CAPITOLO SESTO.

La filosofia del Savonarola.

Fra tutte le opere del Savonarola, i suoi scritti filosofici, che

servirono la più parte ad uso dei novizi, sono quelli che furono

tenuti in minor conto. Quasi tutti i biografi, senza neppur leggerli,

pigliarono in uso di ripetere ch’erano una debole e servile imitazione

d’Aristotele e di San Tommaso. Più cose hanno contribuito a spargere

questo giudizio, secondo noi, falsissimo: dapprima il piccolo volume di

quelle opere, e il non essere tenute in grande considerazione neppure

dal Savonarola medesimo: dipoi, le tante accuse che egli fece alla

filosofia, ai filosofi ed alla vanità dei loro studi. Non potevasi

credere che un uomo il quale avea tanto sparlato d’una scienza, potesse

in quella medesima far cosa alcuna di pregio; ed a questo aggiungevasi,

che quegli scritti, essendo veramente in molte parti una traduzione

o un compendio di Aristotele e San Tommaso, confermavano secondo ogni

apparenza il giudizio prevalso.

Tutte queste cagioni però, non poterono rimuoverci dal prenderli in

maturo esame, nè dal desiderio di accertare noi medesimi intorno alla

verità dell’opinione generalmente adottata. Noi sapevamo fra quali

tenebre andassero nascosti i primi lampi di luce che mandò la filosofia

moderna, e quanto agli storici fosse stato difficile rintracciarli:

sapevamo come in quel tempo tutti indistintamente imitassero Aristotele

o Platone o qualche altro antico; ma quando fu giunta l’ora in cui

la nuova filosofia dovea risorgere, essa fecesi strada attraverso

aristotelici e platonici, attraverso tutte le scuole. Allora imitatori,

traduttori e commentatori cominciarono a poco a poco a risentire una

nuova vita, a prendere un nuovo cammino; ma difficilmente si trova fra

questi primi novatori alcuno che abbia lasciato del tutto la scorta di

qualche antico. Non è dunque l’avere o no seguito Aristotele, l’averlo

o no imitato e copiato in molti luoghi, ciò che deve farci giudicare il

vero merito d’un filosofo del risorgimento; ma egli è piuttosto l’avere

o no riconosciuta l’autorità della propria ragione, della propria

coscienza. Vive in essi veramente lo spirito nuovo? Ecco ciò che noi

chiediamo. E così, nel prendere in esame gli scritti del Savonarola,

non siamo andati cercando quante volte ha tradotto Aristotele, imitato

Boezio, copiato San Tommaso; ma abbiamo cercato piuttosto se v’era

qualche pagina in cui il Savonarola dicesse: vogliamo credere alla

nostra propria esperienza, alla nostra ragione; vogliamo una volta

credere alla voce che parla nella nostra coscienza, e nella coscienza

del genere umano.

Ed invero, ciò che non poteva indurci a seguire l’opinione

universalmente adottata dagli altri biografi, era il considerare con

quanta energia il Savonarola avesse sempre combattuto sul pergamo tutta

l’antichità, la quale andava invadendo col suo paganesimo la società

di quei tempi. Mille volte egli aveva accusato di materialismo quella

filosofia aristotelica di cui lo voglion far così cieco seguace. —

«Il vostro Aristotele, egli soleva dire continuamente, non riesce a

provare neppure l’immortalità dell’anima: rimane incerto sopra punti

così capitali, che io non so veramente comprendere come voi possiate

affaticarvi perdutamente dietro alle sue carte.» — Ma per noi era

anche di maggior peso l’osservare come nei suoi scritti teologici il

Savonarola ragionasse con tanta libertà, con tanta indipendenza, con

un’analisi tanto sottile, un indurre così accorto. Di maniera che,

volendo noi seguire l’opinione comune, ci saremmo veduti forzati a

dire: — Il Savonarola ebbe due filosofie affatto contrarie fra loro:

in una egli era schiavo d’Aristotele, seguace di quella scolastica

che tanti aveano già abbandonata; e questa filosofia egli espose nei

suoi scritti filosofici, insegnò ai novizi: in un’altra era libero,

indipendente, pieno d’ardire e di fierezza; e questa si trova in un

numero infinito di scritti teologici ed ascetici, la manifestò sul

pergamo, la confermò con tutta la sua vita. — Il desiderio di risolvere

una tal contradizione ci costrinse ad esaminare con molta diligenza gli

scritti ed i principii filosofici del Savonarola; dopo di che a noi è

sembrato che ogni contradizione sia sparita.

Due scuole di filosofia regnavano a quel tempo in Italia: la Platonica

e l’Aristotelica. La prima, cominciata con l’Accademia di Firenze,

si allargò verso il mezzogiorno; e procedendo sempre più oltre

nelle sue idee, andò a finire, come abbiam visto,[84] nell’idealismo

trascendentale di Giordano Bruno. La seconda cominciata a fiorire

col Pomponaccio ed altri molti, si sparse invece nelle università

di Bologna, Pavia, Padova e in tutta l’Italia superiore; raccomandò

l’esperienza, dètte uno slancio grandissimo alle scienze naturali,

e raggiunse in Galileo Galilei il suo più alto grado. Così, fra i

moderni come fra gli antichi, Aristotele fu il vero instauratore della

filosofia sperimentale; ed a torto la sua fama andò scadendo presso

molti che non seppero distinguere il vero Aristotele da quello della

Scolastica.

Da queste due scuole ne risultò più tardi una terza, che si può dire

iniziata da Bernardino Telesio e stabilita da Tommaso Campanella. Il

Telesio studiò a Padova, dove fu educato nella filosofia sperimentale e

nelle scienze naturali. Egli volle combattere Aristotele e raccomandare

l’esperienza, ma nel fatto seguì piuttosto Parmenide, con le cui idee

scrisse il libro _De Rerum Natura_: tornato in patria, vi fondò la

celebre Accademia Cosentina. In essa s’andò educando Tommaso Campanella

frate domenicano, il quale dalla natura ideale del suo ingegno fu

portato a deviare alquanto dalla via tenuta dal Telesio; e così ebbe

propriamente origine la terza scuola di cui parliamo. Il Campanella,

da un lato raccomandava l’esperienza, e dava, nella formazione delle

nostre conoscenze, una parte così grande alla sensazione, da sembrar

quasi un puro sensista; da un altro lato, ammetteva una _cognitio

abdita_, o sia un intuito delle prime idee, delle quali diceva che

senza aiuto della sensazione noi abbiamo una certezza maggiore

d’ogni altra: ma non potè mai trovar modo di scendere da queste

prime idee alle sensazioni, o dalle sensazioni risalire alle idee.

Onde la sua dottrina riuscì nel fondo un imperfetto ecclettismo,

nel quale la filosofia sperimentale si trova accanto ad una specie

d’idealismo neoplatonico, a cui l’autore era per natura inclinato;

e la teologia di san Tommaso ci si va sempre mescolando; senza che

questi diversi elementi arrivino mai a fondersi insieme, o a prendere

unità di sistema. Di tratto in tratto si vedono però lampi di genio

maraviglioso, e per tutto una libertà, una indipendenza di pensare

grandissima: quella dottrina era, infatti, concepita da una mente

vasta, ardita, intraprendente; e quantunque disordinata e confusa, pure

capace non di rado d’una penetrazione e precisione straordinaria.[85]

Nel Savonarola s’erano riscontrate, in modo singolare, quasi tutte

le medesime condizioni che fecero più tardi nascere la filosofia

del Campanella. Domenicano anch’egli, aveva fatto un lungo studio

delle opere di San Tommaso, la cui dottrina formò parte di tutte le

sue idee: educato nei suoi primi anni nelle scienze sperimentali e

nella filosofia aristotelica, venne dipoi a Firenze, ove si trovò

nel centro della filosofia neoplatonica, accanto a Marsilio Ficino

ed all’Accademia, con un’indole che lo portava quasi al misticismo. E

l’ingegno stesso del Savonarola avea non poca somiglianza con quello

del Campanella. Anch’egli era uno spirito libero ed ardito che avrebbe

colla sua mente voluto abbracciar l’universo; anch’egli prendeva a

volte una luce ed una forza inopinata, mentre a volte si perdeva nelle

formole della Scolastica. Aveva però un vantaggio sul Campanella, in

quanto che nel fondo del suo cuore e della sua mente v’era un’idea

morale, chiara, precisa, potente; anima de’ suoi pensieri, luce

della sua vita, unità della sua esistenza. Le filosofie di questi due

domenicani hanno perciò tanta somiglianza fra loro, che è molto da

maravigliarsi come altri prima di noi non l’abbia osservata.[86]

Venendo ora a discorrere partitamente delle opere filosofiche

del Savonarola, innanzi tutto, che dai vecchi cataloghi dei suoi

manoscritti apparisce come egli avesse molto studiato la scienza e

lasciato parecchi lavori, che sono dipoi andati smarriti, fra i quali

vogliamo citare un compendio di quasi tutte le opere di Platone e

d’Aristotele.[87] Ma le operette a stampa si riducono tutte in un sol

volume, che contiene quattro piccoli trattati: _Compendio di filosofia,

di morale, di logica_, e finalmente un opuscolo sopra la _Divisione e

dignità di tutte le scienze_.[88]

La _filosofia_ incomincia a parlare dell’ente, del moto, del primo

motore, del cielo, della generazione e corruzione delle cose; e

così discorrendo, piglia in esame la natura intera, e cominciando

dagli oggetti inanimati, percorre tutta la scala insino all’uomo.

Ci descrive il mondo, come lo descrivevano allora gli aristotelici;

cioè quasi un grande animale in cui si trovano tre grandi anime; la

vegetativa, la sensitiva e l’intellettiva. Non staremo però in questo a

seguire minutamente l’autore, perchè egli non fa che ripetere le idee

della scuola, e niente altro. Ma nella teorica della cognizione noi

riconosciamo la mano ardita del Savonarola, il suo libero ingegno; e

però la esporremo più particolarmente. «Bisogna cominciare dalle cose

più note, egli dice, per andare alle ignote; giacchè solo per questa

via si perviene facilmente a ritrovare il vero.[89] Le sensazioni sono

le cose a noi più note e vicine; esse vengono raccolte dalla memoria,

ove la _mente_ viene a trasformare più sensazioni particolari in una

sola regola generale, o esperienza. Dopo ciò essa non si ferma ancora,

anzi procede oltre, e da molte esperienze unite insieme raccoglie le

verità universali.[90] Perciò la vera esperienza si volge verso i primi

principii, le prime cause; è speculativa, libera, altissima.[91] Ogni

nostra conoscenza, adunque, comincia dal senso; onde nella filosofia,

quella parte che è della sostanza sensibile deve precedere l’altra

che è della sostanza sovrasensibile.»[92] Altrove egli discorre in

questo modo il processo con cui la sensazione si trasforma in idea. «Le

sensazioni si raccolgono in forma d’immagini nella nostra fantasia; ivi

l’intelletto se ne impadronisce, e per virtù sua propria le trasforma

in atti intellettivi.[93] Dal senso, adunque, senza un raziocinio

propriamente detto e senza _alcuna autorità di dottore_, si formano le

nostre cognizioni. L’intelletto stesso però, non potrebbe trasformare

le sensazioni in idee, senza _preesistenti cognizioni intellettive_;

privo delle quali non sarebbe altro che una _potenza_, incapace di

venire all’_atto del conoscere_, incapace di comprendere il significato

stesso delle parole. _Ogni dottrina, adunque, deve esser fondata sulle

preesistenti cognizioni dei sensi, e sulla preesistente cognizione dei

primi principii._ Questi poi si conoscono senza alcuna dimostrazione,

perchè veri e per sè evidentissimi.[94] Essi, infatti, ci sembrano

in apparenza lontani da noi e difficilissimi ad intendersi; ma in

sostanza la loro essenza stessa è la verità e l’evidenza. Non sono

veri solamente in quanto a sè; ma ancora in quanto formano e sono la

verità di quegli altri principii di esperienza, che a noi sembrano più

vicini e più facili. Ed invero, le cose in sè più note son quelle che

partecipano più dell’_actum essendi_; come appunto sono Iddio, le prime

intelligenze ed i primi principii. Il nostro intelletto procede dalla

potenza all’atto del conoscere: in potenza, esso vede con evidenza e

quasi per intuito quei primi principii chiarissimi e vicini alla nostra

mente; ma quando si viene all’_atto del conoscere_, quando cioè noi

siamo forzati a salire dal particolare al generale, allora invece li

troviamo ultimi e difficilissimi.»[95] La difficoltà, adunque, non è

già di conoscere le preesistenti cognizioni dell’intelletto; ma essa

sta nel mettere in rapporto le prime sensazioni con le prime idee, nel

riempire l’immenso vuoto che è fra loro, cioè a dire nel fondare la

scienza stessa.

In questo modo il Savonarola poneva, con acume grandissimo, il problema

fondamentale della filosofia; ma egli non andava più oltre di ciò, nè

volle pure arrischiarsi a superare le difficoltà che sì chiaramente

avea vedute. Ci ripete più volte che l’induzione è il metodo più

efficace per passare dal noto all’ignoto; ma si contenta di queste

troppo vaghe generalità, e così rimane nel suo sistema quel vuoto

medesimo che più tardi troviamo nella filosofia del Campanella. Anche

nel nostro autore, infatti, si possono notare assai spesso più ordini

d’idee che mal si conciliano insieme: anche nella sua mente le dottrine

platoniche ed aristoteliche andarono mescolate insieme colla teologia

di san Tommaso, senza mai compiutamente armonizzarsi fra loro. Di

tale errore si potrà nondimeno più facilmente scusare il Savonarola,

in quanto che egli non fece della filosofia il suo unico studio, e in

quei brevissimi trattati, scritti solo per aiuto dei novizi, non era

possibile affrontare e molto meno risolvere il problema più arduo della

scienza.

Di questa prima parte degli scritti filosofici, o sia della _filosofia_

propriamente detta, non ci resta a dire altro, perchè l’autore segue

nel resto servilmente Aristotele, e spesso lo traduce. Passiamo

quindi alla _morale_. In questo secondo trattato egli segue ancora

san Tommaso; ma piega un poco più alle idee neoplatoniche, e vi si

scorge chiarissima la prossimità dell’Accademia e del Ficino. L’ultimo

fine dell’uomo, egli dice, è la beatitudine, la quale non istà già

nella contemplazione delle scienze speculative, come vogliono i

filosofi naturali, ma nella pura visione di Dio. In questa vita non

possiamo averne che un’immagine lontana, un’ombra incerta; nell’altra

solamente potremo gustarne la pienezza e la realtà. Sebbene questa

beatitudine non si possa raggiungere per sola forza umana, pure l’uomo

deve cooperarvi mediante un _motus ad beatitudinem_, che gli dà la

disposizione necessaria a riceverla. Non v’è che Dio, il quale è per

sè stesso beato; l’uomo ha bisogno di molti sforzi, _motibus multis_;

e questi non sono altro che le opere buone, le quali si dicono anche

meriti, _perchè la beatitudine è il premio delle azioni virtuose_.[96]

E qui bisogna notare che, tanto in filosofia come in teologia, il

Savonarola ha sempre insistito sulla efficacia e necessità delle buone

opere, e quindi sulla libertà umana. «Ciò che distingue l’uomo dagli

animali, esso dice, è il libero arbitrio, il quale non è una qualità

o un abito, ma è l’essenza stessa della volontà; _est ipsa hominis

voluntas_.»[97] Si scaglia poi contro gli astrologi, che la fanno

soggetta agli astri. «La nostra volontà non può essere mossa fatalmente

da alcuna forza estranea; sieno gli astri, sieno le passioni, sia

Iddio medesimo. Il Creatore, infatti, conserva e non distrugge, muove

il creato e tutte le cose secondo le leggi della loro natura. Or la

nostra volontà è di sua natura essenzialmente libera; essa è la libertà

stessa: Iddio, dunque, non potrà muoverla che liberamente, se non

vuole distruggerla.» Noi potremmo notare in questo trattato moltissime

osservazioni giuste ed acute; ma avremo occasione di trovarne maggior

copia in altre sue opere: onde per ora le lasciamo da banda. Vogliamo

però citare alcune sue idee intorno alla veracità; perchè servano a

combattere l’opinione di coloro i quali vorrebbero credere che il

Savonarola assumesse un carattere che sapeva non essere il suo, e

si fingesse profeta per meglio condurre il popolo. Questa opinione

noi crediamo combattuta dalla storia dei fatti e dalle parole stesse

del Savonarola, delle quali ora diamo un solo esempio. «Per veracità

noi intendiamo un certo abito, secondo il quale l’uomo nell’azione e

nelle parole si mostra tale quale egli è veramente, e piuttosto minore

che maggiore.... Questo non è già un dovere legale, bensì morale;

in quanto che, per onestà, è certamente un debito che ogni uomo ha

verso il suo simile, e la manifestazione del vero è sempre una parte

di giustizia.»[98] Non ci fermeremo qui a parlare della _politica_ e

dell’_economica_, che secondo le dottrine scolastiche facevano parte

della morale; perchè avremo occasione di discorrerne più largamente

nell’esaminare le idee politiche dell’autore. Nemmeno prenderemo

in esame la _logica_; giacchè essa non è altro che un sunto della

dialettica degli scolastici; e le poche idee che si trovano in essa di

qualche importanza, le abbiamo già esposte più sopra.

Ci resta ora a dir qualche cosa dell’opuscolo intorno alla _Divisione

di tutte le scienze_, scritto dal Savonarola quando lo accusavano

di tenere in dispregio la poesia e di non fare alcun conto della

filosofia. Egli allora, per difendersi, presentò un quadro generale di

tutte le scienze, mostrando che dava a ciascuna il suo proprio luogo,

e le rispettava tutte secondo la loro dignità. Il quadro che egli

presenta, è chiaro, preciso e felicemente condotto; ma in fondo, non

è altro che la divisione medesima degli scolastici. La filosofia vien

divisa in razionale e reale: la prima serve a guidar la ragione, ed è

la logica: la seconda tratta dell’ente reale, e suddividesi in pratica

e speculativa. — La pratica poi si divide in meccanica e morale,

secondo che tratta delle professioni meccaniche o delle azioni morali

dell’uomo; e la morale suddividesi in etica, economica e politica.

— La filosofia speculativa si tripartisce in tre scienze: fisica,

matematica e metafisica, secondo che tratta di ciò che è inseparabile

dalla materia, di ciò che può separarsene solamente per astrazione, o

di ciò che è assolutamente immateriale. — La metafisica siede regina

di tutte le scienze, va in cerca dei più alti veri, più di tutte

nobilita ed eleva l’uomo.[99] Ma questo però è un parlar _secondo puri

naturali_, aggiunge il Savonarola; perchè, cristianamente parlando, la

vera ed unica scienza è la teologia. Tutte le altre considerano cose

particolari sotto aspetti particolari: essa solamente considera il

tutto sotto un solo ed universale aspetto; essa è la scienza prima, e

guarda tutte le cose nella prima causa: ma perciò appunto non le basta

il lume naturale, ed ha bisogno del lume divino. Di qui è facile vedere

come innanzi a questa scienza suprema, tutte le altre debbano oscurarsi

e cederle il luogo; onde quel soverchio disprezzo che il Savonarola

manifestò più tardi per la filosofia, la poesia e tutti gli studi

profani in genere.

Noi ci siamo fermati solamente alle divisioni principali, e non volemmo

venire a parlar della poesia (di cui, secondo il costume scolastico,

egli fa una parte della logica), perchè anche di ciò avremo altra volta

occasione di parlare più a lungo. Ci basti ora riportar le parole che

dice contro coloro che in ogni cosa, ma specialmente nella poesia,

volevano servilmente correr dietro agli antichi. «Alcuni si sono

talmente ristretti e talmente hanno sottomesso il proprio intelletto

al carcere degli antichi, che non solamente non vogliono dir nulla

contro il loro costume, ma nulla che essi non dissero.... Che ragione

è dunque questa, qual nuova forza d’argomentare? Gli antichi non hanno

parlato così, epperò neppure noi parleremo in tal modo. Se dunque gli

antichi non fecero una bella azione, neppur noi dovrem farla?»[100] E

tale fu sempre il suo linguaggio. In quel secolo in cui non si scrivea

libro che non fosse per levare a cielo gli antichi, il Savonarola era

solo a prendere la penna e muovere la voce contro di loro. Ma egli fece

ancora di più, quando, dimenticando affatto gli antichi, prese a guida

la propria ragione, e appoggiandosi solo ad essa, procedette innanzi.

Nè ciò fece solo negli scritti filosofici, ma, come abbiam detto più

sopra, se ne trova un numero infinito d’esempi nelle prediche e nelle

opere teologiche. Si pigli, infatti, il _Trionfo della Croce_, il suo

lavoro principale; quello in cui espose tutta la dottrina cristiana

con ragioni naturali. Ivi, nel proemio, egli discorre così: «E perchè

in questo libro noi vogliamo disputare solamente con ragione, non ci

fonderemo in alcuna autorità; ma per tal modo procederemo come se non

si avessi a credere a veruno uomo del mondo, quantunque sapiente, ma

solo alla ragione naturale.»[101] Ed altrove: «Noi bisogna per le cose

visibili venire in cognizione delle invisibili, perchè ogni nostra

cognizione comincia dal senso, il quale conosce solamente gli attributi

corporali estrinseci; ma lo intelletto nostro, per la sua sottilità,

penetra insino alla sostanza delle cose naturali, dalla considerazione

delle quali si leva fino alla cognizione delle cose invisibili»[102]

Nè si creda che questi sieno dei pensieri staccati che ci è venuto

fatto di trovare nel corso dell’opera; perchè si trovano invece in sul

bel principio di essa, e vi stanno ad esporre il disegno ed il metodo

con cui deve esser condotta. Ogni capitolo comincia col premettere

l’ipotesi, che non si sia imparato nulla da alcun uomo del mondo;

col ripetere che non bisogna accettare altra autorità che la propria

esperienza, la propria ragione; e così dal noto andando all’ignoto,

procede infino alla fine.

Se ora si voglia riflettere che il Savonarola vivea quando ancora

non era finito il secolo XV, quando il più gran filosofo dell’Europa

era Marsilio Ficino, si dovrà senza dubbio consentire che egli fu

primo[103] a scuotere il vecchio giogo dell’autorità in filosofia,

e che le lodi da noi dategli sono veridiche e fondate sopra un esame

accurato ed imparziale dei suoi scritti. Già l’antico biografo Pacifico

Burlamacchi, che avea conosciuto di persona il nostro frate, lasciò

scritto: «che fino dalla prima infanzia non volle giudicar gli autori

secondo la maggior fama, nè seguire quelle opinioni solamente che erano

in voga, _ma avea sempre l’occhio alla verità ed alla ragione_.»[104]

Queste poche e semplici parole sono un ritratto assai più fedele di

qualunque altro ce ne abbiano dato i biografi posteriori; e noi, dopo

aver molto considerato le opere del Savonarola, torniamo al giudizio

del vecchio cronista.

Sentiamo però l’obbligo di dire al nostro lettore, che non vogliamo

con ciò tenere il nome del Savonarola tanto alto nella storia della

filosofia, da dargli una importanza scientifica maggiore di quella che

egli ebbe veramente. Assai spesso trascurò questa scienza; l’accusò di

continuo, qualche volta anche disprezzandola; e volle quasi nascondere

quei suoi brevi trattati, che perciò vennero in dimenticanza. Non

si troveranno esaminati in nessuna storia della filosofia, non si

troveranno citati in alcun filosofo posteriore; e lo stesso Campanella,

il quale, come abbiam visto, potrebbe dirsi un suo seguace, non ebbe

forse neppure una lontana notizia della loro esistenza. Ma se queste

ragioni possono diminuire l’importanza che quegli scritti ebbero nella

storia della filosofia, non potranno certo di niente scemarne il peso,

quando si tratta di portare un giudizio sulla mente di chi li dettava.

E per noi era di somma importanza il conoscere la forza intellettiva

d’un uomo che ebbe tanta parte nelle cose de’ suoi tempi; tempi nei

quali in tutta Europa si apparecchiava il rinnovamento della civiltà

ed il ripristinamento dell’umana ragione. Qualunque fosse stata la

missione del Savonarola, qualunque la sua indole e i fini che egli

ebbe, era per noi sopra ogni altra cosa indispensabile il determinare

l’altezza speculativa della sua mente, il decidere se egli dovea o

no andare fra gli _uomini nuovi_. E ci pare omai certezza, che se il

Savonarola non va messo alla testa del risorgimento, del quale ebbe

come una profetica visione; se non viene considerato come il precursore

di tutti coloro che più tardi ne fecero parte, e dei quali egli ebbe

in supremo grado le eroiche virtù, le ardite aspirazioni e gli strani

errori; non si potrà mai comprender nulla di quest’uomo, sul quale si

è tanto scritto, senza che alcuno sia ancora riuscito a determinarne il

vero carattere.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 16 / 53 题