I primi opuscoli religiosi del Savonarola, e la sua interpretazione
della Bibbia.
Se noi ci facciamo a considerare quel gran moto di civiltà che rinacque
nel secolo XVI, troveremo che in fondo a tutte le dottrine, a tutte le
dispute, a tutte le guerre religiose di quel tempo, v’era un bisogno
universalmente sentito di ravvicinarsi a Dio: esso animava i dottori,
creava il nuovo entusiasmo, dava la forza ai martiri. Che cosa,
infatti, fu tutta la filosofia, tutta la scienza moderna, se non lo
sforzo di ravvicinare la creatura al Creatore, sebbene eccedesse troppo
spesso fino a confondere l’uno con l’altra? Che cosa promisero le nuove
dottrine religiose, se non di mettere il fedele in rapporto diretto col
Signore,[105] sebbene trascorressero poi, sino a distruggere la libertà
umana? Pure, a chi bene lo considera, questo solo principio, malgrado
i suoi eccessi, rinnovava la civiltà; quest’unico amore redimeva il
genere umano dall’abisso di colpe in cui era caduto.
Già, in sul cadere del secolo XV, noi ci possiamo avvedere che un nuovo
calore penetra gli animi, che si comincia a sperar nuovamente nella
forza delle idee e dei principii. Anima e vita di questo moto fu allora
la filosofia alessandrina, perchè essa prometteva la visione in Dio,
ed in questa poneva la somma dell’umana felicità. Una tale idea si fece
strada e penetrò rapidamente il cuore degli uomini, in un tempo in cui
sembrava che il materialismo dovesse solo signoreggiare in eterno. Ma
essa cominciava appena ad essere una teoria cavata dai libri, che già
nel Savonarola era un sentimento nato con lui, che dominava tutta la
sua vita, e poteva anzi dirsi la sua vita istessa. Egli non aveva,
infatti, altra aspirazione che verso Dio; non sperava nè desiderava
altro che trascinare dietro a sè il mondo nella beatitudine d’una tale
aspirazione. E sotto questo aspetto, bisogna che noi prendiamo in esame
la più parte dei suoi scritti religiosi, i quali assai spesso non sono
altro che la manifestazione di questo sentimento religioso, di questo
suo, per così dire, _santo furore_.
Gli opuscoli che pubblicò intorno al 1492, furono quattro trattati
sull’Umiltà, l’Orazione, l’Amore di Gesù Cristo e la Vita vedovile;
scritti in parte ascetici, in parte semplicemente religiosi e morali.
Noi cercheremo di esporre le idee del Savonarola più fedelmente che
sarà possibile, acciò il lettore conosca bene con quali mezzi egli
cominciasse allora a stabilire il suo ascendente sul popolo.
«L’Umiltà e la Carità,» egli dice adunque nel suo primo opuscolo,[106]
«sono due virtù nello edificio spirituale estreme; perocchè l’umiltà è
il fondamento che porta tutta la fabbrica, e la carità è la perfezione
e consumazione dell’edifizio. Bisogna perciò che il fedele si umilii
dinanzi a Dio, che riconosca come egli è per sè stesso incapace
di fare il bene, e come senza l’aiuto del Signore le sue opere non
sarebbero altro che peccati. Nè basta che ciò sia una convinzione
dell’intelletto; bisogna che sia anche un sentimento profondo
dell’anima. La volontà dell’uomo è libera; ond’egli deve con tutte le
sue forze adoprarsi a scacciare l’orgoglio, disporsi a ricevere la
grazia; e gli atti esteriori saranno in ciò non solamente utili, ma
anche necessarii. Si umilii perciò il credente verso i superiori, verso
gli uguali; si umilii anche verso gl’inferiori. Ma se, giunto a questo
punto, crederà di aver fatto gran cosa, allora l’umiltà esteriore sarà
cresciuta a scapito della interiore, ed avrà perduto ogni merito. Si
tenga, dunque, continuamente fermo nell’idea della sua nullità.»
La preghiera, di cui si discorre nel _Trattato della orazione_,[107]
è, secondo il Savonarola, uno dei mezzi più efficaci a tener vivo
nell’uomo il sentimento dell’umiltà. «Sia perciò lunga, fervida
e diuturna: rammentiamoci però di continuo che essa deve essere
accompagnata dall’umiltà e dalla carità; senza di che è nulla. Finchè
vi è fervore, si può dire che vi sia preghiera; e quando si esercitano
opere di carità, anche allora si può dire che l’uomo preghi.»
Queste medesime idee si trovano assai meglio svolte in un altro
trattato _Della orazione mentale_.[108] «Colui che prega, deve parlare
a Dio come se fosse presente; giacchè il Signore è per tutto, in ogni
luogo, in ogni uomo; specialmente nell’anima del giusto. Epperò non
si cerchi in terra o in cielo o altrove; si cerchi nel proprio cuore,
si faccia come il profeta, che dice: — Io udirò ciò che parlerà in me
il Signore. — Nella preghiera, l’uomo può attendere alle parole, e
questa è cosa tutta materiale; può attendere al senso delle parole,
e questo è piuttosto studio che preghiera; può, finalmente, mettere
il suo pensiero in Dio, e questa è la vera, la sola preghiera. Non
bisogna stare a discorrere su per le sentenze, nè su per le parole; ma
elevare le mente sopra di sè, e perdersi quasi nel pensiero di Dio.
A questo punto il credente dimentica il mondo e i suoi desiderii;
ha quasi un’ombra della celeste beatitudine. A tale altezza può
giungere l’ignorante così facilmente come il dotto; anzi assai spesso
avviene che colui che recita i salmi senza comprenderli, fa una
preghiera assai più santa del dotto che saprebbe spiegarli. Le parole,
infatti, non sono indispensabili alla preghiera; anzi, quando l’uomo
è veramente rapito in ispirito, l’orazione vocale diventa quasi un
impedimento, e deve dar luogo alla _mentale_. Epperò si vede quanto sia
grande l’errore di coloro i quali prescrivono un numero di orazioni
determinate. Il Signore non si diletta di moltitudine di parole, ma
di fervore di spirito. Qui ci si faranno incontro, continua a dire
il Savonarola, coloro che non sanno difendere altro che le cerimonie
e il culto esteriore della Chiesa. A costoro noi risponderemo come
il Salvatore alla Samaritana: «Donna, credimi che l’ora viene in cui
non adorerete il Padre nè in questo monte nè in Gerusalemme..... Ma
l’ora viene, ed è già al presente, che i veri adoratori adoreranno il
Padre in ispirito e verità.» (Gio. VI, 21, 23.) Il che significa che
il Signore vuole il culto interiore, senza tante cerimonie; e così
infatti usava la Chiesa primitiva, quando non c’era bisogno di tanti
organi e canti per levare la mente a Dio. Quando mancò il fervore, si
cominciarono a introdurre le cerimonie per medicina delle anime: ma
oggi noi siamo divenuti simili all’infermo che ha perduto ogni virtù
naturale, e le medicine non hanno più forza sopra di lui. Ogni fervore,
ogni culto interiore è muto; e le cerimonie crescono sempre, ma restano
inefficaci. Perciò noi siamo venuti ad annunziare al mondo, che il
culto esteriore è destinato allo interiore, e le cerimonie non sono
altro che mezzi per eccitare lo spirito.»
Ma il _Trattato dello amore di Gesù Cristo_, di cui in poco tempo si
videro più di sette edizioni,[109] esprime più chiaramente ancora quel
mistico entusiasmo del Savonarola, di cui abbiamo più sopra parlato.
«L’amore di Gesù Cristo è quel vivo affetto per cui il fedele desidera
che la sua anima diventi quasi parte di quella di Cristo, e che la
vita del Signore si riproduca in lui, non per esterna imitazione, ma
per interna e divina ispirazione. Egli vorrebbe che la dottrina di
Cristo fosse in lui cosa viva, vorrebbe patire il suo martirio, salire
misticamente con lui sulla stessa croce. Questo amore è onnipotente, e
non si può avere senza la grazia; perchè esso solleva l’uomo sopra sè
stesso, e congiunge la creatura finita al Creatore infinito. L’uomo,
infatti, sale continuamente dalla umanità alla divinità, quando è
animato da questo amore; che è il più dolce di tutti gli affetti,
penetra l’anima, s’impadronisce del corpo, e fa che il fedele cammini
sulla terra come rapito in ispirito.»
Noi abbiamo riportato quasi le parole medesime del Savonarola, perchè
questo concetto dell’amore, che ritorna di continuo nelle sue opere
ed è un punto fondamentale della sua dottrina, non è stato ancora
abbastanza osservato. È ben vero che nel definirlo il Savonarola non
è molto preciso; giacchè qualche volta dice, questo amore non essere
altro che la grazia; e qualche volta, non essere che la carità. In
vero, esso partecipa d’ambedue, senza essere precisamente nè l’una
cosa nè l’altra. — Quando la grazia s’infonde nell’uomo, genera
immediatamente la carità; e senza la grazia, vera carità non può
esservi: v’è però uno stato intermedio, in cui il credente, sentendo la
vicinanza e quasi l’afflato di Dio, prova una suprema felicità, e come
una celeste ebbrezza. Questo stato interno dell’anima che riceve la
grazia ed è per generare la carità, è quello appunto che il Savonarola
intende per _amore di Gesù Cristo_. E l’importanza di questo concetto
nella sua dottrina, sta appunto nell’esprimere esso uno stato tutto
subbiettivo dell’animo. Il Cristiano non può raggiungere la carità,
senza la grazia che è un dono gratuito di Dio, per ottenere il quale
la nostra volontà può assai poco contribuire; ma l’amore essendo invece
una nostra _disposizione_, l’uomo può assai più facilmente elevarvisi:
la grazia viene allora ad infondersi in noi quasi naturalmente, e la
carità scaturisce dal nostro cuore come di necessità. Così l’_amore_
ha la sovrumana potenza di riunire la creatura che è finita al Creatore
che è infinito, e spiega in certo modo il mistero della libertà umana e
della onnipotenza divina.
Quest’opuscolo si conclude con alcune _Laudi e Contemplazioni
infiammative_, nelle quali il Savonarola s’abbandona ad ogni sorta
d’esclamazioni intorno alla misericordia e bontà del Signore, al
desiderio ardente che ha la sua anima d’essere una sola cosa con Lui,
di salire sulla stessa croce, essere trafitto dagli stessi chiodi
e dalla stessa corona di spine. Di certo, se noi le leggiamo collo
scetticismo dei nostri giorni, non vi troveremo alcun valore; ma se
ci poniamo invece a considerare che erano scritte per il popolo, che
parlava un’anima ebbra veramente di questo suo abbandono in Dio, un
uomo a cui questo santo delirio dava un conforto a noi sconosciuto,
allora solamente potremo rettamente giudicarle. E più le valuteremo
se ci rammentiamo che il Savonarola riuscì ad infondere questo suo
entusiasmo in tutto un popolo; e fu il primo a prevedere e presentire
che questo nuovo amore, questo nuovo delirio, impadronendosi delle
moltitudini, dovea rigenerare e ringiovanire il mondo.
Nel _Libro della vita viduale_,[110] pubblicato fin dal 1491, egli
dètte invece sani precetti di morale alle vedove. In questo opuscolo si
potrà vedere quanto falsa sia l’opinione di coloro che ci rappresentano
il Savonarola come nemico del matrimonio, e quasi gli attribuiscono
l’idea di voler ridurre Firenze a forma di convento; quando esso invece
insegnava su questo proposito una dottrina piena di buon senso. Le
vedove, egli dice, son come gli orfani sotto la speciale proiezione
del Signore. La vera loro vita sarebbe di abbandonare i pensieri del
mondo, darsi intieramente a Dio, ed essere «come la tortola, la quale
è uno animale casto; e però, che quando ha perso il suo compagno,
mai più s’accompagna con altri, ma vive tutto il tempo della vita
sua gemendo solitaria.» Nondimeno, se per la educazione dei figli, se
per la povertà o per non sapere resistere agli stimoli della carne,
volesse la vedova rimaritarsi, lo faccia pure: questo sarà assai
meglio che circondarsi d’adoratori, esporsi alle calunnie, tenersi fra
mille pericoli. Quella vedova che non si sente disposta a mantenere lo
stretto decoro, le difficili riserve del suo stato, ritorni piuttosto
alla vita dignitosa di moglie. Quelle poi che si sentono forza
maggiore ed animo uguale al loro stato, sieno il modello di tutte le
altre donne. La buona vedova deve vestire di bruno, vivere solitaria,
evitare il consorzio degli uomini, essere la stessa gravità, portare
nel volto tanta severità, che alcuno non ardisca muoverle parola o
sorriso di poco rispetto. E questa vita sarà un insegnamento continuo
alle altre donne; onde è inutile che la vedova si affatichi con parole
ad ammaestrare gli altri: non dia precetti, se non quando l’occasione
assolutamente lo richiede, e cerchi di farlo solamente verso i figli
o nipoti. Disconviene alla gravità della vedova ricercare la vita ed
i peccati altrui; disconviene a lei essere o anche parere vana, e per
salvare gli altri, abbandonare sè stessa.
Con questi opuscoli il Savonarola riusciva nel suo intento, giacchè
andava ogni giorno crescendo nella stima dei dotti e nell’amore del
popolo. Sebbene però egli avesse nella filosofia con fermo proposito
seguito la sola ragione, e negli scritti religiosi si fosse abbandonato
tutto al sentimento spontaneo dell’animo suo; pure questo a lui
medesimo parea non bastare in un secolo che volea fondarsi unicamente
sull’autorità. È ben vero che egli era assai spesso dominato e
trascinato dai suoi pensieri in modo, che si contentava di affermarli
come verità innegabili; e che nel suo esaltamento religioso egli
credeva di essere in diretto rapporto colla Divinità, onde non sentiva
bisogno d’altra conferma alle sue visioni del futuro.[111] Nondimeno,
quando si trattava di convincere gli altri, di far tacere la superbia
e l’importunità dei dotti, di persuadere al popolo cose straordinarie,
allora l’autorità d’un libro diveniva in quel secolo indispensabile.
E quale altra autorità poteva il Savonarola accettare, se non quella
della Sacra Scrittura? Chi avrebbe ardito resistere alla parola del
Signore? La Bibbia, d’altronde, era stato il compagno più fedele dei
suoi giovani anni, il conforto dei suoi dolori, l’educatore del suo
spirito. Non vi era verso che non rammentasse a memoria; non vi era
pagina che non avesse commentata, da cui non avesse preso qualche idea
pe’ suoi sermoni. A forza di studio e di meditazione, essa avea cessato
d’essere per lui un libro, ed era divenuto un mondo vivo e parlante;
un mondo infinito, in cui trovava la rivelazione del passato e
dell’avvenire. Non appena egli apriva le Sacre Carte, che era esaltato
dal pensiero di leggere la parola rivelata dal Signore; vi trovava
come il microcosmo di tutto l’universo, l’allegoria di tutta la storia
del genere umano. Questo era uno studio che dava alimento a sè stesso;
e quindi egli riempiva i margini del sacro volume d’interminabili
postille, nelle quali notava le varie ispirazioni del momento, le
moltiplici interpetrazioni di ciascun passo.[112]
Solamente esaminando i suoi Sermoni, si potrà avere un’idea del vario
uso che il Savonarola seppe fare della Bibbia. Pure, riducendo le cose
a sommi capi, per darne sin d’ora un’idea generale, diremo che, oltre
la interpetrazione letterale, egli ne faceva altre quattro sopra quasi
ciascun passo della Bibbia, ed erano: _spirituale, morale, allegorica_
ed _anagogica_. Per meglio spiegarci, prendiamo ad esempio il primo
verso della Genesi: «Nel principio Iddio creò il cielo e la terra
ec.» Il senso spirituale riguarda lo spirito, e quindi cielo e terra
significheranno anima e corpo. Il senso morale riguarda invece la
morale, e quindi cielo e terra vorranno dire ragione ed istinto. Il
senso allegorico è doppio, riguarda la storia della Chiesa ebraica, o
della Chiesa cristiana: nel primo caso, cielo e terra rappresenteranno
Adamo ed Eva; il sole e la terra significheranno il gran sacerdote ed
il re del popolo ebreo: nel secondo caso, saranno invece significati
il popolo eletto ed il popolo dei gentili, il papa e l’imperatore.
Il senso anagogico si riferisce alla Chiesa trionfante; e quindi il
cielo e la terra, il sole, la luna e le stelle, significheranno gli
angeli, gli uomini, Gesù Cristo, la Vergine, i Beati, e così via
discorrendo.[113]
In questo modo il Savonarola trovava nella Bibbia la conferma di tutti
i pensieri, di tutte le ispirazioni, di tutte le profezie che sorgevano
nel suo animo. Non vi era cosa grande o piccola, pubblica o privata,
sacra o profana, di cui egli non trovasse un qualche riscontro nella
Bibbia. Egli avvertiva però di andar cauto in questo studio. «Vi
bisogna, egli diceva, una conoscenza della lingua e della storia, una
continua lettura, una lunga familiarità:[114] bisogna guardarsi di non
andar contro alla ragione, contro alle opinioni ricevute dalla Chiesa
e dai dottori,[115] di non tirare la scrittura ai nostri propri fini;
perchè allora si metterebbe il nostro intelletto in luogo della parola
divina.[116] Ma chi guiderà il fedele in questo mare di pericoli,
in questo laberinto inestricabile dall’umana ragione? Lo guiderà la
grazia divina. Si apparecchi, adunque, il fedele a leggere la Bibbia
con una grande purità di cuore, con un lungo esercizio della carità,
con levare il pensiero dalle cose terrene; giacchè in questo libro non
si può penetrare solo colla mente, ma bisogna entrarvi con l’anima
e col cuore. Allora solamente il credente potrà entrare nel mondo
infinito delle Sacre Scritture senza pericolare, ed aver quel lume che
è necessario alla sua salute. Ma non a tutti questo lume è concesso
ugualmente. Iddio manda spesso sulla terra degli uomini a cui concede
un lume maggiore, col quale debbono illuminare le moltitudini: questi
sono i dottori della Chiesa, ai quali il Signore spesso parla in
ispirito, rivelando per diretta comunicazione cose occulte a tutti gli
altri. Essi debbono essere la guida e la luce dei fedeli.»[117]
Malgrado però tutti questi riguardi, il Savonarola s’era messo
sull’orlo d’un precipizio, dal quale era assai difficile salvarsi.
Non v’era cosa che un sistema d’interpetrazione così vario e largo
non potesse confermare coll’autorità della Bibbia: onde, quando egli
si fosse lasciato trasportare dalla fantasia in un modo qualunque, le
Sacre Carte, in luogo di essergli freno, sarebbero divenute sprone a
maggiori eccessi. Ed infatti, quante volte la sua mente esaltata vide
strane visioni del futuro; quante volte udì per l’aria voci di sinistri
augúri, di flagelli minacciati all’Italia ed alla Chiesa; egli vi fu
sempre dalla lettura della Bibbia riconfermato, e tanto più vivamente,
quanto maggiori erano la fede e la sincerità del suo animo. Ma di ciò
noi avremo altra volta lunga occasione di discorrere: bastici per ora
avere interpretato generalmente il sistema del nostro autore.