CAPITOLO QUINTO.

Formazione del nuovo governo per opera del Savonarola. Si costituisce

il Consiglio Maggiore ed il Consiglio degli Ottanta: si riordinano

le gravezze, riducendole tutte alla Decima o imposta fondiaria.

Discussione nella quale si vince la legge che decreta la pace

universale; e l’appello _delle sei fave_, o sia l’appello dagli Otto al

Consiglio Maggiore. Si ristabilisce il tribunale della Mercatanzia, o

di Commercio: li Accoppiatori depongono il loro ufficio: i Parlamenti

sono aboliti: si fonda il Monte della Pietà. Opinione del politici

italiani sulle riforme operate dal Savonarola. [1495.]

Per mettere in luce tutta l’importanza politica del Savonarola,

bisogna seguire passo a passo la formazione del nuovo governo, e

leggere nello stesso tempo le prediche che egli faceva in quei giorni.

Quando noi vediamo che tutte le nuove leggi sono precedute da una o

da più prediche del Savonarola, che le propongono, le consigliano e

le spiegano al popolo; quando assistiamo alle Pratiche[281] che la

Signoria tiene in Palazzo, e sentiamo quei cittadini discutere col

linguaggio stesso del frate, addurre le sue ragioni con le sue medesime

parole, in maniera da farci quasi credere che i loro discorsi sieno

una copia delle sue prediche, e la legge che essi discutono qualche

sua nuova epistola; allora noi potremo dire di aver visto come un uomo

solo fosse divenuto l’anima di tutto un popolo. E quando, alla fine di

questo esame, raccogliendo insieme le varie leggi, e ricostruendo, per

così dire, la forma di tutto il governo, noi lo troveremo ammirabile

nelle sue parti, stupendo nel suo insieme, e udiremo la voce di tutti

i più grandi storici e politici italiani assicurarci quello essere il

migliore, anzi il solo buon governo che abbia avuto Firenze in tutta

la sua lunga e tumultuosa istoria; allora solo noi potremo equamente

giudicare il Savonarola.

Le prediche che egli fece in Duomo, nel tempo che in Palazzo si formava

la nuova costituzione della repubblica, furono quelle dell’Avvento

_sopra Aggeo_; a cui bisogna unire altre otto che fece _sui Salmi_, nei

giorni di festa che seguirono l’Avvento. La loro principale importanza

è tutta politica: non perdono, però, mai il carattere religioso, perchè

la riforma politica non era pel Savonarola che una parte minima della

sua universale riforma; ed il nuovo governo non dovea essere altro

che il primo passo al rinnovamento della morale e della Chiesa. Egli,

perciò, non tralasciava mai i suoi discorsi sul buon costume e sulla

vera religione: la politica vi dava, anzi, continua occasione. Queste

prediche di cui parliamo, non sono per eloquenza notevoli sopra le

altre; ma preziosissime sono certamente più di tutte, per la storia dei

tempi e per la biografia del Savonarola. Se le altre ci fanno conoscere

la sua bontà e la sua vasta dottrina religiosa, queste ci presentano un

nuovo lato del suo ingegno e ci manifestano la forza grandissima del

suo carattere. Noi vi troviamo ancora un trattato compiuto sul nuovo

governo; assistiamo alla storia viva della sua formazione; e quasi

potremmo da esse ricostituire tutta la storia politica della repubblica

di Firenze in quei giorni.

Abbiamo già visto come, nel giorno 12 dicembre, il Savonarola volgesse

il discorso decisamente alla politica, e quali fossero i nuovi

principii, che egli raccomandava. Il 22 e 23 dello stesso mese, noi

vediamo che già una legge di gravissima importanza era stata distesa,

tutta secondo le idee del frate, e veniva con grandissimo favore votata

nei Consigli del Comune e del Popolo. Questa legge o, come dicevano

allora, provvisione, fermava la base del nuovo governo; e noi dobbiamo

perciò esaminarla minutamente. Essa, adunque, costituiva il Consiglio

Maggiore, e gli dava facoltà di creare tutti i principali magistrati,

di approvare tutte le leggi: in altri termini, lo faceva sovrano dello

Stato. Dovevano entrare nel Consiglio, indistintamente, tutti quelli

che avevano l’età d’anni 29 e che erano cittadini _beneficiati_;[282]

il che, secondo un’antica legge, voleva dire quelli che fossero stati

_veduti_ o _seduti_[283] nei tre maggiori uffizi, o che avessero

avuto questo _beneficio_ dal padre, avo o bisavolo. Qui non importa

esaminare qual fosse l’origine e lo scopo di quell’antica legge: basti

solamente osservare, che nel Consiglio Maggiore, anzichè avervi luogo

tutti i cittadini (come voleva far credere chi accusava di troppo

democratico quel nuovo governo), vi entravano solo i _beneficiati_.

E quando il numero di questi passava i 1,500, la legge stabiliva

che fossero _sterzati_; cioè divisi in tre parti, ognuna delle quali

dovesse per sei mesi formare successivamente il Consiglio Maggiore.

Fatto il primo squittinio, si trovò che in tutta la popolazione di

Firenze, la quale ascendeva a 90,000[284] abitanti incirca, v’erano

solo 3,200[285] beneficiati che avessero l’età richiesta; in modo

che il Consiglio dovevasi per 18 mesi formare di poco più che mille

persone per volta.[286] Perchè la radunanza fosse poi valida, bisognava

che fossero presenti almeno due terzi dei chiamati. La nuova legge

stabiliva inoltre, che, «per dare animo ai giovani ed incitare gli

uomini a virtù,» si dovessero, ogni tre anni, eleggere 60 cittadini,

non beneficiati, e 24 giovani d’anni 24, per farli entrare nel

Consiglio Maggiore. E questo doveva anche, cominciando dal 15 gennaio

prossimo futuro, eleggere 80 cittadini, d’anni 40 ciascuno, i quali

avrebbero formato il Consiglio degli Ottanta, che ogni sei mesi doveva

rinnovarsi. Esso assisteva di continuo la Signoria, che aveva obbligo

di consultarlo una volta almeno ogni settimana; ed insieme coi Collegi

e gli altri magistrati, nominava gli ambasciatori ed i capitani, faceva

le condotte, ed altre cose d’importanza che non si potessero decidere

in pubblico.

In questo modo era formata la base del nuovo governo: col Consiglio

Grande, cioè, e con quello degli Ottanta; i quali erano come il Senato

e l’Assemblea del popolo. Quando, adunque, si voleva vincere una

legge, il _Proposto_, che era uno dei Signori e mutava ogni giorno, la

proponeva alla Signoria: vinta che s’era nella Signoria e nei Collegi,

si poteva raccogliere una Pratica di esperti cittadini, se la legge

era di straordinaria gravità, o portarla addirittura negli Ottanta: da

questi passava al Consiglio Maggiore, dove ricevea l’ultima sanzione.

Le leggi poi non si discutevano, ma si votavano solamente; e niuno

poteva parlare se non ne veniva richiesto dalla Signoria; nel qual caso

non gli era lecito di farlo altrimenti che in favore di essa. Onde,

quando la Signoria richiedeva i Consigli del loro parere, i cittadini

allora si ristringevano nelle _pancate_, secondo i magistrati a cui

appartenevano, o l’ordine in cui erano stati squittinati; consultavano

tra loro, e poi mandavano a riferire il parere uno di essi, il quale

doveva ragguagliare dei voti, ma non poteva parlar mai contro la legge

dalla Signoria proposta. Queste erano antiche usanze di una repubblica,

la quale avendo troppo facilmente aperte le porte del Palazzo alla

moltitudine, voleva poi frenarla con quelle leggi improvvide e

inefficaci.[287]

Comunque sia di ciò, la provvisione di cui abbiamo discorso concludeva:

«Che trovandosi la città in grandissima confusione di leggi, nè

essendovi alcuno magistrato di dentro o di fuori che sappia il certo

del suo ufficio, si ordina che sia scelto un numero di cittadini che

riducano in un volume tutte le leggi.»[288] La importanza di un tale

provvedimento si può giudicare solamente da coloro che hanno una

qualche pratica degli antichi statuti fiorentini, e che sanno in quale

disordine si fossero, sotto i Medici, ridotte tutte le istituzioni e le

leggi della repubblica.

Insieme colla legge del Consiglio Maggiore, ne veniva in quei due

medesimi giorni votata ancora un’altra, la quale ordinava che si

eleggessero dieci cittadini per far grazia, in tutto o in parte,

delle gravezze non pagate e delle pene pecuniarie incorse nei passati

governi; e per riformare tutte le imposte, ponendole sopra i beni

stabili, includendovi anche gli ecclesiastici, quando però se ne fosse

avuto il permesso da Roma.

In questo modo s’erano messe in atto, e quasi letteralmente, tutte le

parole del Savonarola. Il nuovo governo era fondato; gli Accoppiatori

dovevano di necessità rinunziare al loro ufficio, divenuto inutile;

i due vecchi Consigli del Comune e del Popolo dovevano subito essere

sciolti. Ed infatti, l’ultima provvisione di qualche importanza,

che veniva da essi votata, fu quella del 28 dicembre, colla quale

toglievasi per certo tempo ogni dazio sulle armi, acciò ognuno potesse

facilmente armarsi.[289] Coi Signori di gennaio e febbraio 95, le leggi

cominciarono ad essere approvate dal Consiglio Maggiore,[290] il quale

doveva ora compiere e condurre a perfezione il nuovo governo.

La prima cosa a cui bisognava adesso provvedere, era la riforma

delle imposte.[291] Il Savonarola v’insisteva continuamente nelle sue

prediche: «Mettete le gravezze sui beni stabili solamente, distruggete

i prestiti continui, distruggete gli arbitrii;» ecco ciò che esso

consigliava ai magistrati. Al popolo, poi, diceva: «Cittadini, io

vorrei che stessi saldi ad amare ed aiutare il Comune vostro. Il

figliuolo è tanto obbligato al padre, che non potria mai satisfargli.

Così dico a voi: il padre è il vostro Comune, e però ciascuno è

obbligato aiutarlo; e se tu di’: Io non ho utile nessuno; sappi che tu

non puoi dire così, perchè lui ti conserva la tua roba, la famiglia e

li figliuoli. Doveresti andare là e dire: Ecco qua cinquanta fiorini,

eccone cento, eccone mille. Così fanno i buoni cittadini che amano la

patria loro.»[292] Ed invero, da un lato il disordine delle imposte

era grande, oltre quello che possono descrivere le parole; da un altro,

il malcontento del popolo, mosso in origine da giuste cagioni, era poi

divenuto eccessivo, e molti pretendevano quasi dover essere esenti da

tutte le imposte.

In origine, la repubblica fiorentina, vivendo sobriissima, bastava a

sè stessa col provento delle sole gabelle. Dipoi, le guerre resero

necessarii prestiti volontari, che andavano sempre crescendo e non

si restituivano mai, con tale danno del credito pubblico, che di

volontari bisognò mutarli in obbligatori. Nei bisogni della repubblica,

cominciò la Signoria ad imporre ciascun cittadino _ad arbitrio_, o

secondo che stimava le sue ricchezze: i potenti cercavano allora ogni

modo di esimersi; il peso maggiore cadeva, di necessità, sul popolo

minuto, ed ognuno si chiamava scontentissimo. Nel 1427, i Medici,

volendo acquistar favore appresso il popolo ed abbassare i grandi,

ordinarono il _Catasto_, cioè a dire la stima dei beni d’ognuno; acciò

nei prestiti si potesse a ciascuno imporre giustamente secondo la sua

fortuna. Ma quello che nei detti appariva giustissimo, si trovò nei

fatti ingiusto e crudele. Essi vollero imporre i beni vari e mutabili

delle industrie e del commercio: cosa in Firenze tanto inusitata, e

ricevuta con sì straordinario malcontento, che moltissimi abbandonarono

perciò i loro traffici; onde il Catasto dette così l’ultimo crollo

all’industria fiorentina. E mentre portava tanti danni, non rimediava

ad alcuno dei disordini già esistenti: era sempre un prestito, la

cui somma variava ogni volta ad arbitrio, e che la repubblica poteva

assai di rado restituire. Il valutare, poi, le fortune del commercio,

era cosa tanto incerta, che dava ai Medici un adito assai maggiore di

favorire o disfavorire chi essi volevano. — Tale era lo stato delle

cose, quando il 5 febbraio 1495 si presentava nel Consiglio Maggiore

la nuova legge, che riordinava le imposte secondo i consigli del

Savonarola; e le riordinava con tanta prudenza, sapienza e stabilità,

che oggi ancora si continua ad osservare quel sistema medesimo che

fu introdotto al tempo e sotto i consigli del Frate! La nuova legge

stabiliva, per la prima volta in Firenze ed in Italia, l’imposta

fondiaria; e distruggendo tutti i prestiti e gli arbitrii, obbligava

ogni cittadino indistintamente, a pagare il dieci per cento sulla

rendita de’ suoi beni stabili, senza diritto ad alcuna restituzione. Si

chiamò la Decima, ed un nuovo ufficio fu creato per accatastare tutti i

beni e riscuotere ogni anno equamente le imposte.[293]

Messo termine con tanta prudenza e tanta prosperità ad una materia

così grave, nella quale l’ufficio del Savonarola era stato degno

dei più grandi riformatori degli Stati, rimanevano due leggi d’una

importanza non punto minore. La prima era quella sulla pace e perdono

generale; circa la quale, mercè le prediche continue di lui, pareva

che tutti fossero venuti d’accordo. Non così era dell’altra, che

chiamavasi _la legge delle sei fave_, della quale bisogna ora fermarsi

a parlare; perchè dètte occasione a lunghe discussioni nel Senato, e

fu in appresso cagione di molti disordini e pericoli alla Repubblica,

d’ingiuste e gravissime accuse contro la memoria del Savonarola. I

delitti di Stato e i delitti criminali venivano, secondo gli statuti,

giudicali generalmente dagli Otto di Guardia e Balía, il quale

magistrato con _sei fave_, cioè a dire sei voti, poteva confinare,

esiliare, condannare nella roba e nella vita.[294] Ora, con quei

magistrati che mutavano sì spesso, cogli odii di parte così vivi in

Firenze, seguivano ogni giorno ingiustizie crudeli ed incomportabili.

Tutti gli uomini di legge giudicavano, quindi, essere indispensabile un

qualche appello, che, frenando la soverchia autorità delle _sei fave_,

mettesse un argine a questi mali che affliggevano la città: e tale era

l’opinione anche del Savonarola.[295]

Nel gennaio e febbraio 95, egli, avendo terminato l’Avvento, faceva

alcune prediche sopra i Salmi,[296] nelle quali raccomandava di

continuo la pace generale e questo appello dalle sei fave, dicendo

quasi ogni giorno: «Firenze, perdona e fa’ la pace, e non gridare

più: carne, carne e sangue, sangue.»[297] E poi continuava: «Bisogna

temperare un poco questa autorità delle sei fave, _con l’appello ad

un Consiglio di ottanta o di cento_, cavandoli dal Consiglio Grande.

Tu dici che questo scema l’autorità della Signoria: io ti rispondo

invece che l’accresce. O la Signoria vuol fare il male, ed allora non

deve averne autorità; o la vuol fare il bene, ed allora avrà l’aiuto

d’un Consiglio di buoni cittadini.[298]» Altra volta raccomandava con

moltissima istanza il riformare l’amministrazione della giustizia;

discorreva contro il continuo abuso che allora si faceva della tortura;

inculcava la pace, e di nuovo concludeva: «Io ti dissi di quelle sei

fave, che bisognava dargli _uno certo bastoncello, cioè quel Consiglio

dello appello_.»[299] E ritornava sempre sullo stesso argomento, fino

a che la Signoria non si decise a distendere una provvisione, che il

15 marzo 1495 presentava agli Ottanta; e, vista la gravità della cosa,

essa li richiedeva solennemente del loro parere. L’uso voleva che la

legge fosse presentata nei Consigli innanzi che alcuno l’avesse veduta;

onde l’attenzione di tutti nel leggerla e sentirla fu grandissima.

La prima parte di questa provvisione era affatto secondo le idee

del Savonarola; pareva anzi che egli medesimo l’avesse scritta, e

diceva presso a poco così: «Visto di quanta utilità sia l’unione

e la concordia in una repubblica bene istituita; e per seguire i

vestigi di nostro Signore, il quale in ogni sua operazione, o andando

o predicando o quiescendo, sempre diceva: pace; e questo medesimo

potendo vedere nelle cose naturali, le quali cercano sempre l’unità,

secondo la loro natura; onde il filosofo diceva: la virtù unita è

più forte; ed ammonendoci, finalmente, le cose soprannaturali che

abbiamo sperimentate questo anno, nella formazione di questo governo,

e la misericordia usataci dal Signore, la quale noi siamo obbligati

d’imitare:

»I magnifici Signori e Gonfalonieri ordinano che sia fatta pace

generale, e sieno perdonate tutte le ingiurie e tutte le pene in cui

sono incorsi i fautori del passato governo.»[300]

Procedendo poi oltre alla seconda parte, la legge deviava alquanto dai

consigli del Savonarola, e stabiliva: «Che qualunque cittadino abile

agli uffici venisse dalla Signoria o dagli Otto, per causa di Stato,

condannato nella vita, o in una pena corporale qualunque, o in una pena

pecunaria maggiore di 200 fiorini, o confinato, ammonito ec., potesse

nello spazio di quindici giorni appellare al Consiglio Maggiore. Nel

quale caso, doveva la Signoria accettare chiunque volesse parlare

in difesa; proporre il caso in Consiglio sei volte in due giorni; ed

avendo due terzi dei voti in favore di lui, assolverlo.»[301]

Il punto sul quale questa legge deviava dai consigli del Savonarola,

era di molta importanza; perchè in luogo di portare l’appello ad un

Consiglio ristretto, di uomini prudenti e periti nelle leggi, portavalo

al Consiglio Maggiore; ove avrebbero deciso più le passioni del

momento che la giustizia, più l’imperizia dei molti che la prudenza

dei pochi. Gli Ottimati si erano fin dal principio opposti ad ogni

sorta di appello, perchè essendosi usati a vedere l’ufficio degli

Otto cader quasi sempre nelle loro mani, non sapevano comportare che

se ne scemasse in modo alcuno l’assoluta autorità. Ma, da un altro

lato, il popolo adesso considerava che il Consiglio Maggiore fosse il

solo signore della città, e che a quello dovesse ogni cosa, per legge,

ricadere. Queste passioni, urtandosi in Palazzo, si erano accese; ed

il partito popolare, trovandosi assai più forte, trascorse all’eccesso

di questa nuova legge, che nelle cause più gravi faceva giudice la

moltitudine. Ma, ora che la provvisione era fatta, tornava difficile

assai moderarla. Non potendosi parlare contro di essa, bisognava o

respingerla o accettarla; e respingerla era divenuto quasi impossibile,

dacchè i suoi fautori l’avevano, a disegno, unita con la legge della

pace universale, che tutti credevano indispensabile.

Nondimeno, dai discorsi che si tennero nella Pratica, apparisce che

gli onesti popolani s’erano avveduti dell’eccesso, e facevano ogni

sforzo per mettervi rimedio. Vi sarebbero forse anche riusciti, se

i nemici del nuovo governo non avessero usata un’arte ed un’astuzia

quasi infernale. Quando essi videro che il popolo, i prudenti, il

Savonarola stesso volevano assolutamente un appello dalle _sei fave_;

si persuasero che niente poteva venir meglio a loro proposito che la

nuova legge, la quale, essendo eccessiva, avrebbe nella prima occasione

partorito gravi disordini; e coi disordini solamente, essi speravano

poter mutare la forma del governo e metterlo in mano dei pochi.

Così, dopo avere con ogni modo contrastato l’appello ad un Consiglio

ristretto di savi e prudenti cittadini, si dierono, tutti uniti, a

favorire energicamente e quasi furiosamente l’appello al Consiglio

Maggiore. Per queste ragioni, con grande meraviglia si vide nella

Pratica, che mentre i popolani andavano moderati, ed i partigiani del

Savonarola ardivano anche esprimere la loro disapprovazione contro

una legge proposta dalla Signoria; gli ottimati, i nemici del nuovo

governo, i partigiani dei Medici, la favorivano con tutta la forza

della loro eloquenza. In un volume di _Frammenti di Pratiche_,[302]

noi abbiamo, per fortuna, trovato la bozza o, come allora dicevano,

lo _straccetto_ di questi discorsi, fatto dal notaio della Signoria;

e con essi, possiamo assistere ad una delle principali e più animate

discussioni di quella repubblica. Il soggetto era di gravissima

importanza: parlarono uomini di molta autorità, e fecero sforzo di

tutta la loro facondia in quei discorsi, che mentre ci rappresentano

come in quegli antichi consigli si formassero e discutessero le

leggi, mettono in nuova luce un fatto sinora assai male conosciuto, e

difendono il Savonarola da una delle più gravi accuse che gli vennero

mai fatte.

Presentata, adunque, la legge e richiesto dalla Signoria il parere

dei cittadini, essi si ristrinsero nelle pancate; e, dopo avere fra

loro consultato, fu primo a parlare messer Domenico Bonsi, amico

del Savonarola, ed uno degli Accoppiatori. Riferendo il parere della

sua pancata, egli raccomandava la pace, dimostrandone l’utile e la

necessità con molte citazioni del Vangelo e di san Paolo, insieme

con altre di Demostene e d’Aristotele. Venendo, poi, a discorrere

dell’appello, diceva che esso era certamente assai utile: dava però a

conoscere, che tra’ suoi colleghi era una grande diversità di pareri;

ma, quasi egli non ardisse andare più oltre e discorrere contro una

legge proposta della Signoria, si fermava a questo. Pigliava poi

la parola messer Francesco Gualterotti; il quale, dopo aver levata

a cielo la pace universale, veniva a parlare della necessità d’un

appello contro la soverchia autorità degli Otto, dicendo che essi

avevano sempre empito la città di esilii e di confische: pure, tanto

esorbitante dovette a lui parere la nuova legge, ch’egli si fece ardito

proporre, che la facessero _a tempo_, e non in perpetuo.

Essendosi in questo modo animata la discussione, si levava a parlare

messer Luca Corsini, uno di quelli che nel giorno del tumulto avevano

chiuso la porta del Palazzo in faccia a Piero de’ Medici. Egli era

cittadino di maggiore autorità ed eloquenza, tra i più riscaldati nella

parte popolare, e descrisse con vivi colori le tristissime condizioni

dei tempi. — «Noi vediamo,» egli diceva, «tutta Italia per nuovi e

grandi pericoli fluttuare; e, trovandoci nel centro di essa, siamo,

per necessità, più d’ogni altro esposti a soffrire. Epperò, l’unione

e la concordia è la sola medicina utile a farci rispettare dai potenti

vicini, che già si vede essere pronti per assalirci nella nostra prima

divisione. Noi, d’altronde, abbiamo data ad ognuno facoltà libera

d’entrare nel Consiglio: onde, se non teniamo contenti tutti gli amici

del vecchio Stato, essi, colle fave ed in segreto, ci lavoreranno

contro. Che se niun’altra cosa vi dovesse muovere,» egli gridava con

voce più alta e sonora, «dovrebbe pure bastare l’esempio che ci ha

dato Nostro Signore, il quale, dopo avere stretto contro di noi il

brando della sua giustizia, lo ha voluto allontanare, perdonandoci

misericordiosamente. Facciamo, adunque, anche noi misericordia;

facciamo un generale perdono. Che se questo pare a qualcuno rimedio

estraordinario, si rammenti allora che nei casi straordinari, ordine

sia l’andar fuori dell’ordine.»

Venendo poi alle _sei fave_, egli si riscaldava ancora più nel

discorso, dicendo essere assolutamente necessaria una qualche

modificazione. E tutto pieno di quello spirito democratico che

assai facilmente eccede, aggiungeva: — «Il corpo della repubblica

è un solo, e questo è l’universo popolo; il quale, non potendo

amministrare ogni cosa, elegge i magistrati. Ma se nascono dubbi

o disordini o dissensioni, come vediamo tuttogiorno seguire; non è

ingiusto che si ritorni a quel Maggiore Consiglio che rappresenta il

popolo, e da cui i magistrati hanno ricevuto gli uffici: nè si viene

a diminuire l’autorità dei Signori col fare appellare a quel popolo

a cui appartiene tutta la repubblica. Che se poi consideriamo le

cose avvenute in questi ultimi tempi, diremo essere somma prudenza e

consiglio, il desiderare che queste leggi sortiscano buon fine.»

Quando ebbe il Corsini messo termine al suo animato discorso, tutti

gli occhi si volsero verso il dottore in legge messer Guidantonio

Vespucci, noto per la sua eloquenza, per la sua dottrina e per essere

uno dei più forti sostegni nel partito degli ottimati; quello stesso

che noi abbiamo visto, nel dicembre passato, addurre in Palazzo tutte

le ragioni per contrastare la nuova forma del governo popolare. La

sua dottrina dava un peso grandissimo alla sua opinione; ed egli, che

lo sapeva, parlò con molta gravità, e fece saggio della sua celebrata

facondia. Lodò, innanzi tutto, i discorsi di coloro che lo avevano

preceduto; «perchè ognuno,» egli disse, «in diversi modi ha mirato al

medesimo fine, quello cioè di raffermare la libertà: mi piace anche

il vedere che molti hanno francamente espressa un’opinione contraria a

quella della Signoria; perchè in questo modo solamente si può giungere

al vero.[303] In quanto a me,» continuava il Vespucci, entrando

direttamente nella quistione delle sei fave, «non vedo altro, se non

che bisogna cercare la via alla eguaglianza di tutti i cittadini; e

se la vecchia strada vi conduce, si deve seguirla; se non vi conduce,

bisogna mutarla. In vero, l’antica legge a me pare assai pericolosa;

e chi bene la considera, vedrà che non è bene ordinata, nè bene si

pratica, nè è giusto concedere ai Signori tanta autorità, che non sia

lecito da loro appellare. Dal Re di Francia si appella al Consiglio

Parisiense, dall’Imperatore si appella al Papa, ed anche contro la

sentenza del Sommo Pontefice si ritrova appello.[304] Niuno, adunque,

deve sdegnarsi di veder corretto da altri quell’errore in cui per

troppa celerità o inavvertenza, sia caduto. E se i principi, i quali

sono sciolti da ogni legge, si sottomettono spontaneamente all’appello;

perchè debbono ricusarlo i magistrati, che hanno dal popolo tutta la

loro autorità? Questo appello, adunque, non fa altro che restituire

al popolo un suo diritto, e reprimere le voglie immoderate di quelli

che troppo ambiscono. Un gran freno sarà certo a coloro che giudicano,

il pensar che le loro sentenze debbono essere approvate dal Consiglio

Maggiore. Onde io non vedo che danno si debba temere, se una volta si

distrugge questa perniciosa autorità delle _sei fave_.»

«Della pace, poi, è inutile discorrere; giacchè non v’è altro parere

fra i cittadini, se non che: quanto prima e quanto più generale si

faccia, tanto più sarà utile. Ma,» e queste furono le sue ultime

parole, «niuna pace più utile si potrà concludere, che togliere questa

maledetta autorità delle sei fave, causa di tutte le discordie.[305]»

Fu grande la maraviglia di tutti nel vedere il Vespucci difendere con

tanto ardore quei diritti del popolo, che aveva, nel dicembre passato,

con uguale ardore oppugnati. Pure, il suo discorso fu quello che dètte

il crollo alla bilancia; ed il 18 marzo, noi vediamo la nuova legge

approvata nel Consiglio degli Ottanta con 80 voti favorevoli contro

13;[306] il 19, approvata nel Consiglio Maggiore con 543 contro 163.

Tale è la storia vera di questa discussione: ma tutti gli scrittori

si sono intorno ad essa taciuti, accusando poi con grave ingiustizia

il Savonarola, come autore d’una legge eccessiva; mentre le sue

prediche ci dimostrano ch’egli ne favoriva un’altra assai moderata;

e dalle Pratiche della Signoria, come noi abbiam visto, resulta che i

partigiani di lui avevano quasi violato gli antichi usi parlamentari

della Repubblica, per opporsi a quelle intemperanze.[307]

Questa legge si deve considerare, invece, come il primo passo ed il

primo trionfo del partito che mirava alla distruzione della repubblica:

partito che noi cominceremo ben presto a vedere instancabile nel

cercare la rovina del Savonarola; e disposto sempre a valersi di

queste arti doppie e subdole, nelle quali dètte prova d’una finezza e

d’una astuzia politica da disgradarne tutti i diplomatici dei nostri

tempi. Il Savonarola si tacque, è vero, dopo che la legge fu fatta;

perchè era inutile seminare discordie e mali umori fra il popolo e

la Signoria; e fors’anche, nè egli nè molti altri potevano, allora,

prevedere tutte le sinistre e pericolose conseguenze che dovea portare,

l’aver solo alquanto ecceduto nel fare una legge che per sè stessa era,

poi, giustissima. Ma di tutti i mali prevedibili e futuri, maggiore

era il presente e visibile; giacchè si vedeva come in quei giorni

medesimi, nei quali il popolo faceva una pace e perdono universale, i

nemici del nuovo governo si univano per formare un partito e rovinare

la repubblica, nel momento stesso ch’essa li beneficava. Certo,

quel giorno le passioni s’inasprirono assai, e quella ingratitudine

e doppiezza dovette molto irritare l’animo franco ed aperto del

Savonarola. Egli serbò su quel fatto un profondo silenzio; ma, nei

seguenti sermoni, si tradisce un certo irritamento ed un’asprezza di

parole che non avevamo mai veduta in lui. Tanto è vero quell’antico

proverbio che dice: _una goccia d’aceto guasta una botte di miele!_

Essendosi colla legge delle sei fave cominciato a pensare

all’amministrazione della giustizia, si continuava ora a volervi

provvedere, perchè in tutte le sue prediche il Savonarola la

raccomandava.[308] Infatti, in essa era un disordine grandissimo; una

confusione indescrivibile di leggi e di magistrati, creata specialmente

da Lorenzo il Magnifico, il quale aveva nella repubblica mescolato in

maniera il vecchio ed il nuovo, che quasi non si poteva più venire a

capo di nulla.[309] I giudici principali nelle cose civili e criminali,

erano in antico due magistrati forestieri, il Potestà ed il Capitano

del popolo: ad essi andavano le liti di maggiore importanza, e si

appellava dalle sentenze emanate dai giudici minori, che risiedevano

nei vari quartieri.[310] Verso il 1477, furono aboliti quei due

magistrati;[311] onde ne crebbe moltissimo l’importanza della Signoria

e degli Otto, a cui ricadde gran parte della loro autorità. In quel

medesimo anno, decadde ancora grandemente il tribunale di commercio

o la _Casa della Mercatanzia_, che risiedeva accanto al Palazzo

dei Priori ed aveva una grandissima importanza nella repubblica;

giacchè essa era come il nucleo, il centro principale della vita

delle Arti in Firenze. Nè essendosi pensato di mettere a queste cose

alcun rimedio, ora non sapevasi mai con certezza a quale magistrato

bisognasse ricorrere, e la giustizia veniva assai male amministrata.

Il Savonarola, quindi, raccomandava una riforma generale: voleva che

si creasse una _Ruota_, o sia un tribunale di giudici cittadini, savi,

ricchi e bene pagati, acciò fossero incorruttibili. «Ma se questo,»

egli diceva, «è per ora troppo grande spesa, fate almeno venir subito

un buono e valente giudice delle appellazioni;[312] e fate ancora che

si riordini la Mercatanzia, e si elegga il suo giudice forestiero,

secondo gli antichi statuti.»[313] In quanto alla Ruota, essendo essa

una istituzione affatto nuova in Firenze, non si potè fondarla che

parecchi anni dopo;[314] ma si pensò, invece, di restituir subito la

Mercatanzia nella sua primiera grandezza.

Il 20 ed il 21 maggio 1495, passava, quindi, nei due Consigli la

nuova legge, il cui tenore era questo: «Considerando che niuna cosa

importi quanto l’amministrazione della giustizia; e vedendo come

sia caduta basso la reputazione della Casa della Mercatanzia, per la

confusione delle leggi fatte dopo gli antichi statuti;[315] e volendo

i Magnifici Signori e Gonfaloniere rimediarvi coll’imitare le antiche

e bene considerate leggi, e ridurre tale Casa nella sua buona e antica

riputazione; provvidero e ordinarono:

«Che i Signori della Mercatanzia debbano eleggere trentotto savi

cittadini d’anni trentacinque, i quali verranno squittinati nel

Consiglio Maggiore; e i tredici che avranno più fave, saranno

_Statutari e Riformatori della Casa e Corte della Mercatanzia ed

Università dei mercatanti_, colla medesima autorità avevano gli

statutari nel 1477; di togliere, cioè, aggiungere e riformare affatto

lo statuto; il quale, dopo essere stato approvato nel Consiglio

Maggiore, avrà pieno vigore.» — In questo modo rinacque l’antica ed

illustre Casa della Mercatanzia, e venne compilato in Firenze quel

secondo Codice di commercio, che si chiamò dai mercatanti lo Statuto

del novantasei.[316] Esso fu nuovo documento della risorta sapienza

civile dei Fiorentini, e riuscì di vantaggio grandissimo al popolo,

alla giustizia ed alle Arti.

Mentre che il nuovo governo s’andava sempre più conducendo alla sua

perfezione, era necessario che gli Accoppiatori deponessero il loro

ufficio, il quale o restava inutile, o veniva a contrastare con quello

dei nuovi magistrati. A ciò si adoperava il Savonarola; e messer

Domenico Bonsi, suo amico, fu dei primi a deporre volontariamente

l’ufficio.[317] Gli altri seguirono il suo esempio; e l’8 di giugno,

si vinceva una provvisione che dava loro «autorità, facoltà e balía di

renunziare, e trasferire nel Consiglio Maggiore tutta quella autorità

e potenza che avevano avuta dal Parlamento.[318]» La medesima legge

stabiliva il nuovo modo e le nuove forme con cui si doveva d’ora

innanzi eleggere la Signoria.[319]

Cessata, fortunatamente e senza disordini, l’autorità degli

Accoppiatori, restava ancora una legge gravissima da fare: bisognava,

cioè, abolire i parlamenti, cagione in Firenze di tutti i disordini,

di tutte le mutazioni, di tutte le tirannidi. Ora che il Consiglio

Maggiore poteva fare e disfare ogni cosa, il parlamento aveva perduta

ogni ragione di essere; nè altro scopo si poteva avere nel radunarlo,

se non quello di distruggere la repubblica. E certo, se Piero de’

Medici, che già tutti vedevano adoperarsi, non senza fortuna, appresso

i Francesi e i potentati d’Italia, fosse riuscito a tornare in Firenze;

egli non avrebbe avuto altra via a volgere la plebe in suo favore, che

quella dei parlamenti. E se i suoi amici, i quali, come ora pur troppo

si vedeva, non erano nè pochi nè deboli, avessero pensato di tentare

in suo favore qualche cosa nella città stessa; essi certo non speravano

in altro, che in quei parlamenti, stati sempre a Firenze il più docile

strumento della tirannide, e la via più facile a mutare gli Stati.

Spesso, negli storici e politici fiorentini, noi troviamo lunghi

ragionamenti che dimostrano i danni, i pericoli e le enormità dei

parlamenti;[320] ma in quei giorni la questione era divenuta assai più

viva. Si vedevano di lontano i Medici tramare; si era, nel deliberare

la legge delle sei fave, scoperto che nel seno stesso della repubblica

v’erano i nemici della libertà: gli animi s’erano, perciò, su quella

questione alterati; ed il Savonarola stesso si lasciò trasportare a

tenere sul pergamo un linguaggio insolito, e che certo non conveniva

ad un ministro di pace, qual egli era: — «Io ho pensato a questo tuo

parlamento, che non mi pare che sia altro che uno distruggimento, e

però è necessario di levarlo via. — Popolo, fatti innanzi. Non sei tu,

ora, signore tu? — Sì. — Or guarda che non si faccia parlamento, se

tu non vuoi perdere il governo tuo. Sappi, che non vuole dire altro

parlamento, che voler torre di mano al popolo il reggimento. Tenetelo

a mente, e insegnatelo ai vostri figliuoli. Popolo, come tu senti la

campana che si vuole fare il parlamento, lieva su, e tira fuori la

spada e di’: — Che vuoi tu fare? Non può egli questo Consiglio ogni

cosa? Che legge vuoi tu fare? Non può farla questo Consiglio? — E però

vorrei che voi facessi una provvisione, che quando entra la Signoria,

giurasse di non fare parlamento; e che se nessuno volesse pure

tentare di fare parlamento, chi lo rivela, se quello è dei Signori,

guadagni trentamila ducati; se altro, mille. E se quello volessi fare

parlamento sarà dei Signori, gli sia tagliato il capo; se è altro,

sia rubello e confiscatogli tutti i beni. E che tutti i gonfalonieri,

alla entrata dell’ufficio loro, giurino tutti, che come e’ sentano

sonare a parlamento, la prima cosa corrino a mettere a sacco le case

de’ Signori; e guadagni quello gonfaloniere che va a mettere a sacco

una delle case de’ Signori, il quarto della roba; il resto guadagnino

e’ suoi compagni. Item, che quando e’ Signori voglion far parlamento,

che come mettono el piede in ringhiera, subito s’intenda non essere più

Signori; e ognuno li possa tagliare a pezzi senza pecca.[321]» — Questo

era un momentaneo eccesso; e noi potremmo osservare, che la confisca,

ed il mettere a sacco e distruggere le case, erano pene, a quel tempo,

comunissime nei delitti politici. Ma nè questo nè il rammentare che

i Medici e i Medicei avevano già cominciato a lavorare contro la

repubblica; anzi, come noi vedremo, si accostavano già alle mura di

Firenze; potrà affatto scusare il Savonarola del suo essersi lasciato

trasportar così oltre dalla passione.

Comunque sia di ciò, il giorno 28 luglio 1495 egli aveva fatta quella

predica, ed il 13 agosto la legge era già vinta, e diceva: «Che la

riforma del presente Stato, avendo ad essere della libertà di questo

fiorentissimo popolo; e desiderando conservare in perpetuo questo

governo, acciò non solo noi ma i nostri figliuoli godano di questa

santa libertà; e nessuno ardisca, levando capo, farsi tiranno e

sottomettere i liberi cittadini; e conoscendo nessuna via essere tanto

facile a sottomettere la nostra libertà, ed impedire questo nuovo e

buono reggimento e Stato, quanto la via del parlamento; e considerando,

finalmente, che non può occorrere caso nessuno, per il quale abbi ad

essere necessario fare parlamento, essendo venuto il governo in mano

del popolo, che è vero e legittimo signore della nostra città, e può

fare ogni nuova legge senza convocare il parlamento ec.:

»I magnifici Signori e Gonfaloniere provvedono ed ordinano: che per

l’avenire non si possa più fare parlamento; che la Signoria debba per

lo innanzi giurare di mai più convocarlo; e chi macchinasse una tal

cosa, sia sottoposto alla pena di morte, e 300 fiorini dati a chi lo

rivelasse.»[322]

Dopo quel primo furore, il Savonarola tornava alle sue idee ed alla

sua opera di pace, occupandosi tutto intorno alla formazione del

Monte di Pietà. «Io vi raccomando questo Monte di Pietà, che ognuno

l’aiuti; massime queste donne doverrebbono dare tutto quello che

hanno di superfluo..... Ognuno offerisca; e non si dieno quattrini, ma

ducati.»[323] Ed in questo modo continuando, predicava assai spesso

in favore di quella istituzione, e raccomandava il basso popolo alla

carità dei cittadini, delle donne, dei ricchi.

In vero, niuna cosa poteva immaginarsi più utile a sollevare la miseria

del popolo, che questo Monte della Pietà. Eranvi allora a Firenze gli

Ebrei, i quali imprestavano al 32½ per cento, con interesse composto;

in maniera che s’era visto, che 100 fiorini, imprestati alla loro

ragione ordinaria, arrivavano, dopo 50 anni, a 49,792,556 fiorini, 7

grossi e 7 denari.[324] Queste cose avevano sollevato un grande odio

del minuto popolo contro gli Ebrei, e facevano a molti pensare di

trovar modo per mettervi qualche rimedio. Frà Barnaba da Tenti aveva

da più tempo predicato il Monte di Pietà, e fondatolo a Perugia; Frà

Bernardino da Feltre si dette, poi, a diffonderlo in Italia; e a tempo

di Lorenzo dei Medici, venne a predicarlo in Firenze. Il 26 marzo

1473 era già fatta la provvisione, quando pare che un ebreo arrivasse

con 100,000 fiorini a corrompere i magistrati e lo stesso Lorenzo

il Magnifico: in questo modo la cosa andò a vuoto, e Frà Bernardino

fu esiliato da Firenze. A tempo di Piero de’ Medici, i Frati Minori

eccitarono il minuto popolo contro gli Ebrei, e predicarono di nuovo

il Monte della Pietà: dal che seguirono molti disordini, cagionati

specialmente dalla imprudenza di Piero; il quale, solo per andare

contro alla opinione dei magistrati e della gente più culta, favoriva i

Frati Minori.[325]

Il Savonarola si era sempre astenuto dall’entrare in quelle inutili

controversie; nè mai una sola parola era uscita dalla sua bocca contro

gli Ebrei: esso voleva convertirli, e non perseguitarli. Quando, però,

il popolo divenne libero, egli si mise a propugnare il Monte della

Pietà, ed a lui solo riuscì di fondarlo in Firenze. Il 28 decembre

95, veniva approvata la legge, che incominciava così: «Beato colui

che veglia sul bisognoso e sul povero: nel giorno dell’avversità

sarà liberato dal Signore.» Essa procedeva, poi, a parlare contro

«la pestifera voragine e pessimo veneno dell’usura; già sopportata in

Firenze 60 anni, da quella pessima e di Dio inimica setta ebraica.»

Ordinava, finalmente, che si eleggessero otto cittadini, i quali,

senza avere alcun salario, facessero lo statuto del Monte; dopo di che

s’intendesse finito ogni contratto cogli Ebrei, cui si dava tempo un

anno a partire. — Il 15 dell’aprile 1496, era già scritto lo statuto,

che veniva approvato nei Consigli. Tutto vi era inteso a vantaggiare

il popolo: le spese d’amministrazione non dovevano passare i 600

fiorini l’anno: l’interesse che pagherebbero i portatori dei pegni, non

eccedere il sei per cento: essi dovevano, però, giurare di non venire

al Monte per giocarsi il danaro che ricevevano.[326] Nel promuovere

questa santa istituzione, tanto il Savonarola favoriva il popolo,

che il suo disegno proponeva che gl’impiegati venissero salariati a

spese del Comune, e i prestiti fatti senza interesse.[327] Ciò non fu

possibile, ma il nuovo statuto del Monte riusciva a sollevar molto

la minuta gente; nè per questo fu necessario cacciare gli Ebrei,

chè i tempi del Savonarola erano tempi d’esaltate passioni, non però

d’intolleranza.

E queste furono le leggi colle quali il popolo fiorentino ordinava

la sua libertà, e dava a sè stesso una nuova costituzione. Di certo,

aprendo i libri delle provvisioni fatte in questi anni, se ne può

trovare un numero assai maggiore; che noi abbiamo tralasciate, per

essere d’interesse tutto particolare. Fra queste, però, vogliamo

nominarne una, che fu fatta l’8 di giugno 1495. Con essa, i magnifici

Signori e Gonfalonieri: «Considerando che messer Dante Alighieri,

bisnipote di Dante poeta, non può rientrare in Città per non aver

potuto pagare la tassa impostagli dai Signori di novembre e dicembre

passato; e giudicando essere bene usare qualche gratitudine alla

posterità di quello poeta, il quale è di tanto ornamento a questa

città; provvedono che il detto messer Dante s’intenda essere, e sia,

libero da qualunque bando, relegazione ec.[328]» Era un tardo perdono

alla memoria del gran Ghibellino; una troppo debole giustizia al nome

del divino poeta: pure, fece molto onore a quella repubblica l’avervi,

nel suo primo nascere, pensato. — Di altre leggi non parleremo, perchè

noi abbiamo voluto mettere innanzi agli occhi del lettore solamente

l’insieme del nuovo governo.

In un anno si era, dunque, costituita la libertà di un popolo;

concessogli le armi; ordinato le gravezze; spenta l’usura col Monte

di Pietà; fatta la pace universale; riordinata la giustizia; aboliti

per sempre i parlamenti; e costituito quel Consiglio Maggiore, a

cui il popolo di Firenze restò sempre affezionato con una tenacità

che non ebbe mai per alcun’altra delle sue politiche istituzioni. Si

mise, allora, sulla ringhiera di Palazzo quella statua di Giuditta che

ammazza Oloferne, la quale è opera dell’immortale Donatello; e perchè

da quel luogo eminente stesse a simboleggiare agli occhi di tutto il

popolo il trionfo della libertà sopra la tirannide, vi posero quella

iscrizione che dice: _Exemplum sal: pub: cives posuere. MCCCCXCV._[329]

E tutto ciò venne fatto in così poco tempo, senza sguainare una

spada, senza versare una goccia di sangue, senza una sola discordia

cittadina; e questo in Firenze, la città dei tumulti! Ma più di tutto,

fu maraviglioso a vedere, come un uomo solo, un semplice frate,[330]

potesse reggere dal pergamo tanta impresa, e guidarla sempre al bene:

esempio unico nella storia, della onnipotenza della parola e dell’umana

volontà. Egli non era in piazza, non sedeva in Palazzo: eppure seppe

divenire l’anima di tutto il popolo, l’autore principale di tutte le

leggi che fondarono il nuovo governo. Dopo la rivoluzione del 1494, noi

subito scorgiamo nelle provvisioni, a chiare note ed in ogni parola,

l’impronta del democratico frate. Esse diventano italiane, di latine

che erano;[331] una nuova forma, un nuovo stile, un nuovo spirito le

anima; vi riconosciamo quasi la voce stessa del Savonarola: spesso,

anzi, non sono altro che il brano medesimo della predica in cui egli le

aveva raccomandate. Noi entriamo nei Consigli, e sentiamo i cittadini

sostenere le sue medesime idee, discorrere il suo stesso linguaggio.

Ma che diremo quando, arrivati alla fine di questo anno 1495, e

rivolgendo indietro lo sguardo, noi troviamo che Firenze non è stata

mai così savia e prudente; che la forma di governo ora costituita è la

migliore, la sola stabile che, in tanti anni di tumultuosa vita, il suo

popolo abbia saputa creare? Che diremo quando noi vediamo i più grandi

politici fiorentini prenderla in esame, e non potersi trattenere di

levarla a cielo?[332]

Il Machiavelli, il Guicciardini, il Giannotti, che scrissero quando la

libertà fiorentina era caduta, quando le speranze dei patrioti erano

spente; meditarono tutta la storia di Roma, tutta la storia di Firenze

e d’Italia, per trovare una forma di governo che meglio si potesse

adattare alla loro patria, quando la fortuna volesse mutare aspetto: e

tutti conclusero sempre, non esservi altro che il Consiglio Maggiore e

la forma del 94, che eglino s’adoperavano solamente a modificare, per

adattarla ai tempi mutati. Ed è meraviglioso veramente a considerare,

come anche nelle modificazioni che proposero, quei grandissimi

ingegni non si discostassero dalle idee del Frate: essi volevano un

gonfaloniere a vita, ed egli lo aveva prima di morire consigliato

più volte: essi volevano un nuovo tribunale per le cose criminali, ed

egli lo aveva nei suoi sermoni predicato: essi proponevano una libera

discussione nei Consigli, e niuna cosa egli aveva più costantemente

raccomandata.

Alcuni, è vero, si sono affaticati a provare che il Savonarola non fu

autore del Consiglio Maggiore, perchè il Soderini ne aveva portato

l’idea da Venezia; che non inventò il Monte della Pietà, perchè era

stato già predicato da altri; e così via discorrendo. Ma questa è una

vana fatica: il Savonarola non inventò alcuna delle istituzioni che

fece adottare in Firenze; ed in ciò sta, anzi, il suo merito maggiore.

Le istituzioni non si creano nè s’immaginano; ma debbono essere il

resultato dei tempi e delle condizioni d’un popolo. Egli seppe, per

così dire, ritrovarle e riconoscerle; ebbe la forza di persuaderle e

farle adottare: e questo è il più grande elogio che si possa fare al

suo ingegno politico. Noi lo ripetiamo: il Savonarola vide più giusto

di tutti, perchè vide col suo buon senso naturale, col suo profondo

amore del bene, colla mente libera da teorie e l’animo libero da

spirito di parte. Egli va messo, perciò, tra i più grandi fondatori di

repubbliche.

Che se a persuadere la verità di questi giudizi non basta l’evidenza

della storia, non bastano le leggi stesse che abbiamo riportate quasi

alla lettera, non basta l’autorità dei grandi politici italiani; noi

non sapremmo davvero a quali argomenti ricorrere. Oggi, pur troppo, è

invalsa una opinione che, ponendo in vista alcune particolari stranezze

del Savonarola, sopra quelle solamente vorrebbe giudicarlo. Ma noi

diremo, innanzi tutto, che nella vita politica di questo anno, egli

aveva saputo assai moderarle; e dipoi, che se troppo spesso le troviamo

mescolate nei suoi discorsi religiosi, scientifici ed anche politici,

questo fu un errore ch’esso ebbe comune cogli uomini più grandi del

suo tempo. Di certo, maggiori assai furono le stranezze di Girolamo

Cardano, del Pomponaccio, del Porta e di tanti altri; ma niuno pensò

mai che si dovesse perciò negare ad essi l’ingegno che pure ebbero

nelle scienze fisiche e matematiche. E si potrà negare al Savonarola

la sua grandezza politica, e cercare di spargere il ridicolo sulla

sua persona, quando abbiamo innanzi a noi un popolo che quasi vive

solamente della vita ch’egli ha saputa infondergli, e vediamo ordinata

da lui una costituzione che è l’ammirazione di tutti gli antichi e

moderni scrittori? Che se certe singolarità del suo carattere dánno

ombra, ed impediscono, ancora, che nell’animo del lettore si formi un

giudizio chiaro e sicuro; noi lo preghiamo che seguiti oltre questa

narrazione, perchè, quando di esse avremo fatto un esame minuto e

diligente, appariranno, forse, sotto un aspetto assai diverso da quello

che hanno loro dato gli altri biografi.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 30 / 53 题