La venuta dei Francesi in Italia. [1494.]

Dopo la morte di Lorenzo dei Medici e la elezione del nuovo papa, le

cose d’Italia avevano rapidamente peggiorato. Il Borgia, divorato

dall’ambizione di creare uno stato ai suoi figli, volgeva l’occhio

avido di preda ovunque vedesse un principe debole o pauroso; faceva e

disfaceva trattati, amicizie e giuramenti; avrebbe messo l’Italia e

l’Europa intera a qualunque cimento, per ottenere i suoi fini.[191]

Nè meno pericolosa era l’indole di Lodovico il Moro, dominato dalla

paura e dall’ambizione nel medesimo tempo. Il suo nome era conosciuto

in tutta Italia per doppiezza e mala fede: i trattati da lui giurati

erano alla prima opportunità violati; anzi, nel momento stesso che

li segnava, studiava fra sè il modo di romperli quando un’occasione

lo richiedesse. Si vantava d’essere il più astuto uomo d’Italia, e

non aveva mai posa nel mulinar sempre nuovi disegni e nuove trame

per raffermare il suo stato, spegnere i suoi nemici, crescere la sua

potenza. Quando egli era, poi, assalito dalla paura, allora tutte le

facoltà della sua mente crescevano di forza e venivano in una specie

di convulsa attività, nè vi era mente umana che potesse prevedere i

partiti a cui egli era allora capace di ricorrere.[192] Sfortunatamente

per lui e per l’Italia, la paura dominavalo appunto in quel tempo di

cui ora discorriamo, e lo teneva continuamente sospeso.

La signoria di Milano era stata da lui crudelmente usurpata al nipote

Giovan Galeazzo, che egli teneva prigioniero a Pavia, non senza

sospetto d’amministrargli lento veleno. Quel giovane, infatti, era

già debole, malato ed ogni giorno più esausto di forze. Esso non

era perciò capace di fare alcuna resistenza al Moro; ma sua moglie

Isabella d’Aragona, figlia di Alfonso di Napoli, non sapeva tollerare

la violenta usurpazione dei loro diritti, la umile e trista condizione

a cui erano condannati. Ella empieva perciò de’ suoi rammarichi tutta

Italia, invitava continuamente il padre e l’avo, perchè venissero a

vendicar le ricevute ingiurie, a rimettere lei ed il marito nei loro

stati. Il re Ferdinando e suo figlio Alfonso, signori d’un vasto reame,

superbi del nome acquistatosi nelle armi, per le guerre avute contro

i Baroni e per l’assedio di Otranto, trattavano il Moro con un alto

disprezzo, lo chiamavano nei loro dispacci il Duca di Bari o anche

Messer Lodovico,[193] e di continuo minacciavano di andare a torgli

l’usurpata signoria, per rimettervi la figlia. Non è descrivibile in

quale stato si trovasse allora il Moro e che disegni passassero per

l’animo suo: se egli avesse potuto dar fuoco all’Italia ed al mondo per

salvarsi da questa paura, non avrebbe certo esitato un momento.[194]

Lorenzo dei Medici aveva, al suo tempo, mostrato una grandissima

prudenza nel mettersi fra queste due parti, e, restando neutrale,

mantenerle amiche, con una specie quasi d’equilibrio politico, per

cui fu allora chiamato l’ago della bilancia d’Italia. Sino dal 1480,

egli aveva, con un trattato, riunito le corti di Napoli, Milano e

Firenze; e dipoi, col piegare ora da un lato ora dall’altro, aveva

sempre impedito che quest’alleanza venisse sciolta. Ma dopo la sua

morte, si vide subito le cose mutare aspetto; onde il primo pensiero

del Moro fu di esperimentare in qualche modo l’animo de’ suoi

nuovi alleati. Propose, adunque, che nella elezione del Borgia, gli

ambasciatori delle tre corti entrassero contemporaneamente in Roma,

e come amici riuniti si presentassero al papa. Ma Pietro de’ Medici,

avendo stabilito farsi capo d’una solenne ambasceria fiorentina, di

cui già aveva apparecchiato la pompa, indusse il re di Napoli a trovar

pretesti per negarsi alle proposte del Moro. Ed il re prese subito

questa occasione per ferire il suo nemico personale, dimostrando nel

medesimo tempo, che e’ lo faceva per secondare i desiderii di Piero. Di

quanto sospetto un tal fatto empiesse l’animo del Moro, non è facile

immaginarselo. Ben presto, però, egli si dovette anche avvedere, che

questi erano segni d’una discordia assai più profonda, e che egli si

trovava ora isolato in Italia; giacchè gli Orsini, i quali ricevevano

condotte dal re di Napoli, erano già riusciti a tirare Piero de’

Medici dal loro lato.[195] Questo fece sì che il Moro cominciasse a

pensare deliberatamente ai casi suoi, nè mai potesse fermar l’animo

suo, fino a tanto che non si fu deciso d’invitare i Francesi a venire

alla conquista del regno di Napoli. E in tal modo cominciò quella

serie di lunghe calamità, che per tanti secoli desolarono l’Italia, e

vi distrussero ogni prosperità di commercio, ogni cultura di lettere

e di scienze, ogni aura di libertà. Il Moro fu, certo, la colpevole

occasione che dètte principio a tante sventure; ma a torto si è

accumulato sul suo nome un odio infinito, facendolo autore di quei

fatti, le cui vere cagioni erano di lunga mano già apparecchiate, e

dandogli così una importanza storica che egli non merita neppure nel

male che ha fatto.

La vita troppo attiva ed irrequieta dei tempi passati aveva logorato

l’Italia, che si trovava nel secolo XV invecchiata d’una vecchiezza

precoce, divisa e debole. E intorno ad essa crescevano già degli Stati

grandi, forti, pieni di gioventù e di vita: il Turco era nel vigore

della sua potenza, aveva già messo piede in Europa, minacciava per mare

e per terra l’Italia e tutto l’Occidente: la Spagna aveva unito i reami

di Castiglia e d’Aragona, cacciato i Mori e già traversato l’Atlantico,

guidata dal genio e dall’ardire di Colombo. In Francia, Luigi XI aveva,

col suo ferreo dispotismo, abbassato l’aristocrazia e sollevato il

popolo; dato ordine alla finanza, unità alla nazione, allargatone i

confini sul Reno e sui Pirenei; mentre l’estinzione della casa d’Angiò

faceva ricadere nei re di Francia il Ducato, la Provenza, e tutti i

diritti che gli Angioini vantavano sul regno di Napoli: la Germania,

sebbene apparisse infiacchita sotto il debole ed incerto governo di

Massimiliano, aveva pure le sue forze nazionali più che mai vive: gli

Svizzeri, finalmente, divenuti la prima fanteria d’Europa, si tenevano

pronti a scendere formidabili dalle Alpi per chiunque li pagasse.

Il sentimento della propria forza, il desiderio d’avventure, il bisogno

di civiltà e, più che ogni altra passione, una certa gelosia nazionale,

spingeva tutti questi popoli verso l’Italia. Non le sapevano perdonare

che ancora fosse maestra al mondo; che ancora la gioventù movesse

da tutte le parti d’Europa per accorrere nelle sue università; che

sempre fosse la sede unica delle arti e delle lettere; che in tutte

le corti, ognuno si studiasse d’imitare i modi e la lingua italiana;

che gli scrittori, gli artisti, i filosofi, i medici, gli astrologi,

i navigatori d’Italia avanzassero ancora tutti gli altri nella gloria,

come i signori e mercatanti li avanzavano nelle ricchezze. Ciò faceva

nascere come un misto di amore e di odio, che spingeva verso di

essa tutte le altre nazioni d’Europa. Era divenuto inevitabile che

l’Italia spargesse nel mondo i semi della sua civiltà; e non avendo

ormai forza di essere conquistatrice, bisognava che fosse conquistata.

_L’impresa d’Italia_ era, infatti, divenuta la crociata del secolo

XV: i capitani e gli uomini di stato ci vedeano una preziosa e facile

conquista; i dotti ci vedevano il mondo della scienza e dell’arte

rivelato all’Europa; i soldati sognavano il sacco dei tesori raccolti

nei palazzi e nelle ville italiane; tutti il bel cielo e le ubertose

campagne.[196]

Ma quello che fra tanti popoli sembrava allora destinato a passare le

Alpi, era senza dubbio il popolo francese. La sua posizione nel centro

d’Europa ed ai confini d’Italia, la sua indole, il suo stato politico

e militare; tutto, insomma, lo chiamava ad essere primo in quel gran

moto che doveva, col dar morte all’Italia, portar vita all’Europa. Si

aggiungeva a questo, l’essere allora salito sul trono Carlo VIII, che

non aveva più di ventidue anni, ed era pieno d’uno strano desiderio

di avventure. Debole di complessione, piccolo di statura, d’aspetto

quasi deforme; conosceva appena i caratteri dell’alfabeto; non aveva nè

consiglio nè prudenza; era avido di comandare, ma incapace di ritenere

co’ suoi alcuna maestà.[197] Egli veniva sempre aggirato da uomini

di basso lignaggio, i quali ottenendo i suoi favori, salivano alle

più alte dignità dello stato; e costoro eccitavano di continuo la sua

puerile ambizione d’imitare San Luigi di Francia, e rendere immortale

il suo nome con una crociata contro i Turchi, di cui la conquista di

Napoli doveva essere il primo passo. Mentre essi cercavano così indurlo

a far valere quelle ragioni che dalla casa d’Angiò si credevano scadute

alla corona di Francia,[198] gli esuli napoletani stavano sempre

ai suoi fianchi per ridestare queste medesime ambizioni. I principi

di Salerno e di Bisignano, scampati alla strage dei baroni, non si

fermavano mai dal parlare contro il crudele dispotismo di Ferdinando

e d’Alfonso; dipingevano il partito angioino potentissimo nel Regno,

assicuravano che il re sarebbe ricevuto a braccia aperte da tutto il

popolo. Ed invero, a tutti era noto lo stato infelice dei Napoletani;

ed il desiderio d’un qualunque mutamento, per quanto potesse dagli

esuli essere esagerato, era pure assai universale.

Riguardando, poi, al resto d’Italia, si vedeva che la venuta dei

Francesi era assai più desiderata che temuta da tutti quelli che

amavano la libertà. L’indole facile e pieghevole di quel popolo,

l’incerto e l’impreveduto che si trova sempre in quel carattere,

facevano sì che ognuno aspettasse da loro quello che desiderava: onde

non v’era popolo oppresso o repubblica tiranneggiata, che non sperasse

colla loro venuta sollevare le sue miserie. Già Luigi XI era stato più

volte da vari partiti invitato a venire in Italia; ed ora che Lodovico

il Moro mandava i suoi ambasciatori per tentare l’animo di Carlo VIII,

sembrava che neppure i governi gli fossero del tutto contrari. Sia che

Alessandro volesse spaventare il re di Napoli, per offerirgli poi la

pace a miglior prezzo; sia che si fosse lasciato aggirare dalle arti

sottilissime e dalla politica astuta del Moro; certo è che anch’egli

incoraggiava la venuta dei Francesi.[199]

Onde riesce assai singolare il pensare come questa invasione straniera,

cagione a noi di tanti mali, fosse in quel momento da quasi tutti

gl’Italiani desiderata, e dai Francesi contrastata. I baroni di

Francia, infatti, radunati a consiglio, s’erano apertamente dichiarati

contrari ad una impresa che giudicavano inconsiderata e pericolosa.

Non doversi fidare, dicevano essi, negli aiuti d’un alleato come il

Moro, d’un papa vario e mutabile come il Borgia; le armi del re di

Napoli non essere spregevoli, e la Francia esausta di danari, non avere

alcun mezzo per sostenere una lunga campagna. In fondo, diffidavano

più di tutto del loro medesimo re, che non tenevano capace a condurre

un’impresa di sì grave momento. Ma egli sprezzava i loro consigli, e

lasciavasi guidare da due uomini che non s’intendevano nè di guerra nè

di stati. Uno di essi era Stefano di Vers, in origine cameriere ed ora

maresciallo Beaucaire; l’altro era Guglielmo Brissonet, che da semplice

mercante era salito ad essere generale di Francia e ministro delle

finanze. Costoro, per la speranza di nuovi guadagni, e per le promesse

del Moro e del papa, erano i soli che favorissero allora la guerra e la

persuadessero al re Carlo.

Egli licenziò, finalmente, dalla sua corte gli agenti del re di

Napoli, e mandò quattro oratori francesi a riconoscere le intenzioni

dei vari stati italiani. Questi, invero, non trovarono alcuna simpatia

nei governi: la repubblica di Venezia era neutrale; Piero dei Medici

tutto amico degli Aragonesi; ed anche il papa, dopo avere invitato

i Francesi, voltando faccia, s’era unito a Napoli. Al re Ferdinando,

quando la sua fortuna cominciò a pericolare, non potè mai riuscire,

malgrado le molte promesse, guadagnarsi l’animo del Borgia: onde

egli moriva, il giorno 25 gennaio del 1494, tormentato da rimorsi

atrocissimi, che lo lacerarono crudelmente nelle sue ultime ore

d’agonia, e col dolore di lasciare la sua famiglia in procinto di

perdere il regno. Dopo una vita lunga e piena di prosperità, egli,

secondo l’espressione d’uno scrittore contemporaneo, finiva _sine lux,

sine crux_.[200] Suo figlio Alfonso si apparecchiava, però, con tutte

le forze alla guerra; e mentre raccoglieva i soldati e metteva in

ordine le navi, era riuscito a tirare dal suo lato il pontefice con la

somma di trentamila ducati pagati a lui, e larghi assegnamenti fatti ai

figli.

Ma se gli oratori francesi trovarono che tutti i governi italiani,

eccettuatone solo il Moro, erano divenuti contrari alla venuta del re;

videro, invece, che le popolazioni si tenevano sempre assai favorevoli.

A Firenze soprattutto, dove il Savonarola invitava apertamente dal

pergamo il _nuovo Ciro_ a passare i monti, la pubblica opinione si

mostrava senza ritegno favorevole ai Francesi, e contraria a Piero de’

Medici. Questi aveva dovuto confinare in alcune ville i suoi medesimi

cugini, che s’erano dati al partito popolare; ed avendo mandato in

Francia ambasciatori a difendere e scusare appresso il re Carlo la sua

politica, essi invece si manifestavano quasi tutti avversi al governo

Mediceo. Eravi andato, fra gli altri, Piero Capponi, il quale essendo

stato sempre uomo di partiti risoluti, consigliava al re di cacciar

via di Francia i mercatanti fiorentini; e con questo grave colpo

agl’interessi materiali della repubblica, far sollevare tutto il popolo

contro ai Medici.[201]

Queste cose avrebbero dovuto sollecitare il re Carlo a partire; ma

pareva, invece, che lo stato più naturale al suo animo fosse l’esitare.

Quando tutto era pronto per agire, quando il tempo d’operare veniva,

allora cominciavano i suoi dubbi. Come, infatti, si fu accertato che

le popolazioni erano in suo favore, cominciò allora a vedere tutte

le difficoltà dell’impresa. Ma ecco, a Lione dove il re si trovava,

arrivare il cardinale di San Piero in Vincola, che fuggiva dalla

fortezza di Ostia; donde aveva prima minacciato e spaventato il papa, e

dove era dipoi stato assediato e stretto in maniera, che trovatosi in

grave pericolo, e’ si era appena potuto salvare colla fuga. Egli era

quel medesimo che ascese più tardi al pontificato col nome di Giulio

II; uno dei pochi cardinali che non avevano voluto vendere il loro voto

al Borgia, di cui era nemico a morte, e che chiamava sempre marrano ed

eretico. Non si stancò mai di muovergli guerra; voleva raccogliere un

concilio per farlo deporre; ed era uomo che nè gli anni nè le fatiche

nè i pericoli sbigottirono mai. Venuto adunque alla presenza del re,

le parole del cardinale furono tali, che gli tolsero ad un tratto ogni

incertezza dall’animo, e lo decisero finalmente a mettersi in punto di

partire.[202]

Innanzi tutto, bisognò pensare a raccogliere danari, dei quali v’era in

Francia grandissima penuria; sebbene Lodovico il Moro avesse già dato

200,000 ducati, e facesse ora nuove promesse.[203] Si ricorse perciò

ai banchieri di Genova, pagando fortissimi interessi; s’impegnarono le

gioie della corona e di vari signori della corte. Dopo ciò, bisognò

anche fare accordo colla Spagna e coll’imperatore, per non lasciarsi

due nemici alle spalle. Si fece, adunque, colla prima un trattato

d’alleanza, con cui si cedettero Perpignano e la contea di Rossiglione,

che formavano la chiave de’ Pirenei, e che Luigi XI con molta fatica

e gloria aveva conquistate. La contea d’Artois, altra conquista del

medesimo re, fu ceduta all’imperatore, a cui venne rimandata la sua

figlia, che era stata già da lungo tempo ripudiata dal re Carlo, senza

che la volesse mai rilasciare, malgrado le istanze continue del padre.

Queste cose spiacevano naturalmente ai Francesi, i quali vedevano

l’onor nazionale gravemente compromesso dalla cessione di provincie

così importanti, da trattati che offendevano la dignità del paese, da

nuovi debiti che non si potevano comportare. Tutti auguravano perciò

male d’una impresa disapprovata dagli uomini di guerra e di stato, e

per cominciare la quale era bisognato umiliarsi in faccia ai vicini.

Nondimeno, Iddio aiutava la Francia, e la fortuna doveva esserle

prospera, perchè l’Italia non poteva fare alcuna resistenza.

Le nostre armi erano cadute assai basso, per non dire spente del tutto;

e quella reputazione che i soldati del re di Napoli ancora godevano,

per aver combattuto alla spicciolata contro i Baroni, non era per far

buona prova in campo aperto. I nostri famosi condottieri e capitani di

ventura, che una volta con tanto onore avevano incontrato i soldati

stranieri, che erano stati i primi a fondare la scienza della guerra

e maestri a tutta l’Europa nella milizia moderna, erano omai tutti

spenti. I loro successori non avevano ereditata alcuna delle loro

qualità: tiravano vergognosamente innanzi una guerra di mestiere, in

cui non s’occupavano d’altro che d’accrescere la paga e risparmiare

la vita. Erano i tempi di cui Niccolò Machiavelli raccontava, che

spesso due eserciti combattevano per più ore senza che alcuno vi

morisse di ferro, e perivano solo quelli che, caduti, erano pestati

dai cavalli.[204] Allora la forza degli eserciti italiani consisteva

quasi unicamente nella cavalleria: il cavaliero, poi, ed il suo cavallo

erano così gravemente armati, che una volta caduti, riusciva quasi

impossibile il potersi rilevare senza aiuto. La fanteria era invece

troppo leggera, ed appena si erano introdotti l’archibugio e la picca:

combatteva sparsa per la campagna, o dietro i fossati e gli argini; e

quando si raccoglievano le schiere, erano larghe di fronte, strette

di fianco; facilissime quindi a sfondarsi. Le artiglierie, poche e

pesanti, tirate dai bovi, difficili a caricarsi, con palle grosse e per

lo più di pietra, facevano pochissimo danno.[205]

L’esercito francese era, invece, modello di quanti se ne vedevano in

Europa. Migliorato secondo tutti i progressi dell’arte, la sua forza

consisteva principalmente nella fanteria, che camminava in ischiere

grosse e serrate, le quali con un numero grandissimo di nuove manovre,

si disponevano facilmente in tutte le guise, con agilità incredibile

di movimenti. Aveva nell’avanguardia ottomila svizzeri, e nella

cavalleria era la più ricca nobiltà di Francia e la più bella gioventù

di Scozia: onde l’emulazione ne cresceva la forza. I Francesi avevano

anche le migliori armi che si lavorassero allora. Splendeva la loro

fanteria di bellissime alabarde e picche, ed in ogni mille fanti

v’erano cento fucili. Oltre le colubrine ed i falconetti, portavano

trentasei cannoni, che erano tirati da cavalli, sopra quattro ruote,

due delle quali si smontavano per metterli in batteria; ed andavano

quasi di pari passo colla fanteria: il che era in quel tempo tenuta

cosa meravigliosa.[206] Il valutare con precisione il numero di questo

esercito, riesce quasi impossibile; perchè gli antichi scrittori sono

sempre inesatti sopra tali materie, ed il loro uso di numerare per

_uomini d’arme_,[207] ne accresce non poco la confusione. Nondimeno,

i più stimano che Carlo VIII comandasse 22 mila fanti e 24 mila

cavalieri; e che unendovi tutta la gente che lo accompagnava, e i

soldati del Moro che dovevano raggiungerlo in Italia, le sue forze

potessero ascendere a 60 mila uomini.[208]

Il re Alfonso di Napoli si apparecchiava, dal suo lato, alla guerra

con tutta l’attività e le forze di cui era capace. D. Federico, suo

fratello, andava con l’armata ad assalire Genova, dove si raccoglievano

le navi di Francia; D. Ferdinando, duca di Calabria, assistito dal

conte di Pitigliano e da Gian Iacopo Trivulzi, capitani rinomatissimi

di quel tempo, avanzavasi nelle Romagne per allontanare la guerra dai

confini del Regno.

In tale stato di cose, tutto spingeva il re Carlo ad affrettare i suoi

movimenti; e quei medesimi generali che avevano contrastato l’impresa,

ora la sollecitavano, persuasi che l’indugio non avrebbe fatto che

peggiorare le sue condizioni. Ma appunto allora il re cominciava di

nuovo a dubitare e perdersi in mille incertezze: egli sembrava aver

quasi del tutto mutato il suo animo; tanto che alcune delle sue genti

che già s’erano poste in moto, ricevettero ordine di retrocedere.

Allora il cardinale di San Piero in Vincola presentossi di nuovo, e

le sue parole furon quasi violente: egli accusò il re di mettere a

repentaglio non solo il proprio onore, ma quello anche di tutta la

nazione; e il suo impeto fu tale, che vinse ogni incertezza. Così,

finalmente, il giorno 22 agosto 1494, il re e l’esercito si mossero;

pel Monte Ginevra andarono ad Asti, dove vennero loro incontro il Moro

colla moglie, e il duca di Ferrara.

Tra le feste e le donne, Carlo dimenticava nuovamente la guerra,

e si abbandonava in modo ai piaceri, che ammalatosi gravemente, fu

costretto fermarsi per un mese. Da Asti andò a Pavia, dove visitò

l’infelice Giovan Galeazzo, che nel fiore degli anni consumavasi in

un letto; e udì i lamenti della moglie di lui, che gettandoglisi ai

piedi, raccomandava a calde lacrime il loro stato infelice. Parve che

il re si commovesse grandemente, tanto che promise a quel principe

aiuti efficaci: ma non era appena da Pavia giunto a Piacenza, che ivi

gli pervenne la nuova della morte di quel giovane, e la fama riportava

essere seguita per veleno amministratogli dal Moro. Tutto l’esercito

era indegnato di questo fatto, perchè vedeva con che sorta d’alleato

si aveva a fare: il re solo pareva non darsene alcun pensiero. Egli,

caduto un’altra volta nelle sue incertezze, non sapeva se prendere

la via di Romagna o procedere per la Toscana; e in questo mezzo, si

fermava di nuovo e davasi nuovamente ai piaceri.

Intanto, arrivavano da tutti i lati notizie di fortuna prospera ai

Francesi. In Romagna, ove già era stato mandato il valoroso generale

d’Aubigny per tenere a bada i Napoletani, egli aveva saputo, con poca

gente e senza venire ad alcun fatto d’armi, stancarli in modo, che già

si ritiravano nel Regno. A Genova, il duca d’Orleans aveva potuto, con

una flotta assai maggiore, obbligare D. Federico a retrocedere. Sbarcò

poi a Rapallo, dove era piccola guarnigione di Napoletani, un certo

numero di Svizzeri; che, aiutati dalle artiglierie delle navi, poterono

prendere la terra, metterla a sacco ed a fuoco, passare a fil di spada

non solo la guarnigione che si arrendette, ma tutti gli abitanti ed

anche quaranta malati che trovarono in letto. La nuova d’un tal fatto

sparse un terrore indescrivibile per tutta Italia, dove questo modo

feroce di guerreggiare era insolito e sconosciuto. Ogni città, ogni

più piccolo borgo s’immaginava d’avere a dividere la medesima sorte

dell’infelice Rapallo; ed il nome dell’esercito francese ne diveniva

terribile, il suo cammino si rendeva sempre più libero da contrasti.

In questo medesimo tempo, arrivavano al campo Giovanni e Lorenzo

de’ Medici, cugini di Piero, che s’erano dati al partito popolare; e

fuggiti dalle ville ove erano stati confinati dal fratello, venivano

ad assicurare al re, lo stato della Toscana essere tutto favorevole

al passaggio dei Francesi. E così l’esercito, messosi finalmente

per la Lunigiana, procedeva oltre, lungo la Magra. Giunti innanzi al

castello di Fivizzano, i Francesi lo presero d’assalto, ed emularono

le crudeltà degli Svizzeri. Ben presto però si dovettero accorgere

d’essersi messi per una via piena di pericoli. Essi erano in un paese

sterile; chiusi a sinistra dai monti; a destra, col mare tenuto ancora

dal nemico; ed in fronte avevano le fortezze di Sarzana, Sarzanello

e Pietra Santa, le quali con piccola guarnigione potevano facilmente

chiudere il passo ad ogni più formidabile esercito. Se Piero de’ Medici

avesse ardito prendere qualche forte provvedimento, egli poteva anche

in su quell’ultima ora respingere i Francesi, con loro gravissimo

danno e vergogna. Ma sembrava davvero che la Provvidenza guidasse

miracolosamente quegli eserciti alla nostra rovina; e che, malgrado

la stolta indolenza del re e il niun provvedimento d’ogni cosa più

necessaria, tutto dovesse riuscire, per loro, a prospero fine.

Intanto, la confusione era a Firenze grandissima. Il partito popolare

aveva sempre parteggiato per Francia; ma la pazza politica di Piero

aveva fatto avanzare il re da nemico, onde il paese ne andava a

sacco ed a fuoco: che fare, adunque, in tale stato di cose? Aprire

la via quando si potevano chiedere patti, sembrava imprudenza e

viltà; chiuderla, era un dichiarare la guerra. Il governo della

città trovavasi intanto nelle mani di Piero, autore unico di questi

disordini: tutti stavano perciò a guardare che partito egli fosse per

prendere, e nel comune pericolo ognuno si compiaceva di notare il suo

smarrimento e la sua confusione. La condizione di Piero era, infatti,

peggiore di ogni altra: il nemico vittorioso e vicino era contro

di lui personalmente adirato; egli, senza danaro, senza alcuno che

volesse dargliene, e col paese avverso, aveva perduto ogni consiglio.

Mandò Paolo Orsini, con alcuni cavalli e trecento fanti, a rinforzare

la guarnigione di Sarzana; ma subito dopo, crescendo la paura, si

decise di presentarsi al campo del re e chiedere egli stesso la pace.

Questo doveva essere una imitazione del viaggio che Lorenzo suo padre

fece a Napoli, quando si mise coraggiosamente nelle mani di quel

re per ottenerne patti onorevoli. Ma le imitazioni riescono assai

difficilmente; e Piero facendo per paura ciò che Lorenzo avea fatto per

coraggio, riuscì a lui in umiliazione e rovina quello che al padre era

risultato ad accrescimento di potenza e d’onore.[209]

Fattosi, adunque, accompagnare da ambasciatori della repubblica, se

ne andò a Pietra Santa; ove subito seppe come l’Orsini, incontrato per

via da alcuni Francesi, era stato disfatto. Cresciutogli perciò vieppiù

il desiderio d’ottenere la pace a qualunque costo, mandò a chiedere un

salvacondotto, ed ottenutolo, si presentò al campo. Ivi trovò che il re

e l’avanguardia battevano invano da tre giorni il forte di Sarzanello.

Ogni altro uomo si sarebbe vantaggiato della sua posizione e del grave

pericolo in cui era l’esercito nemico; ma egli non potè mai uscire

dal suo smarrimento, anzi ne fu sempre più dominato quando vide la

fredda e severa accoglienza fattagli dal re. Senza neppure interrogare

gli ambasciatori che lo accompagnavano, cedette, con una stoltezza

veramente incredibile, tutte e tre le fortezze; dando immediato ordine

a chi le teneva, di consegnarle ai Francesi; i quali subito ne presero

possesso. Prometteva anche di somministrare danaro, e di cedere le

fortezze di Pisa e Livorno; e ciò sino a guerra finita.

Padroni ormai del territorio toscano, si avanzavano i Francesi

rapidamente, non credendo quasi alla loro medesima fortuna, che così

miracolosamente li avea cavati di tanti pericoli. Divenne fra loro

universale l’opinione, che la Provvidenza aiutava quest’impresa; e vi

prestavano fede non solamente i soldati, ma anche i generali, e più di

tutti il re stesso, che si era convinto di esser davvero quel nuovo

Ciro che il predicatore di San Marco aveva annunziato.[210] Intanto,

gli ambasciatori che avevano accompagnato Piero, senza più far parola

nè a lui nè al re, partivano adirati e correvano a Firenze; dove

trovavano ogni cosa già piena di disordine, di confusione e di sdegno,

per le nuove già arrivate delle fortezze così vilmente cedute.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 26 / 53 题