CAPITOLO QUINTO.

Primo soggiorno in Toscana, viaggio in Lombardia, ritorno a Firenze.

[1482-1490.]

Il Savonarola si trovò di nuovo isolato dopo i primi giorni della

sua dimora in Firenze. A misura che egli diveniva più familiare e

dimestico con alcuno di quei cittadini, subito scorgeva attraverso

quella grande cultura della mente, un dubbio eterno nell’anima, un

sarcasmo continuo sulle labbra. Questa universale mancanza di principii

e di fede, lo faceva di nuovo rientrare in sè stesso, e lo disgustava

tanto più fieramente, quanto maggiori erano state le speranze da lui

concepite nell’entrare in Firenze. Negli stessi frati di San Marco non

vedea alcuna vera religione, e il nome di Sant’Antonino, che sì spesso

ripetevano, era pronunziato piuttosto a stimolo di vanagloria, che di

carità. Quei loro vantati studi più di tutto lo sdegnavano: vederli

discutere con calore sopra i detti di Platone e d’Aristotele, non

curando o non avvedendosi neppure quando l’amor di partito e l’impeto

della discussione li portava a contrastare i principii stessi della

religione, era cosa per lui nuova ed orrenda. Epperò, sin d’allora

cominciò a nutrire nell’animo un certo sdegno e quasi disprezzo per

tutti quegli eruditi, letterati e filosofi; sdegno che andò sempre

crescendo, e qualche volta lo portò fino a sparlare della filosofia

stessa, nella quale tanti anni avea spesi, tante fatiche durate e così

valente era divenuto.

Nè è da credere che, a lungo andare, i Fiorentini potessero mostrargli

simpatia; giacchè una diversità d’indole, profonda e irreconciliabile,

li separava da questo frate nuovamente arrivato. In lui tutto partiva

dal cuore, il cui impeto generoso moveva i pensieri stessi della sua

mente: i suoi modi però e le forme del dire erano rozze e neglette;

la pronunzia aspra; le parole incolte; il gesto impetuoso e quasi

violento. I Fiorentini amavano invece nei loro predicatori uno studio

misurato di gesti, di parole, di frasi; una imitazione visibile di

qualche antico; citazioni continue d’altri: quanto alla sostanza delle

prediche, non vi facevano gran caso; spesso anzi applaudivano chi

lasciava travedere di crederci poco. Il Savonarola venia fuori ne’

suoi sermoni furioso contro i vizi, e la poca religione del clero e

dei secolari; sparlava dei poeti e dei filosofi; condannava lo strano

fanatismo per gli antichi; e non voleva citare altro libro che la

Bibbia, sulla quale fondava tutti i suoi discorsi. Ma a Firenze pochi

volevano leggere la Bibbia, perchè ne trovavano scorretto il latino, e

non voleano guastarsi lo stile.[64]

Così avvenne che nella chiesa di San Lorenzo, ove l’anno 1483 predicava

il frate di San Marco, non si raccolsero mai più di venticinque

uditori; mentre a Santo Spirito, ove andava un tal Mariano da

Gennazzano, la chiesa non bastava a contenere la folla. Questi era un

favorito dei Medici, i quali gli aveano fatto edificare un convento

fuori Porta San Gallo, ove Lorenzo il Magnifico, che voleva essere

tenuto un uomo universale, andava spesso a trattenersi per disputare

con lui di teologia. Il suo nome era divenuto grandissimo in Firenze,

massime fra i letterati cortigiani, che correvano a udirlo e lo

andavano lodando per tutto. In una lettera assai bella, il Poliziano

descrive con molta eloquenza i pregi di questo oratore; ma nel

lodarlo, senza avvedersene, scopre invece i difetti di lui e del suo

uditorio. «Io andai, egli scrive all’amico Tristano Calco, assai male

prevenuto, perchè le grandi lodi mi aveano reso diffidente. Non appena

però entrai in chiesa, che l’abito, il volto, la sua figura mutarono

il mio animo, e subito desiderai ed aspettai qualche cosa di grande.

Io ti confesso che più volte mi è sembrato vederlo ingigantirsi sul

pergamo assai al disopra della figura umana. Ecco egli incomincia a

parlare. _Io son tutto orecchi alla canora voce, alle parole elette,

alle grandi sentenze. Discerno poi gl’incisi, riconosco i periodi,

son dominato dall’armoniosa cadenza, ec._»[65] Così, anche un uomo di

tanta dottrina e di tanto gusto, quale era il Poliziano, si fermava a

notare principalmente la scelta delle parole e la cadenza dei periodi.

La posterità, è vero, ha dimenticato il nome del Gennazzano;[66] ma

i contemporanei lo levarono a cielo, ed il Savonarola rimanea allora

da un tale emulo sopraffatto. Lo stesso Girolamo Benivieni, divenuto

fin d’allora seguace del Savonarola, gli diceva: — «Padre, non si

può negare che la vostra dottrina sia vera, utile e necessaria; ma il

vostro modo di porgere manca di grazia, specialmente essendovi ogni

giorno il paragone di Frà Mariano.» — Il Savonarola gli rispose: —

«Questa eleganza di parole deve cedere innanzi alla semplicità del

predicare sana dottrina.»[67] — Ma comunque si fosse dell’avvenire,

era certo per ora che l’uditorio del Gennazzano ogni giorno cresceva.

Egli studiava le frasi, le parole, i gesti; declamava con eleganza

versi latini e greci; citava di continuo Aristotele e Platone: le sue

prediche imitavano le orazioni del Ficino nell’Accademia Platonica, le

quali erano tenute allora il perfetto modello d’ogni eloquenza; spesso

raccontava aneddoti che facevano ridere gli uditori; e sempre si valeva

di tutti i mezzi che potessero accrescerne il numero.

Il trionfo d’un tale emulo non doveva certo umiliare il Savonarola;

ma chi conosce di quanti triboli sieno seminati i primi passi della

vita, fra quante incertezze bisogni lottare prima d’acquistar sicura

coscienza di sè, che inevitabile necessità sia per l’oratore la

simpatia dell’uditorio, colui potrà facilmente comprendere che il

Savonarola non restasse indifferente alla freddezza con cui veniva

accolto. Egli si vedeva come arrestato nel principio del suo cammino;

gli era chiusa una via necessaria, indispensabile alla sua esistenza.

Un momento pensò di abbandonare la predicazione e darsi solo

all’insegnamento; ma dipoi il suo impeto naturale si ridestò più forte,

e decise di fulminare con voce più terribile i vizi di quel popolo

addormentato, e scuoterlo così dal suo letargo.

Quella sua fantasia per sè stessa eccitabile, s’andò allora sempre

più esaltando. In luogo di retrocedere, procedeva più oltre nelle

sue idee: la freddezza e l’indifferenza del popolo continuavano a

persuadergli sempre più la necessità della sua divina missione: innanzi

alla mente gli ritornava la storia degli antichi profeti, che tutti e

sempre aveano dovuto combattere colla ingratitudine del popolo Ebreo.

Il paragone infiammava il suo animo, e dava maggior forza al pensiero

d’una feroce guerra contro i vizi del suo tempo, contro gli scandali di

Roma; guerra che egli cominciò a riguardare come ordinata dal Signore.

Nella preghiera, nelle contemplazioni, nelle estasi si attendeva la

diretta visione di Dio, quella visione che la filosofia del Ficino

voleva far credere quasi familiare e domestica; ed il Savonarola

la desiderò tanto ardentemente, che finì col persuadersi d’essere

esaudito.

In questo strano esaltamento di spirito, non è da farsi maraviglia

se molte e diverse visioni cominciassero realmente a circondarlo. Un

giorno, mentre parlava con una monaca, gli parve ad un tratto che il

cielo s’aprisse dinanzi a lui; vide descriversi ai suoi occhi le future

calamità della Chiesa, e udì una voce che gl’imponeva d’annunziarle al

popolo.[68] Da quel momento si tenne sicuro della sua divina missione,

la considerò come il supremo dovere della sua vita e non pensò che a

poterla adempiere. Avrebbe voluto una voce per tuonare sopra tutta

la terra, per gridare a tutti i popoli: «Ravvedetevi, ritornate

al Signore.» Le visioni del Vecchio Testamento e dell’Apocalisse

si schieravano innanzi alla sua fantasia come cosa reale, e gli

raffiguravano le sventure dell’Italia e della Chiesa; gliene

simboleggiavano la futura rigenerazione per opera sua. Egli udiva per

tutto risuonare voci che gl’imponevano di continuare l’intrapreso

cammino, di non lasciarsi vincere dalla stanchezza, di non farsi

umiliare dalla indifferenza del popolo fiorentino.

In quell’anno medesimo (1484) ebbe luogo la morte di papa Sisto IV;

e mentre che molti si aspettavano dalla nuova elezione un conforto ai

tanti mali che travagliavano la Chiesa, si udì invece essere nata fra

i cardinali del conclave tanta dissensione, che temevasi d’uno scisma.

Ed il Savonarola scrisse allora una poesia nella quale, rivolgendosi a

Gesù Cristo, diceva:

Deh! mira con pietade in che procella

Si trova la tua sposa,

E quanto sangue, oimè! tra noi s’aspetta,

Se la tua man pietosa,

Che di perdonar sempre si diletta,

Non la riduce a quella

Pace che fu quando era poverella.[69]

La seguíta elezione tolse però ai buoni ogni speranza. Si udirono

per tutta Italia i particolari dello scandaloso mercato tenuto nel

conclave; si seppero il prezzo e i nomi di coloro che aveano venduto

i voti. Ed il pontefice Innocenzo VIII, non appena salito sulla

Sedia, condusse le cose a tale, che contro ogni immaginazione degli

uomini rese desiderabili i tempi di Sisto! Egli non copriva più i

suoi protetti col nome di nipoti, ma li chiamava principi pontificii

e li riconosceva apertamente per figli: era non solo padre e padre

dissoluto, ma così indulgente verso ogni sorta di vizi, che la corte

romana divenne ricovero d’ogni lascivia e d’ogni scandalo. Ognuno era

commosso per questi fatti, che minacciavano la religione e disonoravano

l’umanità; nè si sapea preveder ove mai dovesse precipitare l’umana

società con questa serie di papi che ogni giorno peggioravano. Alla

morte di Sisto s’era creduto impossibile il non migliorare, ma ora si

perdeva ogni speranza ed ogni fiducia nell’avvenire. Se questi fatti

indegnavano in tal modo un popolo così corrotto, che dovea essere del

Savonarola? È certo più facile immaginare che descrivere la tempesta

che allora aveva luogo nel suo animo.

Fortunatamente, fu mandato a predicare le due quaresime dell’84 e

85[70] nella piccola terra di San Geminiano, posta fra i monti di

Siena. Essa non era per altro il povero e abbandonato paesello che

oggi si vede. I monumenti, le torri che si levano altissime e si

scoprono così lontane alla vista di chi percorre la Toscana, le chiese

adorne dei più vaghi concetti del Ghirlandaio, attestano ancora che

San Geminiano fu una volta fiorente di arti e di senno civile. La sua

popolazione non avea certo la squisita raffinatezza dei Fiorentini;

ma neppure corrompeva col troppo studio e i molti sofismi la spontanea

ingenuità del suo cuore; non perdeva le idee sotto alle frasi; nè, come

il Poliziano, cercava nei predicatori solamente maestria di periodi e

d’incisi, armoniosa cadenza di parole. Su quei monti e nelle pianure

d’intorno la campagna vi sorride un sorriso eterno, la primavera vi è

quasi divina, il largo e tranquillo orizzonte che si scopre da quelle

alture riconcilia l’uomo colla natura e lo ravvicina a Dio.

Fra le torri di San Geminiano, adunque, la voce del Savonarola echeggiò

più sicura e più padrona di sè; egli manifestò per la prima volta

quelle idee che da lungo tempo lo dominavano, e mise fuori quelle

parole che doveano essere il suo grido di guerra, la bandiera di tutta

la sua vita:

1º La Chiesa sarà flagellata,

2º E poi rinnovata;

3º E ciò sarà presto.

Egli medesimo ci avverte che allora non manifestò queste cose come

rivelazioni divine, perchè non credette quel popolo ancora maturo; ma

si tenne solo all’autorità della Bibbia e della ragion naturale.[71]

Invero, la storia del popolo Ebreo non è che una serie di trasgressioni

e punizioni continue: vi trovava perciò il Savonarola mille argomenti

a provare che la universale corruzione della Chiesa rendeva inevitabile

il flagello dell’ira di Dio. E questi argomenti venivano da lui esposti

con tanto maggior forza, in quanto erano quelli appunto che aveano

cominciato a persuadergli le sue idee prima che esse rivestendosi, per

così dire, di realtà e pigliando forma d’immagini divine, gli fossero

penetrate più profondamente nell’anima.[72] Ogni volta che parlò dei

costumi corrotti, ogni volta che annunziò i futuri flagelli, sentì

crescersi l’animo; la parola gli venne più franca, più efficace ed

eloquente; l’attenzione del popolo era scossa, l’uditorio quasi rapito.

A San Geminiano, adunque, egli ritrovò la sua strada; ivi conobbe che

i tristi presentimenti i quali agitavano il suo petto, erano del pari

nascosti nel cuore delle moltitudini; e che annunziando arditamente

i futuri flagelli, egli veniva quasi a rivelare il popolo italiano

a se stesso, e trovava sempre un eco universale. Ritornava, dunque,

a Firenze più tranquillo e sicuro di sè: ma divenuto più certo dei

suoi principii, egli era anche fatto più cauto dall’esperienza, più

guardingo e accorto nel parlare a quel popolo indifferente.

Riprese perciò il suo modesto ufficio di lettore fino alla quaresima

dell’86, quando fu mandato a predicare in varie città della Lombardia,

e principalmente a Brescia. Ivi espose l’Apocalisse. La sua parola fu

piena di fervore, il suo accento imperioso, la voce quasi tuonava:

egli accusò quel popolo dei suoi peccati, accusò tutta Italia,

minacciò l’ira di Dio. Descrisse le figure dei ventiquattro vecchioni,

e immaginò che uno di loro sorgesse ad annunziare i futuri danni

dei Bresciani. — La città verrebbe in preda di furiosi nemici, e si

sarebbero visti per le vie rivi di sangue; le mogli verrebbero tolte

ai mariti, le vergini violate, i figli trucidati sotto gli occhi

delle madri; tutto sarebbe stato pieno di terrore, di sangue e di

fuoco. Concludeva il sermone invitando ognuno alla penitenza, perchè

il Signore avrebbe avuto misericordia dei buoni. — La misteriosa

immagine del vecchione fece una profonda impressione sul popolo; la

sua voce sembrò risuonar veramente da un altro mondo; le sue minacce

spaventarono terribilmente. E quando nel 1512 la città dovette

sopportare quel feroce sacco dai soldati di Gastone di Foix, nel quale

morirono incirca seimila persone, i Bresciani rammentarono allora il

vecchione dell’Apocalisse ed il predicatore ferrarese.[73]

Il successo di questo quaresimale fu quello che prima cominciò a

spandere in Italia il nome del Savonarola, e pose un suggello alla

sua vita, perchè da quel giorno egli non dubitò mai più di se stesso.

Il candore però e la bontà dell’animo suo eran tali, che con questa

sicurezza di sè cresceva la modestia e l’umiltà. La sua preghiera,

la fede, il religioso esaltamento erano divenuti tali, che il suo

compagno, Frà Sebastiano da Brescia, andava raccontando come il

Savonarola era nella orazione continuamente rapito ai sensi; che nel

celebrare la messa si trovava costretto ritirarsi in luogo solitario,

tanto il fervore lo portava fuori di sè; che la sua testa gli appariva

qualche volta circondata di luce.[74]

Un’altra occasione dètte al Savonarola un secondo successo. Tenevasi

a Reggio un Capitolo di Domenicani, nel quale si doveano trattare

discussioni teologiche e quistioni concernenti la disciplina: egli

v’intervenne, ed insieme con lui v’assistevano non solo un gran

numero d’ecclesiastici, ma ancora alcuni laici di grandissima fama

nelle lettere e nelle scienze. Fra questi, quegli che più di tutti

richiamava l’attenzione, era il celebre Giovanni Pico, principe

della Mirandola.[75] Non aveva allora che ventitrè anni, ma già era

conosciuto nel mondo come un prodigio d’intelligenza, e tutti gli

davano il nome di _Fenice degl’ingegni_. Fin da’ suoi più teneri anni,

fecero in lui maraviglia il precoce ingegno e la portentosa memoria.

Avanzatosi ben presto negli studi, volle percorrere tutte le università

d’Italia e di Francia, assistere a tutte le lezioni. Non contento di

scrivere latino e greco più facilmente che il suo natio linguaggio, fu

il primo che si désse in quel tempo allo studio delle lingue orientali,

e di qualunque altra potè trovare un maestro o una grammatica; tanto

che ebbe fama di conoscerne ventidue. E come nelle lingue, così nelle

scienze sperava di essere universale, e pensava di potere abbracciare

tutto lo scibile de’ suoi tempi. Furono poi tante le lodi che ricevè

da tutti, e venne in tale opinione di sè, che andato a Roma propose

di rispondere pubblicamente sopra novecento conclusioni, nelle quali

pretendeva di aver raccolto lo scibile; ed invitò in suo nome tutti

i dotti, promettendo ai meno agiati di pagar le spese del viaggio.

Quelle conclusioni erano, in vero, una povera cosa, ed in fondo

non contenevano nulla; pure alcune di esse riguardando l’astrologia

divinatrice, furono tutte dal papa condannate, e la sfida perciò non

ebbe effetto. Il Pico scrisse subito la sua Apologia e si sottomise

alla Corte di Roma; sebbene la sua fama in luogo di sminuirne, fosse

andata per questi fatti sempre crescendo. E certo, dopo il nome di

Lorenzo de’ Medici, non ve n’era un altro che si fosse sparso nel

mondo, quanto quello del Mirandolano. La posterità è stata però assai

più severa, ed a poco a poco quella fama s’è andata oscurando: la sua

vasta erudizione era, per verità, poco profonda; egli restava assai

indietro al Poliziano nelle lettere, al Ficino nella filosofia.[76]

Delle ventidue lingue che si vantava di conoscere, era sì poco pratico,

che un ebreo potè vendergli sessanta codici come libri scritti per

comando di Esdra, mentre non erano che la notissima cabala: di alcune

altre sapeva poco più che l’alfabeto. In italiano scrivea poi senza

alcuna eleganza, ed i suoi giudizi erano tanto mal sicuri, che egli

fu di coloro i quali preferivano le poesie di Lorenzo a quelle del

Petrarca e di Dante.[77] Nondimeno, molti erano i meriti del Pico.

Egli fu il primo ad allargare l’erudizione del suo secolo nelle lingue

orientali, che innanzi a lui non erano da alcuno studiate; egli dètte

l’esempio d’un’attività instancabile, spesa tutta nel culto delle

lettere; di un principe che rinunziava agli onori del suo grado per

vivere da uguale fra gli studiosi. Il suo facile ingegno, la portentosa

memoria, il conversare svariato e vivace, le maniere nobili e gentili,

la bella e giovanile presenza, i biondi capelli che profusamente

inanellati gli cadevano sulle spalle, tutto destava in lui simpatia

ed aiutava a diffondere il suo nome.[78] — Tale era l’uomo intorno

a cui facevano corona tutti i dotti che si trovavano nel capitolo di

Reggio, a cui mostravano singolare deferenza anche i più alti dignitari

ecclesiastici.

Il Savonarola sedeva in mezzo ai frati, tutto concentrato in se stesso:

la testa avvallata nel cappuccio; il volto pallido e scarno; l’occhio

infossato, immobile e vivissimo; la fronte solcata da rughe profonde;

tutto attestava nella sua figura un animo dominato da forti pensieri.

Chi lo avesse quel giorno paragonato al Pico, vedendo l’uno così vago,

gentile, socievole e leggiero; l’altro grave, solitario, severo e

quasi duro, li avrebbe giudicati due caratteri in opposizione fra loro,

due uomini che non potrebbero giammai intendersi. Eppure quel giorno

doveano divenire amici per tutta la vita. Nel Pico, la fama, gli elogi

e l’opinione che aveva di sè, non erano arrivati a guastargli il cuore.

Il suo animo, diverso assai da quello dei dotti del suo tempo, era

essenzialmente buono, si apriva ingenuamente alle sante ispirazioni

del vero e del bene; e questo dovea, malgrado ogni contraria apparenza,

stringere fra due uomini così diversi un’amicizia eterna.

Quel giorno il Savonarola s’accese fortemente nella disputa. Fino a che

si parlò di domma, egli restò immobile e silenzioso; non prese parte in

una disputa nella quale si faceva prova solamente d’acume scolastico:

ma quando si venne a parlare della disciplina, allora si levò, e la

sua voce parve quella medesima di Brescia, scosse come una folgore gli

uditori, li tenne immobili ed attoniti. Parlò contro la corruzione

del clero, e l’impeto delle parole lo trascinò cosiffattamente, che

egli medesimo durò fatica a fermarsi. Il suo discorso lasciò in tutti

impressione d’un uomo straordinario, d’un uomo animato da uno spirito

superiore.[79] Molti vollero conoscerlo, parecchi principi si misero

con lui in corrispondenza di lettere; ma quegli che più di tutti

restò rapito dalla sua eloquenza, fu il giovane Pico, che da quel

giorno divenne ammiratore, seguace ed uno degli amici più cordiali del

Savonarola. Cominciò a levarne a cielo il nome, a spanderne la fama per

tutta Italia; e fermatosi a Firenze, non fu contento sino a che non

ebbe persuaso Lorenzo dei Medici d’invitarlo a venire nuovamente in

San Marco. Ivi si strinse sempre più la loro amicizia; l’ammirazione

del Pico andò ogni giorno crescendo; ed è fuori di dubbio che solo la

morte prematura gl’impedì di vestir l’abito ed entrare anch’egli nel

convento.

Il Savonarola rimase ancora nella Lombardia fino al gennaio dell’anno

1470, quando partì per andare a predicare in Genova.[80] Ai 25 di

quel mese egli era a Pavia, donde scriveva alla madre una lunga

lettera, piena d’affetto e di abbandono. Si scusa di non aiutar la

famiglia d’altro che orazioni, giacchè la sua professione di religioso

gl’impedisce di fare altrimenti; egli però prende coll’animo parte

a tutti i loro dolori, a tutte le gioie. «Io ho rinunziato a questo

mondo e sommi dato a lavorare la vigna del Signore in diverse città,

per salvare non solo l’anima mia, ma ancora quella degli altri. Se

il Signore m’ha dato il talento, bisogna che l’adoperi come a lui

piace; e poi che m’ha eletto a questo santo ufficio, siate contenta

che l’adempia fuor della patria mia, perchè vi faccio assai maggior

frutto che a Ferrara. Ivi mi avverrebbe come a Cristo, quando i suoi

compatrioti dicevano: _Non è costui fabro e figliuolo d un fabro?_

Ma fuori della patria mia non mi è detto così; anzi quando mi voglio

partire, piangono uomini e donne, ed apprezzano grandemente le mie

parole. — Io credevo di scrivere pochi versi; ma l’amore ha fatto

trascorrere la penna, e vi ho aperto il mio cuore assai più di quello

che non avevo pensato di fare. Sappiate adunque, che esso è più che mai

fermo ad esporre l’anima, il corpo e tutta la scienza che Iddio m’ha

data per amore di lui e salute del prossimo; e poichè questo non posso

farlo nella patria, voglio farlo di fuori. Confortate tutti al ben

vivere. Oggi partirò per Genova.»[81]

Dopo aver predicato la quaresima del 90 a Genova, il Savonarola era,

per le istanze di Lorenzo il Magnifico, richiamato dai suoi superiori a

Firenze. E così il fiero nemico dei Medici, il sovvertitore della loro

potenza, veniva da essi medesimi invitato e pregato. Malgrado la sua

accortezza, Lorenzo ignorava che tristi danni apparecchiava alla sua

casa, e che fuoco accendeva in quel convento dal suo avo edificato.[82]

Il Savonarola non aveva ancora dimenticato la glaciale indifferenza

dei Fiorentini, e non voleva esporvisi una seconda volta. Riprese

perciò di nuovo l’insegnamento dei novizi di San Marco, che a poco

a poco divennero la sua cura più tenera, la sua speranza più cara.

Infondeva in loro i suoi sentimenti e le sue idee, e aspettava intanto

giorni migliori. Ma il suo nome era già noto, e l’opinione del Pico

avea molto peso in Firenze; onde un numero d’amici più benevoli lo

pregavano che soddisfacesse alla curiosità del pubblico, e permettesse

che almeno alcuni pochi venissero a udire le sue lezioni. Ed egli

finalmente volle consentirlo: nel chiostro di San Marco, sotto una

pianta di rose damaschine, che per la venerazione de’ suoi frati s’è

andata fino ad oggi rinnovando, cominciò ad esporre l’Apocalisse ad un

cerchio ristretto di pochi e benevoli uditori. Ma il numero ne andava

ogni giorno crescendo; ogni giorno v’erano nuove istanze perchè salisse

una volta sul pergamo. Non volendo più resistere a queste domande,

raccomandò ai suoi uditori che pregassero per lui il Signore, ed un

sabato disse loro: — Domani parleremo in chiesa, e sarà lezione e

predicazione.[83] —

Era il primo d’agosto di quel medesimo anno 1490; San Marco era

affollato di gente, che voleva conoscere questo nuovo predicatore, il

quale, passato altra volta inosservato in Firenze, avea saputo levare

così gran fama di sè nel resto d’Italia. Il Savonarola finalmente salì

sul pergamo, ed egli stesso lasciò scritto che fece quel giorno una

predica terribile. Continuò l’esposizione dell’Apocalisse; le mura di

San Marco echeggiarono per la prima volta delle sue famose conclusioni,

ed egli riuscì per un poco ad infondere in quella moltitudine estatica

l’impeto del suo cuore; la sua voce parve quasi più che umana. Il

successo di quel giorno fu compiuto; egli divenne il soggetto dei

discorsi di tutte le brigate fiorentine; gli eruditi lasciarono un

momento Platone, per disputare sui meriti del predicatore cristiano.

Ma egli non si lasciò illudere da questo momentaneo trionfo; capì

che gli eruditi avrebbero ben presto mossa una guerra ostinata, e

non potendo apporgli altro, lo avrebbero certamente accusato di poca

dottrina. Onde, per ispegnere queste voci prima che nascessero, si

decise a metter fuori parecchi de’ suoi scritti, acciò servissero nel

medesimo tempo d’istruzione al popolo e di risposta agli eruditi. E noi

prenderemo in esame questi primi lavori, affinchè ci facciano conoscere

più da vicino il suo ingegno; del quale ancora non si è potuto dir

nulla, per essersi perduto quasi tutto ciò che egli avea predicato o

scritto finora.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 15 / 53 题