Morte di Lorenzo de’ Medici e d’Innocenzo VIII; elezione d’Alessandro
VI. Viaggio del Savonarola a Bologna: separazione di San Marco dalla
Congregazione Lombarda: riforma del Convento. [1492-93.]
Lorenzo il Magnifico si era ritirato nella sua amena villa di Careggi.
Un male fierissimo travagliava le sue viscere, e già nei primi giorni
dell’aprile 1492 non v’era più alcuna speranza di guarigione. Invano
i medici tentavano ogni prova dell’arte salutare; invano era venuto
da Pavia il rinomato Lazzaro da Ficino: la sua maravigliosa bevanda
di gemme distillate non dava alcun risultato; il Magnifico era vicino
a morte. I pochi amici che restano fedeli in quelle ore estreme, gli
dimostravano un grande affetto; il Ficino ed il Pico lo visitavano
di continuo; Angelo Poliziano non s’era mai dipartito dal suo letto.
Questi amava sinceramente il suo mecenate; sentiva di perdere in lui
quello a cui dovea tutto nella vita, quello a cui la gratitudine lo
avea legato più che ad ogni altro uomo sulla terra. Invano cercava
nascondere il suo dolore, invano voleva trattenere le lacrime: Lorenzo
lo fissava con quello sguardo misterioso dei moribondi, ed egli non era
più padrone di sè, dava in un pianto dirotto.[133]
L’affetto rendeva solenni queste ultime ore del Magnifico, che avendo
rivolto sinceramente i suoi pensieri alla religione, sembrava essere
tutto mutato. Ed infatti, quando gli fu portata la comunione, si forzò
di levarsi; volle essere sostenuto sulle braccia dei suoi familiari
per andare incontro al sacerdote; che, vedendolo così stranamente
commosso, dovette ordinargli di ritornare a letto, ove si durò non poca
fatica per rimetterlo in calma. Il passato ridestavasi alla memoria
di Lorenzo terribile e spaventoso: a misura ch’egli si avvicinava
all’ora estrema, le sue colpe parevano giganteggiare innanzi ai suoi
occhi e divenire sempre più minacciose. A questo terrore gli estremi
uffici della religione non davano alcun conforto, perchè egli avendo
perduto ogni fiducia degli uomini, non credeva neppure alla sincerità
del suo medesimo confessore. Usato a vedere ognuno obbedire ai suoi
cenni, piegarsi alla sua volontà, non sapea persuadersi che alcuno
potesse ardire di negargli l’assoluzione; onde essa non avea di niente
alleviato il peso che opprimeva la sua coscienza, ed i suoi rimorsi
erano sempre più crudeli. — Niuno osò mai darmi un no risoluto, —
andava egli fra sè ripensando; e questo pensiero che una volta era
stato il suo orgoglio, diveniva ora il suo martirio.
Ad un tratto, però, gli venne innanzi l’immagine severa del Savonarola;
si rammentò che esso non aveva ceduto nè alle minacce nè alle lusinghe,
ed esclamò: — «Io non conosco altro vero frate, se non questo;» — e
mostrò desiderio di confessarsi a lui. Fu subito mandato a San Marco
pel Savonarola, il quale restò così maravigliato d’una tanto insolita
e inaspettata chiamata, che quasi non vi credette; e fece rispondere,
come gli pareva inutile il suo andare a Careggi, perchè certo le sue
parole non sarebbero state di buon animo accolte da Lorenzo. Ma quando
gli fu descritto il grave stato del malato e il desiderio da esso
manifestato di confessarsi a lui, si mise subito in cammino.[134]
Lorenzo sentivasi quel giorno più che mai presso alla morte. Aveva
chiamato a sè il figlio Piero, e dato i consigli ultimi e l’estremo
addio. Quando gli amici, che erano stati esclusi da questo colloquio,
poterono rientrare in camera ed allontanare il figlio la cui presenza
lo avea già troppo commosso, egli mostrò desiderio di rivedere Pico
della Mirandola, che subito venne. Parve che la dolce presenza di
quel giovane benevolo e tranquillo lo calmasse un poco, e gli disse:
«Io sarei morto assai scontento, se non mi fossi prima rallegrato un
poco della tua vista.» Il suo volto si rasserenava, i suoi discorsi
divenivano quasi lieti; cominciava, infatti, a ridere e scherzare col
suo amico. Non appena si partiva il Pico, che entrava il Savonarola
e s’accostava ossequiosamente al letto del moribondo Lorenzo. Tre
peccati egli voleva confessare a lui e chiederne assoluzione: il
sacco di Volterra; i danari tolti al Monte delle fanciulle, cagione
a moltissime di perduta vita; il sangue sparso dopo la congiura dei
Pazzi. Nel parlare, il Magnifico si agitava di nuovo, ed il Savonarola
per calmarlo andava ripetendo: — Iddio è buono. Iddio è misericordioso.
— «Ma,» aggiunse, non appena Lorenzo ebbe finito di parlare, «vi
bisognano tre cose.» — «E quali, padre?» — rispose Lorenzo. Il volto
del Savonarola divenía grave, e spiegando le dita della sua destra,
egli incominciava a dire. — «Primo. Vi bisogna avere una grande e viva
fede nella misericordia di Dio.» — «Questa io l’ho grandissima.» —
«Secondo. Vi bisogna restituire tutto il mal tolto, o commettere ai
vostri figli che lo restituiscano per voi.» — A questo il Magnifico
parve rimanere maravigliato e dolente; pure, facendo forza a sè stesso,
acconsentì con un cenno del capo. Il Savonarola levossi finalmente
in piedi, e mentre il moribondo principe si rimpiccioliva pauroso nel
letto, egli sembrava divenire maggiore di sè, dicendo: — «Ultimo. Vi
bisogna restituire la libertà al popolo di Firenze.» — Il suo volto
era solenne; la voce quasi terribile; gli occhi, per indovinare la
risposta, stavano intenti e fissi in quelli di Lorenzo; il quale,
raccogliendo quante forze la natura gli avea lasciate in quel punto,
volse sdegnosamente le spalle senza pronunziar più parola. E così
il Savonarola si partiva senza dare l’assoluzione; ed il Magnifico,
lacerato dai rimorsi, dava poco dipoi l’ultimo fiato, il giorno 8
aprile 1492.[135]
La morte di Lorenzo dei Medici portava un gran mutamento nelle cose di
Toscana e d’Italia. Il suo accorto procedere, il sapersi con prudenza
destreggiare fra i vari potentati, il tenerli con molta arte uniti
fra loro, lo aveano fatto quasi moderatore della politica italiana;
e Firenze ne era divenuto centro delle più gravi faccende di stato.
Piero, invece, parea che in ogni sua qualità fosse opposto al padre.
Bello e valido della persona, s’era abbandonato tutto ai piaceri delle
donne ed agli esercizi del corpo. Egli aveva una facilità grande di
verseggiare improvviso, ed una pronunzia grata e piacevole; ma poneva
la sua ambizione nel cavalcare e giostrare, nei giuochi del calcio,
del pugno e della palla, nei quali si teneva tanto valente da sfidare
i primi giocatori d’Italia, che venivano perciò in Firenze. Egli
aveva ereditato dalla sua madre tutta la superbia di casa Orsina; ma
dal padre, niuna di quelle maniere modeste e civili che tanto avevano
contribuito a renderlo popolare. Era invece di modi rotti e spiaceva
ad ognuno: lasciavasi poi trasportare così violentemente dall’ira, che
un giorno, in presenza di molti, dètte uno schiaffo ad uno de’ suoi
cugini. Queste cose erano tenute in Firenze assai più intollerabili
d’ogni aperta violazione delle leggi, e bastavano per sè sole a
creargli un gran numero di nemici.[136]
Nè i suoi modi spiacevano solo ai privati; ma fin dal principio del
suo governo, s’era in maniera disgustato tutti i principi italiani,
che Firenze ne perdeva tutta quella preminenza che Lorenzo aveva
saputo conservarle. Trascurava affatto le cose dello Stato, nè si
dava altra cura se non quella di cercare una occasione a restringere
vieppiù il governo nelle sue mani: ogni giorno distruggeva qualcuna
di quelle apparenze di libertà, che il Magnifico con tanta cura aveva
lasciate intatte, ed a cui il popolo era ancora assai affezionato. Onde
l’universale dei cittadini ne stava sempre più malcontento; e s’era
già formato un partito avverso, che veniva di continuo accresciuto
da moltissimi di coloro medesimi che sotto Lorenzo erano stati dei
più affezionati ai Medici. Già cominciava una certa espettazione di
cose nuove, le quali divenivano d’ora in ora più desiderabili e più
necessarie, perchè Piero, vedendosi abbandonato dai cittadini di
reputazione, era costretto circondarsi di gente sempre più nuova ed
incapace.
La moltitudine cresceva perciò intorno al pergamo del Savonarola, il
quale veniva considerato come il predicatore del partito avverso ai
Medici. L’essersi il Magnifico, presso alla morte, voluto confessare
a lui, avevagli fatto guadagnare infinitamente nell’opinione di
tutti coloro che erano stati ammiratori di quel principe, e che ora
si allontanavano dal figlio pe’ suoi modi violenti e per la sua mal
sicura politica. Il popolo andava da un altro lato rammentando, come
nella sagrestia di San Marco, in presenza d’alcuni rispettabili
cittadini,[137] il Savonarola aveva predetto la morte vicina di
Lorenzo, del papa e del re di Napoli. Una parte di questa predizione
erasi quasi immantinente verificata; un’altra sembrava già vicina al
suo adempimento.
Le forze vitali d’Innocenzo VIII svanivano rapidamente: egli era da
più tempo caduto in una specie di sopore, cresciuto qualche volta sino
al punto di farlo creder morto a tutta la corte. Si cercava invano
ogni mezzo per ridestare la spenta vitalità del papa, quando un medico
ebreo propose di tentare con un nuovo strumento la trasfusione del
sangue; cosa tentata fino allora soltanto sugli animali. Il sangue
del decrepito pontefice doveva passare tutto nelle vene d’un giovane,
che dovea cedergli il suo. Tre volte fu tentata la difficile prova,
nella quale, senza alcun giovamento del papa, tre giovanetti perderono
successivamente la vita; forse a cagione di aria introdottasi nelle
loro vene. Il giorno 25 aprile 1492 cessava di vivere Innocenzo VIII; e
cominciavasi subito a trattar la nuova elezione.[138]
La corruttela era nella corte romana giunta a tal segno, che quelle
medesime enormità le quali una volta si facevano in segreto ed erano
nondimeno cagione di scandalo e di rammarico universale, avevano
luogo adesso, sotto agli occhi di tutti, senza che alcuno quasi se
ne maravigliasse. I cardinali non passarono nel conclave il numero di
ventitrè; la elezione si ridusse ad un semplice mercato di voti, nel
quale riuscì vittorioso Roderigo Borgia, per essere il cardinale che
poteva offerire un maggior prezzo ed un maggior numero d’impieghi. Quel
giorno medesimo, i Romani videro con indifferenza le mule cariche di
oro entrare nel palazzo d’Ascanio Sforza,[139] che era stato il più
forte rivale del Borgia; e parlavasi dei particolari di quel mercato
come di cose ordinarie e naturali.[140]
Il nome d’Alessandro VI, che fu assunto dal nuovo pontefice, è noto
abbastanza per turpe fama, senza che vi sia bisogno di fermarsi
a parlarne troppo lungamente. Di nazione spagnuolo, egli era in
origine avvocato di Valenza. La sua grande facilità nel parlare,
un’attitudine maravigliosa a tutti gli affari, specialmente di finanza
e di amministrazione, lo avevano di grado in grado fatto salire al
cardinalato. Una delle passioni che più fortemente lo dominarono, era
l’avidità insaziabile del danaro; per cui egli si trovava di continuo
in intimi rapporti coi Mori, coi Turchi e cogli Ebrei, disprezzando
ogni pregiudizio ed ogni uso più rispettato del suo secolo. Così potè
raccogliere quella ricchissima fortuna che lo fece ascendere al papato.
Amava la vita libera e sciolta dei sensi, ed era sempre stato sotto
il dominio di qualche donna. Quando pervenne al pontificato, era la
famosa Vannozza; prima era stata la madre di lei; e più tardi fu la
figlia Lucrezia Borgia, cagione di quegli scandali e quelle sanguinose
gelosie che tutto il mondo conosce, e che resero il nome di quella
famiglia un disonore della specie umana. Tale era la fama di colui che
saliva al pontificato, che l’annunzio ne fu ricevuto in tutta Italia
con un rammarico universale; e Ferdinando di Napoli non potè trattenere
le lacrime: cosa che non gli era seguita neppure nella morte dei
figli.[141]
Parve, nondimeno, che il principio di questo pontificato volesse
smentire l’opinione che se n’era concepita. Si vide per la prima volta
rimessa in qualche ordine l’amministrazione delle entrate pontificie:
i delitti che negli anni decorsi avevano infestato la Campagna e tutte
le province, numerandosi per ogni settimana quasi a centinaia, furono
severamente repressi, e scemarono ad un tratto maravigliosamente.
Troppo presto però si conobbe che tutto ciò aveva un solo scopo; quello
di cavare più facilmente dai sudditi una maggior quantità di danaro, e
creare dei principati più fermi e sicuri ai figli del papa, i quali già
si rendevano noti per la oscenità delle loro libidini e l’atrocità dei
loro delitti.[142]
Per questi fatti, gli animi erano davvero atterriti, e guardavano con
trepidazione il futuro. Gli occhi si volgevano involontariamente a
colui che sempre avea predetto sventure all’Italia ed alla Chiesa, e le
cui parole sembravano stranamente verificarsi tutte. Due dei principi
ai quali aveva predetto la morte, erano adesso già scesi nella tomba;
il terzo non poteva, per la sua decrepitezza, tardare ancor molto; e
la Chiesa non avea da secoli versato in condizioni sì tristi. Le tre
famose Conclusioni passavano perciò di bocca in bocca: lo sconforto
dei veri credenti faceva ch’essi vi cominciassero a prestare un’intera
fede, e lo strano terrore che s’era impadronito dell’universale
spargeva nel mondo il nome del Savonarola. Il quale era nel medesimo
tempo causa e vittima di queste voci. Il vedere come allora quasi
ognuno si volgesse verso le sue idee, lo confermava ed esaltava più
che mai in esse. I tempi destinati gli parevano ormai vicini; leggeva e
rileggeva i profeti; predicava con maggiore impeto; nè è maraviglia che
in tale stato crescessero le sue visioni.
Infatti, questo medesimo anno 1492, mentre che egli predicava
l’avvento, ebbe un sogno che aveva tutta l’apparenza d’una visione,
e che il Savonarola non esitò un istante a credere una rivelazione
divina. Gli parve di vedere nel mezzo del cielo una mano con una spada,
su cui era scritto: _Gladius Domini super terram cito et velociter_.
Udì molte voci chiare e distinte, che promettevano misericordia ai
buoni, minacciavano flagelli ai cattivi e gridavano che l’ira di Dio
era vicina. Ad un tratto la spada si rivolge verso la terra; l’aere
s’oscura; piovono spade, saette e fuochi; s’odono terribili tuoni;
e tutta la terra è in preda alle guerre, alla fame, alla peste.
La visione sparisce, con un comando al Savonarola di minacciare i
flagelli, ispirare agli uomini il timore di Dio ed indurli a pregare il
Signore perchè mandi alla Chiesa buoni pastori, che prendano finalmente
cura delle anime smarrite.[143] Più tardi noi vediamo questa visione
rappresentata in un numero infinito d’incisioni e medaglie, e quasi
divenuta un simbolo del Savonarola e della sua dottrina.
In questi mesi, però, inaspettatamente lo troviamo lontano da Firenze:
nell’aprile del 1492 egli era a Pisa, dove fece alcuni sermoni
nel monastero di Santa Caterina, e strinse amicizia con Stefano da
Codiponte,[144] che fu poi uno dei suoi più fedeli ed affettuosi
seguaci. Nella quaresima del 93 è più lontano ancora, giacchè predica a
Bologna. Sembra che Piero dei Medici, annoiatosi di questo predicatore
troppo popolare, intorno al quale si radunavano i suoi nemici, lo
facesse per mezzo dei superiori di Roma o di Milano allontanar qualche
tempo da Firenze. I frati di San Marco ne erano dolentissimi, ed il
Savonarola cercava di confortarli per mezzo di lettere. «Io mi ricordo
sempre della vostra dolce carità, e spesso ne ragiono con Frà Basilio,
diletto mio figliuolo e unanime vostro fratello in Cristo Gesù.....:
noi stiamo molto solitari, come due tortorine che aspettano che torni
la primavera, per tornare nei luoghi caldi, dove siamo usati di vivere
in mezzo i fiori e gaudi dello Spirito Santo.... Ma se vi par troppo
essere contristati, reputando di non poter vivere senza me, la vostra
carità è ancora imperfetta, e però Dio mi ha tolto a voi per qualche
tempo.»[145]
A Bologna il Savonarola predicava, però, di mala voglia. Mandato via
da Firenze come troppo amico del popolo, si trovava in città governata
dalla ferrea mano dei Bentivoglio; bisognava dunque tenersi assai
stretto nei limiti. Obbligato ad un predicare tutto contrario a’ suoi
impulsi, riuscì freddo, e lo chiamavano «uomo semplice e predicatore da
donne.»[146] L’uditorio nondimeno era numeroso, e la folla, invitata
dal suo nome, accorreva. Vi frequentava, fra gli altri, la moglie del
Bentivoglio, la quale veniva assai tardi, e traendosi dietro un lungo
strascico di dame, di cavalieri e di paggi, interrompeva ogni giorno
la predica. Questo era uno di quei disordini che il Savonarola non
sapeva tollerare. Le prime volte fermò il suo discorso, credendo che
fosse un rimprovero bastevole: la cosa procedeva invece più oltre;
onde egli fece qualche cenno sul peccato di distorre i fedeli dai
loro uffici religiosi. Ma la superba dama, messa in punto, veniva
ogni giorno con maggiore strepito e più orgoglioso dispetto. Sino a
che il Savonarola, trovandosi una mattina nel fervore della predica
e venendo secondo il costume interrotto, non seppe più trattenersi e
gridò: « — Ecco, ecco il diavolo che viene ad interrompere il verbo di
Dio.»[147] — La Bentivoglio fu talmente presa dall’ira, che ordinò a
due de’ suoi staffieri che andassero a finirlo sul pergamo; ma ad essi
mancò in sul fatto l’animo di commettere una tanta enormità. Ella non
pertanto fremeva al pensiero d’essere stata umiliata da un frate, e
mandò due altri de’ suoi satelliti perchè lo cercassero nella cella e
gli facessero qualche grave ingiuria. Ed il Savonarola seppe riceverli
con una tale fermezza d’animo, e parlò loro con un accento tanto sicuro
e quasi imperioso, ch’essi lo udirono e si partirono confusi.[148] Per
buona fortuna, la quaresima era già in sul finire, ond’egli ben presto
dètte il suo addio al popolo. Pure, volendo dare un’altra prova che non
si lasciava facilmente spaventare, disse pubblicamente sul pergamo:
«Questa sera piglierò il cammino verso Firenze col mio bastoncello e
fiasco di legno, ed albergherò a Pianoro. Se alcuno volesse nulla da
me, venga prima che io parta. Sappiate però che la mia morte non si
deve celebrare a Bologna.»[149]
Volgendo i passi a Firenze insieme col suo compagno Frà Basilio,
egli pensava alle mutate condizioni della città, al malcontento del
popolo, allo sdegno di Piero e alle difficoltà che avrebbe incontrate
nelle sue future predicazioni. E mentre l’animo suo era occupato da
questi pensieri, e che si trovava ancora parecchie miglia lontano da
Firenze, fu in modo vinto dalla stanchezza, che non aveva più forza di
continuare oltre il suo cammino nè di prendere cibo. Quand’ecco gli
viene in aiuto la visione d’un uomo incognito, che gli ridona forza
e coraggio, ed accompagnatolo a Firenze infino alla Porta San Gallo,
gli dice: — «Rammentati di fare quello per cui sei stato mandato da
Dio;» — e così detto, sparisce.[150] Non è certo da maravigliarsi che
il Savonarola, vinto dalla stanchezza, avesse un’altra visione. Il
lettore potrà d’altronde fare di tali leggende il giudizio che crede:
noi le raccontiamo perchè sono parte della storia di quei tempi,
avendovi allora prestato fede uomini grandissimi,[151] e più di tutti
il Savonarola medesimo; come abbiamo già notato altrove, e come avremo
occasione di discorrerne assai più a lungo.
A Firenze trovò peggiorato assai lo stato della città, essendo
cresciuta l’insolenza di Piero, e i mali umori del popolo divenendo
ogni giorno più manifesti. Il priore di San Marco doveva trovarsi
perciò in condizione assai più difficile: bisognava tacersi, o esporsi
ad esser mandato via con qualche nuovo ordine che venisse dai superiori
di Lombardia o di Roma. Considerando questo stato di cose, rammentò il
Savonarola che la Congregazione Toscana era stata divisa dalla Lombarda
sino all’anno 1448, quando vi fu unita a cagione della peste che aveva
in Toscana disertato i conventi: non dovea quindi riuscir difficile
ridurla alla sua prima indipendenza, ora che i frati vi si erano
moltiplicati.[152] Si mise, dunque, con ogni ardore a quest’opera,
dalla quale dovevano dipendere tutti i suoi futuri disegni. Ed in
essa manifestò per la prima volta una grande attività pratica; mentre
l’indole leggiera ed inconseguente di Piero de’ Medici ne risultò
sempre più manifesta. Questi, infatti, si lasciò persuadere a favorire
una domanda che era diretta solo a render vana la sua autorità sul
convento di San Marco; e fece dai magistrati scrivere più lettere
all’ambasciatore fiorentino a Roma ed al cardinal di Napoli, caldamente
raccomandandola.[153] La condotta di Piero era tanto più inesplicabile,
in quanto che egli s’era allora appunto dato a favorire i Frati Minori,
stati sempre nemici dei Domenicani, e i quali ora predicando, contro a
gli ordini espressi della Signoria, la cacciata degli Ebrei, avevano
fatto nascere in Firenze non pochi disordini.[154] Ma, sia che egli
non capisse l’importanza della domanda, sia che volesse dispiacere
a Lodovico il Moro signore di Lombardia, certo è che in questa cosa
favorì il Savonarola; il quale profittando del momento, mandò subito a
Roma Frate Alessandro Rinuccini e Frà Domenico da Pescia, di cui avremo
in appresso lunga occasione di discorrere. Egli era il suo più sincero
e ardente seguace: nato ai piedi della montagna pistoiese, aveva tutto
l’ardire e l’audacia di quei montanari; animo pieno di sincerità e di
fede, era tutto entusiasmo e devozione pel Savonarola; lo credeva un
profeta mandato da Dio a Firenze, e si sarebbe per lui gettato nel
fuoco senza esitare un istante. Questi due frati trovarono a Roma,
che i favori ottenuti non bastavano a combattere i Lombardi, i quali,
per mezzo di Lodovico il Moro, avevano l’aiuto di molti ambasciatori;
onde quella disputa di conventi sembrava essere divenuta un affare di
stato.[155] Da Roma scrivevano perciò al Savonarola, che bisognava
deporre il pensiero di riuscire nell’impresa; ma egli in risposta
diceva loro: «Non dubitate, state forti ed avrete vittoria: il Signore
disperde i consigli della gente, e manda per terra i disegni dei
principi.»[156]
Ed invero, la vittoria si ebbe in un modo inaspettato e strano. Il
22 maggio 1493, ogni speranza di successo sembrava perduta; il papa,
svogliato, licenziava il concistoro, dicendo di non volere per quel
giorno firmare alcun breve. Restava solamente il cardinal di Napoli,
con cui si tratteneva in discorsi piacevoli ed ameni, abbandonandovisi
col solito eccesso della sua indole. Al cardinale parve essere venuto
il momento opportuno, e destramente cavatosi di tasca il breve, che
già era stato disteso, pregava il papa di firmarlo. Questi sorridendo
negava, e quegli sorridendo, cavatogli dal dito l’anello, bollava il
breve.[157] Non aveva appena finito, che, quasi l’avessero saputo,
arrivavano messi pressantissimi dei Lombardi con nuove e più valide
raccomandazioni. Ma il papa non volle più udir parola di questo
affare, che già lo aveva noiato, dicendo: _Quel che è fatto è fatto_.
In tal modo, San Marco otteneva la sua indipendenza, e le parole del
Savonarola si verificavano.
I Lombardi, rimasti vinti così inaspettatamente, fecero mille tentativi
per annullare o almeno scemare la forza del breve; e furono in questo
favoriti dallo stesso Piero dei Medici, che dopo averli combattuti,
voleva aiutarli.[158] Ma ormai era troppo tardi: San Marco, divenuto
centro d’una congregazione, dipendeva solo da Roma. Il Savonarola
venne subito rieletto priore; e nella sua nuova condizione, libero
finalmente e padrone di sè, poteva parlar franco e sicuro; nè doveva
più riuscire ad alcuno rimuoverlo da Firenze, sua unica sede. Egli solo
aveva sin dal principio capita l’importanza del breve ottenuto; gli
altri dovevano avvedersene più tardi. Nuovi e più gravi pericoli si
avvicinavano però rapidamente, ed il nostro frate vi si apparecchiava.
Bisognava, innanzi tutto, riordinare e disciplinare il convento. Una
volta, egli aveva pensato di ritirarsi coi suoi frati sopra un monte
solitario, ed ivi menare vita povera e romita;[159] ma ora questi sogni
giovanili aveano ceduto il luogo a più mature idee. Si trattava, non
di abbandonare la società, ma di viverci in mezzo per correggerla;
non di formare dei romiti, ma dei buoni religiosi, che menassero
vita esemplare e fossero pronti a spendere il sangue per salute delle
anime. Correggere i costumi, riaccendere la fede, riformare la Chiesa:
ecco ciò che il Savonarola voleva promuovere. E quando il Signore
avesse adempiuti questi santi desiderii, si sarebbe allora partito
d’Italia coi suoi più animosi frati, per andare a portare in Oriente la
religione di Cristo. Costantinopoli era uno dei sogni di quel tempo:
i politici volevano umiliare il nemico dell’Europa e ristabilire
l’impero latino; i religiosi volevano convertire gl’infedeli e
rimettere Gerusalemme in mano dei credenti; e moltissimi credevano col
Savonarola, che si avvicinasse il tempo annunziato nelle profezie e che
si dovesse finalmente avere _un solo ovile ed un solo pastore_.
Ma, per tornare al convento, la prima riforma che fece il Savonarola,
fu di rimettere in vigore la povertà. San Domenico avea con terribili
parole minacciata la sua maledizione contro coloro che ardissero
introdurre le possessioni fra i suoi religiosi; ma dopo la morte
di Sant’Antonino, quelle parole rimanevano solo scritte sulle mura
dei chiostri:[160] il convento di San Marco aveva, con una riforma,
assunto la facoltà di possedere, ed in breve tempo erano moltiplicate
le sue ricchezze. Il Savonarola, adunque, chiamò in vigore l’antica
costituzione; ma siccome le oblazioni erano già da lungo tempo scemate,
bisognò provvedere in modo da sopperire altrimenti ai bisogni del
convento. Ne scemò le spese col vestire i frati di panni più poveri;
col rendere le loro celle più semplici e disadorne; col vietare di
tenervi libri miniati, crocifissi d’oro o argento, e simili vanità.
Ma ciò non bastava. Volle, adunque, che i suoi frati vivessero col
frutto delle loro fatiche, e fece quindi istituire delle scuole nelle
quali studiavasi pittura, scultura, architettura, arte di scrivere e
miniare codici. I conversi e quei frati che erano meno atti alle più
alte opere di spirito, dovevano esercitare queste arti per aiutare
ai bisogni del convento. I sacerdoti e prelati in tal modo potevano
più liberamente attendere alla confessione, aver cura delle anime,
dirigere l’educazione intellettuale e spirituale dei novizi. I più
provetti nello spirito di carità e nella teologia, dovevano darsi
alla predicazione e percorrere le varie città, accompagnati da un
solo converso, che non doveva mai tralasciare il lavoro, per potere
coi suoi guadagni, in parte almeno, aiutare il compagno. Tre sorta
di studi il Savonarola promosse dipoi principalmente nel convento:
teologia, morale, e sopra ogni altra cosa lo studio delle Scritture,
per l’intelligenza delle quali s’insegnava il greco, l’ebraico ed altre
lingue orientali. E queste lingue dovevano servire anche di più in
quel giorno in cui, siccome sperava, egli ed i suoi sarebbero stati dal
Signore inviati a portare il Vangelo fra i Turchi.[161]
Non tutte queste idee si misero facilmente in atto nè tutte restarono
senza ostacoli, ma il convento cominciò rapidamente a fiorire: cresceva
il fervore e lo zelo per gli studi; cresceva l’amore per le Sacre Carte
e lo spirito di religione. Facile riusciva il progredire, quando si
vedeva il priore essere un modello vivo e parlante dei principii che
inculcava. I suoi panni erano sempre i più rozzi; il suo letto era
il più duro; la sua cella la più povera; severo verso gli altri, era
severissimo verso di sè. Onde un entusiasmo nacque nel popolo in favore
di San Marco; molti nobili cittadini domandarono di vestir l’abito;
si diceva che Angelo Poliziano e Pico della Mirandola vi fossero assai
inclinati: ma quello che è più, queste simpatie eran sórte ancora negli
altri conventi. Quelli di San Domenico di Fiesole, Prato e Bibbiena; i
due ospizi della Maddalena in pian di Mugnone e di Lecceto, chiesero di
rientrare nella nuova Congregazione Toscana e furono ricevuti.[162] Le
cose arrivarono a segno, che i Camaldolensi del monastero degli Angioli
stesero per man di notaio un contratto, col quale si obbligavano di
mutare ordine per riunirsi a San Marco. Il Burlamacchi fu portatore
di questa domanda al Savonarola, che la ricusò, perchè fuori del suo
arbitrio e dell’autorità concessagli dal breve. Non voleva dare ai suoi
nemici occasione di muovergli giuste accuse: avrebbe bensì desiderato
di raccogliere intorno a sè tutti i Domenicani della Toscana; ma questo
neppure poteva facilmente riuscire, a cagione degli odii politici
che dividevano quel paese.[163] Infatti, noi lo troviamo a Pisa assai
male ricevuto; e di quarantaquattro frati non poterne avere che soli
quattro, fra cui primo fu quello Stefano Codiponte di cui abbiamo
più sopra accennato.[164] A Siena venne accolto anche peggio, perchè
ricevette dalla Signoria ordine di partire; ed egli tornossene sdegnato
a Firenze,[165] dove la Congregazione di San Marco cresciuta e fiorente
procedeva innanzi, piena di fervore in quelli che ne facevano parte,
incoraggiata dalle simpatie di coloro che la circondavano.