gli

_Arrabbiati_.[349] Avevano, infatti, tutto quell’antico e irrequieto

spirito di parte che sembrava essere naturale a Firenze, e che il

Savonarola solamente aveva saputo frenare; onde ne veniva da loro

tanto più odiato. Avrebbero voluto mettersi a qualche cimento, venire

a qualche fatto risoluto; ma si trovavano a ciò, ancora, troppo deboli

e pochi di numero. Ed in vero, dopo che fu vinta la nuova costituzione,

la condizione degli Arrabbiati era divenuta difficile assai: combattere

il governo popolare non potevano in alcuna maniera, perchè avrebbero

avuto contro di loro i Bianchi, i Piagnoni e, più di tutti ancora, i

Bigi, i quali sapevano che in un governo di Arrabbiati non c’era per

loro nè perdono nè speranza.[350] In tale stato di cose, pensarono

anche gli Arrabbiati di mostrarsi amici o almeno tolleranti del governo

popolare, e concentrare tutto il loro odio contro al Savonarola, che

sapevano esserne l’anima ed il sostegno. Cercavano, quindi, argomento

continuo di ridicolo nelle sue visioni e profezie; dicevano non essere

ufficio di frate il mescolarsi di stato; chiamavano le sue accuse

contro la corte di Roma enormi e scandalose. Speravano, in questo modo,

allontanare i Bianchi ed i Bigi dal Savonarola e da’ suoi seguaci, e

combattendo un uomo, aprirsi la via a combattere un partito.[351]

Cominciarono, adunque, la loro guerra sin dal principio dell’anno

1495; e quando i Venti Accoppiatori, dopo molta discordia, elessero

a gonfaloniere messer Filippo Corbizzi, uomo inetto a governare,

poco amico del popolo e punto del Savonarola,[352] gli Arrabbiati

s’accostarono a lui e lo trovarono docile strumento delle loro

voglie.[353] Un giorno egli fece cosa assai insolita, raccogliendo in

Palazzo un consiglio di teologi e maestri in divinità, abbati, priori,

canonici di San Lorenzo e del Duomo: vi fu, tra gli altri, invitato

anche Marsilio Ficino, il quale, sebbene fosse ammiratore della

dottrina del Savonarola, era pure un partigiano dei Medici.[354] Non

appena costoro si furono radunati, che il gonfaloniere espose come egli

voleva muovere accusa contro al Frate, perchè s’impacciava nelle cose

di Stato. Nè andò guari, che il Priore di San Marco, ignaro di tutto,

entrava accompagnato dal suo fedele Frà Domenico da Pescia; e non

aveva appena varcato la soglia, che si vide assalito da quella turba

di teologanti, i quali tutti furiosi si scagliarono contro di lui. Più

terribile degli altri era un tal domenicano di Santa Maria Novella,

il quale aveva nome di gran teologo, e per esser piccolo assai della

persona, e pieno d’impeto e di sottigliezza nell’argomentare, veniva

chiamato il Garofanino. Costui, pigliando per testo quelle parole

dell’Apostolo: _Nemo militans Deo, implicat se negotiis sæcularibus_,

fece un discorso pieno d’invettive contro al Savonarola; il quale,

dopo che tutti gli altri ebbero finito, si levò tranquillamente a

parlare. Egli disse: «In me si verifica ora quel detto del Signore:

_Filii matris meæ pugnaverunt contra me_; pure, mi duole di vedere che

il mio più fiero avversario vesta lo stesso abito di San Domenico.

Quell’abito gli doveva rammentare che il nostro fondatore si è

impacciato non poco nelle cose di questo mondo; che dal nostro ordine

è uscita una moltitudine di religiosi e di Santi che si sono occupati

nelle faccende di Stato. Deve la repubblica fiorentina ricordarsi del

cardinale Latino, di San Pietro Martire, di Santa Caterina da Siena, di

Sant’Antonino, che sono tutti usciti dall’ordine di San Domenico. Non

è l’occuparsi delle faccende di questo mondo nel quale Iddio pure ci

ha messi, ciò che in un religioso si deve condannare; ma l’occuparsene

senza un fine più alto, senza mirare al bene della religione.» Sfidò,

quindi, ognuno a citare un solo passo della Bibbia, che condannasse il

favorire un governo libero per far meglio trionfare il buon costume e

la religione. E concluse col dire: «Assai più facilmente voi troverete

che la religione non si deve trattare nei luoghi profani, e che la

teologia non si discute in Palazzo.» Quella radunanza di teologanti

restò talmente confusa a questo discorso, che niuno seppe rispondervi

altro. Se non che, si levò uno tutto adirato, e gridava: — «Orsù,

dicci chiaro; le tue parole vengono esse veramente da Dio, o pur no?»

— «Ciò ch’io ho detto, l’ho detto in palese,» rispose il Savonarola;

«ora non ho altro da aggiungere.» — E così fu sciolto quel singolare

consesso.[355]

Vinti e confusi in questo modo gli avversarii, il Savonarola continuava

la sua predicazione, adoperandosi a conciliare gli animi, a calmare e

spegnere le parti. Ora discorreva della pace universale, ora dimostrava

i vantaggi del Consiglio maggiore: un giorno, lo troviamo sul pergamo,

tutto pieno di entusiasmo, paragonare i vari gradi che ha percorso il

governo da lui istituito, alle sette giornate della creazione;[356] un

altro giorno, egli lo paragona a quello delle gerarchie angeliche.[357]

— «Continuate questa riforma», egli diceva sempre, «procedete nella

via già intrapresa; e voi sarete benedetti dal Signore.» — Nell’ultima

predica che fece _sopra Aggeo_, disse che il Signore voleva dar nuovo

capo alla città di Firenze; tenne l’uditorio lungamente sospeso sopra

quel discorso, e finalmente concluse: — «Questo nuovo capo è Gesù

Cristo; egli vuole essere il vostro re!» — Descrisse poi, che grande

felicità sarebbe quella di non avere altro capo, altra guida che Lui, e

le grandi prosperità che ne verrebbero a tutti. «Oh Firenze! tu allora

sarai ricca di beni temporali e spirituali; tu farai la riforma di

Roma, d’Italia e di tutti i paesi; tu spanderai nel mondo le ali della

tua grandezza.»[358]

In questo modo, fra un indescrivibile entusiasmo del popolo, egli

poneva termine a quell’Avvento _sopra Aggeo_, nel quale la politica e

la religione sono così strettamente e così singolarmente mescolate,

ch’esso rimane un monumento eterno della storia dei tempi, e delle

diverse passioni che agitarono l’anima di quel frate. Egli aveva preso,

quell’ultimo giorno, licenza dal popolo, dicendo di volersi riposare:

ma poco durava il suo riposo; perchè, nel gennaio 95, lo troviamo di

nuovo sul pergamo a fare le prediche _sopra i Salmi_, continuandole

per tutte le feste che precedettero la quaresima. In questo modo,

noi abbiamo sette lunghi sermoni i quali, sì per la materia come per

la forma, son simili a quelli _sopra Aggeo_.[359] Se non che, vi si

scorgono già chiaramente i segni delle discordie cittadine, e di quella

lotta che esso cominciava a sostenere cogli Arrabbiati. — «Oh ingrata

Firenze, ingrato popolo! Io ho fatto per te quello che non volli fare

per i miei fratelli, pei quali mi son sempre ricusato pregar pure una

sola volta un principe del mondo. Ed ora quello che io ho fatto per te,

mi concita addosso tanta invidia di religiosi e di secolari.»[360]

Fra queste prediche _sopra i Salmi_, merita di essere particolarmente

considerata una che fu fatta il giorno 13 gennaio, e si chiamò _Predica

della Rinnovazione_. Il Savonarola, pigliando allora per testo

quelle famose parole da lui udite nelle sue visioni: _Ecce gladius

Domini super terram cito et velociter_, esponeva tutte le sue idee

intorno alla Rinnovazione. Incominciava col dire che le cose future e

contingenti sono note solamente a Dio; onde l’astrologia, che pretende

conoscere il futuro per mezzo degli astri, è falsa, perchè contraria

alle regole della fede ed ai principii delle scienze. E dopo averla

con tali argomenti lungamente combattuta, viene a parlar del lume

profetico, «che per divina partecipazione fa conoscere il futuro, senza

che per questo giustifichi l’uomo: come se ne può vedere un esempio

in Balaam, che fu peccatore e profeta.» Espone i vari modi in cui può

essere manifestato il futuro, e viene finalmente alle sue visioni: «Io

le ebbi,» egli dice, «fin dalla mia prima giovinezza; ma cominciai a

manifestarle solo a Brescia. Di là fui dal Signore mandato a Firenze,

che è il cuore d’Italia, perchè così venisse incominciata la riforma di

tutta Italia.»

Dopo queste generali premesse, viene a discorrere la necessità del

flagello e della rinnovazione. Espone dapprima le ragioni naturali,

che sono: l’oppressione degli eletti, l’ostinazione dei peccatori,

il desiderio dei buoni, e via discorrendo sino all’ultima, che è

l’opinione universale. «Tu lo vedi! ognuno pare che annunzii il

flagello e la tribolazione. Tu lo vedi! ad ognuno sembra giusto

che venga la punizione di tante nostre iniquità.» Rammenta l’abate

Gioacchino, «il quale anch’egli predisse la rinnovazione per questo

tempo;» porta innanzi un gran numero di parabole, che servono tutte a

dimostrare la grande probabilità del flagello; ripete mille distinzioni

sulla diversità delle visioni; racconta, finalmente, le sue. Si

restrinse a descrivere principalmente quella della spada che s’avvicina

alla terra, e quella delle due diverse croci che vide sorgere sopra

Roma e sopra Gerusalemme. — Niuno potrebbe mai dire con quale accento,

con che ardore egli descrivesse queste sue immaginazioni; con quanta

fede le desse per visioni celesti. Egli ripeteva le parole che aveva

udite pronunziare nel cielo da esseri invisibili;[361] la sua voce

risonava grave e solenne sotto le arcate del tempio, scendeva come una

divina manifestazione su quel popolo estatico, che fremeva di terrore,

di maraviglia e diletto nello stesso tempo. Tutti gli uomini erano

allora eccessivamente vaghi delle cose soprannaturali; l’uditorio e

l’oratore si scambiavano, quindi, uno sguardo quasi magnetico, in cui

non si potrebbe appieno distinguere chi dominava e chi era dominato: si

esaltavano a vicenda, e venivano in uno stato di febbrile eccitamento,

che noi non potremmo facilmente nè descrivere nè comprendere.

Ma, nel dimostrare la necessità del flagello, ancora il Savonarola

non si fermava a questi argomenti; egli, anzi, riprendeva da capo il

soggetto per dimostrarlo colle ragioni cavate dalla Sacra Scrittura. —

«Il profeta Daniele ha detto, che l’Anticristo verrà a perseguitare i

Cristiani in Gerusalemme: bisogna dunque che i Turchi sieno convertiti.

E come potranno essere convertiti, se la Chiesa non si rinnova? San

Matteo dice che il Vangelo sarà predicato in tutto il mondo; ma chi è

oggi capace di farlo? Ove sono i buoni predicatori e pastori?» E così

procedendo oltre, conchiudeva: «Tu lo vedi, adunque, che la Scrittura

e la rivelazione, la ragione naturale ed il consenso universale ti

annunziano che il flagello è vicino. O Italia! o principi! o prelati

della Chiesa! l’ira di Dio è sopra di voi, e non avete rimedio alcuno

se non convertirvi al Signore. O Firenze! o Italia! pei vostri peccati

sono venute le avversità. Fate penitenza, mentre che la spada non

è fuori della guaina, mentre che essa non è ancora insanguinata:

altrimenti, non basterà nè potenza nè sapienza nè forza.... Oramai

eccoti le mie ultime parole: io ti ho rivelato ogni cosa con ragioni

divine e con umane, ti ho pregato, ti ho supplicato; comandare non li

posso, perchè ti sono padre e non signore. Fa tu, o Firenze; a me non

resta che pregare il Signore perchè t’illumini.[362]»

Questa predica fu subito stampata, e corse tutta Italia, diffusa dagli

amici e dai nemici del Savonarola: gli uni volevano far conoscere la

sua eloquenza, spargere la sua dottrina; volevano gli altri mostrare

la sua audacia, irritare contro di lui i principi italiani ed il papa.

Ed essa fu, nelle mani degli Arrabbiati, un assai utile documento

per muovere lo sdegno dei Borgia. Riuscirono, infatti, verso la fine

di quello stesso mese di gennaio, a far venire da Roma un ordine che

imponeva al Savonarola di andare a predicare in Lucca:[363] nè v’era

cosa che non sperassero di poter fare, con una Signoria amica e col

Frate lontano. Questi, onde non muovere scandali, già s’apparecchiava

a partire pel tempo ordinato. Faceva, però, altre quattro prediche,

nella prima delle quali inculcava al popolo di persistere nella

formazione del nuovo governo, raccomandava la carità, la pace e

l’unione. Discorreva in un’altra della semplicità e dei buoni costumi;

consigliava di levar via ogni cosa superflua per darla ai poveri,

incominciando a farlo dai conventi. E quando il governo fosse riuscito

ad ottenerne il permesso da Roma, il suo sarebbe stato dei primi.

«Io non ho mai trovato evangelo che raccomandi le croci d’oro e le

pietre preziose; ho bene trovato: io ebbi sete, e tu non mi desti da

bere; io ebbi fame, e tu non mi desti da mangiare. Se voi ottenete il

consenso di Roma, io, per me, voglio dare, dal mantello in su, ogni

cosa.»[364] Nelle due ultime prediche,[365] prese commiato dal popolo,

dicendo che doveva dar luogo all’ira. «Io debbo andare a Lucca, e

di là forse altrove, secondo gli ordini; pregate il Signore che mi

aiuti a predicare la sua dottrina. Vi sono molti in questa città, che

vorrebbero ammazzarmi; ma sappiate che la mia ora non è anche sonata.

Io parto perchè debbo obbedire agli ordini, e non voglio generar

scandalo nella nostra città. — Voi, o eletti del Signore, perseverate

nella orazione e nella carità; non vi spaventate dei flagelli, non

delle tribolazioni, che sempre perseguitano i buoni; ma siate fermi nel

ben fare.» Ciò detto, fra la commozione e lo sconforto di tutti i suoi,

discendeva dal pergamo.

Se però la Signoria, a causa del gonfaloniere Corbizzi, era stata

avversa al Frate, i Dieci si erano invece mostrati favorevolissimi.

Sapendo d’essere sostenuti dalla opinione di tutto il popolo, scrissero

a Roma, pregando istantemente il Santo Padre perchè volesse concedere

al Savonarola di predicare la quaresima in Firenze, nonostante

l’ordine ricevuto di andare a Lucca.[366] La città intera s’era, poi,

commossa all’annunzio che il Frate partiva; molti già tenevano per

ispacciato il governo popolare; e lettere d’ogni sorta arrivavano a

Roma, sollecitando dal papa una revoca dell’ordine dato. Il Borgia,

veramente, non aveva ancora alcuna grave cagione di odio contro al

Savonarola: delle sue accuse contro il mal costume, delle sue visioni

e predizioni, poco allora sapeva e meno si curava. Il re Carlo,

d’altronde, amico del Frate e dei Fiorentini, era nel regno di Napoli

nella maggiore prosperità della sua fortuna, e il papa non voleva

farselo nemico. Per tutte queste ragioni, si lasciò assai facilmente

indurre a consentire al desiderio dei Fiorentini; e, revocato il breve,

permise al Savonarola di predicare la quaresima in Firenze.[367]

Ma questo fatto, che in apparenza era di assai poco momento,

produceva sull’animo del Frate una profonda impressione, che egli

non potette giammai dimenticare, e che diede un nuovo corso alle

sue idee.[368] L’essere mandato a predicare fuor di Firenze, certo

allora gl’incresceva assai; ma pure l’obbedienza era per lui un sacro

dovere, ed egli per nessuna cosa al mondo avrebbe voluto violarlo.

Ma che pensare quando il papa stesso teneva così poco conto de’ suoi

brevi, da farli e disfarli a seconda di chi ultimo lo pregava? Oramai

diveniva certezza che il breve era venuto solo per compiacere ai nemici

del Frate, a quelli che avevano già cominciato a tendergli ogni sorta

d’insidie. Che peso, adunque, poteva darvi egli, se il papa stesso non

ve ne dava alcuno? Avrebbe dovuto obbedirvi, quando lo avesse sin dal

principio saputo con certezza? Ma il Savonarola scacciò allora questi

pensieri come importune tentazioni, e si pose subito a predicare la

quaresima. Prese per soggetto il libro di Giobbe, quasi ad indicare

che a lui conveniva far prova di pazienza; e si astenne, per quanto

potette, dal discorrere di Stato, onde non dare nuovo appiglio ai

suoi nemici. V’era da fare un’altra riforma, non meno utile, non meno

necessaria della politica; _la riforma dei costumi_: ed a questa egli

si mise con tutto l’animo nelle sue prediche _sopra Giobbe_. Esse,

però, ci sono pervenute in uno stato poco meno imperfetto di quelle

_sopra l’Arca di Noè_. Raccolte, incompiutamente e quasi a brani,

da uno il quale di continuo ci avverte che la commozione lo vinceva

e l’obbligava a smettere, furono poi tradotte in latino e quindi

ritradotte in italiano, per essere in questa forma pubblicate la prima

volta a Venezia, l’anno 1545.

Il ben vivere, l’unione e la concordia dei cittadini formano il

soggetto principale di queste prediche. Fin dal principio comincia a

stabilire, che tutti si possono salvare, purchè vogliano sinceramente

il ben vivere: «Non ci è scusa nessuna, o fratelli; la rettitudine

ci avvicina al Signore, e l’evangelo viene in aiuto della nostra

debolezza.»[369] In questi sermoni tutto comincia e tutto finisce col

ben vivere. Discorre dell’amicizia, e, dopo averne esaminato i vari

gradi e qualità, conchiude, che «quella amicizia sola merita questo

nome, ed è veramente ferma e stabile, che è fondata sopra il bene e

sopra lo onesto e sopra la virtù.»[370] Discorre della essenza della

libertà, e viene alla medesima conclusione: «Iddio è essenzialmente

libero, e l’uomo giusto è libero a similitudine sua. La vera, la sola

libertà sta nel volere il bene. A te pare che il buono religioso non

sia libero, perchè ha sottoposto la sua volontà a quella d’altri; ma

egli ha maggiore libertà di coloro che sono nel secolo, perchè egli

vuole appunto ciò che altri gli comanda. Che libertà è quella di essere

dominato dalle passioni? — Orsù, a proposito nostro: Firenze, vuoi

tu libertà? Cittadini, volete voi esser liberi? Amate principalmente

Iddio, amate il prossimo, amatevi l’un l’altro, amate il ben comune:

se avrete questo amore e questa unione fra voi medesimi, avrete la vera

libertà.»[371]

L’altro soggetto su cui ricadono continuamente queste prediche, è, come

abbiamo già detto, l’unione e la concordia dei cittadini. «Firenze,

io ti dico che ti bisogna essere unita, se tu vuoi essere liberata dai

tuoi mali. E se tu dicessi: oh! noi abbiamo unione; tu ne menti. Dico

che se tu dici d’avere unione, tu ne menti; la seconda e la terza volta

tu ne menti.... E se tu fussi unita, quello che t’avevo promesso, tu

di già l’avresti conseguito.... State dunque uniti; se volete avere

forza e virtù da Dio, bisogna che la materia sia disposta a ricevere;

e la disposizione sarebbe l’unione, la quale tu, Firenze, non hai.

Dove è l’unione, quivi è Dio; e dove è Dio, quivi è ogni forza ed ogni

bene.»[372] Queste medesime parole il Savonarola mette di continuo in

bocca del Signore, e le fa da Lui pronunziare al popolo fiorentino.

Pare che, essendosi per prudenza astenuto dalla politica, ricadesse

allora con tanto maggiore abbandono nelle sue visioni. Una predica

intera è sul lume profetico;[373] in un’altra egli divide il mondo

in due schiere, l’una dei cattivi capitanati dal Diavolo, l’altra

dei buoni capitanati da Gesù Cristo; propone agli eletti di far lega

con Cristo, e si offre di andare ambasciatore a Lui. Nelle prediche

seguenti riferisce, poi, i dialoghi avuti in questa strana ambasceria

con la Vergine e con Gesù Cristo, ed anche in essi si discorre

principalmente dell’unione e del ben vivere. «Guarda le cose naturali,»

dice Gesù Cristo al Savonarola, «tutte si riducono, di grado in

grado, ad una che è più perfetta in fra loro. Tutti i moti delle cose

materiali si riducono al moto del cielo; tutti i moti del nostro corpo

si riducono al cuore; tutti i moti dell’anima alla ragione; tutti i

reggimenti e governi a Dio, primo rettore dell’universo. Considera che

quando le parti d’una cosa sono disperse, non si dice più che quella

esiste; e volendola tornare alla sua esistenza, vi bisogna una virtù

che ricostituisca la sua unità. Se fosse stato possibile mostrare tutta

la mia potenza e bontà in una sola creatura, l’avrei fatto; e solo

perchè niuna sarebbe stata capace di tanto, ho fatta una moltitudine di

creature, le quali tutte insieme rappresentano una maggiore e più larga

unità. Osserva la natura intera, e tu vedrai che ogni essere desidera

la sua unità; ogni essere la cerca, fuori che questo popolo fiorentino,

il quale non vuole altro che separarsi e dividersi.» Continuando il

medesimo discorso, si viene a parlar del ben vivere. «Il bene,» è

sempre il Signore che parla, «è di sua natura diffusivo; e però, Io,

che sono la somma bontà, mi diffondo nel creato, e ho dato l’essere a

tutte le creature, nelle quali ogni bene che hanno, è partecipazione

della mia bontà. Per essa Io discesi fra gli uomini, mi feci uomo e

salii sulla croce. Questo, adunque, sarà il segno per cui si conoscerà

chi è buono: quando uno, cioè, diffonde negli altri la sua bontà e li

fa partecipi di quel bene che egli ha in sè, allora esso veramente è

buono e partecipa della mia bontà.» «Ma dove si vede il contrario, che

non diffondono nè spargono il talento che io loro ho dato, questo è

manifesto segno che non partecipano della mia bontà. La vita cristiana

non consiste in cerimonie, ma nell’essere buono; e chi è buono, non si

può contenere che non mostri la sua bontà. L’essere buono vuol dire

essere pietoso e misericordioso. E però dirai a ciascheduno, e siano

di che stato e condizione si vogliano, che a questo si conosce la bontà

dell’uomo: se lui, cioè, è pietoso e diffonde quel che è suo in altri,

e massime ne’ poverelli. Ed in questo consiste la religione cristiana,

che è fondata nell’amore e nella carità.»[374]

Il soggetto continuo, di queste prediche, dunque, è sempre la riforma

dei costumi, necessaria adesso più della riforma politica, la quale

camminava oramai da sè. È ben vero che esse son piene di visioni, di

allegorie, di singolari interpetrazioni della Bibbia: cose le quali

riescono ancora più strane, perchè la compilazione di quelle prediche

fu inesatta ed incompiuta. Nondimeno, tutto ciò rimane come la veste

esterna di esse, ed il soggetto è sempre il medesimo: egli, in fondo,

non raccomanda mai altro che il ben vivere e l’unione. Ecco, infatti,

un esempio delle allegorie bibliche che espose in quel quaresimale.

«Narra San Marco, che, passato il sabato (santo), la mattina seguente,

le tre Marie vennero di buona ora al sepolcro di Gesù, con quelli

unguenti aromatici per ungere il corpo del Salvatore. Queste tre

Marie significano i perfetti, i proficienti e gl’incipienti, che vanno

cercando di Gesù. Come altra volta vi ho detto sopra questo evangelo,

portano cose aromatiche ed odorifere; _idest_ le virtù, con le quali

piacciono a Gesù. Giungono al sepolcro, _orto jam sole_, cioè quando

già era levato il sole.»... «Se tu cerchi Gesù, nascendo in te il sole

della giustizia, tu sarai illuminato e avrai il desiderio bramato. Ma

bisogna che tu vada con rettitudine e che tu operi, perchè l’opera

è quella che ti farà perfetto. — Ecco qui le tre Marie che andavano

rette, cercando il loro Signore, e vedi che al fine furono consolate.

E camminando, pensavano in fra loro: chi sarà che rimuoverà la lapide?

E così parlando, giunsero al tempio, e videro che la lapide era tolta.

Questo significa che ancora che tu il quale vai col ben fare cercando

Cristo, non lo conosci. Egli è in te, e sì ti lieva questa lapide

della ignoranza, ed il lume rivelato diràtti come l’Angelo alle Marie:

_Jesum quæritis Nazarenum? surrexit, non est hic._» «Io so che voi

cercate Cristo; Egli è resuscitato, non è qui. Cioè, cercate Cristo in

cielo; nè lo cercate nelle cose della presente vita, non nelle cose

di questo mondo; cercatelo nelle cose celesti e divine e spirituali;

lasciate l’affetto delle cose temporali: Egli è in cielo, e sì vi

aspetta. O cristiani! che state voi a fare qua? Cercate di andare dove

è il vostro capo, chè quivi è la vostra felicità. _Venite et videte_,

disse l’Angelo alle Marie; cioè venite e vedete qua, nel sepolcro, che

Cristo non ci è, perchè Egli è risuscitato. _Sed ite_, ma andate, cioè

camminate di virtù in virtù nella presente vita, se volete trovar poi

Cristo nell’altra.»[375] E così finiva il quaresimale sopra Giobbe,

rimanendo l’ultima predica, come molte altre, interrotta per la

commozione di colui che le raccoglieva.[376]

Dopo questo quaresimale, il Savonarola sembrava affranto e vinto dalla

fatica: sebbene la sua energia si leggesse ancora nel vigore dello

sguardo e nel fuoco degli occhi, egli era straordinariamente dimagrato,

visibilmente esausto di forze, ed una malattia viscerale lo indeboliva

ogni giorno di più. La vita degli ultimi anni era stata una battaglia

troppo continuata, un esaltamento troppo maggiore di quello che ogni

fibra di uomo possa sopportare; la lotta politica lo aveva abbattuto

assai più di quello ch’egli medesimo non credeva. Non era stato

solamente un riflettere, un ragionare, un consigliare continuo per

dirigere quei rapidi mutamenti che di giorno in giorno avevano luogo;

ma fu quasi un sostenere sopra di sè i destini e l’avvenire di tutto

un popolo che si affidava ed abbandonava in lui. Quindi il bisogno di

mantenere sempre vivo il suo predominio morale, e quasi di animare

l’intera moltitudine col suo animo, reggerla e sostenerla colla sua

volontà: uno stato di tensione, di esaltamento, di febbre continua.

Pur tale era il cuore di quel frate, che, non appena fu sedata un poco

questa lotta politica, invece di riposare, egli si era messo colle

prediche sopra Giobbe ad un’opera non punto minore. E vi si pose con

tutto l’animo, come soleva mettersi ad ogni cosa, con un amore, una

pertinacia ed una forza di volontà non descrivibile. Le parole son

forse la parte minore di queste prediche che ci furono trasmesse così

incompiute. Egli discorreva un soggetto che gli stava più d’ogni altro

a cuore, e la sua debolezza fisica cresceva il suo morale esaltamento;

i suoi occhi fiammeggiavano, il suo gesto era vibrato, il suo accento

oltre il solito passionato e pietoso; e se un po’ troppo si perdette

nelle visioni, questo veniva facilmente perdonato al suo straordinario

eccitamento. Era in lui tanta l’espressione di sincerità, di bontà e

di benefico desiderio, che mai non si vide una così grande moltitudine

essere così pienamente dominata dalla pietà, così facilmente dare

in pianti dirotti. Ed alla fine della quaresima, il Savonarola aveva

ottenuto un trionfo quasi maggiore di quel trionfo politico che gli

avevano dato le prediche _sopra Aggeo_.

L’aspetto della città era del tutto mutato. Le donne abbandonavano

i loro ricchi ornamenti, vestivano semplici e andavano dimesse; la

scorretta gioventù era come per incanto divenuta modesta e religiosa;

i Canti Carnascialeschi cedevano il luogo alle canzoni religiose.

Nelle ore di riposo, si vedevano gli artigiani seduti a bottega, con

in mano la Bibbia o le opere del Frate; si riprendevano le orazioni, si

frequentavano le chiese, si facevano limosine. Ma quel che più di tutto

riuscì mirabile, fu il vedere banchieri e mercanti restituire, per

scrupolo di coscienza, somme di danaro che montavano a più migliaia di

fiorini male acquistati.[377] Tutti gli uomini restavano maravigliati

di questo singolare e quasi miracoloso mutamento; e se il Savonarola

era stanco, affranto e malato, noi possiamo facilmente immaginarci

che grande consolazione dovette essere per lui, vedere il suo popolo

divenuto più cristiano. Adesso avrebbe potuto morire contento: ma la

sua ora non era anche sonata; Iddio lo serbava a maggiore destino.

In tutto questo, gli Arrabbiati, naturalmente, non volevano vedere

altro che argomento di ridicolo; e andavano sempre più adirandosi, e

beffando il Savonarola e i suoi seguaci, che essi chiamavano Piagnoni e

Stropiccioni e Masticapaternostri. Ma questi Piagnoni erano i soli che

fortemente sostenevano i diritti del popolo; quelli che più volenterosi

si videro correre alle armi, quando avea minacciato il pericolo dei

Francesi; quelli che erano più larghi del loro avere al Comune, che

più amorevolmente soccorrevano il minuto popolo, oppresso ora dal caro

dei viveri e dal poco lavoro. Essi amavano tanto più tenacemente la

Repubblica, in quanto che la libertà s’era nel loro cuore unita alla

religione; e nelle più gravi necessità dello Stato, solo su questi

seguaci del Frate, su questi Piagnoni, appunto, la patria poteva

sperare.

Epperò l’entusiasmo in favore di San Marco e del Savonarola andava

sempre, a grandissimo dispetto degli Arrabbiati, divenendo più

universale. Dalla campagna e dalle ville, si partivano di notte

contadini e signori per trovarsi alla predica; alcuni eran venuti fino

da Bologna a starsi la quaresima in Firenze;[378] e il Duomo stesso

non bastava più a contenere la folla. Molti conventi chiedevano di

nuovo unirsi a questa Congregazione Toscana, ed il numero di coloro che

vestivano l’abito di San Marco era moltiplicato in modo non credibile.

Da cinquanta, quanti erano nel principio i frati, arrivavano ora a

duecentotrentotto; onde bisognò chiedere alla Repubblica la contigua

fabbrica della Sapienza, che, mediante un traforo di sotto alla via

del Maglio, si congiunse al convento. Vi erano giovani delle prime

famiglie di Firenze, come i sei fratelli Strozzi; alcuni dei Gondi,

Salviati, Acciaiuoli: vi entrarono uomini di matura età, reputati

nelle lettere, nelle scienze e nel maneggio dei pubblici affari; come

Pandolfo Rucellai, Giorgio Vespucci zio del celebre navigatore, Zanobi

Acciaiuoli, l’ebreo Blemmet maestro di Pico della Mirandola, Pietro

Paolo Urbino professore di medicina, e molti altri.[379]

Il modo, poi, in cui queste conversioni al chiostro avevano luogo,

merita di essere particolarmente considerato; perchè si veda come il

Savonarola, lungi dall’incoraggire le subite risoluzioni e i troppo

facili entusiasmi, andasse invece con una prudenza grandissima. Ce ne

darà esempio la conversione che racconta di sè stesso un tale Bettuccio

fiorentino, più noto a noi col nome di Frà Benedetto. Era figlio di un

orafo, ed esercitava l’arte allora assai profittevole della miniatura:

giovane nel fiore degli anni, d’indole allegra, pieno d’impeto e di

coraggio; conosceva il canto, la musica e la poesia; amava il bel

vivere, e s’era perdutamente abbandonato ai piaceri. Così fu il ben

venuto e ben veduto delle liete brigate, fra le quali passava una vita

spensierata e galante:

Tanto musco e profumo allor portavo,

Con tante pompe e leggiadrie e gale,

Che col cervel senza penne volavo.[380]

Correvano allora, dice egli stesso, giorni infausti; erano i tempi di

papa Alessandro, pieni d’avarizia, di lussuria e di miscredenza;

Nè quasi si credea dal tetto in su.

Tale era la vita che faceva il miniatore Bettuccio, quando incominciò

a levarsi la fama del Frate di San Marco, ed ognuno accorreva alle

sue prediche. Bettuccio, però, fu assai lontano dal seguire la folla;

parteggiava, invece, per gli Arrabbiati, e insieme con essi beffava

i Piagnoni. Pure, trovandosi una volta in casa d’una nobile e bella

matrona, costei cominciò con calore a parlargli delle prediche del

Savonarola, ed egli ne rise molto; ma un altro giorno, vinto da

quelle gentili insistenze, si lasciò menare al Duomo. Ci descrive la

grande confusione che provò allora, nell’entrare in chiesa e vedersi

fra tanta moltitudine di devoti, i quali, pieni di maraviglia, lo

guardavano: avrebbe sul primo voluto partirsi, ma poi rimase, sebbene

assai malcontento. Quando, però, il Savonarola ascese sul pergamo, la

cosa mutò subito aspetto. Fissati una volta sopra di lui gli sguardi,

non potette mai più rimuoverli; la sua attenzione fu prepotentemente

dominata, l’impressione fu grandissima; «ed allora,» così egli dice,

«conobbi finalmente esser più morto che vivo.» Finita la predica, se

ne andò per luoghi solitari, «e per la prima volta mia mente addussi

dentro di me stesso.» Dopo una lunga meditazione, tornò a casa ed era

tutto mutato. Abbandonò le carte del canto e gli strumenti di musica,

lasciò l’usata compagnia, gettò via gli abiti profumati:

Come un vento,

Spogliâmi al tutto d’ogni leggiadria.

Da quel giorno, fu dei più assidui alla predica; frequentava San Marco,

recitava le orazioni e litanie. «Dura,» egli dice, «fu la lotta ch’ebbi

a sostenere contro i miei compagni, i quali per tutto mi andavano

deridendo: pure assai più dura fu quella che sostenni contro le mie

stesse passioni, che d’ora in ora, sbrigliate di nuovo, m’assalivano

fierissime.» Finalmente, quando credette poter esser sicuro di sè, andò

ad inginocchiarsi ai piedi del severo priore di San Marco. La voce

gli tremava, non poteva quasi profferire parola innanzi a quell’uomo

che lo aveva rigenerato: pure disse che voleva vestir l’abito di

quel convento. Il Savonarola gli parlò sul pericolo delle decisioni

precipitose, sulle difficoltà della vita monastica, e concluse

consigliandolo a fare una migliore esperienza di sè, col vivere

cristianamente fuori del convento, prima di varcarne la soglia. Non fu

inutile il consiglio, perchè Bettuccio ebbe di nuovo a sperimentare la

fiera lotta delle sue violente passioni, nè sempre con felice successo.

Pure, dopo fatta severa penitenza dei suoi nuovi trascorsi, e quando

si fu per lungo tempo sentito padrone di sè, ritornò più sereno al

Savonarola. Ma questi, che mai non lo aveva perduto d’occhio, non volle

ancora concedergli l’abito. Lo pose invece ad assistere i maiali ed a

seppellire i morti:

Così più mesi in un santo ospitale,

A vivi e morti carità facevo.

Di tanto in tanto era chiamato nella cella del Frate, da cui ricevea

consigli e udiva lezioni sulla vita monastica: finalmente, il 7

novembre 1495, vestiva l’abito, ed il 13 dicembre pronunziava i voti

solenni col nome di Fra Benedetto.[381]

In questo modo il Savonarola acquistò uno de’ suoi più fedeli seguaci,

uno di quelli che fecero miglior prova nell’ora del pericolo, e che

insino all’ultimo andò sempre crescendo nella sua ammirazione e quasi

devozione pel maestro. Colla medesima prudenza consigliava tutti gli

altri; nè mai sollecitò alcuno a vestirsi frate. Il suo unico scopo era

migliorare i costumi, diffondere la morale, rigenerare quella religione

di Cristo che sembrava morta negli animi. Ed a tal fine dedicava

adesso, più specialmente, tutte le sue ore, tutte le sue forze, la

sua volontà e l’anima intera. Quando egli predicava del buon costume e

delle virtù cristiane, sembrava quasi che la sua anima rilucesse nei

suoi occhi, che le potenze del suo spirito si effondessero colla sua

voce sul popolo, il quale di giorno in giorno migliorava visibilmente

sotto quella benefica forza. Tutti gli scrittori contemporanei non

cessano mai di esprimere la loro maraviglia per questo quasi miracolo:

alcuni sono edificati del trionfo che allora ebbe la religione, altri

deplorano i tempi delle allegre ballate e dei canti carnascialeschi; ma

tutti insistono ugualmente sul mutato costume, e sull’unico autore di

ciò, Frate Girolamo Savonarola.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 33 / 53 题