Il Savonarola espone i punti principali della sua dottrina,
nell’Avvento del 1493: predice la venuta dei Francesi, nella Quaresima
del 1494. [1493-1494.]
Nell’avvento del 1494 riprese, adunque, la sua predicazione in Firenze,
coll’animo più sicuro e la parola più franca, con un uditorio sempre
crescente. Era il capo della Congregazione Toscana che parlava, il
frate di vita esemplare; quegli le cui parole si verificavano così
stranamente, la cui assoluzione era stata desiderata dal Magnifico.
Queste cose tutte gli accrescevano talmente il favore della
moltitudine, ch’ei poteva spingersi a parlar con ogni ardire, senza
più temere le vendette di Piero de’ Medici. Ed infatti, la cattiva
vita dei principi italiani e dei grandi ecclesiastici, la corruzione
e rovina di tutta la Chiesa, l’avvicinarsi dei flagelli, ed il
desiderio che dovevano averne i buoni affinchè si mettesse finalmente
un argine a questa universale depravazione; tali furono gli argomenti
su cui versarono di continuo le venticinque prediche che egli fece
nell’avvento di quest’anno sul salmo _Quam bonus_. In esse si occupava,
però, anche di trattare distesamente punti gravissimi di teologia
cristiana; perchè allora volle far quasi un quadro compiuto della sua
dottrina, disegnandola a grandi tratti e fermandola bene nell’animo
degli uditori, acciò si apparecchiassero ai flagelli che dovevano
venire. Ed invero, possiam dire che quanto alla parte teologica, queste
vanno fra le migliori prediche del Savonarola.
Incominciamo adunque dalla fede, riportando le sue parole medesime:
«La fede è dono di Dio, data in salute di ciascheduno credente; però,
figli miei, non vogliate errare con molti che dicono: se io vedessi
qualche miracolo, suscitare almanco un morto, io crederei. Costoro
s’ingannano, perchè la fede non è messa in potestà nostra, ma è un dono
soprannaturale, cioè un lume infuso di sopra nella mente dell’uomo.
E qualunque lo vuole ricevere, deve dentro prepararsi e umiliarsi a
Dio.»[166] «Qui potrà dirsi: — Se tutte le cose che sono ordinate ad
un fine, vi pervengono coi loro mezzi naturali; come mai la natura
dell’uomo non basta per sè stessa a raggiungere il fine a cui è
ordinata? È forse l’uomo inferiore agli animali? — No: questo gli si
deve attribuire a nobiltà e ad eccellenza; giacchè egli ha un fine
divino, un fine che trascende la natura.[167] — Ma perchè, potresti
tu allora domandarmi, perchè alcuni vengono eletti, ed altri no? — Le
cose della fede, figliuol mio, «tu hai a cercare d’intenderle mediante
il lume della fede, in quello modo che te le pongono le Scritture; e
più oltre non ti debbi estendere, se tu non vuoi inciampare. Chi sei tu
che replichi a Dio? Non ha il vasellaio la podestà sopra l’argilla, da
fare d’una medesima massa un vaso ad onore e un altro a disonore?[168]»
«Negli eletti Iddio mostra la sua misericordia, nei reprobi la sua
giustizia. Ma se tu domandi: perchè Iddio ha predestinato questo e non
quello? perchè Giovanni è più predestinato di Pietro? Allora dirotti,
che Dio vuole così; e non c’è altra risposta. Origene volle passare
questi termini, e disse che la predestinazione dipendeva dai meriti
d’un’altra vita anteriore a quella. I Pelagiani dissero che dipendeva
dalle nostre opere in questa vita: secondo questi eretici il principio
del ben fare veniva da noi, la consumazione e perfezione veniva da
Dio. Essi vollero varcare i termini assegnati, e caddero nell’eresia.
La Scrittura è chiarissima: non in un luogo solamente ma in molti essa
dice, che non il fine solo del bene operare, ma il principio ancora
viene da Dio; anzi tutte le nostre buone opere, è Iddio che le opera
in noi.» «Non è, adunque, vero che per l’opere e meriti preesistenti
Iddio ci dia la grazia, e che siamo per ciò predestinati a vita eterna,
quasi che l’opera e meriti siano causa della predestinazione; ma la
volontà divina è causa della predestinazione, come di sopra abbiamo
detto.»[169]
«Dimmi, Pietro, dimmi, o Maddalena, perchè siete voi in Paradiso? Voi
pur peccaste come noi. Tu, Pietro, che confessasti il figliuolo di Dio,
che conversasti con lui, l’udisti predicare, vedesti i suoi miracoli
e, solo con due discepoli, lo vedesti trasfigurato nel monte Tabor,
udisti la voce paterna; e nondimeno, poi, alla voce d’una femminuccia
lo negasti ben tre volte, e poi fosti restituito alla grazia, e fatto
capo della Chiesa, e ora possiedi la beatitudine celeste; donde hai
avuto tanto bene?... Confessa, adunque, che non per li meriti tuoi,
ma per la bontà di Dio, che t’ha fatto tanto bene, che ti dette in
questa vita tanta grazia e tanto lume, sei salvo. E tu, Maddalena, che
volgarmente eri chiamata la peccatrice, udisti molte volte predicare
il tuo maestro Cristo Gesù; nondimeno tu stavi dura, e quantunque Marta
tua sorella ti correggesse ed esortasse a mutar vita, tu non attendevi.
Ma quando piacque al Signore, e che ei ti toccò il cuore, tu corresti
come ebra col vaso d’alabastro in casa del Fariseo, colle lacrime gli
bagnasti i piedi, e meritasti d’udire quelle dolci parole: _Dimittuntur
tibi peccata multa_. Dipoi fosti tanto accetta al Salvatore, che tu
meritasti di vederlo prima di tutti resuscitato, e fosti fatta apostola
degli apostoli. Queste grazie, Maria, questi doni non furono per li
meriti tuoi; ma perchè Iddio t’amò e volseti bene.»[170]
Fermandoci però a citazioni come queste, ed isolandole dal resto,
potrebbe alcuno trovare appiglio a cadere nell’errore medesimo d’alcuni
tedeschi o inglesi, i quali hanno voluto vedere nel Savonarola un
sostenitore di quella parte delle dottrine riformate, che dice: la
giustificazione essere per la sola fede senza le opere, ed il credente
non essere altro che uno strumento passivo nella mano del Signore,
il quale può eleggerlo o abbandonarlo, senza che la volontà libera
dell’uomo possa per nulla contribuire alla propria salvazione. Sopra
punti così importanti, il Savonarola s’è però spiegato con tanta
chiarezza, che non si può dar luogo ad alcun dubbio; e non appena le
sue opere furono esaminate con diligenza, quegli scrittori stranieri
vennero nella loro patria medesima combattuti.[171]
La necessità delle opere, il libero arbitrio e la cooperazione
dell’uomo alla grazia, che è pure un dono gratuito del Signore, sono
argomenti sui quali il Savonarola ritorna ad ogni piè sospinto, dicendo
sempre che non solo possiamo, ma dobbiamo apparecchiarci a ricevere
questo dono della fede e della grazia, il quale non mancherà mai a
coloro che fanno quanto è in poter loro.[172] Tre sono le cose che,
secondo lui, ci apparecchiano e dispongono; cioè: sforzarsi a credere,
pregare ed operare.[173] «Epperò noi non dobbiamo mai giudicare il
peccatore, ma piuttosto piangere i suoi peccati ed avergli compassione;
giacchè fino a tanto che dura il libero arbitrio e la grazia di Dio,
egli si può sempre volgere al Signore e convertirsi.[174] E se uno
domandasse perchè la volontà è libera, noi rispondiamo: perchè è
volontà.[175] Bisogna, dunque, che l’uomo concorra all’atto della
giustificazione, e faccia dal canto suo quello che può, perchè Dio non
è per mancargli. Vuoi tu, fratel mio, ricevere l’amore di Gesù Cristo?
Fa che tu consenta alla voce divina che ti chiama. Il Signore ogni
giorno ti chiama; fa anche tu qualche cosa.[176]»
Invero, il motto dal Savonarola assunto nella sua giovinezza, era
questo: _Tanto sa ciascuno quanto opera_;[177] e noi diremmo la sua
esser la dottrina delle opere, se non dovessimo invece chiamarla
dottrina dell’amore; prendendo questa parola nel senso da noi più
sopra espresso, cioè a dire per quello stato in cui l’animo tocco dalla
grazia è già acceso di carità. «Questo amore, egli dice, è anch’esso
un dono del Signore; ma è come un fuoco che accende ogni cosa arida,
e chiunque vi si dispone, lo sentirà subito scendere nel suo cuore ad
infiammarlo.»
«Gran cosa è certamente l’amore potente, perchè l’amore fa ogni cosa,
muove ogni cosa, supera e vince ogni cosa.... Niente si fa se non è
impulso dell’amore.... E perchè la carità è un massimo amore infra
tutti gli amori, però opera cose grandi e mirabili.» «Essa adempie
facilmente e dolcemente tutta la legge divina, perchè è misura e regola
di tutte le misure, di tutte le leggi. Ciascuna legge particolare è
misura e regola d’un atto e non d’un altro; ma non così la carità,
perchè la è misura e regola d’ogni cosa e di tutte l’operazioni umane.
E però, chi ha questa legge della carità, regola bene sè e altri,
e interpreta bene tutte le leggi. Questo si può assai bene notare
in quelli che hanno cura delle anime e si lasciano guidare da ciò
che trovano scritto nelle leggi canoniche, le quali essendo leggi
particolari, senza la carità che è misura e legge universale, non
reggeranno mai bene.» «Piglia l’esempio del medico che porta amore e
carità all’infermo, che se egli è buono e amante, dotto ed esperto,
niuno è meglio di lui. Tu vedrai che l’amore gli insegnerà ogni cosa,
e sarà misura e regola di tutte le misure e di tutte le regole della
medicina.» «Durerà mille fatiche senza che gli paia, chiederà di
tutto, ordinerà le medicine e vorrà vederle fare; non abbandonerà mai
il malato. Se, invece, uccellerà al guadagno, allora non si curerà
dello infermo, e la sua scienza stessa gli verrà meno.» «Guarda quel
che fa l’amore: piglia l’esempio dalla madre verso il figliuolo. Chi
ha insegnato a quella giovanetta che non ha mai più avuto figliuoli,
governare ora il suo? L’amore. Vedi quanta fatica dura il dì e la notte
per allevarlo, e parle ogni gran cosa leggeri. Chi ne è causa? L’amore.
Vedi quanti versi, quanti atti e gesti e quante dolci parole fa verso
del suo figliuolino. Chi le ha insegnato? L’amore.... Piglia l’esempio
da Cristo, che, mosso da intensissima carità, è fatto a noi piccolo
fanciullo; assomigliatosi in ogni cosa ai figliuoli degli uomini; in
sopportare fame, sete, freddo, caldo e disagi. Chi gli ha fatto far
questo? L’amore. Ora conversa con giusti, ora con pubblicani; e tenne
tal vita, che tutti gli uomini e tutte le donne, piccoli e grandi,
ricchi e poveri, lo possono imitare, ognuno secondo il modo suo e
secondo lo stato suo, e senza dubbio si salva.... E chi gli ha fatto
tenere tal vita comune e così mirabile? Senza dubbio, la carità.... La
carità lo legò alla colonna, la carità lo menò in croce, la carità lo
risuscitò, fecelo ascendere in cielo, e così operare tutti i misteri
della redenzione.» «Questa è la vera, questa è la sola dottrina; ma
oggi invece i predicatori non predicano che vane sottilità.»[178]
E così viene a parlare degli ecclesiastici. «Con Aristotele, Platone,
Virgilio e Petrarca, solleticano le orecchie, e non si occupano della
salute delle anime. Perchè, invece di tanti libri, non insegnano quel
solo dove è la legge e lo spirito della vita? L’evangelio, o Cristiani,
bisognerebbe portarlo sempre indosso: non dico già il libro, ma lo
spirito di esso. Che se tu non hai lo spirito della grazia e che tu
porti indosso l’intero volume, non ti gioverà a nulla. Oh quanto sono
più sciocchi ancora quelli che s’empiono il collo di brevi, di polizze
e di carte, che sembrano botteghini che vanno alla fiera! La carità non
sta nelle carte. I veri libri di Cristo sono gli Apostoli e i Santi;
la vera lettura sta nell’imitare la vita loro. Ma oggi gli uomini sono
fatti libri del diavolo.» «Parlano contro la superbia e l’ambizione,
e sonvi immersi fino agli occhi; predicano la castità, e tengono
le concubine; comandano che si digiuni, e vogliono splendidamente
vivere.... Costoro sono libri disutili, libri falsi, libri cattivi e
del diavolo, perchè esso vi scrive dentro tutta la sua malizia.»[179]
«Questi prelati s’estollono delle loro dignità e disprezzano gli altri;
sono quelli che vogliono essere reveriti e temuti; sono quelli che
cercano le prime cattedre nelle sinagoghe, i primi pergami d’Italia.
Costoro cercano la mattina d’essere trovati in piazza, ed essere
salutati, ed essere chiamati maestri e rabbi; dilatano le fimbrie e
filatterie[180] loro; sputano tondo; vanno in sul grave e vogliono
essere intesi ai cenni.»[181]
Dai prelati passa a descrivere i principi d’Italia. «Questi principi
cattivi sono mandati per punire i peccati dei sudditi: essi sono
veramente un gran laccio alle anime: i palazzi e le corti loro sono il
rifugio di tutti gli animali e mostri della terra; il ricovero, cioè,
dei ribaldi e scellerati. I quali vi accorrono perchè vi trovano modo
e incitamento a cavarsi tutte le sfrenate voglie, tutte le malvage
passioni. Ivi sono i cattivi consiglieri, che studiano sempre nuovi
pesi e nuovi balzelli per succiare il sangue del popolo. Ivi sono i
filosofi e poeti adulatori, i quali con mille favole e bugie fanno
cominciare dagli Dei la genealogia di questi principi malvagi; ma,
quel che è peggio, ivi sono i religiosi che seguono il medesimo stile.
Questa, o fratelli, è la città di Babilonia, la città degli stolti e
dagli empi, la città che il Signore vuol distruggere.»[182]
E qui viene a descrivere minutamente la costruzione di questa città,
la quale è stata edificata dalle dodici stoltezze degli empi. «Essi
vedono la luce e le tenebre; preferiscono queste a quella: trovano
una via agevole ed una aspra e pericolosa; preferiscono la seconda
alla prima, e così via discorrendo. Essi entrano in mare e salgono
sopra una balena, che credono uno scoglio, e vi si fermano sopra.
— Che generazione mai è questa? Che fine è mai quello di costoro?
Massime, che io intendo essi vogliono edificarvi sopra una città. — Che
fate voi? dico io. Voi aggravate troppo la bestia; voi affogherete.
— Ma essi si affaticano tuttavia, e discutono, e si fortificano, e
s’azzuffano, e l’uno vuole soggiogare l’altro; e finalmente sorge un
tiranno, che li opprime tutti. Costui cerca a morte i suoi nemici, ha
spie per tutto; e quindi nuove guerre e nuove dissensioni. La balena,
stanca finalmente di tanto rumore, si muove, e tutti affogano, e la
città di Babilonia è distrutta. Così viene manifestato,» conclude il
Savonarola, «che gli empi si perdono nelle fatiche degli stolti, e che
gli stolti saranno flagellati.»[183]
Era assai facile vedere, che in questa città degli stolti il Savonarola
ardiva simboleggiare la potenza di Piero de’ Medici e de’ suoi amici,
la quale, secondo le sue predizioni, non doveva tardare molto ad essere
rovesciata. Ma egli non si fermò a questo. Dopo aver parlato della
corruzione del popolo e dei principi italiani, ritorna a discorrere
con uguale ardire il soggetto assai più grave dei sacerdoti e della
Chiesa. Seguendo una interpetrazione assai singolare d’alcune parole
della Bibbia, egli diceva: «_In securi et in asciâ deiecerunt eam._ —
Il demonio, quando vede che un uomo è debole, gli dà dei colpi d’ascia
per farlo cadere nel peccato; quando vede invece che è forte, dà colpi
di scure. Sarà quella giovane onesta e bene allevata; le si mette
intorno quel giovane scorretto, e con mille lusinghe la inganna e fa
cadere nel peccato. Ecco il demonio le ha dato un colpo di scure. Sarà
quel cittadino onorato; egli entra nelle corte dei gran maestri; ivi
è la scure bene affilata; non è virtù che vi sappia resistere. Ma oggi
siamo in tempi ancora più tristi: il demonio ha chiamato a raccolta i
suoi, ed hanno dato colpi terribili alle porte stesse del tempio. Le
porte sono quelle che t’introducono in casa, e li prelati son quelli
che debbono introdurre nella Chiesa di Cristo i fedeli. Ecco perchè il
diavolo ha misurato contro di loro i gran colpi, ed ha spezzato queste
porte. Ecco perchè ora non si trovano più nella Chiesa buoni prelati.»
«Non vedi tu ch’ei fanno ogni cosa a rovescio? Non hanno giudizio. Non
sanno discernere _inter bonum et malum, inter verum et falsum, inter
dulce et amarum_: le cose buone paiono loro cattive, le cose vere
paiono loro false, le dolci paiono loro amare, e così viceversa....
Vedi oggi li prelati prostrati coll’affetto in terra ed in cose
terrene; la cura dell’anime non è più loro a cuore; basta tirar le
entrate: e i predicatori predicano per piacere ai principi, per essere
da loro laudati e magnificati.... E v’è peggio ancora: non solo hanno
distrutta la Chiesa di Dio, ma ne hanno fatta una a lor modo. Questa è
la Chiesa moderna, non edificata più di pietre vive, cioè di Cristiani
stabiliti nella fede viva, formata di carità.... Vattene a Roma e per
tutto il Cristianesimo; nelle case de’ gran prelati e de’ gran maestri
non s’attende se non a poesie e ad arte oratoria. Va’ pure e vedi, tu
gli troverai co’ libri d’umanità in mano; e dánnosi a intendere, con
Virgilio, Orazio e Cicerone, saper regger le anime. Vuoilo tu vedere
che la Chiesa si regge per mano d’astrologi? E’ non v’è prelato nè
gran maestro che non abbia familiarità con qualche astrologo, che gli
predica l’ora ch’egli ha a cavalcare o fare altra faccenda. E questi
grandi maestri non uscirebbono un passo fuora della volontà dei loro
astrologi.»
»Solamente una cosa è in questo tempio che ci diletta assai. Questo
è, che egli è tutto dipinto e morpellato. Così la nostra Chiesa ha di
fuori molte belle cerimonie in solennizzare gli ufficii ecclesiastici,
con bei paramenti, con assai drappelloni, con candellieri d’oro e
d’argento, con tanti calici, che è una maestà. Tu vedi là quei gran
prelati, con quelle mitrie d’oro e di gemme preziose in capo, col
pastorale d’argento; tu gli vedi con le belle pianete e piviali di
broccato all’altare, cantare quei vespri e quelle belle messe, adagio,
con tante cerimonie, con tanti organi e cantori, che tu ne stai
stupefatto; e paionti costoro uomini di grande gravità e santimonia, e
non credi che e’ possano errare: ma ciò che dicono e fanno credi che
s’abbia a osservare come l’evangelo. Gli uomini si pascono di queste
frasche e rallegransi di queste cerimonie, e dicono che la Chiesa di
Cristo Gesù non fiorì mai così bene, e che il culto divino non fu mai
così bene esercitato quanto al presente..., e che li primi prelati
erano prelatuzzi rispetto a questi nostri moderni. Non avevano ancora
tante mitrie d’oro nè tanti calici; anzi quei pochi che gli avevano,
li disfacevano per la necessità dei poveri: i nostri prelati, per far
de’ calici, tolgono quello che è de’ poveri, senza di che questi non
possono vivere. Ma sai tu quello che ti voglio dire? Nella primitiva
Chiesa erano li calici di legno e li prelati d’oro; oggi la Chiesa
ha li calici d’oro e li prelati di legno.» «Essi hanno introdotto fra
noi le feste del diavolo; essi non credono a Dio e si fanno beffe dei
misteri della nostra religione!».... «Che fai, adunque, o Signore?
Perchè dormi tu? Levati su, e vieni a liberare la Chiesa tua dalle mani
dei diavoli, dalle mani dei tiranni, dalle mani dei cattivi prelati....
Ti sei tu dimenticato della Chiesa tua? Non l’ami tu? Non l’hai tu
cara?».... «Noi siamo divenuti, o Signore, l’obbrobrio delle genti: i
Turchi sono padroni di Costantinopoli; abbiam perduto l’Asia, abbiam
perduto la Grecia, già siamo tributari degl’infedeli. O Signore Iddio,
tu hai fatto come il padre adirato, tu ci hai scacciato da te. Accelera
almeno la pena ed il flagello, perchè presto ci sia dato ritornare a
te.»....[184] «_Effunde iras tuas in gentes._ Nè vi scandalizzate,
o fratelli, di queste parole; ma anzi, quando vedete che i buoni
desiderano il flagello, egli è perchè essi desiderano che sia scacciato
il male e prosperi nel mondo il regno di Gesù Cristo benedetto. A
noi oggi non resta a sperare altro, se non che la spada del Signore
s’avvicini presto alla terra.»[185]
Così questo avvento discorre i costumi, la politica, la religione e la
Chiesa; condanna i principi ed i sacerdoti, e viene alla conclusione:
che il flagello si avvicina ed i buoni debbono desiderarlo. Dopo
avere esposta tutta la sua dottrina, gettava il Savonarola un guanto
di sfida a tutti i potenti della terra: principi temporali e principi
ecclesiastici, ricchi, dignitari della Chiesa e dei governi; tutti
erano bersaglio alle sue accuse. «Io sono, egli diceva, come la
gragnuola, che colpisce chiunque si trova allo scoperto.» E così,
sebbene queste prediche del 93 non sieno nè le più eloquenti nè le
più ardite, son quelle che più compiutamente rappresentano la dottrina
del Savonarola in tutte le sue parti. Noi possiamo vedervi ad un tempo
l’acuto esponitore dei dommi, l’ardito accusatore dei corrotti costumi
della Chiesa, il dichiarato amico della libertà e del popolo.
Riposatosi fino alla quaresima del 91, ripigliò l’esposizione della
Genesi, da lui cominciata già nel 1490, e continuata poi senza quasi
mai interromperla.[186] Le prediche che fece allora, portano il nome
di _Prediche sopra l’Arca di Noè_. Noi le troviamo rammentate da
tutti i biografi; ognuno ci parla della grande impressione che fecero
sul popolo, dell’uditorio maravigliato e rapito, delle predizioni
stranamente verificatesi. Ma, sfortunatamente, possiamo assai poco
giudicarne, perchè l’edizione ne è tanto incompiuta e scorretta, da
aver quasi perduta ogni orma del Savonarola. Colui che le raccolse
dalla viva voce, non ebbe la mano abbastanza rapida per seguir
l’oratore; e lasciò un manoscritto informe e pieno di lacune, che poi
venne, per dargli _una forma più letterata_, tradotto e pubblicato a
Venezia in un latino quasi barbaro.[187] Per queste ragioni, il Quetif
ed altri dubitarono che fossero veramente del Savonarola. Certo,
il disordine vi è grandissimo, e ne riesce impossibile una lettura
continuata; ma pure son troppo chiare le parole degli storici, e le
idee sono in fondo con troppa evidenza quelle medesime del Savonarola,
per ammettere il dubbio del Quetif.
Dopo avere nel precedente avvento dimostrato la necessità e prossimità
del flagello, viene il Savonarola a costruire un’arca mistica, nella
quale debbono rifugiarsi tutti coloro che vogliono salvarsi dal nuovo e
vicino diluvio. Quest’arca, che nel senso letterale è quella costruita
da Noè nella Genesi, nel senso allegorico è la riunione dei buoni:
la sua lunghezza è la fede, la larghezza è la carità, l’altezza è
la speranza. Il Savonarola si trattenne tutta la quaresima in questa
strana allegoria, ed ogni giorno, dicendo di mettere una nuova tavola,
veniva ad esporre un’altra delle virtù che debbono avere i buoni
cristiani. Finalmente, la mattina di Pasqua l’arca era compiuta.
«Ognuno s’affretti,» egli concluse quel giorno, «ognuno s’affretti
ad entrare nell’arca del Signore. Noè oggi invita tutti, la porta è
aperta; ma verrà tempo in cui l’arca sarà chiusa, e molti invano si
pentiranno di non esservi entrati.» In tutta la quaresima parlò a lungo
di questi vicini flagelli, ed annunziò la venuta d’un nuovo Ciro, che
avrebbe traversato vittorioso l’Italia, senza trovare ostacoli e senza
rompere lancia. Moltissimi storici e biografi ci hanno lasciato memoria
di tali predizioni; e Frà Benedetto riferisce le parole del suo maestro
nei versi che seguono:
Presto vedrai sommerso ogni tiranno,
E tutta Italia vedrai conquistata
Con sua vergogna e vituperio e danno.
Roma, tu sarai presto captivata;
Vedo venir in te coltel dell’ira,
E tempo è breve e vola ogni giornata.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Vuol renovar la Chiesa el mio Signore,
E convertir ogni barbara gente,
E sarà un ovile et un pastore.
Ma prima Italia tutta fia dolente,
E tanto sangue in essa s’ha a versare,
Che rara fia per tutto la sua gente[188]
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Questi sermoni, che noi possiamo dire di non conoscere, destarono un
interesse così straordinario e così universale, che il Duomo s’empieva
ogni giorno di maggior popolo, ed il Savonarola era divenuto il
personaggio più importante che vi fosse in Firenze. Faceva solamente
maraviglia che si fosse trattenuto così a lungo nel costruire l’arca,
e in tutta la quaresima non avesse ancora finita l’esposizione di
quel breve Capitolo della Genesi, che ne parla. Egli medesimo dice
che si maravigliava di questa sua lentezza, e gli pareva quasi che
una forza superiore ve l’obbligasse. Ma verso il settembre, avendo
ripreso il predicare e fatto sul medesimo argomento altri tredici
sermoni, s’affrettò di venire alla conclusione.[189] In fatti, il
terzo di quei sermoni doveva già esporre il 17º versetto, che parla del
diluvio; e cadde nel 21 settembre, giorno memorabile pel Savonarola e
pel suo uditorio. Il Duomo bastava appena a contenere la folla, che,
piena d’una nuova e strana ansietà, attendeva da più ore. L’oratore
saliva finalmente sul pergamo; l’attenzione ed il silenzio erano
maggiori assai del solito. Quando egli ebbe collo sguardo misurato il
suo uditorio, quando egli ebbe visto l’insolita trepidazione che lo
dominava, gridò terribilmente: _Ecce ego adducam aquas super terram_.
Quella voce parve come una folgore che scoppiasse nel tempio; quelle
parole sembrarono mettere uno strano terrore nell’anima d’ognuno.[190]
Pico della Mirandola raccontava che un brivido era corso per tutte
le sue ossa, che i capelli gli s’erano rizzati sulla fronte; ed il
Savonarola ci assicura ch’egli non era quel giorno meno commosso de’
suoi ascoltatori.
Ma donde nasceva mai tanta agitazione? La cagione ne era veramente
gravissima. In que’ giorni appunto era venuta la nuova, che un fiume
d’eserciti stranieri traversava le Alpi per venire a conquistare
l’Italia. E la fama, accrescendo il vero, ne diceva il numero infinito,
la statura gigantesca, l’indole feroce e le armi invincibili. La
nuova giungeva come inaspettata: niuno dei principi italiani vi era
apparecchiato; le armi nazionali erano spente, le straniere nemiche; il
terrore dominava talmente gli uomini, che già pareva di vedere scorrere
i rivi del sangue. La folla correva, perciò, quasi ad implorare aiuto
dal Savonarola. Tutte le sue parole s’erano verificate: i principi di
cui avea predetto la morte, erano già scesi nella tomba; la spada del
Signore s’era avvicinata alla terra; i flagelli cominciavano. Egli
solo aveva predetto questi mali e veduto l’avvenire; egli solo doveva
conoscere il rimedio a tanta sventura. Il suo nome si sparse perciò
in tutta Italia; tutti gli occhi si rivolsero verso di lui, che, per
la forza inevitabile delle cose, si trovava di essere divenuto un uomo
politico. A lui ricorreva tutto il popolo, a lui andavano i più abili
cittadini; il suo partito era divenuto, come per incanto, padrone della
città. Invero, lo stato di Firenze e di tutta Italia era talmente
mutato, che noi dobbiamo rifarci alcuni passi addietro, e parlarne
distesamente nel Libro che segue.