Il Savonarola si dimostra avverso a Lorenzo il Magnifico. Predica sulla
prima Epistola di San Giovanni. [1491.]
Il popolo s’era andato sempre più affollando in San Marco, e la chiesa
non era più capace di contenerne la moltitudine: onde, nella quaresima
dell’anno 1491, il Savonarola predicò nel Duomo, e le mura di Santa
Maria del Fiore echeggiarono per la prima volta della sua voce. Da quel
momento, egli parve divenuto signore del pergamo, padrone del popolo,
che ogni giorno crescendo di numero, raddoppiava d’entusiasmo verso
il suo predicatore. Quelle immagini dal frate descritte, rapivano le
fantasie della moltitudine; quelle minacce di futuri flagelli avevano
una forza magica sull’animo d’ognuno, perchè parea veramente che tutti
fossero pieni di sinistri presentimenti.
Ma questo appunto cominciava a dispiacere fortemente a Lorenzo
dei Medici, e faceva ne’ suoi amici nascere una certa opposizione
contro il Savonarola. Al quale furono un giorno mandati cinque dei
principali cittadini di Firenze,[118] perchè mettendogli in vista i
pericoli ch’egli faceva correre a sè ed al convento, lo consigliassero
a moderarsi. Il Savonarola interruppe ben presto il loro discorso
dicendo: «Vedo che voi non venite per vostro consiglio, ma siete
mandati da Lorenzo. Ditegli che s’apparecchi a far penitenza de’ suoi
peccati, perchè il Signore non risparmia nessuno, e non ha paura dei
principi della terra.» Il frate era fierissimo della sua indipendenza
ecclesiastica, e voleva smettere, sin dal principio, il costume invalso
in San Marco di piegarsi e prostrarsi continuamente innanzi ai Medici.
E quando gli fu da quei medesimi cittadini fatto osservare che egli
poteva essere esiliato, rispose: «Io non temo i vostri esilii, perchè
questa vostra città è come un grano di lente sulla terra. Ma sebbene io
sia forestiero e Lorenzo cittadino ed il primo della città, io debbo
restarvi ed egli dovrà partirsene.» Aggiungendo dipoi parole tali
sulle condizioni di Firenze, che quei cittadini restarono maravigliati
della sua intelligenza nelle cose di stato. In quel tempo medesimo,
trovandosi nella sagrestia di San Marco in presenza di più persone,
affermò che le cose d’Italia volevano mutar presto, e che il Magnifico,
il papa e il re di Napoli s’avvicinavano alla morte.[119]
Il malumore dei medicei ne cresceva perciò a tal segno, che il
Savonarola tornò più volte sopra sè stesso a considerare questo
mormorare continuo, questa contraddizione sempre crescente d’una parte
piccola ma potente dei cittadini; ed avrebbe voluto, per qualche tempo
almeno, restringersi solo ai precetti di morale e di religione. Ma
nel fatto trovò che un tal cambiamento era per lui assai più facile
desiderarlo che metterlo in pratica. Egli medesimo ci descrive, nel
_Compendio di Rivelazioni_, la lotta inutile che sostenne con se
stesso, per mutar modo di predicare. «Ogni cosa che mi allontanava dal
primo studio mi veniva subito a noia, e quante volte meditai di seguire
un’altra via, venni subito in odio a me stesso. E mi rammento come
predicando nel Duomo l’anno 1491,[120] ed avendo già composto il mio
sermone sopra queste visioni, deliberai di sopprimerle, e nell’avvenire
astenermene affatto. Iddio mi è testimonio, che tutto il giorno di
sabato e l’intera notte sino alla nuova luce, io vegliai; ed ogni altra
via, ogni dottrina fuori di quella, mi fu tolta. In sull’alba, essendo
per la lunga vigilia stanco ed abbattuto, udii, mentre io pregavo, una
voce che mi disse: — Stolto, non vedi che Iddio vuole che tu seguiti la
medesima via? — Perchè io feci quel giorno una predica tremenda.»[121]
Ed in verità, il Savonarola era nato a questa specie d’eloquenza,
per così dire, battagliera. Persuaso come era d’una missione divina,
non appena si trovava innanzi al popolo, che sentivasi esaltato ed
era trascinato dal corso dei suoi pensieri; allora la sua fantasia
s’animava, risorgevano le sue forze, raddoppiava la sua energia. Ma
se egli avesse dovuto far violenza a sè stesso, non avrebbe di certo
saputo più trovare i colori delle sue immagini, il vigore della sua
eloquenza.
Nel luglio di quel medesimo anno 1491, veniva eletto priore di San
Marco; e la nuova carica ponendolo più in vista ed in maggior grado,
faceva crescere la sua indipendenza. Fin dal principio, egli ricusò
di piegarsi all’abuso introdotto nel convento, che il nuovo priore,
cioè, andasse a portare ossequio ed obbedienza al Magnifico. «Io
riconosco,» egli disse, «la mia elezione solamente da Dio, ed a Lui
porterò obbedienza.» Lorenzo dal suo lato se ne doleva, dicendo: «Voi
vedete! un forestiero è venuto in _casa mia_, e non si degna neppure
visitarmi.»[122] Pure, non volendosi mettere in guerra col priore
d’un convento nè far troppo caso d’un frate, cercò di conciliarselo
colla via della dolcezza. Andò parecchie volte a sentire la messa in
San Marco, trattenendosi dipoi a passeggiare nell’orto, senza che il
Savonarola volesse per questo lasciare i suoi studi e venire a fargli
compagnia. Egli giudicava severamente il carattere di Lorenzo, sapeva
tutto il danno che esso aveva fatto alla morale pubblica; non voleva
perciò avvicinarsi ad un tiranno, in cui vedeva non solo il nemico e
distruttore della libertà, ma ancora l’ostacolo maggiore a migliorare
i costumi del popolo e rimetterlo nella vita cristiana. Vedendo che
queste vie non riuscivano, Lorenzo cominciò a mandare al convento dei
ricchi donativi e delle larghe limosine. Ma ciò dovea naturalmente
accrescere il disprezzo che il Savonarola avea già concepito pel
carattere morale di lui; e sul pergamo egli vi fece in fatti qualche
sdegnosa allusione, dicendo che queste cose lo rendevano sempre più
fermo nei suoi propositi. Non andò guari che trovò nella cassetta
delle limosine certa quantità di monete d’oro; le quali, non potendo
esser venute da altri che Lorenzo, egli mandò ai Buoni Uomini di San
Martino perchè le dispensassero ai poveri, dicendo che ai bisogni del
convento bastava il rame e l’argento. «E così,» osserva il Burlamacchi,
«Lorenzo si persuase finalmente che questo non era terreno da piantar
vigne.»[123]
Il Magnifico non era, però, uomo da cedere così presto; onde, per
abbassare il crescente predominio del nuovo oratore sul popolo, egli
incitò il Gennazzano a riprendere le sue prediche. Questo frate avea
tutto l’impeto, la malignità e l’ipocrisia dei pedanti: sino ad ora
egli s’era congratulato col Savonarola del successo da lui ottenuto;
ma non appena ebbe da Lorenzo l’incarico di combatterlo, lo accettò
subito baldanzosamente. Il giorno dell’Ascensione doveva predicare su
quel passo della Bibbia: _Non est vestrum nosse tempora vel momenta_.
Firenze era piena di questa voce, e la folla correva numerosissima
alla predica del Gennazzano. Ma egli si lasciò tradire dal suo furore.
Incominciò a pronunziare accuse d’ogni sorta contro il Savonarola,
chiamandolo vano e falso profeta, seminatore di scandali e disordini
nel popolo; ed arrivò a tanta insolenza e bassezza di linguaggio, da
disgustare assai l’uditorio, in modo che quel giorno perdette della sua
reputazione più che non s’era colle fatiche di molti anni acquistato.
E così quello che, secondo i disegni di Lorenzo, doveva essere la
disfatta, fu invece il trionfo del Savonarola; il quale aveva quel
giorno predicato sul medesimo testo, interpretandolo tutto a favore
della sua dottrina; e restò dipoi affatto padrone del campo, perchè
il Gennazzano non ardì continuare le sue prediche.[124] Questi fece
vista di prendere la cosa con indifferenza; invitò il Savonarola al suo
monastero; celebrarono insieme una messa solenne, e si scambiarono ogni
sorta di cortesie: ma il francescano aveva troppo vivamente sentito
nell’anima l’umiliazione ricevuta. Essere tenuto il primo predicatore
d’Italia, aver quasi annientato il Savonarola nella sua prima venuta in
Firenze, e trovarsi ora vinto e disfatto innanzi a tutti, era cosa che
egli non sapeva tollerare senza rancore. Da quel momento, infatti, covò
nel petto un odio profondo contro il Savonarola, gli giurò un’eterna
vendetta, nè si stancò mai di suscitargli nuovi pericoli e nuovi
nemici, sino a che riuscì veramente ad essere uno dei principali autori
della sua rovina.
Lorenzo allora, vedendo assolutamente fallito il suo intento,
sentendosi già preso da quella infermità che doveva poi condurlo alla
tomba, e stanco di lottare contro un uomo che, suo malgrado, cominciava
ogni giorno a stimare di più, lo lasciò ormai predicare liberamente.
Noi non abbiamo fino ad ora, altrimenti parlato delle prediche del
Savonarola, perchè le prime che si trovino a stampa, son quelle che
fece sulla prima Epistola di San Giovanni, le quali non si possono
riferire ad un tempo anteriore a quest’anno 1491. Ora, dunque, bisogna
venire a discorrerne. È veramente un’ardua impresa il dar ragguaglio
d’una raccolta di sermoni; la forma stessa dell’opera non presenta
unità di soggetto nè connessione alcuna di parti: e se a ciò si
aggiunga l’indole alquanto disordinata dell’ingegno e degli studi
del Savonarola, si comprenderà quanto sia difficile il trovare in
essi un punto fermo da cui partire, ed a cui far capo nel renderne
ragguaglio. Egli comincia sempre con un passo della Bibbia, intorno
al quale, col sistema d’interpretazione da noi esposto, raccoglie
tutte le idee teologiche, politiche e morali che si presentano alla
sua mente, appoggiandole sempre a qualche nuova citazione biblica. In
questo modo si forma una massa eterogenea di materiali incomposti, fra
cui il lettore quasi si smarrisce. Ad un tratto però il Savonarola
se ne libera affatto: il discorso è caduto sopra un soggetto vivo,
che interessa profondamente lui ed il suo uditorio: la fantasia gli
si accende, immagini gigantesche sorgono innanzi alla sua mente, la
voce si ode più sonora, il gesto è più animato, i suoi occhi quasi
fiammeggiano: egli è divenuto in quel momento originale, è un grande,
un potente oratore. Ben presto però egli ricade di nuovo in quel mondo
artificiale d’idee mal connesse e mal digerite, per sorgerne di nuovo
e di nuovo ricadervi, senza mai riuscire a liberarsene affatto, nè
lasciandosene mai compiutamente dominare. Così, chi legge ed esamina
con diligenza quei sermoni, sarà forzato a concludere che il Savonarola
era nato oratore, mancava però di arte; onde, quando il soggetto lo
dominava e s’impadroniva affatto di lui, la natura tenevagli luogo
di arte, ed allora soltanto riusciva eloquente. Se poi ci mettiamo a
paragonarlo coi suoi contemporanei più rinomati, come l’Attavanti e
Frà Roberto da Lecce, i quali o rimanevano sepolti nella scolastica o
ne uscivano solo per scendere a scurrilità tali di linguaggio, da far
dubitare se fossero veramente in chiesa; allora il Savonarola ci parrà
gigante anche ne’ suoi momenti meno felici. Ed invero, chi esamina
pazientemente i suoi sermoni, troverà che nelle pagine meno eloquenti
vi è pure disseminata una quantità immensa d’idee secondarie e di
osservazioni particolari, le quali aggiungono merito al pensatore,
quando anche tolgono pregio all’oratore.
Possiamo vederne un esempio appunto nei diciannove sermoni sulla prima
Epistola di San Giovanni, i quali, sebbene d’incerta data, sembrano
pronunziati nell’avvento di quest’anno 1491. L’autore vi espone
lungamente i misteri della messa, con precetti e consigli utilissimi
alla religione del popolo. Il ragguagliare dell’ordine e di tutta la
materia di essi, ne darebbe però un’idea assai più imperfetta di quella
che ne avremo, scegliendo quei pensieri e brani che, per così dire,
rappresentano tutti gli altri. Fra i molti che si potrebbero notare, ve
ne sono alcuni intorno alla _parola della vita_, dei quali l’oratore
sembra particolarmente compiacersi. Oggi potranno a molti sembrare
artificiosi e di poco peso; ma a chi bene li considera e li pone a
riscontro collo stato degli studi teologici e di tutte le discipline
religiose in quel secolo, riveleranno non poca originalità, e faranno
vedere nel Savonarola una forza intellettiva di gran lunga superiore
a quella di tutti gli oratori contemporanei. Egli, adunque, discorre
in questo modo: «La nostra parola procede separata e diversa per una
successione di sillabe; e però, quando una parte di essa vive, le altre
ricadono nel nulla; quando tutta la parola è pronunziata, essa più non
esiste. Ma il verbo o la parola divina non ha parti; procede unita in
tutta la sua essenza, si diffonde pel creato, vive e sta in eterno,
come la celeste luce di cui è compagna. Onde è _parola della vita_;
anzi è la vita, ed è una cosa col Padre. Noi prendiamo, è vero, questa
parola in diversi sensi: alle volte per vita intendiamo l’essere stesso
dei viventi; altre volte invece la loro occupazione; onde diciamo: la
vita di quest’uomo è la scienza, la vita dell’uccello è il canto. Ma
la vita veramente non è che una, ed è Dio, perchè in Lui solo tutte
le cose trovano il loro essere. E questa è quella vita beata che è il
fine dell’uomo, e nella quale si trova la felicità infinita ed eterna.
La vita terrena non solo è fallace, ma essa non si può godere tutta
perchè manca della sua unità. Se tu ami le ricchezze, devi rinunziare
ai sensi; se ti dài ai sensi, devi rinunziare alla scienza; e se vuoi
la scienza, non godrai gli uffici. Ma i piaceri della vita celeste si
godono tutti nella visione di Dio, che è la suprema felicità.»[125]
L’autore si trattiene a sviluppare lungamente queste idee; ma più
spesso discorre contro il mal costume del secolo, condannando ad uno
ad uno i vizi che vi dominavano. Ecco, per esempio, come parla contro
il giuoco. «Se vedete alcuni attendere ai giuochi in questi giorni,
non credete che sieno cristiani: sono peggiori che gl’infedeli, sono
ministri del diavolo e celebrano le sue feste. Sono uomini avari,
bestemmiatori, maldicenti, detrattori dell’altrui fama, susurroni,
odiosi a Dio, ladri, omicidi e pieni d’ogni iniquità.... Io non vi
permetto in alcun modo di giocare in queste feste: dovete stare in
continua orazione.... rendendo continuamente grazie a Dio in nome del
Signore Gesù Cristo. Sarà maledetto colui che giocherà e maledetto
colui che lascerà giocare; maledetto il padre che giocherà in presenza
del figliuolo; maledetto la madre che giocherà in presenza della
figliuola.... Sarai, dunque, maledetto chiunque tu sii, che giocherai
o acconsentirai che si giuochi; sarai, dico, maledetto nella città,
maledetto nel campo della terra; sarà maledetto il frumento tuo,
le reliquie tue, maledetto il frutto del ventre tuo e della terra
tua, gli armenti de’ tuoi buoi e le greggi delle pecore tue; sarai
maledetto andando e ritornando.»[126] E contro l’usura e gl’immoderati
guadagni: «Voi, adunque, per l’avarizia non vivete bene nè voi nè
li vostri figliuoli; e avete già trovato molte arti a guadagnare col
danaro, e molti cambi che chiamate reali e sono ingiustissimi, e avete
corrotto gli ufficii e i magistrati.... Niuno vi può persuadere che
’l sia peccato a fare usura ovver cambi ingiusti, anzi vi difendete in
dannazione delle anime vostre...; nè più si vergogna alcuno a prestar
con usura, anzi reputano pazzi quelli che fanno altramente; e così
in voi si compie quel detto d’Isaia: — Il peccato loro, come Sodoma e
Gomorra, predicarono nè lo ascosero; — e quello di Geremia: — Ti sei
fatta la fronte come di donna meretrice, non hai voluto arrossirti.
— Tu di’, la buona vita e beata essere il guadagno; e Cristo dice: —
Beati i poveri di spirito, perchè di quelli è il regno dei cieli. —
Tu di’, la vita beata essere i piaceri e le voluttà; e Cristo dice: —
Beati quelli che piangono, perchè essi saranno consolati. — Tu di’,
la vita beata essere la gloria; e Cristo dice: — Beati siete quando
vi averanno perseguitato e dispregiato gli uomini. — La vita si è
manifestata; e niuno la seguita, niuno la desidera, niuno l’apprende.
Lamentasi adunque Cristo di voi, perchè essendosi molto affaticato
per manifestar questa vita acciocchè tutti fossino salvi; ha giusta
querela contro di voi; imperocchè dice per bocca del profeta: — Sonmi
affaticato chiamando, son fatte rauche le mie fauci, perchè tutto il
giorno grido per le bocche dei predicatori, e niuno ode. — »[127]
Altre volte il Savonarola si volge al cuore del suo popolo, e
commovendolo, cerca di condurlo al bene. «Oh s’io vi potessi persuadere
che lasciate le cose terrene seguitaste le eterne! Certamente, se
Dio facesse questa grazia a me ed a voi, mi reputerei felice in
questa vita. Ma questo dono è di Dio: _Niuno può venire a me_, dice
il Signore, _se il Padre non lo trarrà_. Io non posso illuminare di
dentro, posso solo percuotere le vostre orecchie; ma che giova se
dentro non è illuminato l’intelletto, non è acceso l’affetto?»[128]
«E ciò, chi potrà farlo se non la parola di Dio? Affaticatevi adunque
intorno ad essa, e fate come si fa del grano, che si macina e si
trita per cavarne la farina. Altrimenti, a che gioverebbe avere i
granai pieni? a che gioverebbe avere i tesori delle Sacre Scritture,
senza cavarne il senso spirituale? Io, adunque, mi affaticherò a fare
l’ufficio degli Apostoli, dichiarandovi la Sacra Scrittura; a voi si
apparterrà di essere operatori e non solamente uditori della parola di
Dio.»[129]
Ma il Savonarola riuscì veramente superiore a sè stesso nell’esporre
il vangelo dell’Epifania; e condusse il sermone non solo con fantasia
ed affetto, ma ancora con arte grandissima. «Essendo nato Gesù in
Betlem della Giudea, nei giorni del re Erode, ecco i Magi dell’Oriente
vennero in Jerosolima, dicendo: — Dove è questo che è nato dei Giudei?
Imperocchè abbiamo veduto la sua stella in Oriente, e veniamo con
doni ad adorarlo. — Notate le parole e segnate i misteri.... Ecco,
adunque, che quello per il quale tutte le cose furono fatte, oggi è
nato temporalmente. Onde il principio di tutte le cose, poi che ha
creato ogni cosa, nasce ed ha madre una vergine giovanetta.... Ecco che
quello che nel pugno porta il mondo, è portato da una vergine. Ecco
quello ch’è sopra tutte le cose, comincia aver patria; già comincia
essere compatriota degli uomini, compagno degli uomini, fratello degli
uomini e figliuolo dell’uomo. Ecco quanto a voi s’approssima Dio!
Cercate, adunque, il Signore mentre si può trovare, invocatelo mentre
è appresso.... Questo è certamente quel pane che discende dal cielo, e
ricrea i cuori degli angeli e degli uomini; acciocchè sia agli uomini e
agli angeli un comun pane....
«Attendete, adunque, fratelli, e non vogliate essere vagabondi. Aprite
gli occhi vostri e vedete chi son questi che vengono. Io esclamo a voi,
uomini, e la mia voce è ai figliuoli degli uomini: _Ecco i Magi; ecco i
Caldei_; ecco quelli che non sono nati tra i Cristiani; ecco quelli che
non furono battezzati; ecco quelli che non sono istrutti nella legge
evangelica; ecco quelli che non sono muniti di tanti e tanti sacramenti
della Chiesa; ecco quelli che non udirono le predicazioni. _Ecco i Magi
dall’Oriente_: dal mezzo della nazione prava e perversa, da lontano, da
remote regioni; non s’aggravano delle spese, non della fatica, non dei
pericoli. _Vennero_. Quando vennero? Quando tutto il mondo era pieno
d’idolatria; quando s’adoravano le pietre ed i legni; quando era piena
la terra di caligine di oscurità; quando tutti gli uomini erano pieni
d’iniquità.... Quando vennero? Quando Gesù era piccolo, quando giaceva
sopra il fieno, quando dimostrava ancora la sua fragilità, quando non
avea ancora fatto miracoli.... _Vedemmo la sua stella in Oriente_; la
stella che mostra il suo avvenimento. Ecco che videro la stella, non
altri miracoli; non illuminare i ciechi, non suscitare i morti, non
far altre cose visibili. _E siam venuti ad adorarlo_. Abbiam fatto un
gran cammino, solamente per adorar i vestigi dei piedi di quello. Se
lo possiam vedere, se lo possiamo adorare, se lo possiam toccare, se
gli possiam offerire i nostri doni, stimiamo d’esser beati. Abbiam
lasciata la patria, abbiam lasciati i parenti, abbiam lasciati gli
amici, abbiamo lasciati i regni, abbiam lasciate molte ricchezze; siam
venuti per così lungo cammino, in tanti pericoli, così velocemente;
solamente per adorarlo. Questo a noi basta, questo stimiamo più che
i nostri regni, questo più desideriamo che la propria vita.... Che
cosa, adunque, diremo a queste cose, fratelli? Che cosa, per nostra fè,
diremo? O fede viva, o carità grandissima! Or vedete quanta sia stata
la perfidia dei Giudei, quanta la durezza di cuore; imperocchè nè per
miracoli nè per profezie nè per questa voce si sono commossi.
»Ma perchè abbiam volto il nostro sermone contro i Giudei, e non
piuttosto contro di noi?... Perchè vedi la festuca nell’occhio del tuo
fratello, e la trave che è nell’occhio tuo non vedi? Ecco il Signore
Gesù non è oggi piccolo nel presepio, ma è grande in cielo. Già ha
predicato, ha fatto miracoli, è crocifisso, è resuscitato, siede alla
destra del Padre, ha mandato lo Spirito Santo nel mondo, ha mandati gli
Apostoli, ha già soggiogate le genti....» «Già per tutto è il regno
dei Cieli; ecco è aperta la porta; il Signore ha corso la via, gli
Apostoli e i martiri lo han seguitato. Ma tu sei pigro, e ogni fatica
ti aggrava, e non vuoi seguitare i vestigi di Cristo. Ecco ogni giorno
moltiplica l’avarizia, cresce la voragine delle usure, la lussuria ha
già contaminato ogni cosa, la superbia ascende fino alle nuvole. Voi
siete del padre diavolo, e volete fare i desiderii di vostro padre.
Oh! quanto bene di voi si potria ripetere quel detto: — Ecco che io
vado a gente che non mi sapeva e non invocava il mio nome; ho estese
tutto il giorno le mie mani al popolo incredulo che va nella via della
perdizione, popolo che mi provoca ad iracondia. — »[130]
Questa descrizione dei Magi che si muovono da lontani paesi, fra
tanti pericoli, a cercare Gesù ancora bambino; mentre i Cristiani
restano indifferenti a Lui che, cresciuto e nello splendore della
sua gloria, apre le braccia invitandoli; fu certamente di quelle che
più rapirono il popolo, e tutto il sermone è dei migliori che fece il
Savonarola. Tali esempi d’eloquenza vergine e spontanea erano ignoti
affatto in quel secolo d’erudizione e d’imitazione.[131] Allora era
morta anche quella troppo semplice ed ingenua eloquenza che troviamo
nei sermoni del trecento, e della quale San Bernardino da Siena era
stato l’ultimo seguace. I predicatori, noi lo abbiamo già detto, quando
non erano dei grammatici, come il Gennazzano, somigliavano a volgari
istrioni, o parlavano un gergo scolastico che niuno più capiva. Il
segreto, quindi, del gran successo ottenuto dal Savonarola, sta tutto
nell’affetto ch’egli sentiva e sapeva ispirare nel popolo. La sua voce
era la sola che riuscisse familiare e domestica;[132] egli parlava un
linguaggio che toccava il cuore della moltitudine; discorreva cose che
la riguardavano direttamente; era il solo a combattere sinceramente pel
vero, ad avere un fervido amore pel bene; a commoversi profondamente
delle sventure di quell’uditorio a cui parlava: e fu perciò il solo
eloquente in tutto quel secolo. Da che si spense l’antica e santa
eloquenza dei Padri e Dottori cristiani, non s’era più udita una voce
che fosse degna d’essere tramandata ai posteri. Frà Girolamo Savonarola
fu quegli che rimise in onore la predicazione e le ridonò vita; potrà
quindi chiamarsi il primo oratore moderno.