La filosofia del Savonarola.
Fra tutte le opere del Savonarola, i suoi scritti filosofici, che
servirono la più parte ad uso dei novizi, sono quelli che furono
tenuti in minor conto. Quasi tutti i biografi, senza neppur leggerli,
pigliarono in uso di ripetere ch’erano una debole e servile imitazione
d’Aristotele e di San Tommaso. Più cose hanno contribuito a spargere
questo giudizio, secondo noi, falsissimo: dapprima il piccolo volume di
quelle opere, e il non essere tenute in grande considerazione neppure
dal Savonarola medesimo: dipoi, le tante accuse che egli fece alla
filosofia, ai filosofi ed alla vanità dei loro studi. Non potevasi
credere che un uomo il quale avea tanto sparlato d’una scienza, potesse
in quella medesima far cosa alcuna di pregio; ed a questo aggiungevasi,
che quegli scritti, essendo veramente in molte parti una traduzione
o un compendio di Aristotele e San Tommaso, confermavano secondo ogni
apparenza il giudizio prevalso.
Tutte queste cagioni però, non poterono rimuoverci dal prenderli in
maturo esame, nè dal desiderio di accertare noi medesimi intorno alla
verità dell’opinione generalmente adottata. Noi sapevamo fra quali
tenebre andassero nascosti i primi lampi di luce che mandò la filosofia
moderna, e quanto agli storici fosse stato difficile rintracciarli:
sapevamo come in quel tempo tutti indistintamente imitassero Aristotele
o Platone o qualche altro antico; ma quando fu giunta l’ora in cui
la nuova filosofia dovea risorgere, essa fecesi strada attraverso
aristotelici e platonici, attraverso tutte le scuole. Allora imitatori,
traduttori e commentatori cominciarono a poco a poco a risentire una
nuova vita, a prendere un nuovo cammino; ma difficilmente si trova fra
questi primi novatori alcuno che abbia lasciato del tutto la scorta di
qualche antico. Non è dunque l’avere o no seguito Aristotele, l’averlo
o no imitato e copiato in molti luoghi, ciò che deve farci giudicare il
vero merito d’un filosofo del risorgimento; ma egli è piuttosto l’avere
o no riconosciuta l’autorità della propria ragione, della propria
coscienza. Vive in essi veramente lo spirito nuovo? Ecco ciò che noi
chiediamo. E così, nel prendere in esame gli scritti del Savonarola,
non siamo andati cercando quante volte ha tradotto Aristotele, imitato
Boezio, copiato San Tommaso; ma abbiamo cercato piuttosto se v’era
qualche pagina in cui il Savonarola dicesse: vogliamo credere alla
nostra propria esperienza, alla nostra ragione; vogliamo una volta
credere alla voce che parla nella nostra coscienza, e nella coscienza
del genere umano.
Ed invero, ciò che non poteva indurci a seguire l’opinione
universalmente adottata dagli altri biografi, era il considerare con
quanta energia il Savonarola avesse sempre combattuto sul pergamo tutta
l’antichità, la quale andava invadendo col suo paganesimo la società
di quei tempi. Mille volte egli aveva accusato di materialismo quella
filosofia aristotelica di cui lo voglion far così cieco seguace. —
«Il vostro Aristotele, egli soleva dire continuamente, non riesce a
provare neppure l’immortalità dell’anima: rimane incerto sopra punti
così capitali, che io non so veramente comprendere come voi possiate
affaticarvi perdutamente dietro alle sue carte.» — Ma per noi era
anche di maggior peso l’osservare come nei suoi scritti teologici il
Savonarola ragionasse con tanta libertà, con tanta indipendenza, con
un’analisi tanto sottile, un indurre così accorto. Di maniera che,
volendo noi seguire l’opinione comune, ci saremmo veduti forzati a
dire: — Il Savonarola ebbe due filosofie affatto contrarie fra loro:
in una egli era schiavo d’Aristotele, seguace di quella scolastica
che tanti aveano già abbandonata; e questa filosofia egli espose nei
suoi scritti filosofici, insegnò ai novizi: in un’altra era libero,
indipendente, pieno d’ardire e di fierezza; e questa si trova in un
numero infinito di scritti teologici ed ascetici, la manifestò sul
pergamo, la confermò con tutta la sua vita. — Il desiderio di risolvere
una tal contradizione ci costrinse ad esaminare con molta diligenza gli
scritti ed i principii filosofici del Savonarola; dopo di che a noi è
sembrato che ogni contradizione sia sparita.
Due scuole di filosofia regnavano a quel tempo in Italia: la Platonica
e l’Aristotelica. La prima, cominciata con l’Accademia di Firenze,
si allargò verso il mezzogiorno; e procedendo sempre più oltre
nelle sue idee, andò a finire, come abbiam visto,[84] nell’idealismo
trascendentale di Giordano Bruno. La seconda cominciata a fiorire
col Pomponaccio ed altri molti, si sparse invece nelle università
di Bologna, Pavia, Padova e in tutta l’Italia superiore; raccomandò
l’esperienza, dètte uno slancio grandissimo alle scienze naturali,
e raggiunse in Galileo Galilei il suo più alto grado. Così, fra i
moderni come fra gli antichi, Aristotele fu il vero instauratore della
filosofia sperimentale; ed a torto la sua fama andò scadendo presso
molti che non seppero distinguere il vero Aristotele da quello della
Scolastica.
Da queste due scuole ne risultò più tardi una terza, che si può dire
iniziata da Bernardino Telesio e stabilita da Tommaso Campanella. Il
Telesio studiò a Padova, dove fu educato nella filosofia sperimentale e
nelle scienze naturali. Egli volle combattere Aristotele e raccomandare
l’esperienza, ma nel fatto seguì piuttosto Parmenide, con le cui idee
scrisse il libro _De Rerum Natura_: tornato in patria, vi fondò la
celebre Accademia Cosentina. In essa s’andò educando Tommaso Campanella
frate domenicano, il quale dalla natura ideale del suo ingegno fu
portato a deviare alquanto dalla via tenuta dal Telesio; e così ebbe
propriamente origine la terza scuola di cui parliamo. Il Campanella,
da un lato raccomandava l’esperienza, e dava, nella formazione delle
nostre conoscenze, una parte così grande alla sensazione, da sembrar
quasi un puro sensista; da un altro lato, ammetteva una _cognitio
abdita_, o sia un intuito delle prime idee, delle quali diceva che
senza aiuto della sensazione noi abbiamo una certezza maggiore
d’ogni altra: ma non potè mai trovar modo di scendere da queste
prime idee alle sensazioni, o dalle sensazioni risalire alle idee.
Onde la sua dottrina riuscì nel fondo un imperfetto ecclettismo,
nel quale la filosofia sperimentale si trova accanto ad una specie
d’idealismo neoplatonico, a cui l’autore era per natura inclinato;
e la teologia di san Tommaso ci si va sempre mescolando; senza che
questi diversi elementi arrivino mai a fondersi insieme, o a prendere
unità di sistema. Di tratto in tratto si vedono però lampi di genio
maraviglioso, e per tutto una libertà, una indipendenza di pensare
grandissima: quella dottrina era, infatti, concepita da una mente
vasta, ardita, intraprendente; e quantunque disordinata e confusa, pure
capace non di rado d’una penetrazione e precisione straordinaria.[85]
Nel Savonarola s’erano riscontrate, in modo singolare, quasi tutte
le medesime condizioni che fecero più tardi nascere la filosofia
del Campanella. Domenicano anch’egli, aveva fatto un lungo studio
delle opere di San Tommaso, la cui dottrina formò parte di tutte le
sue idee: educato nei suoi primi anni nelle scienze sperimentali e
nella filosofia aristotelica, venne dipoi a Firenze, ove si trovò
nel centro della filosofia neoplatonica, accanto a Marsilio Ficino
ed all’Accademia, con un’indole che lo portava quasi al misticismo. E
l’ingegno stesso del Savonarola avea non poca somiglianza con quello
del Campanella. Anch’egli era uno spirito libero ed ardito che avrebbe
colla sua mente voluto abbracciar l’universo; anch’egli prendeva a
volte una luce ed una forza inopinata, mentre a volte si perdeva nelle
formole della Scolastica. Aveva però un vantaggio sul Campanella, in
quanto che nel fondo del suo cuore e della sua mente v’era un’idea
morale, chiara, precisa, potente; anima de’ suoi pensieri, luce
della sua vita, unità della sua esistenza. Le filosofie di questi due
domenicani hanno perciò tanta somiglianza fra loro, che è molto da
maravigliarsi come altri prima di noi non l’abbia osservata.[86]
Venendo ora a discorrere partitamente delle opere filosofiche
del Savonarola, innanzi tutto, che dai vecchi cataloghi dei suoi
manoscritti apparisce come egli avesse molto studiato la scienza e
lasciato parecchi lavori, che sono dipoi andati smarriti, fra i quali
vogliamo citare un compendio di quasi tutte le opere di Platone e
d’Aristotele.[87] Ma le operette a stampa si riducono tutte in un sol
volume, che contiene quattro piccoli trattati: _Compendio di filosofia,
di morale, di logica_, e finalmente un opuscolo sopra la _Divisione e
dignità di tutte le scienze_.[88]
La _filosofia_ incomincia a parlare dell’ente, del moto, del primo
motore, del cielo, della generazione e corruzione delle cose; e
così discorrendo, piglia in esame la natura intera, e cominciando
dagli oggetti inanimati, percorre tutta la scala insino all’uomo.
Ci descrive il mondo, come lo descrivevano allora gli aristotelici;
cioè quasi un grande animale in cui si trovano tre grandi anime; la
vegetativa, la sensitiva e l’intellettiva. Non staremo però in questo a
seguire minutamente l’autore, perchè egli non fa che ripetere le idee
della scuola, e niente altro. Ma nella teorica della cognizione noi
riconosciamo la mano ardita del Savonarola, il suo libero ingegno; e
però la esporremo più particolarmente. «Bisogna cominciare dalle cose
più note, egli dice, per andare alle ignote; giacchè solo per questa
via si perviene facilmente a ritrovare il vero.[89] Le sensazioni sono
le cose a noi più note e vicine; esse vengono raccolte dalla memoria,
ove la _mente_ viene a trasformare più sensazioni particolari in una
sola regola generale, o esperienza. Dopo ciò essa non si ferma ancora,
anzi procede oltre, e da molte esperienze unite insieme raccoglie le
verità universali.[90] Perciò la vera esperienza si volge verso i primi
principii, le prime cause; è speculativa, libera, altissima.[91] Ogni
nostra conoscenza, adunque, comincia dal senso; onde nella filosofia,
quella parte che è della sostanza sensibile deve precedere l’altra
che è della sostanza sovrasensibile.»[92] Altrove egli discorre in
questo modo il processo con cui la sensazione si trasforma in idea. «Le
sensazioni si raccolgono in forma d’immagini nella nostra fantasia; ivi
l’intelletto se ne impadronisce, e per virtù sua propria le trasforma
in atti intellettivi.[93] Dal senso, adunque, senza un raziocinio
propriamente detto e senza _alcuna autorità di dottore_, si formano le
nostre cognizioni. L’intelletto stesso però, non potrebbe trasformare
le sensazioni in idee, senza _preesistenti cognizioni intellettive_;
privo delle quali non sarebbe altro che una _potenza_, incapace di
venire all’_atto del conoscere_, incapace di comprendere il significato
stesso delle parole. _Ogni dottrina, adunque, deve esser fondata sulle
preesistenti cognizioni dei sensi, e sulla preesistente cognizione dei
primi principii._ Questi poi si conoscono senza alcuna dimostrazione,
perchè veri e per sè evidentissimi.[94] Essi, infatti, ci sembrano
in apparenza lontani da noi e difficilissimi ad intendersi; ma in
sostanza la loro essenza stessa è la verità e l’evidenza. Non sono
veri solamente in quanto a sè; ma ancora in quanto formano e sono la
verità di quegli altri principii di esperienza, che a noi sembrano più
vicini e più facili. Ed invero, le cose in sè più note son quelle che
partecipano più dell’_actum essendi_; come appunto sono Iddio, le prime
intelligenze ed i primi principii. Il nostro intelletto procede dalla
potenza all’atto del conoscere: in potenza, esso vede con evidenza e
quasi per intuito quei primi principii chiarissimi e vicini alla nostra
mente; ma quando si viene all’_atto del conoscere_, quando cioè noi
siamo forzati a salire dal particolare al generale, allora invece li
troviamo ultimi e difficilissimi.»[95] La difficoltà, adunque, non è
già di conoscere le preesistenti cognizioni dell’intelletto; ma essa
sta nel mettere in rapporto le prime sensazioni con le prime idee, nel
riempire l’immenso vuoto che è fra loro, cioè a dire nel fondare la
scienza stessa.
In questo modo il Savonarola poneva, con acume grandissimo, il problema
fondamentale della filosofia; ma egli non andava più oltre di ciò, nè
volle pure arrischiarsi a superare le difficoltà che sì chiaramente
avea vedute. Ci ripete più volte che l’induzione è il metodo più
efficace per passare dal noto all’ignoto; ma si contenta di queste
troppo vaghe generalità, e così rimane nel suo sistema quel vuoto
medesimo che più tardi troviamo nella filosofia del Campanella. Anche
nel nostro autore, infatti, si possono notare assai spesso più ordini
d’idee che mal si conciliano insieme: anche nella sua mente le dottrine
platoniche ed aristoteliche andarono mescolate insieme colla teologia
di san Tommaso, senza mai compiutamente armonizzarsi fra loro. Di
tale errore si potrà nondimeno più facilmente scusare il Savonarola,
in quanto che egli non fece della filosofia il suo unico studio, e in
quei brevissimi trattati, scritti solo per aiuto dei novizi, non era
possibile affrontare e molto meno risolvere il problema più arduo della
scienza.
Di questa prima parte degli scritti filosofici, o sia della _filosofia_
propriamente detta, non ci resta a dire altro, perchè l’autore segue
nel resto servilmente Aristotele, e spesso lo traduce. Passiamo
quindi alla _morale_. In questo secondo trattato egli segue ancora
san Tommaso; ma piega un poco più alle idee neoplatoniche, e vi si
scorge chiarissima la prossimità dell’Accademia e del Ficino. L’ultimo
fine dell’uomo, egli dice, è la beatitudine, la quale non istà già
nella contemplazione delle scienze speculative, come vogliono i
filosofi naturali, ma nella pura visione di Dio. In questa vita non
possiamo averne che un’immagine lontana, un’ombra incerta; nell’altra
solamente potremo gustarne la pienezza e la realtà. Sebbene questa
beatitudine non si possa raggiungere per sola forza umana, pure l’uomo
deve cooperarvi mediante un _motus ad beatitudinem_, che gli dà la
disposizione necessaria a riceverla. Non v’è che Dio, il quale è per
sè stesso beato; l’uomo ha bisogno di molti sforzi, _motibus multis_;
e questi non sono altro che le opere buone, le quali si dicono anche
meriti, _perchè la beatitudine è il premio delle azioni virtuose_.[96]
E qui bisogna notare che, tanto in filosofia come in teologia, il
Savonarola ha sempre insistito sulla efficacia e necessità delle buone
opere, e quindi sulla libertà umana. «Ciò che distingue l’uomo dagli
animali, esso dice, è il libero arbitrio, il quale non è una qualità
o un abito, ma è l’essenza stessa della volontà; _est ipsa hominis
voluntas_.»[97] Si scaglia poi contro gli astrologi, che la fanno
soggetta agli astri. «La nostra volontà non può essere mossa fatalmente
da alcuna forza estranea; sieno gli astri, sieno le passioni, sia
Iddio medesimo. Il Creatore, infatti, conserva e non distrugge, muove
il creato e tutte le cose secondo le leggi della loro natura. Or la
nostra volontà è di sua natura essenzialmente libera; essa è la libertà
stessa: Iddio, dunque, non potrà muoverla che liberamente, se non
vuole distruggerla.» Noi potremmo notare in questo trattato moltissime
osservazioni giuste ed acute; ma avremo occasione di trovarne maggior
copia in altre sue opere: onde per ora le lasciamo da banda. Vogliamo
però citare alcune sue idee intorno alla veracità; perchè servano a
combattere l’opinione di coloro i quali vorrebbero credere che il
Savonarola assumesse un carattere che sapeva non essere il suo, e
si fingesse profeta per meglio condurre il popolo. Questa opinione
noi crediamo combattuta dalla storia dei fatti e dalle parole stesse
del Savonarola, delle quali ora diamo un solo esempio. «Per veracità
noi intendiamo un certo abito, secondo il quale l’uomo nell’azione e
nelle parole si mostra tale quale egli è veramente, e piuttosto minore
che maggiore.... Questo non è già un dovere legale, bensì morale;
in quanto che, per onestà, è certamente un debito che ogni uomo ha
verso il suo simile, e la manifestazione del vero è sempre una parte
di giustizia.»[98] Non ci fermeremo qui a parlare della _politica_ e
dell’_economica_, che secondo le dottrine scolastiche facevano parte
della morale; perchè avremo occasione di discorrerne più largamente
nell’esaminare le idee politiche dell’autore. Nemmeno prenderemo
in esame la _logica_; giacchè essa non è altro che un sunto della
dialettica degli scolastici; e le poche idee che si trovano in essa di
qualche importanza, le abbiamo già esposte più sopra.
Ci resta ora a dir qualche cosa dell’opuscolo intorno alla _Divisione
di tutte le scienze_, scritto dal Savonarola quando lo accusavano
di tenere in dispregio la poesia e di non fare alcun conto della
filosofia. Egli allora, per difendersi, presentò un quadro generale di
tutte le scienze, mostrando che dava a ciascuna il suo proprio luogo,
e le rispettava tutte secondo la loro dignità. Il quadro che egli
presenta, è chiaro, preciso e felicemente condotto; ma in fondo, non
è altro che la divisione medesima degli scolastici. La filosofia vien
divisa in razionale e reale: la prima serve a guidar la ragione, ed è
la logica: la seconda tratta dell’ente reale, e suddividesi in pratica
e speculativa. — La pratica poi si divide in meccanica e morale,
secondo che tratta delle professioni meccaniche o delle azioni morali
dell’uomo; e la morale suddividesi in etica, economica e politica.
— La filosofia speculativa si tripartisce in tre scienze: fisica,
matematica e metafisica, secondo che tratta di ciò che è inseparabile
dalla materia, di ciò che può separarsene solamente per astrazione, o
di ciò che è assolutamente immateriale. — La metafisica siede regina
di tutte le scienze, va in cerca dei più alti veri, più di tutte
nobilita ed eleva l’uomo.[99] Ma questo però è un parlar _secondo puri
naturali_, aggiunge il Savonarola; perchè, cristianamente parlando, la
vera ed unica scienza è la teologia. Tutte le altre considerano cose
particolari sotto aspetti particolari: essa solamente considera il
tutto sotto un solo ed universale aspetto; essa è la scienza prima, e
guarda tutte le cose nella prima causa: ma perciò appunto non le basta
il lume naturale, ed ha bisogno del lume divino. Di qui è facile vedere
come innanzi a questa scienza suprema, tutte le altre debbano oscurarsi
e cederle il luogo; onde quel soverchio disprezzo che il Savonarola
manifestò più tardi per la filosofia, la poesia e tutti gli studi
profani in genere.
Noi ci siamo fermati solamente alle divisioni principali, e non volemmo
venire a parlar della poesia (di cui, secondo il costume scolastico,
egli fa una parte della logica), perchè anche di ciò avremo altra volta
occasione di parlare più a lungo. Ci basti ora riportar le parole che
dice contro coloro che in ogni cosa, ma specialmente nella poesia,
volevano servilmente correr dietro agli antichi. «Alcuni si sono
talmente ristretti e talmente hanno sottomesso il proprio intelletto
al carcere degli antichi, che non solamente non vogliono dir nulla
contro il loro costume, ma nulla che essi non dissero.... Che ragione
è dunque questa, qual nuova forza d’argomentare? Gli antichi non hanno
parlato così, epperò neppure noi parleremo in tal modo. Se dunque gli
antichi non fecero una bella azione, neppur noi dovrem farla?»[100] E
tale fu sempre il suo linguaggio. In quel secolo in cui non si scrivea
libro che non fosse per levare a cielo gli antichi, il Savonarola era
solo a prendere la penna e muovere la voce contro di loro. Ma egli fece
ancora di più, quando, dimenticando affatto gli antichi, prese a guida
la propria ragione, e appoggiandosi solo ad essa, procedette innanzi.
Nè ciò fece solo negli scritti filosofici, ma, come abbiam detto più
sopra, se ne trova un numero infinito d’esempi nelle prediche e nelle
opere teologiche. Si pigli, infatti, il _Trionfo della Croce_, il suo
lavoro principale; quello in cui espose tutta la dottrina cristiana
con ragioni naturali. Ivi, nel proemio, egli discorre così: «E perchè
in questo libro noi vogliamo disputare solamente con ragione, non ci
fonderemo in alcuna autorità; ma per tal modo procederemo come se non
si avessi a credere a veruno uomo del mondo, quantunque sapiente, ma
solo alla ragione naturale.»[101] Ed altrove: «Noi bisogna per le cose
visibili venire in cognizione delle invisibili, perchè ogni nostra
cognizione comincia dal senso, il quale conosce solamente gli attributi
corporali estrinseci; ma lo intelletto nostro, per la sua sottilità,
penetra insino alla sostanza delle cose naturali, dalla considerazione
delle quali si leva fino alla cognizione delle cose invisibili»[102]
Nè si creda che questi sieno dei pensieri staccati che ci è venuto
fatto di trovare nel corso dell’opera; perchè si trovano invece in sul
bel principio di essa, e vi stanno ad esporre il disegno ed il metodo
con cui deve esser condotta. Ogni capitolo comincia col premettere
l’ipotesi, che non si sia imparato nulla da alcun uomo del mondo;
col ripetere che non bisogna accettare altra autorità che la propria
esperienza, la propria ragione; e così dal noto andando all’ignoto,
procede infino alla fine.
Se ora si voglia riflettere che il Savonarola vivea quando ancora
non era finito il secolo XV, quando il più gran filosofo dell’Europa
era Marsilio Ficino, si dovrà senza dubbio consentire che egli fu
primo[103] a scuotere il vecchio giogo dell’autorità in filosofia,
e che le lodi da noi dategli sono veridiche e fondate sopra un esame
accurato ed imparziale dei suoi scritti. Già l’antico biografo Pacifico
Burlamacchi, che avea conosciuto di persona il nostro frate, lasciò
scritto: «che fino dalla prima infanzia non volle giudicar gli autori
secondo la maggior fama, nè seguire quelle opinioni solamente che erano
in voga, _ma avea sempre l’occhio alla verità ed alla ragione_.»[104]
Queste poche e semplici parole sono un ritratto assai più fedele di
qualunque altro ce ne abbiano dato i biografi posteriori; e noi, dopo
aver molto considerato le opere del Savonarola, torniamo al giudizio
del vecchio cronista.
Sentiamo però l’obbligo di dire al nostro lettore, che non vogliamo
con ciò tenere il nome del Savonarola tanto alto nella storia della
filosofia, da dargli una importanza scientifica maggiore di quella che
egli ebbe veramente. Assai spesso trascurò questa scienza; l’accusò di
continuo, qualche volta anche disprezzandola; e volle quasi nascondere
quei suoi brevi trattati, che perciò vennero in dimenticanza. Non
si troveranno esaminati in nessuna storia della filosofia, non si
troveranno citati in alcun filosofo posteriore; e lo stesso Campanella,
il quale, come abbiam visto, potrebbe dirsi un suo seguace, non ebbe
forse neppure una lontana notizia della loro esistenza. Ma se queste
ragioni possono diminuire l’importanza che quegli scritti ebbero nella
storia della filosofia, non potranno certo di niente scemarne il peso,
quando si tratta di portare un giudizio sulla mente di chi li dettava.
E per noi era di somma importanza il conoscere la forza intellettiva
d’un uomo che ebbe tanta parte nelle cose de’ suoi tempi; tempi nei
quali in tutta Europa si apparecchiava il rinnovamento della civiltà
ed il ripristinamento dell’umana ragione. Qualunque fosse stata la
missione del Savonarola, qualunque la sua indole e i fini che egli
ebbe, era per noi sopra ogni altra cosa indispensabile il determinare
l’altezza speculativa della sua mente, il decidere se egli dovea o
no andare fra gli _uomini nuovi_. E ci pare omai certezza, che se il
Savonarola non va messo alla testa del risorgimento, del quale ebbe
come una profetica visione; se non viene considerato come il precursore
di tutti coloro che più tardi ne fecero parte, e dei quali egli ebbe
in supremo grado le eroiche virtù, le ardite aspirazioni e gli strani
errori; non si potrà mai comprender nulla di quest’uomo, sul quale si
è tanto scritto, senza che alcuno sia ancora riuscito a determinarne il
vero carattere.