_Sulla morte di Lorenzo il Magnifico, e sulle ultime parole che gli
disse il Savonarola._
Alcuni storici, desiderosi di difendere i Medici in ogni occasione,
a torto e a diritto, hanno voluto negare che il Savonarola dicesse
veramente a Lorenzo le tre parole da noi riportate. Di tutte le ragioni
che adducono per sostenere la loro asserzione, una sola merita di
essere presa in considerazione. — Il Poliziano, nella sua lettera a
Iacopo Antiquario (_XV kalendas iunias_ 1492), descrive minutamente
la malattia e la morte di Lorenzo, parla della visita del Savonarola,
e non riferisce le tre parole da noi citate. Ora, aggiungono quegli
storici, esso era il solo testimonio oculare del fatto; scriveva
privatamente ad un amico, e quindi non avea alcuna ragione di
alterarlo: esso, dunque, merita più fede dei biografi del Savonarola,
che per lodare il loro eroe, hanno probabilmente colorito i fatti a lor
modo. —
Innanzi tutto, non ci è alcuna ragione per accertare che il Poliziano
fosse stato presente al colloquio di Lorenzo e del Savonarola; anzi,
il biografo Razzi (Cap. VI) dice espressamente che in quel momento _gli
altri usciron di camera_. Certo è che il Poliziano dice di essere stato
più volte rimandato nella vicina stanza, ed è assai probabile che ivi
ritornasse quando si trattava di confessione: se pure restò presente,
non è da credere che il Magnifico volesse confessare i suoi peccati ad
alta voce. Quanto poi allo scrivere privatamente ad un amico, questa è
una ragione che si può addurre solamente da chi ignora come le lettere
che gli eruditi del XV secolo si scrivean tra loro, erano pubbliche
quanto le loro opere, e assai spesso venivano da loro medesimi raccolte
e messe a stampa.
Ma volgiamoci a considerare un poco, chi sono coloro che raccontano
il fatto nel modo da noi descritto. Il numero ne è infinito: possiamo
dire che tutti i biografi del Savonarola, antichi o moderni, a stampa
o manoscritti, sono d’accordo a seguire la medesima narrazione; fatta
eccezione solamente del signor Perrens e del Rastrelli, che scrisse un
lavoro anonimo (colla data di Ginevra 1781), il quale può chiamarsi un
libello piuttosto che una biografia. La nostra narrazione, adunque,
è appoggiata all’autorità di questi scrittori: Burlamacchi, pag. 19;
Pico, cap. VI; Barsanti, lib. I, paragr. XXVI-VII; Razzi, cap. VI, Ms.
nella Riccardiana e nella Magliabechiana; Cinozzi Ms., come sopra,
nella Riccardiana 2053, e nella Magliabechiana XXXV, 206; Fra Marco
della Casa, _Vita_ ec., Ms. nel convento di San Marco a Firenze; _Vita
Fratris Hieronymi, Fratris Salvestri et Fratris Dominici_, prezioso
Ms., che sembra autografo, passato dalla biblioteca del noviziato di
San Marco alla Magliabechiana, I, VII, 28. Nel cap. XXIII di questa
Vita l’autore dice: «Omnia hæc quæ in hac Vita scripta sunt, aut ab
autore visa aut a fide dignis audita;» e nel cap. XI egli racconta
il fatto siccome il Padre Burlamacchi e gli altri. Nella biblioteca
di Gino Capponi, Cod. CCCXIII, si trova un Ms. che, sebbene sia una
parafrasi del Burlamacchi, pure serve a confermare il medesimo fatto;
un altro simile se ne trova nella Biblioteca imperiale di Parigi, e ve
n’è un numero infinito in altre biblioteche pubbliche e private, che è
inutile di qui riferire. Vedi anche ciò che dice il Rubieri, intorno
a questo fatto, nelle sue pregevolissime _Osservazioni critiche_ al
Perrens, _Polimazía_, Num. 3 e 4, anno II.
Non volendo, però, discutere ad una ad una tutte le autorità che
sostengono la nostra opinione, ci fermeremo solo a quelle del
Burlamacchi e del Pico. (Burlamacchi, pag. 28 e 29; Pico, cap. VI.)
Messa in questi termini la cosa, si tratta di sapere: se bisogna
credere al Poliziano, che era un cortigiano costretto dalla sua
condizione ad adular sempre; o pure al Burlamacchi, uomo onesto e
sincero, ed al Pico, non solo onesto e sincero, ma principe ricco e
indipendente, e di famiglia amica ai Medici: se bisogna credere ad
un cortigiano il quale tace un fatto che non poteva raccontare senza
mettere in pericolo tutta la sua fortuna; o pure a due uomini onesti,
contemporanei e conoscenti del Savonarola, i quali scrivevano in tempi
affatto contrari alla sua memoria, ed affermavano di lui cosa che,
quando non fosse stata vera, avrebbero dovuta inventare, e moltissimi
si sarebbero trovati interessati a contrastarla. Essi invece ci
raccontano il fatto come generalmente noto, e dicono d’averlo potuto
confermare per mezzo di Silvestro Maruffi, che l’ebbe dal Savonarola
stesso; e per mezzo di Domenico Benivieni, che l’ebbe da alcuni
familiari di Lorenzo, a cui egli medesimo lo aveva prima di morire
raccontato. (Riscontra anche il Cinozzi, che conobbe personalmente il
Savonarola, ed è su questo punto molto minuto e preciso.)
Sembrerebbe invero, che non dovesse restarvi dubbio di alcuna sorte;
ed infatti, sino al secolo passato niuno pensò di negar fede a
quella narrazione. Il Fabroni, nella sua _Vita Laurentii Medicis_,
lavoro dottissimo ma pure tutto ligio ai Medici, fu il primo che,
appoggiandosi alla lettera del Poliziano, la impugnasse. Il Roscoe, che
tanti documenti prese dal Fabroni e assai spesso lo copiò, volle anche
in questo seguirlo; e finalmente il Perrens, che più d’una volta cadde
in errore per seguire il Roscoe, v’è anche questa volta caduto.
Prendendo ora a leggere la lettera del Poliziano, si vedrà che lungi
dall’impugnare il fatto, egli lo storpia solamente in modo così
visibile, da farci nelle sue stesse parole trovar la conferma di
ciò che voleva nasconderci: «Abierat vixdum Picus, cum Ferrariensis
Hieronymus, insignis et doctrinâ et sanctimoniâ vir, cœlestisque
doctrinæ prædicator egregius, cubiculum ingreditur: _hortatur ut fidem
teneat; ille vero tenere se ait inconcussam: ut quam emendatissime
posthac vivere destinet; scilicet facturum obnixe respondit: ut mortem
denique, si necesse sit, æquo animo toleret; nihil vero, inquit
ille, iucundius, si quidem ita Deo decretum sit_. Recedebat homo
iam, cum Laurentius: heus, inquit, benedictionem, pater, priusquam a
nobis proficiscaris. Simul demisso capite vultuque, et in omnem piæ
religionis imaginem formatus, subinde ad verba illius et preces rite ac
memoriter responsitabat, ne tantillum quidem familiarium luctu, aperto
iam neque se ulterius dissimulante, commotus. Diceres indictam cœteris,
uno excepto Laurentio, mortem.»
Or chi sarà di tanto buona fede, da voler credere che il Savonarola
si presentasse spontaneamente a Lorenzo moribondo, e gli dicesse:
1º Abbiate fede: 2º Proponetevi di viver bene: 3º Apparecchiatevi
alla morte; e che, avendo il Magnifico risposto a tutte queste
domande affermativamente, il frate si partisse senza dare neanche la
benedizione? È fuor di dubbio, che se il Savonarola andò da Lorenzo,
dovette essere chiamato; perchè nè egli era uomo da andare non chiamato
nè i cortigiani lo avrebbero lasciato passare. E per quale altra
cagione poteva Lorenzo richiedere in quel momento il Savonarola, se
non per confessarsi? E se vi fu confessione, quali peccati doveva
principalmente dire, se non quelli che erano noti in tutto il mondo,
come i più gravi della sua vita; quelli appunto di cui parlano il
Pico ed il Burlamacchi? Finalmente, se il frate partiva senza dare
la benedizione, è segno evidente che i peccati non furono perdonati.
Tutta la quistione si restringe adunque, non sulla visita, nè sulla
confessione, nè sull’assoluzione che certamente non fu data; ma solo
sopra le tre parole del Savonarola. Or, quanto alla prima di queste
parole, la narrazione del Poliziano non differisce punto dalle altre;
quanto alla seconda, la differenza è di poco momento; non vi rimane che
la terza, cioè: _restituire la libertà al popolo fiorentino_; e questa
è quella appunto che il Poliziano doveva tacere, ed è troppo naturale
che la mutasse in quest’altra: _apparecchiarsi alla morte_.