CAPITOLO TERZO.

Sollevamento di Pisa. Entrata di Carlo VIII in Firenze; suo trattato

colla repubblica, e partenza. [Novembre 1494.]

Le cose di Toscana per moltiplicati disordini divenivano peggiori. Il

giorno stesso che i Medici venivano cacciati da Firenze, i Pisani si

sollevavano a rivendicare furiosamente la loro libertà. Dacchè erano

caduti sotto il giogo fiorentino, o, come essi dicevano, straniero,

altro non avevano mai agognato che il momento di poterlo scuotere.

Perduta la loro indipendenza, essi avevano quasi in un istante visto

rovinato il commercio e l’industria, scemata la popolazione e distrutto

ogni ordine civile: la più parte di loro avevano perciò preferito

l’esilio alla servitù. Ma all’avvicinarsi degli eserciti francesi,

risorgevano tutte le speranze; ed il Moro, che sempre pescava nel

torbido e aveva già fatto il disegno d’impadronirsi di Pisa, l’istigava

di continuo a sollevarsi, promettendo ogni sorta d’aiuti, e facendo

segretamente dar buone speranze anche da persone ch’erano intorno al

re. Quindi, non appena Carlo VIII entrava in città, che il popolo di

Pisa corse a rumore le vie, distruggendo tutte le insegne fiorentine,

gettando in Arno il marzocco che era sul ponte, e ponendovi invece

la statua del re: saccheggiarono poi le case dei rettori fiorentini,

che vennero a furore di popolo cacciati dalla città. La libertà

e l’indipendenza furono così proclamate, gli esuli richiamati; si

raccoglievano armi, danari ed uomini per cominciare quella celebre

e male augurata guerra pisana, che doveva logorare le forze di due

repubbliche appena rinate, spegnere tanti valorosi cittadini senza

vantaggiare ad alcuno.

Il re, trovandosi presente a tutti questi movimenti, li volle dapprima

incoraggiare; ma vedendo poi cacciati i rettori fiorentini, se ne

mostrava invece adontato. Egli quasi avrebbe voluto che i Pisani

rivendicassero la loro libertà, e che nello stesso tempo prestassero

ubbidienza ai Fiorentini! Il popolo, invece, avendo preso il suo andare

nella rivolta, procedeva oltre rapidissimamente; e Carlo allora,

non occupandosi d’altro che di lasciare un presidio nella fortezza,

partivasene, senza quasi avvedersi di ciò che avveniva, senza punto

riflettere alle conseguenze di ciò che aveva lasciato sperare ai

Pisani. Così, prima di entrare in Firenze, egli già le aveva recato

una gravissima ferita col permettere che i sudditi della repubblica,

sotto ai suoi occhi e cogli eserciti francesi in casa, si ribellassero:

esempio pericoloso per tutto il dominio, e che non tardò molto ad

essere imitato da Arezzo, da Montepulciano e da altre città. Egli

continuava intanto il suo cammino, fermandosi ancora qualche giorno a

Signa; ove attese che i tumulti sedassero in Firenze, e che gli onori

si apparecchiassero convenevolmente al suo ingresso. Nuovi ambasciatori

fiorentini vennero ivi a sollecitarlo perchè volesse fermare i patti

prima di procedere oltre: ma la sua risposta fu sempre: «Dentro alla

gran _villa_ assetteremo ogni cosa.[233]»

Per tutte queste ragioni, lo stato della città era sempre incerto e

confuso: i Medici appena cacciati; il vecchio governo distrutto, ed

il nuovo ancora non ordinato; il re che entrava senza patti, alla

testa d’un’esercito poderoso, e già bagnato di sangue italiano.

C’era da sbigottirsi veramente: per buona fortuna, si trovavano però

a consigliare la Signoria cittadini di molta prudenza e d’animo

fermissimo. V’era, fra gli altri, Piero Capponi, che in quei

giorni pareva essere divenuto il braccio della repubblica, come il

Savonarola ne era l’anima ed il cuore. L’uno predicava la carità, la

pace, l’unione; l’altro si trovava dovunque c’era bisogno d’aiuto e

consiglio, provvedeva armi e soldati. Le case erano provviste d’ogni

sorta munizioni da guerra; i pali e le tavole pei serragli erano in

pronto; i chiostri e le corti erano pieni di gente assoldata, che si

diceva ascendesse al numero di seimila, e tenevasi presta per uscire in

difesa della Repubblica al primo suono della campana.[234]

A quindici, a sedici per volta, si vedevano intanto entrare nella città

alcuni Francesi, i quali, con la loro aria marziale e disinvolta,

senza armi e col gesso in mano, andavano segnando le case degli

alloggiamenti. Affettavano sprezzo ed indifferenza; ma pure non

potevano nascondere la loro maraviglia nel vedere una città tanto

splendida per stupendi edifizi, ed in ogni sbocco di via rimanevano

come attoniti della nuova prospettiva che si apriva ai loro occhi.

Ma ciò che più di tutto richiamava la loro attenzione, erano quei

severi palazzi che parevano fortezze inespugnabili, quelle torri che

portavano ancora i segni delle fiere e sanguinose guerre cittadine. Il

giorno 15 novembre, essi videro poi uno spettacolo che pose nei loro

animi una quasi trepidazione. Fosse caso o disegno, a un tratto corse

per la città la voce, che Piero de’ Medici s’avvicinava alle porte:

la campana sonò a distesa, le vie brulicarono di popolo in furore, la

terra sembrava partorire uomini armati che correvano verso la piazza,

i palazzi si chiudevano, le torri s’armavano; già s’apparecchiavano

i serragli, ed i Francesi vedevano quel giorno il primo saggio delle

barricate. Subito si conobbe la voce esser falsa, ed il rumore sedò

con la rapidità medesima con cui s’era levato. Ma rimase nell’animo di

quegli stranieri la certezza, che le loro manovre e i loro battaglioni,

chiusi in quelle vie, potevano fare assai poco di fronte a questa nuova

e a loro sconosciuta maniera di guerreggiare. I Fiorentini, infatti,

guardavano quella gente con una certa cotale aria di familiarità, come

se avessero voluto dire: _vedremo!_ A quel popolo, riacquistata la sua

libertà, pareva essere divenuto signore del mondo, e quasi credeva non

esservi più cosa alcuna che dovesse temere.[235]

Il palazzo dei Medici[236] era, intanto, apparecchiato per ricevere

splendidamente il re; le case dei principali cittadini per gli

uffiziali dell’esercito; le vie per cui si doveva passare erano tutte

ricoperte di tende, parate a festa con tappeti ed arazzi. Il giorno

11 novembre, la Signoria attendeva in un palco costruito alla porta

a San Frediano: molta nobile gioventù fiorentina andava fuori ad

incontrare il re, che ad ore ventuna faceva il suo solenne ingresso.

I Signori si levavano allora in piedi per andargli incontro; e messer

Luca Corsini, avendone ricevuto l’incarico, presentavasi per leggere

il discorso apparecchiato: ma in quel momento appunto cominciando a

piovere, i cavalli spingevano furiosamente gli uni gli altri, e tutta

la cerimonia andò a vuoto. Solamente il Gaddi, che era ministro di

Palazzo, trovatosi d’animo e di lingua più pronta, si fece avanti

fra quel trambusto, e seppe dire in francese alcune poche parole

accomodate al bisogno: dopo di che il re, entrato sotto un ricco

baldacchino, procedeva subito oltre. La sua figura faceva un singolare

contrasto col marziale aspetto di quel numeroso e potente esercito

alla cui testa egli camminava. Era quasi mostruoso: il capo aveva

grosso, il naso lungo, la bocca larga, il corpo piccolissimo, le

gambe straordinariamente sottili, i piedi deformi. Vestiva di velluto

nero, con un manto di broccato d’oro; cavalcava un bellissimo e alto

destriero; entrava in attitudine marziale, colla lancia sulla coscia,

segno allora di conquista. E tutto ciò non faceva che mettere in

maggiore evidenza la povertà della sua persona. Accanto a lui venivano

il fiero cardinale di San Piero in Vincola, con quello di San Malò, e

alcuni marescialli. Seguiva subito la guardia reale, composta di 100

arcieri, scelti fra la più bella gioventù di Francia; e 200 cavalieri

francesi, che andavano a piede, vestiti d’armi e abiti splendidissimi.

Veniva poi l’avanguardia svizzera, coi suoi vivissimi e vari colori,

colle alabarde d’acciaio battuto, colle ricche piume sugli elmi de’

suoi uffiziali. In quei volti si leggeva la fierezza montanara e

l’orgoglio d’essere tenuti la prima fanteria d’Europa: la più parte

di loro avevano con disprezzo lasciato la corazza, per combattere a

petto scoperto. I Guasconi formavano il centro; erano piccoli, agili e

lesti, e parevano quasi crescere e moltiplicare a misura che l’esercito

si avanzava. Nella cavalleria, dove era la più nobile gioventù di

Francia, splendeva poi la maggiore ricchezza: armi cesellate, manti

di broccato ricchissimo, bandiere di velluto ricamato in oro, catene

e altri ornamenti d’oro. Una terribile apparenza facevano i corazzieri

coi loro cavalli, divenuti quasi mostruosi per avere le orecchie e le

code tagliate. Gli arcieri erano di straordinaria altezza, portavano

lunghissimi archi di legno, venivano dalla Scozia o da altri luoghi

settentrionali, e parevano, dice uno storico di quel tempo, _uomini

bestiali_.[237]

Questa tanta varietà di gente, di vesti e di armi, con tanto ordine,

tanta disciplina riunite, era uno spettacolo nuovo e maraviglioso in

Firenze e in tutta Italia, dove non erano ancora eserciti stanziali

e non si conoscevano altre armi che le mercenarie. Non potremmo dire

con quanti uomini il re facesse la sua entrata; giacchè le artiglierie

s’erano per altra via indirizzate verso Roma, molti presidii erano

rimasti nelle fortezze, altra gente s’era avviata per le Romagne.

Il Gaddi,[238] che si trovò presente alla loro entrata, dice che

ascendevano a 12,000; il Rinuccini, che vi si trovò anch’egli, li

giudicò assai meno; altri di più: comunque sia, la città ed i borghi ne

erano pieni.

Passarono pel Ponte Vecchio, tutto ornato con festa e con musica;

riuscirono nella Piazza, che era piena di carri, di trionfi e di

statue; e pel canto dei Pazzi sboccarono dietro al Duomo, girando il

quale, vennero in sulla facciata. Il popolo andava acclamando il nome

di Francia; ed il re non sapeva fare altro che sorridere stupidamente,

e dire qualche parola italiana male a proposito. Entrato in Duomo, vi

trovò la Signoria, che dalla furia dei soldati era stata costretta a

condurvisi per vie traverse; e quivi pregarono insieme. Finalmente, il

re alloggiò nel suntuoso palazzo dei Medici, ed i soldati pigliarono i

loro quartieri. Quella notte e l’altra si fece illuminazione per tutta

la città; il giorno si passò tra feste continue; e, finalmente, si

venne a trattare gli accordi.[239]

I sindaci eletti dalla Signoria a questo fine, erano: messer

Guidantonio Vespucci, messer Domenico Bonsi, Francesco Valori e Piero

Capponi; uomini tutti di grandissima reputazione nella città. Il

Vespucci era dei più dotti nelle leggi e nelle cose di Stato; il Bonsi

aveva tenuto con onore molte ambascerie; il Valori, chiamato dipoi

il _Catone fiorentino_, era, come abbiam visto, divenuto capo del

popolo; ed il Capponi, già più volte nominato, era veramente un’indole

straordinaria di uomo. — Egli era nato l’anno 1447, da famiglia

di antico sangue fiorentino, tenutasi sempre amica della libertà e

per molte azioni generose divenuta illustre. Il padre lo educò alla

mercatura, raccomandandogli di lasciar la politica, perchè i tempi

piegavano assai male; e Piero si dette allora ai traffici con tanta

energia, che molti lo accusavano d’essere divenuto troppo amico del

guadagno. Egli era in su i trenta anni, quando Lorenzo de’ Medici che

vantava di sapersi valere degli uomini, offerì a lui alcune ambascerie,

ch’esso accettò assai volentieri e le condusse con mirabile destrezza.

In queste occasioni, mostrò il Capponi d’avere un’attitudine singolare

a conoscere i caratteri degli uomini, ed una facilità grandissima

nell’acquistare predominio sull’animo de’ principi coi quali trattava,

e di quelli specialmente che più si vantavano d’indole cupa e non

penetrabile. Infatti, Ferdinando di Napoli e Alfonso suo figlio

s’affidarono più volte ai consigli di lui, preferendolo ai loro stessi

generali e ministri del regno. Ma se il Capponi passando dai traffici

alla diplomazia, s’era trovato bene; passando da questa al mestiere

dell’armi, si trovò assai meglio; e s’avvide ch’egli non era nato nè

per stare al banco nè per condurre trattati, ma piuttosto per menar

le mani. E fu un caso che lo fece conoscere a sè stesso. Egli era

commissario della repubblica nel campo di Alfonso d’Aragona, quando

veniva co’ suoi a difendere il duca di Ferrara. L’esercito napoletano

fu battuto dalle genti del papa, ed Alfonso s’era perduto d’animo in

modo, che si sarebbe certamente ritirato, se il Capponi non avesse

saputo rimetter coraggio in lui e ne’ suoi. Aggiungendo poi alle parole

i fatti, egli condusse quelle genti alla zuffa, e trovò d’essere un

valoroso e destro soldato, abile a comandare e più abile ancora ad

eseguire.[240] Da quel giorno, egli fu sempre nel più fitto delle

mischie; e la repubblica vedendo d’avere a un tratto acquistato un

così valente capitano, lo adoperava sempre nelle più ardue imprese. Più

difficile era poi l’incarico affidato al Capponi, più volentieri egli

l’adempiva, e voleva sempre far l’ufficio del soldato e del capitano:

cosa che fu infine cagione della sua morte.

Il Capponi era stato sempre amantissimo del governo popolare e nemico

della tirannide medicea; ma il bisogno di attività superava in lui

ogni cosa; e però, durante la vita di Lorenzo il Magnifico, lo aveva

in molte occasioni servito. Dopo la morte di quel principe, non poteva

il Capponi favorire in alcun modo il governo di Piero, e si dichiarò

subito pel partito popolare; che lo tenne in grandissimo concetto,

ed ora nelle sue mani principalmente affidava la salute di tutta la

repubblica. Il Capponi, infatti, era l’uomo che meglio d’ogni altro

potesse maneggiarsi con Carlo. Egli era stato più volte ambasciatore

in Francia, ed aveva imparato a conoscere l’indole di quel re e de’

suoi Francesi; dei quali soleva dire: «Quando questi nostri Italiani

si saranno una volta annasati coi Francesi, finiranno d’averne tanta

paura.[241]» Tutto il peso, adunque, di quelle faccende gravi e

difficili, cadeva naturalmente sopra di lui; ed egli, nel vedersi

in mano i destini di un intero popolo, si sentiva come allargare gli

spiriti, e diveniva quasi maggiore di sè.

Intanto, la madre e la moglie di Piero de’ Medici s’erano messe

ai fianchi del re e de’ suoi consiglieri: «davano, promettevano,

offerivano, che se Piero tornasse, lui, insieme con loro, sarebbe

stato signore della città.[242]» Con tali argomenti, l’animo dei

Francesi s’era piegato sempre più in favore de’ Medici, ed i sindaci

della Repubblica venivano con severo aspetto ricevuti dal re, che

circondato da’ suoi generali, affacciava pretensioni sempre nuove e

più esorbitanti: diceva, fra le altre cose, d’essere venuto in città

conquistata, perchè egli v’era entrato colla lancia sulla coscia! Tali

discorsi non facevano altro che inasprire gli animi, senza concludere

nulla; epperò si procedeva in lungo, peggiorando sempre. Ma quando, in

presenza dei sindaci, il re ebbe l’ardire di lasciarsi sfuggire qualche

parola in favore di Piero de’ Medici, il volto di quei repubblicani

divenne assai severo, e in poco tempo si vide mutato l’aspetto

della città. La Signoria tenne subito consiglio in Palazzo; chiamò i

principali cittadini, e fece loro conoscere il pericolo che si correva,

il bisogno che v’era di tenersi pronti al suono della campana, per

uscire armati a guidare il popolo. Nel quale erano già penetrate queste

voci; onde popolani e Francesi cominciavano a guardarsi in cagnesco,

correvano fra loro ingiuriose parole, e qualche volta si veniva ai

fatti.

Una di queste risse fu per divenire un giorno tumulto gravissimo.

Alcuni soldati francesi tenevano legati colla corda alcuni prigionieri

italiani che avevano presi in Lunigiana, e li menavano per la città,

acciò accattassero per Dio tanto da pagare la taglia che avevano loro

imposta; senza di che non li avrebbero liberati, e minacciavano anche

di ucciderli. Questo spettacolo barbaro dispiacque tanto ai Fiorentini,

che alcuni giovani più arditi, tagliata la corda, lasciarono fuggire

i prigionieri; con sdegno grandissimo dei Francesi, che non poterono

riprenderli. Onde si venne alle mani; ed il popolo tenendo forte,

da un lato e dall’altro accorreva gente ad ingrossare la zuffa. Gli

Svizzeri immaginandosi, per quel rumore, che la persona del re fusse

in pericolo, si dierono a correre verso il suo alloggiamento: ma

trovarono resistenza in Borgo Ognissanti; e volendo sforzarlo, venne da

tutte le finestre una tal pioggia di pietre, che li fece retrocedere.

Già da un’ora si menavano le mani, quando i capitani del re, e molti

principali cittadini mandati dalla Signoria, vennero, e sedarono

il tumulto. Ma questa fu una gran lezione ai Francesi, che allora

abbassarono un poco il fiero orgoglio, e s’avvidero che a conquistare

Firenze, non bastava entrarvi _col gesso in mano e la lancia sulla

coscia_.[243] Una città che al suono della campana diveniva un

castello armato, asserragliava le strade, vomitava da tutte le finestre

sassi, proiettili d’ogni sorta e fuochi lavorati, era qualche cosa di

misterioso e terribile anche per quella superba fanteria svizzera, la

quale vedeva ora che un esercito chiuso fra quelle mura poteva assai

facilmente essere distrutto; e ne rimase perciò atterrita.[244]

La Signoria colse allora il momento opportuno; e coll’aiuto di molti

ambasciatori forestieri, riuscì finalmente a temperare un poco l’animo

del re. Furono moderate le strane proposte: nè di Piero nè di città

conquistata si fece più parola: si riuscì quasi a concludere i patti.

Il re avrebbe il titolo di protettore della libertà fiorentina; egli

potrebbe ritenere per due anni le fortezze, restituendole prima, se

prima finisse la guerra; si consentiva ancora a dargli buona somma

di danari. Ma quando si fu a determinarla, cominciarono di nuovo i

dissensi. Carlo VIII era pieno di tutte le promesse fattegli da Pietro

de’ Medici e dalle sue donne: chiedeva, perciò, somme che la Repubblica

non poteva in alcun modo pagare, senza molto oppressare i cittadini.

S’erano quindi di nuovo inaspriti gli animi, e si andava di continuo

dalla Signoria al re e da questi a quella, senza poter concludere

nulla, perchè Carlo VIII s’era ostinato nelle sue parole; e già il

Capponi durava fatica a frenare il suo ardore ed impeto naturale. Il re

fece leggere allora dal segretario il suo _ultimatum_, dicendo che non

voleva retrocedere più oltre di quello. I sindaci dovettero ricusarlo

di nuovo; al che egli, rivolgendosi loro tutto adirato, disse in tuono

minaccioso: — «Noi soneremo le nostre trombe.» — Il Capponi parve

divenire di fuoco, e levato il foglio di mano al segretario, rispose

lacerandolo sulla faccia del re, quelle parole divenute immortali: —

«E noi soneremo le nostre campane.[245]» Le quali furono pronunziate

in modo, che fecero in poche ore concludere quell’accordo a cui non

s’era potuto riuscire colle preghiere, e l’andare e venire di tanti

giorni.[246]

Il trattato, adunque, diceva: — Che tra la Repubblica ed il Re

sarebbe corsa buona e fedele amicizia; che i loro sudditi troverebbero

vicendevole protezione; che il Re avrebbe titolo di restauratore e

protettore della libertà fiorentina; che gli si pagherebbe in tre rate

la somma di 120,000 fiorini; che le fortezze non sarebbero ritenute

oltre due anni, restituendosi prima, se prima finisse l’impresa di

Napoli; che i Pisani riceverebbero perdono, appena tornassero alla

obbedienza dei Fiorentini. Fu del pari tolta la taglia sui Medici,

rimanendo la confisca sui beni del cardinal Giovanni e di Giuliano,

fino a che non avessero pagato i debiti di Piero; il quale rimaneva

confinato a 200 miglia dal contado, i fratelli a 100. — Rogati i

capitoli del trattato, vennero giurati in Duomo; e la sera s’illuminò

di nuovo tutta la città, sebbene nel popolo non si vedesse più quella

prima affezione pel re.[247]

Ma pareva che cessata una difficoltà, fosse per sorgerne subito

un’altra. Quando tutto era concluso, ecco che il re non mostrava più

alcuna volontà di partire. La città era piena di soldati francesi

acquartierati nelle case, e di soldati italiani nascosti per tutto; le

botteghe chiuse, i traffici sospesi, ogni cosa incerta e disordinata;

e le querele continue fra paesani e forestieri facevano temere pericoli

più gravi. La notte succedevano assai spesso rubamenti, ed ammazzamenti

continui; cosa insolita in Firenze: e ad ogni piccolo rumore la città

intera pareva sollevata. Queste cose seguivano tutti i giorni, e però

gli onesti cittadini sollecitavano in ogni maniera la partenza del

re: ma invano; perchè egli, ricaduto nella sua inerzia, pareva quasi

non volersi più muovere da Firenze. Il che teneva gli animi tanto

più sospesi, in quanto che non si vedeva alcuna via per obbligarlo a

decidersi.

In questa occasione, si ricorse di nuovo all’autorità del Savonarola,

il quale altro non faceva allora che adoperarsi di continuo a tenere

la città tranquilla; e con le parole di pace le aveva, in quei momenti

di trambusto e pericolo, recato un utile non punto minore di quello

che avesse fatto il Capponi col suo eroico ardimento. I discorsi del

frate erano stati, quei giorni, sempre sul bene universale. «Mettano

i cittadini da parte gli odii e le ambizioni; vadano in Palazzo

coll’animo retto, col desiderio di cercare il ben comune e non il

privato, colla volontà ferma di stabilire nella loro città l’unione

e la concordia. Allora saranno veramente accetti al Signore.» Egli

s’indirizzava ad ogni ordine di cittadini, e dimostrava a ciascuno in

particolare, come il suo vantaggio in questa e nell’altra vita stesse

nel difendere la libertà, nello stabilire l’unione e la concordia.[248]

Invitato allora di andare al re Carlo e cercare di persuaderlo a

partire, egli accettò subito l’incarico, e senza indugio si presentò

al reale alloggiamento. Ivi gli uffiziali e baroni voleano vietargli

l’entrata, perchè temevano che la presenza del frate potesse impedire

il saccheggio di quel ricchissimo palazzo, sul quale già avevano fatto

disegno. Ma ripensando poi alla quasi venerazione che il re aveva per

lui, non vollero resistere alle sue istanze, e lo lasciarono passare.

Carlo, circondato da’ suoi baroni, gli fece lietissima accoglienza,

ed il Savonarola usò brevi parole: «O Cristianissimo principe, la tua

dimora riesce di grave danno alla città ed alla tua impresa. Tu perdi

il tempo, dimenticando il dovere che la Provvidenza ti ha imposto, con

grave danno della tua salute spirituale e della gloria mondana. Ascolta

adesso la voce del servo di Dio. Prosegui oltre il tuo cammino, senza

indugio. Non voler fare la rovina di questa città, e promuovere contro

di te lo sdegno del Signore.[249]»

E così, finalmente, il giorno 28 di novembre, a ore 22, il re si

partiva, insieme coll’esercito, lasciando di sè assai poco buona

opinione nel popolo di Firenze. E fra le giuste cagioni di rammarico,

non fu ultima il vedere, come quello splendido palazzo nel quale con

tanta generosità e buona fede era stato alloggiato, fosse mandato

a sacco; e non per le mani solamente de’ soldati o bassi uffiziali,

ma per quelle ancora dei generali e baroni, per quelle del medesimo

re, che portò via gli oggetti più preziosi, e rubò fra le altre cose

un liocorno, che il Comines pensò valesse circa sette mila ducati.

Quel che facessero gli altri dopo un tale esempio, si può facilmente

immaginare: «s’impadronirono senza pudore,» scrive lo stesso Comines,

«di tutto quel che tentò la loro cupidigia.[250]» In questo modo

andarono perdute le ricche e maravigliose collezioni dei Medici;

giacchè il poco che i Francesi non rubarono, lasciarono in tale stato,

che bisognò venderlo.[251] Nondimeno, era tale e tanta la gioia di

vedersi finalmente liberi da quel pericoloso ingombro d’eserciti

forestieri, che niuno pensò più ai danni ricevuti; ma invece nelle

chiese rendevansi pubbliche grazie al Signore, nelle vie il popolo

riprendeva la sua spensierata allegrezza, ed in Palazzo cominciavasi a

pensare di provvedere agli stringenti bisogni dello Stato.

L’aspetto della città s’era, in questo mezzo, affatto mutato. I

partigiani dei Medici sembravano, come per incanto, spariti; il partito

popolare si trovava solo a dominare ogni cosa, ed il Savonarola era

quello che dirigeva le volontà di tutto il popolo. Lui dicevano profeta

veridico delle cose avvenute, lui solo essere stato capace a moderare

l’animo del re nel suo entrare in Firenze, lui solo averlo indotto

a partire; e così da lui attendevano consiglio, aiuto e comando, in

ogni cosa che fosse per seguire. E quasi che gli uomini del vecchio

Stato volessero sparire per dar luogo ai nuovi, morivano in quei mesi

alcuni di coloro che meglio avevano rappresentata la corte medicea.

Angelo Poliziano era morto nel 24 settembre di questo anno, «con tanta

infamia e pubblica vituperazione, quanto uomo sostener potesse.[252]»

Lo accusavano di mille vizi, di mille oscenità; ma la cagione vera

di tutto quest’odio risiedeva piuttosto nell’essere Piero de’ Medici

divenuto allora già esoso a tutti, e nel sentirsi vicina la cacciata

di lui e de’ suoi.[253] Nè a temperare quelle passioni, bastò il

conoscere che le ultime parole dell’illustre poeta, del sommo erudito,

erano state parole di pentimento. Egli aveva chiesto che il suo corpo,

vestito dell’abito domenicano, fosse sepolto nella chiesa di San Marco;

ove infatti le sue ceneri riposano accanto a quelle di Giovanni Pico

della Mirandola, morto il giorno medesimo in cui Carlo VIII entrava in

Firenze.[254] Il Pico aveva, anch’esso, mostrato da più tempo desiderio

di vestire l’abito di San Marco; ma avendo esitato, non potè adempiere

il suo proposito, perchè venne sorpreso dalla morte nella giovane

età d’anni trentadue.[255] E morendo chiese al Savonarola, che non lo

lasciasse scendere nella tomba senza averlo prima vestito dell’abito.

La fine di questi due illustri italiani faceva tornare alla memoria le

ultime ore e la confessione del Magnifico; ed a molti pareva quasi che

la società medicea volesse nello spegnersi riconoscere i suoi peccati,

e chiederne assoluzione a quel popolo che aveva tanto oppressato, a

quel frate che ne era come la persona viva e parlante. Singolare era,

certamente, che tutti costoro si rivolgessero ora a quel convento

di San Marco, donde era partito il primo grido di libertà, la prima

opposizione e la prima accusa contro la tirannide dei Medici.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 28 / 53 题