CAPITOLO QUARTO.

Condizione politica di Firenze, dopo la partenza dei Francesi. Il

Savonarola propone la forma del nuovo governo. [Decembre 1494.]

In Firenze, per antichissima usanza, s’erano sempre mutati i governi

col mezzo dei Parlamenti. Il popolo, chiamato al suono della campana,

si raccoglieva, senza armi, nella piazza, che era guardata dai

fanti armati della Signoria; la quale scendeva sulla ringhiera[256]

a chiedere Balía per sè, o pe’ suoi amici. La Balía era, poi, una

dittatura, che si poteva avere per mesi o per anni; poteva rinnovarsi

più volte di seguito, e dava facoltà di mutare la forma del governo.

Allora il popolo veniva di nuovo chiamato a parlamento; e, radunato

sotto questa menzognera apparenza di libertà, si mostrava sempre docile

strumento alle voglie ambiziose dei più potenti, e sempre applaudiva

ad alta voce le proposte della Balía; credendo dare prova della sua

indipendenza e libertà, nel momento stesso che la distruggeva. Così ne

venne quell’antichissimo proverbio fiorentino: _Chi disse parlamento,

disse guastamento_. Colle Balíe e coi Parlamenti avevano, infatti,

dominato lungamente gli Albizzi; con essi avevano tiranneggiato

i Medici. Nondimeno, tanta era la forza dell’uso, che non furono

appena nel 94 partiti i Francesi, e subito, il 2 dicembre, la campana

di Palazzo sonava a parlamento; i fanti della Signoria tenevano,

armati, le bocche della piazza; ed il popolo, tutto fiero di sè,

veniva raccolto _all’antica_,[257] cioè sotto i suoi Gonfalonieri di

compagnia. I Signori leggevano una provvisione, colla quale chiedevano

di nominare venti Accoppiatori, colla Balía e facoltà di eleggere per

un anno, la Signoria e tutti i principali magistrati, e di scegliere a

Gonfaloniere di giustizia uno di loro medesimi.[258] La moltitudine,

quasi furibonda di gioia, applaudiva ad altissime grida; e così il

nuovo governo, che si chiamò dei Venti, veniva formato.

In antico, il governo della repubblica fiorentina componevasi di

otto Priori ed un Gonfaloniere di giustizia; i quali formavano il

supremo magistrato, o la Signoria, che mutavasi ogni due mesi. I

Dodici Gonfalonieri delle compagnie, sotto i quali si era usato una

volta raccogliere il popolo armato, uniti coi dodici Buoni Uomini,

non ebbero di poi quasi altro ufficio che quello di accompagnare la

Signoria; e tutti insieme formavano il Collegio, e si chiamavano anche

i tre maggiori uffizi. Seguivano i Dieci della guerra, eletti ogni sei

mesi; e gli Otto, che stavano principalmente sopra i delitti criminali

e politici, ed erano eletti ogni quattro mesi. Venivano, finalmente,

i due Consigli o assemblee del Comune e del Popolo; i quali erano

stati formati quando la città si trovava divisa in Popolo propriamente

detto, e Potenti, che più particolarmente si arrogavano il diritto di

formare il Comune. A questi Consigli era affidato il votare le leggi e

la elezione dei magistrati, nella quale facevasi allora consistere la

principale importanza del governo.[259] Quando i Medici cominciarono a

dominare, essi distrussero ogni ordine di cittadini, ed uguagliarono

tutti sotto la loro tirannide: onde i due Consigli, del Comune e del

Popolo, non avevano più alcuna ragione di esistere; ma pur tenevano le

loro adunanze per una vana apparenza, e perchè quei principi avevano

osservato come il popolo fosse attaccato più al nome, che alla sostanza

stessa della sua libertà. Lorenzo il Magnifico, seguendo questa

politica, continuò sempre a farli radunare; ma creava nello stesso

tempo un nuovo Consiglio, che chiamò dei Settanta; e lo fece tutto

di suoi partigiani. Trasferiva in esso ogni autorità degli antichi

Consigli, e massimamente la elezione dei magistrati, colla quale sapeva

di poter essere padrone di tutta la repubblica.[260]

E adesso, radunandosi il Parlamento, si lasciavano intatti gli antichi

magistrati, e distruggevasi solo il Consiglio dei Settanta, la cui

autorità passava tutta nei venti Accoppiatori; onde si mutavano le

persone ed il nome, piuttosto che la forma stessa del governo. Pareva

al popolo, come era parso ai Medici, e come sembrava allora ad ognuno,

che chi avesse in mano l’elezione della Signoria, avesse la balía

ed il governo di tutto. In vero, l’ufficio dei magistrati era assai

male definito, sì che ognuno di essi credeva essere onnipotente, e la

Signoria poi lo era di fatti. Essa aveva l’amministrazione dello Stato;

giudicava le liti; condannava nella vita e nella roba; mandava, qualche

volta, ambasciatori, e dichiarava la guerra; faceva nuove leggi;

insomma, gli Statuti le concedevano molto; e ciò che gli Statuti non

le concedevano, essa poteva con modi straordinari ottenerlo.[261] Nè a

questa sua illimitata potenza s’era trovato altro freno, che il farla

mutare ogni due mesi; onde l’essere dei Signori era divenuto assai meno

che avere autorità di eleggerli: perchè, a chi sedeva nel magistrato,

bisognava dopo due mesi deporre ogni autorità; mentre chi lo eleggeva,

poteva di continuo, o per molti anni, essere padrone del tutto.[262]

Questo era mirabilmente riuscito al Magnifico col suo Consiglio de’

Settanta: questo niuno dubitava che dovesse ora, per mezzo dei Venti,

riuscire al popolo.

Venendo però al fatto, si vide che le cose seguivano diverse assai

da quello che s’era disegnato. La repubblica era nelle mani degli

Accoppiatori, ma la macchina dello Stato non camminava; avevano

autorità sopra ogni cosa, ma di nulla si trovavano nel fatto padroni.

Ai Medici, agli Albizzi o ad altra potente famiglia, circondata

d’amici, piena di danari e con un nome grandissimo, era stato possibile

dominare la città con quegli arbitri: ma che cosa potevano fare venti

cittadini, di pensare, di condizione e d’indole diversissimi, molti

dei quali erano nuovi affatto nelle cose di Stato? Malgrado la loro

autorità, si trovarono incapaci e deboli a governare; e la principale

debolezza nasceva dal non potersi facilmente mettere d’accordo. Di

ciò si ebbe subito una prima esperienza nella elezione che si dovette

fare del gonfaloniere, non essendo stato possibile raccogliere più di

tre voti intorno ad un medesimo nome; tanto che, con loro grandissimo

carico, furono costretti deliberare di scegliere quello che avesse più

voci, sebbene non raggiungesse il numero voluto dalle leggi.[263]

In questo modo, l’antica usanza dei Parlamenti partoriva subito gli

antichi disordini; perchè ancora non era cominciato il nuovo governo,

che già tutti pensavano di mutarlo. Ognuno vedeva che era una vana

speranza il far rivivere la repubblica, lasciando intatte quelle

vecchie istituzioni da cui i Medici aveano tolto ogni residuo di

vita; ognuno vedeva che nelle mani degli Accoppiatori s’era messo

un cadavere, ed invano si aspettava che vi spirassero la vita.

Si cominciava, perciò, a pensar di rinnovare tutto il governo,

ricostituire tutto il popolo; ma quando si veniva alla prova, sembrava

che il provvedere con efficacia fosse tanto più difficile, quanto

maggiore ne era il bisogno: da tutti i lati crescevano le difficoltà,

moltiplici e inopinate.

La ribellione di Pisa diveniva ogni giorno più grave: quivi il pericolo

aveva stabilito la concordia degli animi; il governo si era rapidamente

costituito; si raccoglievano uomini, armi e danari; i cittadini

erano animati da un grande ardore di libertà e d’indipendenza.

Il resto del territorio fiorentino era tutto mal fermo: Arezzo e

Montepulciano, incoraggiati dall’esempio di Pisa, dai danari e consigli

di Siena, ribellavansi ben tosto anch’essi; altri borghi o città

s’apparecchiavano a fare lo stesso. Quindi in Firenze la necessità

urgente di danari, per nutrire tre guerre e pagare le somme promesse al

re di Francia, che già chiedeva che gli fossero anticipate. Bisognava

assoldare gente, levar fanti nel contado, trovar capitani, ed imporre

nuove e maggiori gravezze ad un popolo già oppressato. A ciò sarebbe

difficilmente bastato un governo forte ed unito, e se ne aveva invece

uno così debole ed incerto, che bisognava mutarlo.

I cittadini fiorentini avevano, d’altronde, nei sessanta anni

trascorsi, perduta affatto quella loro antica e maravigliosa attitudine

politica a formar nuove leggi e nuove istituzioni; onde, trovandosi a

un tratto liberi e padroni di sè, erano come smarriti e confusi nella

loro stessa libertà. Non v’era più un ordine di ottimati che avesse,

come al tempo degli Albizzi, potuto prendere in mano la direzione

della cosa pubblica. Gli agiati cittadini non avevano, sotto i Medici,

goduto altro privilegio che quello della loro ricchezza; con essa e con

qualche impiego, per favore ottenuto, aveano vissuto tutta la loro vita

senza esperienza, senza pratica e senza affezione alcuna alle cose di

Stato. Il popolo minuto poteva poi dirsi assolutamente disfatto. Quelle

antiche Capitudini delle arti, che erano state ad un tempo centro della

vita industriale e della vita pubblica; officine ove s’erano raccolte

quelle straordinarie ricchezze, che soccorrevano la patria nelle

sue lunghe e difficili guerre; arena politica, nella quale entravano

a lottare e si educavano quei bravi artigiani, che tanto abilmente

sapevano poi consigliare la repubblica, tanto coraggiosamente servirla;

quelle antiche capitudini, adunque, più non esistevano che di nome; il

popolo viveva, perciò, sgominato e sciolto. Egli era, dunque, difficile

ordinare un nuovo governo; non solamente perchè la guerra consumava

la città, perchè le antiche istituzioni avevano perduto ogni vita, il

popolo ogni educazione politica; ma ancora perchè esso era talmente

mutato in ogni sua parte, che niuna delle antiche forme repubblicane

più gli si addiceva.

Nè solamente mancavano nel popolo le disposizioni più necessarie;

ma ancora mancavano affatto gli uomini che potessero guidarlo nella

grave e difficile impresa di dare costituzione a sè stesso. Noi

abbiamo visto nella moltitudine tumultuante sorgere Francesco Valori

per guidarla a cacciare i Medici; ma, per quanto egli fosse in piazza

un uomo impareggiabile, era non per tanto incapace di ascendere nel

Palazzo, ove con difficoltà sapeva frenare l’impeto delle sue esaltate

passioni. Abbiam visto rendersi immortale Piero Capponi in faccia al

re ed ai generali di Francia; ma anch’egli s’impazientiva a discorrere

lungamente nei Consigli. Quando bisognava rompere una discussione per

metter mano alla spada, quello era il momento di Piero Capponi; ma

stare a discutere, a lottare, a ragionare lungamente col lucco sulle

spalle e il cappuccio in testa, era cosa che lo annoiava. Si trovava

assai meglio colla corazza indosso, esposto al sole, alla pioggia ed

alle palle nemiche. Egli, infatti, ora non chiedeva altro, che d’essere

mandato al campo di Pisa per cominciare la guerra.

In un momento, adunque, di tanta necessità, non si sapeva veramente

vedere in chi si potesse sperare: nè era facile il credere che la

opportunità dovesse far sorgere uomini nuovi; perchè nei sessanta

anni trascorsi sotto la tirannide, niuno s’era educato alla libertà,

ed ognuno aveva perduta quella pratica delle cose pubbliche, che è

indispensabile a chi vuol dare nuova forma e nuovo governo a tutto

un popolo. Se non che, come a tutti i mali sorge sempre un qualche

naturale compenso; così allora in Firenze s’era già cominciata a

formare quella scuola di politici italiani, che più tardi produsse

Niccolò Machiavelli, Francesco Guicciardini e Donato Giannotti; i

quali entravano appena nella loro prima giovanezza, ora che la patria

ritornava libera. In quei petti fiorentini era stato così grande

l’amore della libertà, che dal momento in cui non poterono più entrare

a discutere liberamente nei Consigli, si misero a ragionare dello

Stato, e crearono la scienza politica. Nell’aprire i loro libri,

noi, infatti, troviamo che essi incominciano sempre col dire, come

la più grande felicità che dall’uomo possa provarsi su questa terra,

sia il partecipare al governo della patria; e quando la tirannide ci

nega questa suprema felicità, allora altro non gli resta che cercarla

negli studi, aspettando tempi migliori, ed apparecchiando esperienza

ai posteri. Ma il sorgere di questa scienza era assai inefficace

compenso ai mali che travagliavano allora la Repubblica. Non solamente

non si vedeva ancora, fra gli uomini di quella scuola, alcuno che

potesse collo splendore della sua fama comandare al popolo; ma essi,

quasi tutti educati alla solitudine degli studi, poco pratici nel

maneggiare gli affari e ignoti alla moltitudine, non erano certamente

per acquistare importanza in quei giorni di tumulto, nei quali il

mondo appartiene alla forza. Le loro idee dovevano, però, in quella

rivoluzione acquistare nuova forza e diffondersi assai largamente nella

moltitudine; onde a noi importa conoscerle.

Lo studio della politica si fonda oggi sopra principii generali:

nei governi, si cerca la più equa divisione dei poteri, la più

sana amministrazione della giustizia, la maggiore indipendenza dei

magistrati, la più larga libertà dell’individuo. Allora, invece, la

scienza dei politici italiani non era quasi altro che un’analisi e

uno studio delle umane passioni. Partendo dalla sola idea, che il

governare sia la maggiore felicità, il maggiore desiderio dell’uomo;

ne veniva naturalmente, che tutti dovessero aspirarvi, che tutti

volessero ridurre nelle loro mani il governo della patria, e ognuno,

di necessità, a danno degli altri. Da queste ragioni doveva nascere

un continuo pericolo di cadere nella tirannide; ed in essa erano,

infatti, caduti quasi tutti i governi italiani. Alla domanda: — quale

è il perfetto governo? — tutta la scuola dei politici italiani non

dava, quindi, altra risposta se non: — quello in cui non potrà nascere

tiranno. — Ed in quale non potrà nascere tiranno? — In quello che sarà

ordinato in maniera, da soddisfare contemporaneamente alle passioni di

tutti gli ordini di cittadini. In ogni città, dicevano essi, vi saranno

sempre i pochi che cercano comandare a tutti, gli ottimati che vogliono

onori, il popolo che vuole libertà.[264] — E quindi, si ricercava sin

d’allora una forma di governo misto, che avendo in sè contemperate

le varie parti della monarchia, dell’aristocrazia e della democrazia,

potesse contentare alle passioni degli ambiziosi, degli ottimati e del

popolo; e in questo modo si sperava raggiungere una sicura libertà.

Passando, poi, dalla teoria alla pratica, l’occhio dei politici

fiorentini si volgeva costantemente a Venezia. Di tutti i governi

italiani, quello era il solo che fosse sopravvissuto alla generale

rovina; il solo che, cresciuto di forza, di potenza e di onore,

non avesse ancora veduto sorgere un tiranno. Quindi, il desiderio

di Firenze e di tutte le spente repubbliche italiane, era di poter

rinascere nella forma veneziana: quello sembrava perfettissimo fra

tutti i governi. Quando, infatti, si paragonava la serie interminabile

di mutazioni avvenute in Firenze, colla eterna e severa quiete

della veneta laguna; si provava, quasi, la medesima impressione che

proviamo oggi nel paragonare la politica interna di Francia a quella

dell’Inghilterra. Ma nel desiderio che i Fiorentini avevano allora

di trasportare a Firenze la forma del governo veneziano, trovavano

quelle medesime difficoltà che incontrerebbero oggi i Francesi nel

volere adottare la costituzione inglese. I Veneziani avevano, sin da

tempi remotissimi, avuta una forte e potente aristocrazia; questa non

s’era mai vista a Firenze, dove i Medici avevano distrutta perfino

quella poca differenza che v’era stata in origine fra i vari ordini di

cittadini; ed uguagliato talmente ogni cosa, che ormai ognuno vedeva

non esservi possibile altro che o un’assoluta tirannide o un’assoluta

libertà. Nondimeno, ognuno si studiava di trovare il modo come

introdurre in Firenze il governo veneziano: alcuni volevano renderlo

più largo, altri invece restringerlo; ma a questo limitavansi allora

le diversità di tutti i pareri. Tali erano stati i ragionamenti dei

politici, e tali erano adesso i discorsi che si tenevano nelle strade,

nelle logge, da per tutto in Firenze.

Ma egli era come un navigare per perduti, fino a che si rimaneva

nell’astratto o si discuteva in piazza, senza che sorgesse alcuno in

Palazzo a proporre un partito qualunque, consigliarlo, persuaderlo agli

altri, e soprattutto ai Venti Accoppiatori, senza il consenso dei quali

era divenuto adesso difficile assai fare alcun mutamento. In questa

condizione di cose, adunque, tenendosi in disparte gli uomini della

scienza come poco pratici, e gli uomini d’azione come poco prudenti o

poco abili, incominciava a farsi largo un’altra specie di cittadini;

e questi erano i dottori di legge, nelle cui mani la fortuna suol

mettere quasi sempre il timone dello Stato, ogni volta che un popolo

passa dalla tirannide alla libertà. L’essersi molto adoperati nelle

faccende della vita, l’aver fatto professione e studio delle leggi,

fa creder sempre ch’essi abbiano quella pratica delle cose umane, e

quella dottrina appunto che si richiede in quei momenti difficili, nei

quali si muta la forma dei governi; nè bastò la lunga e sempre trista

esperienza a persuadere che gli avvocati non riuscirono giammai a

fondar nulla di stabile negli ordini politici d’alcuna nazione.

Comunque sia di ciò, dopo molto incerto ondeggiare nei consigli che

si tenevano in Palazzo, predominavano finalmente i pareri di messer

Guidantonio Vespucci e messer Paolo Antonio Soderini, ambedue dottori

in legge. Il Soderini era del partito popolare, e stato lungamente

ambasciatore a Venezia, aveva avuto opportunità di conoscere meglio

d’ogni altro la forma di quel governo. Egli proponeva, quindi,

di abolire i due Consigli del Comune e del Popolo; sostituendovi

invece un Consiglio Maggiore, a similitudine del Gran Consiglio di

Venezia, nel quale entrasse il popolo per eleggere i magistrati

e votare le leggi; ed un Consiglio più ristretto, di ottimati o

uomini di maggiore esperienza, ove, a similitudine del Consiglio dei

Pregati, si deliberassero quelle cose che in pubblico non si possono

discutere. Proponeva ancora di abolire subito i Venti, e di lasciare

intatto l’ufficio della Signoria, degli Otto, Dieci e Gonfalonieri

di compagnia. Quanto a questa seconda parte, niuno pareva che ne

disconvenisse; ma circa la formazione dei Consigli, e massime del

Maggiore, era grande la disparità dei pareri, opponendosi fortemente

gli Ottimati, le cui opinioni venivano dal Vespucci sostenute. Egli

discorreva a lungo contro l’incapacità e gli eccessi della moltitudine;

riandava tutte le scene più triste della storia di Firenze; diceva

che il Gran Consiglio era a Venezia composto di gentiluomini, e non di

popolo; il quale, nondimeno, era quivi assai più serio, tranquillo e

temperato, che a Firenze; ove gl’ingegni sono più sottili, le fantasie

più vive, le passioni più sfrenate. Rispondevasi dall’altra parte: che

tanto valeva essere gentiluomo a Venezia, quanto cittadino a Firenze,

perchè la plebe non vi aveva cittadinanza; e non essendovi, d’altronde,

un ordine di Ottimati, un governo stretto vi riusciva sempre in una

tirannide di pochi: ed in fine, che avendo il popolo cacciato i Medici,

non era giusto escludere dal governo quella parte di cittadini, per

cui mezzo solamente erasi guadagnata la libertà.[265] L’opinione del

Soderini era, senza dubbio, quella che trovava più favore nel popolo, e

appresso gli uomini savi di tutta la città; ma l’opinione del Vespucci

predominava, invece, nei Consigli del Palazzo. Ivi si celavano ancora

molti partigiani dei Medici, e vi erano i Venti Accoppiatori; i quali

dovendo ora perdere l’ufficio, cercavano che il nuovo governo si

formasse in maniera da far ricadere nelle loro mani la somma principale

delle cose. Tutti costoro non potevano però nascondere a sè stessi, che

un governo stretto dispiaceva assai al popolo e a tutti quelli che non

vi partecipavano; onde poteva assai facilmente partorire nuovi tumulti;

e si sarebbe forse caduti in una sfrenata libertà, o in un ritorno

violento dei Medici.[266]

Su queste cose ragionavasi di continuo in Palazzo, ove i Consigli

sedevano fino a notte assai avanzata.[267] Essendo la discussione

venuta nelle mani di due avvocati, superbi della importanza acquistata

in quel momento, non era per aver termine assai facilmente. Parlavasi,

discutevasi, ciarlavasi, quando vi era bisogno di agire; quando il

pericolo della guerra era gravissimo; quando tante città del dominio

minacciavano sollevarsi; quando l’intero popolo poteva stancarsi di

rimanere più a lungo sospeso sui destini del suo avvenire, e pigliare

le armi per correre a qualche sanguinoso eccesso. Molti erano perciò

spaventati, molti confusi in modo, che non sapevano che si dire nè che

si fare. Se i dotti non avevano potuto aiutare il popolo, perchè la

loro dottrina era lontana dal mondo; se non avevano potuto gli uomini

d’azione, perchè ad essi mancavano la pratica e l’esperienza della

libertà; molto meno potevano aiutarlo i dottori di legge, perchè in

essi era allora, come è stata sempre, una falsa dottrina ed una falsa

esperienza. Non vi era che il buon senso, il vero amore del bene, la

forte ed ardente volontà di farlo, che potesse salvare il popolo dalla

sua confusione. E certo, la più grande lezione che la storia possa dare

agli uomini è quella che ci mostra come, in quei terribili momenti

nei quali sembra che il mondo voglia divenir preda del più ardito e

il caos minaccia di ritornar sulla terra, quando è vana la scienza,

quando è vana la potenza, la ricchezza, gli onori, ed il coraggio

stesso è vinto dall’audacia sfrenata della plebe; allora è la virtù, è

il generoso volere, è il santo amore del bene, ciò che può solamente

aiutare un popolo. L’uomo, perciò, destinato a salvare il popolo di

Firenze era il frate Girolamo Savonarola: sonava l’ora in cui egli

doveva entrare nella politica: la necessità delle cose ve lo trascinava

inevitabilmente, malgrado la ferma volontà che egli aveva sinora avuta

di astenersene.

Nella repubblica fiorentina si erano assai spesso veduti dei religiosi

mescolati nella politica; e vi era anche l’esempio di alcuni santi,

come la famosa santa Caterina da Siena. Nondimeno, il Savonarola era

così pienamente dominato dalle sue idee religiose, che egli aveva

sempre voluto astenersene. Sebbene ora il corso inevitabile delle cose

fosse divenuto assai più forte dell’umana volontà, e che egli vedesse

come, per quella incertezza di cose, il popolo languisse nell’ozio

e nella miseria, e il suo cuore gli rammentasse che la carità rompe

ogni legge; pur nondimeno, continuava sempre a lottare con sè stesso.

Nel fare, però, le medesime prediche sopra i medesimi soggetti, nuove

idee cominciavano ad entrarvi di necessità, pel nuovo stato di cose.

— «Abbandonate le pompe e le vanità,» egli diceva, «vendete le cose

superflue e datele ai poveri. Cittadini, raccogliamo limosine in

tutte le chiese, pei poveri della città e del contado. Spendete per

essi, almeno quest’anno, il danaro dello studio di Pisa;[268] e se non

basta, mettiamo mano ai vasi e paramenti delle chiese; ed io voglio

essere il primo. Ma sopra ogni altra cosa,» egli continuava, «_fate

una provvisione_, per la quale si aprano le botteghe, e si dia lavoro

a questo popolo che rimane ozioso per le vie.[269]» Venendo poi a

discorrere della Chiesa, disse che il Signore voleva rinnovare ogni

cosa; e fece una predica nella quale, ripetendo di continuo queste

parole: _Cantate Domino canticum novum_, le spiegava ai Fiorentini

in questo modo: «Il Signore vuole che rinnoviate ogni cosa; che

distruggiate tutto il passato; che non resti nulla dei cattivi costumi,

delle cattive leggi, del cattivo governo.» Ma poi, quasi gli paresse

di avere trascorso, rivolgeva di nuovo il discorso alla Chiesa,

dicendo: «Questo è un tempo in cui le parole debbono cedere il luogo

ai fatti, le vane cerimonie ai veri sentimenti. Il Signore ha detto:

Io ero famelico, e voi non mi deste a mangiare; io ero nudo, e voi non

mi vestiste. Non ha già detto: Voi non edificaste una bella chiesa

o un bel convento; esso narra solo opere di carità; colla carità,

adunque, bisogna rinnovare ogni cosa.»[270] E in questo modo, nelle

prime prediche che fece _sopra Aggeo_, il Savonarola rimaneva ancora

ondeggiante ed incerto.

A misura, però, che l’onda del popolo diveniva più agitata, questi

discorsi riuscivano meno efficaci, ed il frate, quasi per forza e

violentemente, diveniva cittadino. Egli vedeva innanzi a sè un popolo

intero, confuso e desolato, che aveva bisogno d’aiuto, e volgeva

verso di lui solo uno sguardo pieno di fiducia. Vedeva la vanità della

scienza, l’incapacità dei prudenti, la tristizia dei molti; mentre il

suo buon senso, il suo forte volere, il suo sincero amore del bene,

gli facevano vedere chiarissima la via da percorrere. Egli diveniva

maggiore di sè; parevagli aver la forza di riunire le discordi volontà,

per dirigerle alla religione ed alla libertà; sentivasi capace di

riempiere col suo amore e colla sua anima l’intero popolo. «O Firenze,»

egli esclamava allora, «io non ti posso dire ogni cosa che io sento in

me.... Oh! se io ti potessi dire il tutto, vedresti come un vaso nuovo

e serrato, pieno di mosto che bolle per ogni verso, ma non può uscir

fuora.»[271]

Queste parole egli diceva il giorno 12 dicembre, terza domenica

dell’avvento, e quel giorno medesimo entrava a discorrere più

decisamente di politica. Incominciava collo spiegare una teoria,

allora molto diffusa nelle scuole: che il governo di un solo, cioè,

sia ottimo, quando il principe è buono; pessimo, quando il principe è

cattivo; perchè esso è più forte ed unito così al bene come al male,

e rende immagine del governo di Dio sopra la natura, la quale in ogni

cosa ricerca la sua unità.[272] Tale era il linguaggio della scuola, e

tale era anche il principio del discorso con cui il Savonarola entrava

nella politica. Ma procedendo oltre, il suo buon senso veniva a cavarlo

fuori del vecchio formalismo. «Questi principii,» egli continuava

a dire, «si debbono, però, adattare alla natura del popolo, cui si

vogliono applicare. Nei popoli del nord, ove è molta forza e poco

ingegno, e nei popoli del sud, dove al contrario è molto ingegno e

poca la forza, il governo d’un solo può essere qualche volta ottimo.

Ma in Italia, e massime in Firenze, ove abbonda forza e intelletto,

ove gl’ingegni sono sottili e gli animi inquieti, il governo d’un solo

non può riuscire altro che tirannico. Il solo governo che a noi possa

convenire, è il governo civile ed universale. Guai a te, Firenze, se

tu fai capo che possa dominare e soperchiare gli altri! Da questi capi

nascono tutti i mali che possono guastare una città. Tiranno è nome di

uomo di mala vita, pessimo fra tutti gli altri, usurpatore degli altrui

diritti, distruttore dell’anima sua, e di quella del popolo. Epperò,

la prima legge che tu devi fare, sarà questa: che nessuno possa per

l’avvenire farsi mai capo della tua città: altrimenti, tu sarai fondata

in sull’arena. Questi uomini che si vogliono elevare sopra tutti,

e che non sanno sopportare la civile uguaglianza, sono pessimi fra

tutti gli altri; cercano la rovina delle anime loro, e di quella del

popolo.»[273]

«O popolo mio! Tu sai che io non sono mai voluto entrare nelle cose di

Stato: credi tu che ci verrei al presente, se io non vedessi che ciò è

necessario alla salute delle anime? Tu non volevi credere; ma ora hai

visto che le mie parole si sono tutte verificate; che esse non sono di

mia volontà, ma vengono dal Signore. Prestate, adunque, le orecchie a

chi non cerca altro che la vostra salute. Purificate il vostro animo,

attendete al ben comune, dimenticate i privati interessi; e se in tale

disposizione voi riformate la vostra città, essa sarà più gloriosa

che non è mai stata. E tu, popolo di Firenze, incomincerai in questo

modo la riforma di tutta Italia, e spanderai le tue ali in tutto il

mondo, per portarvi la riforma di tutti i popoli. Rammentati che il

Signore ha dato segni evidenti ch’Esso vuole rinnovare ogni cosa, e

che tu sei il popolo eletto a cominciare questa grande impresa; se

però tu segui i comandi di Lui, che ti chiama e t’invita a tornare

alla vita spirituale. Apri, o Signore, il cuore di questo popolo,

acciocchè intenda quelle cose che sono in me, e che tu mi hai rivelate

e comandate.»

«La vostra riforma deve incominciare dalle cose spirituali, le quali

stanno al di sopra delle cose materiali, di cui formano la regola e

sono la vita; e tutto il bene temporale deve servire al bene morale e

religioso, da cui dipende. E se avete udito dire _che gli Stati non si

governano coi paternostri_,[274] rammentatevi che questa è la regola

dei tiranni, la regola degli uomini nemici di Dio e del ben comune, la

regola per opprimere, e non per sollevare e liberare la città. Bisogna,

invece, se voi volete un buon governo, che voi lo riduciate a Dio. Io

certamente non vorrei impacciarmi dello Stato, se non fosse così.

«Quando, adunque, avrete purificato il vostro animo, corrette le vostre

intenzioni, condannato i giuochi, le lascivie e le bestemmie; mettete

allora mano al governo, e fatene prima la bozza, per venire più tardi

alle minuzie, e correggerla. E questa prima bozza, o sia il modello e

la sostanza del nuovo governo, deve esser questa: _che nessuno conosca

benefizio alcuno se non dallo universale, il quale deve, solo, creare i

magistrati ed approvare le leggi_. La forma che meglio si adatterebbe

a questa città, è quella d’un Consiglio Grande, secondo la maniera

veneziana. Io però vi consiglio di radunare tutto il popolo sotto i

sedici Gonfalonieri, e ciascuna delle compagnie scelga una forma: dalle

sedici così ottenute, i Gonfalonieri ne scelgano dipoi quattro, e le

portino alla Signoria, che, fatta in prima solenne orazione, sceglierà

la migliore. E quella che dal popolo sarà scelta in questo modo, voi

potete tener per certo che verrà da Dio. Io credo che ne risulterà la

forma dei Veneziani, la quale a voi non deve parer vergogna d’imitare,

perchè anch’essi l’hanno avuta dal Signore, donde viene ogni cosa

buona. Voi vedete come dal tempo che c’è quel governo in Venezia, non

vi è nata alcuna setta o dissensione di sorta: epperò bisogna credere

che sia voluta da Dio.»[275]

Dopo ciò, il Savonarola disse poche parole sopra alcuni provvedimenti

più particolari, ma non meno necessari a farsi speditamente. L’uno

di questi era il riordinar le gravezze, che non solo oppressavano il

popolo minuto con una ingiustizia non credibile, ma facevano ancora

che, mentre tutti lamentavano d’essere soverchiamente aggravati, lo

Stato si trovasse in continue strettezze. Proponeva del pari, che

mentre a tutti gli uffici di qualche importanza si dovesse provvedere

con la elezione, si lasciassero gli altri alla sorte, per dare

ad ognuno incoraggiamento e speranza di prender parte al governo.

Concludeva, poi, col raccomandare pubbliche orazioni, ed una pace

generale fra tutti i cittadini del vecchio e del nuovo governo.[276]

Nelle prediche antecedenti, queste medesime idee avevano cominciato

già a filtrare separatamente; ma dal giorno 12 dicembre in poi, il

Savonarola le trattò di proposito, e con un discernimento che destò

maraviglia universale in tutti gli uditori; perchè, considerando la sua

vita e i suoi studi, niuno aveva immaginato che egli potesse discutere

così minutamente le cose di Stato. E tanto le sue prediche parvero

savie e prudenti, che più volte fu dalla Signoria medesima richiesto

di consiglio in San Marco, ed anche in Palazzo; ove egli non ricusò di

fare qualche sermone.[277] Ma, finalmente, volle raccogliere in Duomo

tutti i magistrati ed il popolo, escludendone le donne e fanciulli, e

fece un sermone, nel quale propose principalmente quattro cose:

1º Il timore di Dio, e la riforma dei buoni costumi.

2º L’amore al governo popolare ed al pubblico bene, posponendo ogni

privata utilità.

3º Una pace universale, colla quale si assolvessero gli amici del

passato governo da ogni colpa, perdonando anche le pene pecuniarie; e

si usasse indulgenza verso tutti i debitori dello Stato.

4º Costituire una forma di _governo universale_, che comprendesse

tutti i cittadini ai quali, secondo gli antichi ordini della città,

apparteneva lo Stato.[278] E proponeva, come più adatta, la forma

del Consiglio Grande dei Veneziani, accomodandolo però all’indole del

popolo fiorentino.[279]

Questi consigli dati sul pergamo di S. M. del Fiore, da un frate,

dal Savonarola, quando le sue profezie s’erano verificate, quando

l’incertezza dominava tutti gli animi; ebbero una forza grandissima, e

fecero decidere la vittoria in favor del partito popolare. È opinione

unanime di tutti gli storici, che, senza quelle prediche, avrebbe vinto

in Palazzo l’opinione del Vespucci, e si sarebbe formato un governo

di ottimati, che avrebbe dato origine ad altri disordini e nuove

rivoluzioni.[280] Ma quando la voce del frate tuonò in favore della

libertà, allora niuno potette più resistere. Il popolo, che era stato

sinora incerto, senza sapere a qual partito appigliarsi, ed ignorando

perfino il linguaggio stesso della politica, credette ora di esser

chiaro di tutto; voleva assolutamente il _Consiglio Grande al modo

viniziano_, e lo andava gridando per la città.

L’autorità divina che il Savonarola mescolava nella politica, aveva

poi una forza assai grande in tutta Firenze, ove sempre la repubblica

era stata sotto la speciale protezione dei santi, ove sempre la

religione e lo Stato s’erano uniti a difesa della libertà. E se faceva

qualche maraviglia vedere un frate sul pergamo parlar di politica,

questa maraviglia accresceva la sua autorità. E, davvero, nel leggere

gli storici di quel tempo, nel leggere ciò che più tardi dissero il

Giannotti, il Guicciardini ed il Machiavelli intorno al governo allora

istituito, si direbbe quasi che in Firenze sia avvenuto un miracolo;

giacchè noi vediamo un frate, senza nessuna esperienza delle cose del

mondo, riuscire a confondere i savi, a salvare la patria, a fondare una

nuova repubblica. Se non che, questo fatto straordinario viene, come

abbiam detto, spiegato dal riflettere, che in quei momenti solenni nei

quali tutta la società e tutti gli ordini che la tengono unita vanno in

fascio, una sola forza fu quella che sempre riuscì a salvarla: quella

forza vergine ed ingenua, che si trova solo nell’indole degli uomini

veramente grandi; la fervida, cioè, e forte aspirazione al vero; la

ferma e tenace volontà nel volere il bene: cose tutte le quali erano

nel Savonarola grandissime, e formavano l’essenza stessa del suo

generoso carattere. Nei momenti di prova, qual dottrina sostenne mai il

paragone con questa sapienza? qual prudenza vantò mai le vittorie e le

conquiste di questo amore?

Ed ora, sarà egli mestieri difendere il frate del suo essere entrato

nella politica? Bisognerà egli ripetere che il Savonarola voleva la

libertà per far meglio trionfare la religione? Bisognerà chiamare in

aiuto l’esempio e l’autorità d’altri ecclesiastici e frati che fecero

lo stesso? Noi ci fermeremo, piuttosto, a dire che il Savonarola

non entrò di sua elezione nella politica; ma, come si è visto, vi fu

inevitabilmente trascinato dalla necessità delle cose. Diremo ancora,

che non vi è abito nè legge nè giuramento che valga contro le leggi

della natura; contro il giuramento che ogni uomo onesto ha fatto nel

suo cuore; d’operare, cioè, il bene sotto ogni forma, in ogni tempo e

condizione.

Ma, lasciando da un lato queste vane discussioni, il passo era oggimai

dato, e le conseguenze doveano esserne molte ed inevitabili. Il

Savonarola si trovava ad un tratto divenuto capo di tutta la città;

e bisognava procedere oltre rapidamente nella formazione del nuovo

governo, se non si voleva che i molti nemici avessero vittoria.

Già Piero dei Medici era corso verso Napoli al campo francese, ove

era stato assai bene accolto da quel re Carlo, che portava così

indegnamente il nome di _protettore della libertà fiorentina_. Un

tiranno era, dunque, già pronto per tornare in Firenze, ad ogni

cambiamento di fortuna che vi potesse aver luogo. Bisognava, perciò,

adoperarsi a tuttuomo per condurre e compiere la costituzione del

governo popolare; farlo unito, forte, potente e rispettato, se non si

voleva esser vittima d’una nuova tirannide. E noi vedremo con quanta

prudenza e quanta esperienza il Savonarola continuasse a consigliare

tutte le leggi fondamentali del nuovo Stato, come il suo spirito

animasse e quasi penetrasse tutto quel popolo; come ognuno sembrasse a

un tratto avere le sue stesse idee, parlare il suo medesimo linguaggio.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 29 / 53 题