CAPITOLO SECONDO.

I Medici sono cacciati da Firenze. Il Savonarola va ambasciatore al

campo francese. [Novembre 1494.]

Il mese di novembre 1494 cominciava in Firenze con sinistri auspici.

La notizia, già arrivata, dell’abbandono di quelle fortezze, che

erano costate alla repubblica lunghi assedi e spese enormi,[211] e che

erano la chiave di tutto il territorio toscano, aveva già sollevato

il popolo. Il ritorno degli ambasciatori dal campo francese, fece poi

crescere assai più il furore di tutta la città. Essi raccontavano

quanto facile sarebbe stato ottenere dal re patti onorevoli: con

quanta viltà, e con quanto orgoglio nel medesimo tempo, Piero dei

Medici aveva messo l’intera repubblica nelle mani di Carlo VIII, senza

neppure interrogarli. I discorsi erano perciò in Firenze tutti pieni

di sdegno, e il popolo cominciava a radunarsi nelle piazze e nelle

vie. Si vedevano nella folla comparire di nuovo certe vecchie armi,

tenute nascoste per più di mezzo secolo; qualche pugnale che si vantava

d’essere stato vibrato in Duomo il giorno della congiura dei Pazzi:

uscivano dagli opifici dell’arti della lana e della seta alcuni di

quegli uomini forti, tarchiati e con visi terribili, che rammentavano

ancora i Ciompi di Michele di Lando.[212] Pareva quel giorno che

si fosse, come per incanto, tornati un secolo addietro; e che quel

popolo il quale aveva per sessanta anni sopportato così pazientemente

la tirannide, fosse ora deciso di correre al sangue ed alle armi per

riconquistare la sua libertà.

Se non che, in quello universale furore, una universale incertezza

e diffidenza dominava gli animi. I Medici, è vero, non aveano

lasciato alcuna guardia in Firenze, ed il popolo poteva d’ora in ora

impadronirsi di tutta la città; ma esso non sapeva di chi fidare,

a cui lasciarsi condurre. I vecchi amici della libertà erano quasi

tutti morti nei sessanta anni trascorsi, fra gli esili, le condanne

e le persecuzioni; i pochi che ancora s’intendevano dello stato,

erano uomini vissuti sempre col favore dei Medici; e la moltitudine,

uscendo dalla servitù, non poteva per sè stessa se non trascorrere

alla licenza.[213] Era, quindi, uno di quei momenti terribili, in cui a

nessuno è dato vedere quali eccessi, quali fatti atroci possono d’ora

in ora commettersi. Il popolo scorreva tutto il giorno incerto per le

vie, come un fiume impetuoso; guardava con occhio sinistro le case di

quei cittadini che avevano accumulato ricchezze coll’oppressarlo; nè

aveva altra direzione sicura, se non che in sull’ora della predica

raccoglievasi tutto nel Duomo. Ivi non s’era mai vista la gente

accalcarsi così stretta: gli uni pigiavano gli altri sino a che non

si potevano più muovere; e quando il Savonarola saliva finalmente sul

pergamo, egli era come sopra un piano fitto e immobile di teste che

lo riguardavano. Si vedeva dipinta su quei volti un’insolita fierezza,

un’insolita concitazione, ed a qualcuno di sotto al lucco rilucere la

corazza.

Quel frate era il solo uomo che potesse in quei giorni comandare alla

moltitudine; la quale sembrava pendere dalle sue labbra, e da lui

solamente aspettare la sua salvezza. Una parola inconsiderata, uscita

dalla bocca di lui, avrebbe potuto mandare a sacco le case dei più

potenti cittadini, ricominciare l’antica storia delle guerre intestine,

far versare dei fiumi di sangue; giacchè molte erano le ingiurie dal

popolo ricevute, grande il desiderio della vendetta. Egli si astenne

perciò da ogni discorso politico; ma, col cuore riboccante d’affetto,

con ambe le braccia aperte, con la persona sporgente dal pergamo,

con una voce che rimbombava in tutta la chiesa, predicava la pace, la

carità, l’unione «Ecco la spada è venuta, le profezie si verificano,

i flagelli cominciano: ecco il Signore conduce questi eserciti. O

Firenze, è cessato il tempo dei canti e dei balli: ora è tempo di

piangere con fiumi di lacrime le tue colpe. I tuoi peccati, o Firenze,

i tuoi peccati, o Roma, i tuoi peccati, o Italia, sono causa di questi

flagelli. Fate, adunque, penitenza; fate limosina; fate orazione; fate

unione. O popolo, io ti sono stato in luogo di padre; sommi affaticato

tutto il tempo della vita mia a farti conoscere le verità della fede

e del ben vivere, e non ho avuto altro che tribolazioni, scherni ed

obbrobrio: almeno mi fosse dato il compenso di vederti far le buone

opere! Popolo mio, che altro ho mai desiderato che vederti salvo, che

vederti unito? Fate penitenza, perchè s’avvicina il regno de’ Cieli.»

«Ma io l’ho detto tante volte, io ho esclamato tante volte, io ho per

te pianto tante volte, o Firenze, che ti doveria bastare.... Io mi

volto a te. Signor mio, che se’ stato morto per nostro amore e per li

nostri peccati: perdona, o Signore, perdona al popolo fiorentino, che

vuole esser tuo.[214]» E così egli andò innanzi predicando la carità,

la fede, la concordia degli animi, con tanto impeto, con tanta forza,

che ne restò più giorni esausto e quasi ammalato.[215] Quei sermoni

non furono dei più eloquenti, perchè l’agitazione toglieva luogo

alla riflessione ed all’arte; ma l’affetto con cui furono pronunziati

dominava, soggiogava quel popolo, che dopo il tumulto delle strade,

veniva in luogo di pace, ove udiva parole evangeliche. Tanta fu la

forza che ebbe in quei giorni la voce del Savonarola, che fra sì gran

tumulto di passioni popolari, non si trascorse ad alcuno eccesso;

e la rivolta che sembrava apparecchiarsi tumultuante e pericolosa

nella piazza, si compiè tranquilla e pacifica nel Palazzo: miracolo

nuovo nella storia di Firenze, che tutti gli storici di quel tempo

attribuiscono al benefico ascendente che il frate di San Marco seppe

acquistare sul popolo.[216]

Il giorno 4 di novembre, adunque; la Signoria raccolse i più reputati

e prudenti cittadini in Palazzo, per consigliarsi sul partito da

prendere. La legge e l’antica usanza della repubblica portavano che a

niuno fosse permesso di prendere la parola, se non ne veniva richiesto

dai Signori; ed allora doveva discorrere in favore del partito che

essi proponevano. Nei momenti di tumulto, però, nè questa nè altra

legge fiorentina veniva rispettata. Quel giorno, gli animi erano

pieni d’agitazione; trattavasi della salute della patria; la Signoria

domandava consiglio ad ognuno e tutti volevano parlare. Pure, tanto la

lunga servitù aveva legato gli animi, che quando messer Luca Corsini

ruppe l’antica usanza, e, senza esserne personalmente richiesto,

levatosi in piedi, cominciò a dire che le cose andavano male, che la

città rovinava nel disordine, che bisognava prendere qualche rimedio

efficace; la maraviglia fu universale: qualcuno sussurrava, qualche

altro tossiva, e, finalmente, a lui si avviluppò in modo la lingua in

bocca, ch’egli non potette procedere più oltre.[217]

Il discorso, però, fu subito ripreso da Tanai di Jacopo de’ Nerli,

giovanetto assai animoso, il quale rinforzava le parole del Corsini: ma

anche a lui cominciò a tremare la voce; ed il padre, allora, levatosi

in piedi tutto confuso, lo scusava appresso i colleghi, dicendo non

badassero alle sue parole, perchè egli era giovane e di poca testa.

Si levò, finalmente, Piero di Gino Capponi: la sua persona ben

quadrata, il capo canuto, gli occhi fiammeggianti ed una certa aria di

allegra fierezza, come di destriero ch’ha udito il suono della tromba

guerriera, fecero rivolgere verso di lui tutti gli sguardi e tacere

ognuno. Lo sapevano uomo di parole brevi, ma risolute, e di fatti

ancora più risoluti. Egli parlò chiaro, e disse: «Piero de’ Medici

non è più capace a tenere lo stato; la repubblica deve provvedere a sè

stessa; _ormai è tempo d’uscire di questo governo di fanciulli_.[218]

Si mandino ambasciatori al re Carlo; i quali se incontrano Piero, non

lo salutino; ed espongano come tutto il male è venuto da lui, e che

la città è amica del nome francese. Si facciano uomini d’onoranza, i

quali non manchino di ricevere il re con ogni festa: ma, nello stesso

tempo, si chiamino dal contado i comandanti coi loro soldati, e si

nascondano nei chiostri od altri luoghi segreti, e insieme colle genti

d’arme si tengano parati al bisogno; acciocchè quando non s’è mancato

per nulla in quello che è onesto con questo Cristianissimo principe,

nè tralasciato di contentare con danari l’avara natura dei Francesi,

si possa, ove egli trascorra ad atti e pensieri non comportabili,

mostrargli il viso e l’armi. E sopra ogni altra cosa,» egli disse

conchiudendo, «non si manchi di mandar cogli altri ambasciatori

il Padre Girolamo Savonarola, il quale ora ha tutto l’amore del

popolo.[219]» E poteva aggiungere ancora, tutto il rispetto del re;

perchè questi avea davvero concepita una quasi religiosa venerazione

per quel frate, che da tanti anni predicava la sua venuta, dicendola

ordinata dal Signore.

Il 5 novembre furono eletti gli ambasciatori, tra i quali erano il

Capponi medesimo, il giovane Nerli ed il Savonarola.[220] Questi lasciò

che gli altri partissero subito per Lucca, ove speravano d’incontrare

il re; ed egli, con due suoi frati, li seguì a piedi, come era suo

costume di viaggiare.[221] Ma prima di muoversi, parlò di nuovo al

popolo, e fece un sermone, che concluse con queste parole: «Il Signore

ha esaudito le tue orazioni; ha fatto pacificamente seguire una gran

rivoluzione. Egli solo è venuto in aiuto della città, quando tutti

l’avevano abbandonata. Attendi, e vedrai i disastri che seguiranno

nelle altre città. Persevera, adunque, o popolo di Firenze, nelle buone

opere; persevera nella pace. Se tu vuoi che il Signore perseveri nella

misericordia, sii misericordioso verso i tuoi fratelli, verso i tuoi

amici, verso i tuoi nemici: altrimenti, cadranno anche sopra di te i

flagelli che s’apparecchiano al resto d’Italia. _Misericordiam volo_,

grida a voi il Signore. Guai a chi non ubbidisce ai suoi comandi.»[222]

Fatta questa predica, si partiva per andare alla volta di Pisa; giacchè

gli ambasciatori arrivati a Lucca avevano trovato il re sul punto di

partire; onde, dopo averlo salutato, lo seguivano in quella città.

Non appena Piero dei Medici ebbe veduto ch’essi venivano in nome della

repubblica senza fare a lui alcun segno di ossequio, capì subito

che qualche grave mutamento era avvenuto nella città. Raccomandava

perciò caldamente al re la sua causa, e prometteva di pagargli 200,000

ducati:[223] raccomandava a Paolo Orsini di raccogliere le sue genti,

di soldare nel contado quanti uomini potesse e venire subito a Firenze;

dove egli entrava frettolosamente la sera dell’8 novembre.[224]

La mattina seguente, presentavasi al Palazzo verso le ore 11,

accompagnato da molta gente, con la intenzione di raccogliere il popolo

a parlamento, e restringere nelle sue mani tutto il governo. Ma la

Signoria, che era già istruita del suo disegno, lo fece passare con

alcuni solamente de’ suoi compagni; e ricevutolo con gran freddezza,

gli raccomandava di licenziare la gente assoldata, per non mettere

sè stesso e la città a qualche inutile cimento. Pietro restò talmente

confuso da un’accoglienza così fredda e risoluta, che non sapendo come

decidersi, se ne uscì, dicendo ch’egli avrebbe prima deliberato sul

da fare, e poi sarebbe venuto di nuovo a renderne conto ai Signori.

Tornato a casa, mandava ordine all’Orsini che s’impadronisse della

porta a San Gallo; ed egli armatosi, si presentava il giorno al

Palazzo, con una guardia di gente parimente armata. Ma sull’uscio

trovava alcuni dei Collegi che gl’impedivano l’entrata, dicendo avere

ordine di non lasciarlo passare altro che solo e senza armi, e per lo

sportello piccolo. Egli allora, tutto sbuffante di sdegno e minaccioso,

tornavasene indietro. Non aveva però dato appena due passi, che veniva

chiamato da un mazziere della Signoria, mandato per ordine di messer

Antonio Lorini, il solo che fosse, tra i Signori, restato ancora amico

ai Medici. Costui trovavasi appunto quel giorno tenere l’ufficio di

Proposto;[225] onde, a lui toccando il proporre le deliberazioni da

farsi, aveva in quel giorno potuto impedire che se ne facesse alcuna

contro a Piero de’ Medici: ed essendo a lui pure affidate le chiavi

della torre, avea sino allora impedito che si sonasse la campana per

raccogliere il popolo. Ma ora che, trascorrendo tutti i limiti, contro

alla volontà di ognuno richiamava indietro il Medici, messer Luca

Corsini, insieme con Iacopo de’ Nerli e Filippozzo Gualterotti, scesero

alla porta e di fatti gli vietarono il passo. Piero, che nel vedersi

richiamato avea già ripreso il suo orgoglio, voleva usar modi superbi;

ma il Nerli, respingendolo con ingiuriose parole, gli chiuse l’uscio in

sul viso.

Il popolo, che s’era trovato testimonio di questo fatto, cominciò a

levargli il rumore addosso; e per maggior dispregio, lo cacciavano via

solamente colle grida e coi becchetti dei cappucci; mentre i fanciulli

lo inseguivano coi fischi e coi sassi. Piero, colla spada sguainata

in mano, non sapendo nè usarla nè rimetterla, si restrinse pauroso in

mezzo ai suoi, atterrito dalla sola voce di quel popolo che aveva poco

prima tanto superbamente calpestato. Mentre così retrocedevano gli uni

e gli altri inseguivano, scontrarono per via il bargello, Pier Antonio

dell’Aquila; il quale volendo aiutare i Medicei, fu, dal popolo, che

era senza armi, disarmato e svaligiato con tutti i suoi. Menatolo

poi al suo palazzo, gli fecero liberare i prigionieri; e ritornando

i sollevati indietro, fu singolare il vedere come le armi tolte al

bargello fossero le prime che si brandissero in difesa della libertà.

Ma già la campana della Signoria cominciava a sonare a distesa, e

tutto il popolo correva tumultuoso in piazza: abbandonavano le case;

chiudevano le botteghe; uscivano colle ronche, cogli spiedi, coi pali,

con ciò che trovavano. Alcuni vecchi cittadini si vestirono quel giorno

con abiti d’antica foggia, con armi irrugginite, che rammentavano i

tempi della repubblica; ed erano accolti con grida di gioia, ogni volta

che comparivano nella folla.[226]

Non s’era appena il popolo radunato in piazza, quando ecco, tutto

polveroso, a cavallo di una mula, Francesco Valori arrivare da Pisa,

dove aveva parlato cogli ambasciatori fiorentini. La gente si stringeva

intorno a lui chiedendo notizie, ed in un momento egli si trovava nel

più fitto del tumulto. Il Valori era stato un antico partigiano dei

Medici, adoperato da Lorenzo in molti impieghi; e fu uno di quei cinque

cittadini mandati al Savonarola per consigliarlo a moderare le sue

prediche. Ma da quel momento, esso cominciò invece a sentir simpatia

pel frate, ed a poco a poco ne divenne uno dei più caldi seguaci. Il

mal governo di Piero lo spinse poi decisamente nel partito popolare,

che assai più si addiceva alla natura del suo carattere. Egli aveva,

infatti, tutte le qualità d’un capo-popolo: impetuoso ed ardito,

di poca testa e di gran cuore, eccessivo in tutti i suoi partiti,

trovavasi in mezzo ai tumulti come a casa sua. E quel giorno, su

quella stessa mula, così polveroso com’egli era, cominciò ad arringare

la moltitudine. — Raccontava, come gli ambasciatori avevano a Lucca

trovato il re assai ben disposto; ma che seguitolo a Pisa, ne erano

stati freddamente ricevuti, perchè Piero de’ Medici, prima di lasciare

il campo, aveva fatto mille preghiere e mille promesse a danno della

città. — Quando poi s’avvide che il popolo era venuto in furore, si

mise alla sua testa, e col grido di _abbasso le palle_, lo condusse ad

assalire la casa dei Medici.[227]

Piero aveva, in questo mezzo, fatto chiamare l’Orsini con la sua gente;

s’era armato di tutto punto, e colla forza voleva ritornare in Palazzo.

Il cardinal Giovanni suo fratello[228] s’era già avviato innanzi; e

correndo le vie, cercava sollevare il popolo in suo favore col grido

di _palle, palle_: ma niuno gli rispondeva, anzi molti dalla strada

e dalle finestre lo minacciavano. Quando fu giunto alla chiesa di San

Bartolommeo, egli potè distinguere la moltitudine guidata dal Valori,

che armata e tumultuante si avvicinava, onde assai rapidamente volse

indietro i suoi passi. Arrivato a casa, trovò che Piero s’era già

dato alla fuga. Avendo esso ricevuto un bullettino della Signoria,

che dichiarava ribelli lui ed il cardinale, e saputo come questi

già retrocedeva, non gli era bastato l’animo neppure d’aspettarlo; e

raccolta la poca gente che aveva intorno, era corso alla porta a San

Gallo. Ivi fece l’ultimo tentativo di sollevare quel borgo, popolato

d’infima gente, stata sempre affezionatissima alla sua casa; ma invano

egli alzava la voce, invano gettava oro per le vie: anche quell’ultima

plebe lo guardava con disprezzo, correndo invece verso il palazzo dei

Signori. Allora si persuase, finalmente, che era inutile sperare; che

bisognava, invece, provvedere a salvare la vita. Avvilito, prostrato

da tante traversíe che in sì breve spazio gli erano venute addosso,

si mise per la via di Bologna; e non s’era appena allontanato pochi

passi, che vide chiuderglisi dietro la porta della città. Egli andava

in compagnia del fratello Giuliano,[229] e d’alcuni pochi soldati; i

quali, più di lui spauriti per la tema d’essere nella campagna assaliti

e messi a pezzi dai contadini, lo lasciarono, la più parte, prima di

uscire dai confini della Toscana. Giunto in fine a Bologna, stracco

e trafelato dal lungo viaggio, con poca e misera compagnia, fu dal

Bentivoglio quasi villanamente ricevuto. — «Mi sarei lasciato piuttosto

tagliare a pezzi, egli disse, che abbandonare lo stato. — » Non andò

guari per altro, che presentatosi un uguale pericolo, anche il superbo

Bentivoglio si dette vilmente alla fuga. Piero, intanto, sempre più

abbattuto dall’avversa fortuna, continuava oltre il viaggio sino a

Venezia; dove finalmente trovava cortesia e riposo. Anche ivi ebbe il

dolore di vedere che il Soderini, ambasciatore fiorentino, s’era già

dichiarato in favore del nuovo governo: ma la Signoria veneziana lo

accolse con tutti gli onori che soleva usare verso i principi decaduti;

e ciò fu un gran sollievo al suo animo travagliato.

A lui pareva d’essere in quei pochi giorni vissuto un secolo, ed ora

si destava come da un lungo sogno, e cominciava a comprendere con

quanta stoltezza si era condotto, con quanta viltà aveva abbandonato

lo stato, senza che ancora nessun reale pericolo lo avesse minacciato,

quando già il re Carlo si era volto in suo favore. E certo, se in quei

primi giorni egli avesse saputo mostrare un animo risoluto, avrebbe

potuto spegnere o frenare quei movimenti in sul nascere, sicuro come

era del vicino aiuto di Francia.[230] Infatti, quel re tanto gli

era divenuto favorevole, che già arrivavano suoi messi a Venezia,

invitando Piero de’ Medici a tornare in Firenze. Ma a questo, oggimai,

non bastava più l’animo di trovarsi una seconda volta in mezzo a quel

popolo tumultuante, le cui grida minacciose ancora pareva che lo

spaventassero. Intanto, arrivava a Venezia anche il cardinale, che

nella sua fuga aveva mostrato animo maggiore. Assai più tardi aveva

abbandonato la città, travestito da frate, con molta fatica e non

senza grave pericolo: aveva presi tutti quegli oggetti più preziosi che

potette nel disordine raccogliere, e portatili subito ai frati di San

Marco, riusciva in questo modo a salvarli; come fecero anche parecchi

altri di quei cittadini che sapevano d’essere più invisi al popolo.

Tanto era grande appresso tutti il nome della onestà di quei frati, che

mentre il loro convento era tenuto quasi centro del partito popolare, i

partigiani dei Medici ed il cardinale medesimo non sapevano ove meglio

ricoverare le loro cose più preziose.

In questo mezzo, la Signoria metteva una taglia di 5,000 fiorini

per chi consegnasse vivi Piero o il cardinale, e di 2,000 per chi li

desse morti. Si cercava nel medesimo tempo distruggere ogni memoria

del passato: erano cancellate dal palazzo del Podestà le immagini

dei ribelli del trentaquattro, dalla porta della dogana quelle dei

ribelli del settantotto:[231] venivano richiamate le famiglie dei

Neroni Diotisalvi, dei Pazzi e di molti altri esuli o confinati; fra i

quali erano Lorenzo e Giovanni de’ Medici, cugini di Piero, che appena

tornati, levarono dalle loro case le insegne delle palle per mettervi

l’arme del popolo, e di Medici che erano, si vollero chiamar Popolani.

Così cominciavasi già ad adulare quella moltitudine, pochi giorni

innanzi tanto vilipesa!

Il tumulto intanto cresceva, e la plebe sembrava cominciare a divenire

ebbra nel disordine. Andavano a sacco le case di Giovanni Guidi notaio

e cancelliere delle Riformagioni, e d’Antonio Miniati provveditore

del Monte; due uomini ch’erano stati fidi strumenti dei Medici, e

sottili consiglieri nel trovar modo a gravare il popolo d’imposte

incomportabili; onde erano divenuti l’odio di tutta Firenze. Fu del

pari saccheggiata la casa del cardinal Giovanni dei Medici, e quel

giardino di San Marco, ove essi avevano raccolto tanti oggetti preziosi

di arte. Ancora non s’era cominciato a sparger sangue, ma pure molti vi

erano assai inclinati; e vi sarebbero certo venuti, se i partigiani del

Savonarola non si fossero molto adoperati per impedirlo, se d’ora in

ora non si fosse aspettata la sua venuta dall’ambasceria al re Carlo,

e se la Signoria non avesse con severissimi bandi cercato di metter

termine a questi disordini.

Ad accrescere però i mali umori, arrivavano ora gli ambasciatori da

Pisa, e portavano del re Carlo notizie poco soddisfacenti. Essi gli

avevano esposto: — La città essergli amica, ed apparecchiarsi già

a riceverlo con quegli onori ch’erano convenevoli alla sua maestà;

chiedere solo, che siccome da amico era ricevuto, così da amico volesse

comportarsi: venisse perciò sin d’ora agli accordi, acciò la pubblica

gioia più compiuta si potesse manifestare. — Ma quel re non dava mai

altra risposta, se non che: — «Dentro alla gran _villa_ s’assetterebbe

ogni cosa.» — E dalla sua freddezza appariva evidente, che le istanze,

le preghiere e le promesse che Piero dei Medici gli aveva fatto di

danari, di obbedienza, di ogni cosa, lo avevano volto in suo favore.

Onde gli ambasciatori tornavano ora senza alcuna conclusione, e solo

potevano assicurare, il re non esser punto favorevole alla repubblica.

Se non che, quando essi avevano fallito l’intento loro, il frate

di San Marco si presentava al campo francese; e, passato fra quella

gran moltitudine d’armati, arrivava finalmente alla presenza del re,

che, in mezzo ai suoi generali, gli faceva assai lieta accoglienza.

Ed il frate, senza molti preamboli, cominciava un breve sermone,

che pronunziò con voce sonora, con accento quasi imperioso. — «O

Cristianissimo re, tu sei uno strumento nella mano del Signore, che

ti manda a sollevare i mali d’Italia, come io già da più anni ho

predetto; e ti manda a riformare la Chiesa, che giace prostrata in

terra. Ma se tu non sarai giusto e misericordioso; se tu non rispetti

la città di Firenze, le sue donne, i suoi cittadini, la sua libertà;

se tu dimentichi l’opera per cui il Signore ti manda; Esso allora

sceglierà un altro per adempierla, aggraverà la sua mano adirata sopra

di te, e ti punirà con flagelli terribili. Queste cose io ti dico

da parte del Signore.»[232] — Il re ed i generali sembrarono udire

assai attentamente le minacciose parole del Savonarola, e prestarvi

grandissima fede. Era, in fatti, venuta in ognuno l’opinione, che

quegli eserciti fossero veramente guidati dal Signore ad un fine

provvidenziale; ed il re Carlo nutriva una grande venerazione per colui

che aveva profetato la sua venuta ed assicurava prospero successo alle

sue imprese: onde quel sermone pareva che mettesse davvero un certo

terrore nell’animo suo, e lo risolvesse a comportarsi più onestamente

coi Fiorentini; ai quali il Savonarola, tornando poco dopo gli altri

ambasciatori, portava migliori speranze.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 27 / 53 题