Marsilio Ficino e l’Accademia Platonica.
Il Concilio che si tenne a Firenze l’anno 1439, per riunire le
due Chiese greca e latina, non riuscì di alcun giovamento alla
religione; ma profittò invece assai alle lettere. L’imperatore mandò
a rappresentare la Chiesa orientale uomini di molta dottrina, i
quali parlando la medesima lingua di Platone e d’Aristotele, oggetto
allora di tanto studio e di tanta ammirazione, venivano dappertutto
circondati, riveriti e quasi corteggiati.
Eravi fra costoro l’aristotelico Teodoro Gaza, eravi il Bessarione,
convertito più tardi al cattolicismo; ma fra tutti splendeva il
nome di Giorgio Gemisto, di cui la posterità assai ingiustamente ha
quasi dimenticato la fama, sebbene fosse in quel tempo tenuto, fra
tutti i greci, il filosofo più valente. Egli sembrava essere davvero
vissuto cogli antichi: i suoi scritti erano tali, che anche i più
consumati filologi duravano fatica a non confonderli con quelli dei
più bei tempi della Grecia;[40] la sua ammirazione e la sua profonda
conoscenza di Platone gli fecero dare il nome di Giorgio Gemisto
Pletone. Tanta era la sua passione per gli antichi, che parlando assai
spesso dell’approssimarsi d’una riforma religiosa, nella quale un solo
predicatore avrebbe predicata una sola dottrina a tutto il genere umano
e sarebbe sparita ogni differenza di culto, si vedea dalle sue parole
che egli sperava nel ripristinamento degli Dei pagani. L’opera in cui
espresse queste idee, andò dopo la morte dai suoi nemici bruciata; ma
tali erano i tempi che, sebbene egli ne parlasse liberamente, venne
pure scelto a sostenere i diritti della Chiesa greca nel concilio
di Firenze. Dappertutto egli trovava una grande accoglienza: la
gravità dei suoi modi, la vastità della dottrina, l’eleganza degli
scritti, il parlare quasi il linguaggio stesso di Platone, gli davano
un’autorità non contrastata da alcuno. Le sue platoniche convinzioni
dovettero però essere assai poco soddisfatte in Firenze, ove allora
si leggeva con uguale avidità Aristotele e Platone, senza notare e
senza quasi discernere alcuna differenza fra loro. Dopo avere studiato
per sì lungo tempo la filosofia Aristotelica sui commentatori arabi,
gl’Italiani ebbero nel secolo XV, per la prima volta, fra le mani
le opere originali d’Aristotele, insieme con quelle di Platone. Essi
passavano perciò dall’uno all’altro filosofo, senza fare ancora alcuna
distinzione: le difficoltà dell’interpetrazione e della lingua tenevano
occupata la mente dei dotti; l’erudizione filosofica ancora non era
cominciata; tutte le discussioni versavano sopra soggetti di grammatica
o di filologia.[41]
Gemisto ad un tratto portò la quistione nel campo filosofico, col suo
opuscolo _De platonicæ atque aristotelicæ philosophiæ differentiâ_;[42]
nel quale paragonando con molto acume e penetrazione le due filosofie,
dava su tutti i punti la preferenza a Platone. Si accese allora
una gran lite fra i Greci, che si tirarono dietro gl’Italiani; e
sorsero così i due partiti degli Aristotelici e dei Platonici, che
si attaccarono con una violenza non credibile ai giorni nostri.
Giorgio Scolario[43] e Teodoro. Gaza, ambedue greci ed aristotelici,
furono primi a rispondere con violenza contro l’opuscolo di Gemisto:
prese dipoi la penna il Bessarione, che era suo discepolo, e difese
il maestro in una lettera anonima, nella quale cercava rimettere la
quistione in termini più civili. Ma, per mala sorte, si lasciò sfuggire
che egli stimava Teodoro Gaza più dotto di Giorgio Trapezunzio,[44]
altro greco che trovavasi allora in Firenze. Questi era un uomo di
carattere violento e presontuoso, di modi rotti, facile a prender
briga con tutti. Entrò subito nella lite con una tal violenza,[45]
che fece maravigliare ognuno: era aristotelico, ma attaccò platonici
ed aristotelici col medesimo furore; li chiamò _non philosophos sed
philotenebras_; aggiunse villanie e scurrilità d’ogni sorte; finalmente
non contento di avere oltraggiato i vivi, si volse contro i morti.
Platone, secondo lui, s’era abbandonato a tutti i vizi, dato alla gola,
alla libidine, ad ogni crapula; era uomo senza fede, senza dignità,
senza onore, e così via discorrendo. Un linguaggio a tal segno privo
di decoro, di convenienza e di verità, dovea naturalmente disgustare
tutti gli uomini onesti; ed infatti il Trapezunzio fu abbandonato e
disapprovato da ognuno. Nè per questo egli fece senno; ma continuando
sempre nello stesso tenore, passò infelicemente gli ultimi anni della
sua vita, senza neppure trovar compatimento.
Il Bessarione avea intanto lavorato ad una grande opera, _In
calumniatorem Platonis_,[46] che diede finalmente alla luce quando più
fervea la lite. Dopo aver vittoriosamente difesa la memoria di quel
filosofo, veniva a dimostrare che la sua discordanza da Aristotele non
era nè così grande nè così profonda, come molti volevano far credere.
L’Aristotele ellenico,[47] egli concludeva, può e deve mettersi in
accordo con Platone: questo hanno fatto gli Alessandrini; questo
possono e debbono fare gl’Italiani nel secolo XV. Così fu rimesso un
poco di ordine e di civiltà nella discussione, e finalmente trionfò in
Firenze quella filosofia, che sebbene abbia sempre portato il nome di
platonica, non fu che neo-platonica o alessandrina. La sua tradizione
si era tenuta sempre viva in Grecia, ed ora gli ultimi sostenitori
venivano a trapiantarla in Italia.
Ma più di tutto fu notevole in quella battaglia filosofica, il punto
in cui tutta la quistione s’era ristretta. Platone ed Aristotele,
aveva detto Gemisto, convengono ambedue che la natura opera ad un fine
determinato; ma Platone sostiene che la natura opera con consiglio
(_consulto agit_); che in essa, cioè, v’è uno spirito, una essenza
che si rende ragione del fine a cui cammina: mentre Aristotele la
paragona ad un operaio, che, appresa una volta la sua arte, lavora
poi istintivamente (_non consulto_), sebbene vada sempre al fine
determinato. E qui, Gemisto notava la grande superiorità del concetto
platonico: la natura, egli diceva, è l’arte di Dio, superiore di gran
lunga a quella dell’uomo; in essa la mano ed il consiglio divino son
sempre presenti; e se l’uomo può qualche volta operare per abito,
Iddio opera solo e sempre per suprema ragione. Una tal quistione,
sebbene espressa in una forma arida e confusa, era pure nel fondo
gravississima. Trattavasi di determinare se nella natura opera la
ragione o il caso; se essa è la manifestazione di uno spirito divino ed
universale che anima e regola il mondo, o l’effetto cieco delle leggi
che governano la materia. L’avere il Pletone, nel secolo XV, saputo
non solo portare d’un tratto l’erudizione italiana nel campo della
filosofia, ma anche fermarla sopra una quistione di vitale importanza,
fu in lui prova d’una grande penetrazione filosofica. Nè fu meno
notevole che quegli eruditi ne comprendessero così presto il valore, e
si disputassero con tanto ardore il terreno.[48]
Quando Gemisto vide l’ardore con cui il Bessarione sosteneva le idee
platoniche e conobbe che esse trionfavano in Firenze, si astenne da
ogni discussione, e cercò invece un modo più efficace a diffonderle
durevolmente. Egli avea un’arte singolare d’infondere negli altri
quell’ammirazione e quasi culto che avea per Platone: avvicinossi
perciò a Cosimo dei Medici, e dopo lunghi ragionamenti, che furono
uditi con molta attenzione, riuscì ad infondere entusiasmo anche
nell’animo di quel principe. Quando lo vide acceso di quelle idee,
procedette ancora più oltre, e gli comunicò il pensiero che avea di
ripristinare in Firenze quell’antica Accademia, che tanto onore avea
portato alla Grecia e tanto utile alla filosofia platonica.[49] L’idea
piacque a Cosimo, che subito se ne impadronì, e adoperossi a metterla
in atto. Tale fu l’origine di quella famosa Accademia Platonica, che
ebbe tanta parte nei destini della filosofia di tutto quel secolo.
Assicurato in questo modo il trionfo della sua dottrina, Gemisto se ne
tornò nel Peloponneso sua patria, a passare tranquillamente i pochi
anni che gli avanzavano di vita. Ma i suoi nemici non lo lasciarono
in pace; giacchè quello stesso Scolario che era stato dei primi a
combatterlo in Firenze, fatto ora patriarca di Costantinopoli, continuò
più fieramente la guerra. Lo perseguitò in vita colle accuse di eretico
e miscredente; dopo la morte cercò ogni modo di macchiarne la fama, e
bruciò parecchie delle sue opere, che andarono perciò inevitabilmente
perdute.[50] Pletone lasciò nondimeno in Italia un gran nome e tanto
amore di sè, che nel 1471, venti anni dopo la sua morte, le ceneri
di lui furono mandate a richiedere da Pandolfo Malatesta signore di
Rimini, il quale fattele portare in quella città, dette loro onorevole
sepoltura. Il decadere fra noi degli studi greci ha fatto dipoi assai
ingiustamente dimenticare la fama di questo filosofo; ma chiunque
legge la storia di quel tempo, vi troverà sempre che egli fu il vero
iniziatore della filosofia platonica in Italia, e però uno degli uomini
più benemeriti della nostra patria.[51]
Quando egli fu partito d’Italia, Cosimo s’avvide che l’Accademia
Platonica non fioriva, per mancanza d’un uomo che ne pigliasse la
direzione e ne fosse la forza animatrice. I suoi sguardi si volsero
allora ad un giovane che dava già maravigliose speranze di sè. Questi
era Marsilio Ficino, figlio del suo medico, nato l’anno 1433, e da lui
protetto d’aiuti ed incoraggiamenti efficacissimi, senza i quali non
avrebbe potuto studiare la filosofia. Egli s’era immerso avidamente
nello studio di Platone, e in età giovanissima avea scritto intorno
a quella filosofia opere voluminose.[52] Avanzatosi poi nello studio
del greco, si dètte a commentarne più diligentemente e tradurne ogni
scritto, apparecchiando quella traduzione che anche oggi, dopo tanti
progressi della filologia greca, è la migliore che abbia l’Italia.
Il suo culto per quell’antico filosofo andò crescendo in maniera, da
far credere che egli, canonico di San Lorenzo e ripristinatore della
filosofia cristiana, tenesse accesa una lampada innanzi al busto di
Platone. S’andò più oltre allargando nello studio di tutta l’antichità,
e non incontrò nome d’antico filosofo di cui non cercasse avidamente
le opere. Leggeva con ardore instancabile aristotelici, platonici,
alessandrini; cercava frammenti di Confucio e Zoroastro; studiava la
Genesi; passava da un’età ad un’altra, da un sistema ad un altro, senza
quasi avvedersene: bastava essere antico per aver la sua ammirazione.
Un tempo s’era giurato sopra Aristotele, ora si giurava sopra tutta
l’antichità. Era certo un gran passo; ed infatti, già nella lite dei
platonici e degli aristotelici si potea prevedere che il rivolgersi
alla ragione sarebbe stato fra poco inevitabile.[53] Ma prima di fare
una sì grande conquista, la filosofia avea ancora bisogno di percorrere
tutta l’antichità; e solo dopo averla, per così dire, smaltita, poteva
acquistare la coscienza della sua indipendenza.
Questa febbre di lettura invase e dominò talmente il Ficino, che la
sua testa divenne quasi un dizionario vivo dell’antica filosofia, e le
sue opere debbono considerarsi come una grande enciclopedia di tutte le
dottrine del suo secolo. Egli conosceva, oltre la filosofia, le scienze
naturali e la medicina, a cui suo padre avea voluto nei primi anni
indirizzarlo. Tutto ciò non gli avea però dato l’abito dell’esperienza
e dell’osservazione: a provare un vero, a lui non bastava la sua
ragione, non bastava la natura intera nè la coscienza del genere umano;
bisognava assolutamente trovarne riscontro in qualche verso di Platone,
o di altro autore antico, fosse pure scettico o materialista.
Un’operetta di poca importanza che il Ficino scrisse _Sulla religione
cristiana_, potrà forse più facilmente d’ogni altra dipingere quella
strana mescolanza d’idee ch’erasi formata nella sua mente.[54] Egli
vuol provare la verità della dottrina di Cristo, la divinità della sua
missione, ed incomincia il discorso così: «La venuta di Cristo è stata
più volte profetizzata dalle Sibille: i famosi versi di Virgilio sono
noti a tutti. Platone, domandato quanto tempo sarebbero i precetti
della sua filosofia durati, rispose: — insino a tanto che non verrà
Colui che aprirà la fonte d’ogni vero; — e Porfirio dice nei suoi
responsi: — gl’Iddii pronunziarono Cristo sommamente pio e religioso,
ed affermarono ch’era immortale, _molto benignamente testificando di
lui_. — » E su questi argomenti riposa principalmente tutta l’opera.
A provare la verità della religione cristiana, v’era dunque bisogno
delle Sibille, di Virgilio, di Platone; v’era, bisogno che Porfirio
ci assicurasse, avere gli Dei benignamente testificato di Gesù
Cristo! Tale era la mente e tali gli studi di Marsilio Ficino. Quella
universale ammirazione destata in tutta Europa allo scoprirsi degli
antichi tesori, si era in lui personificata ed avea in modo soggiogata
la sua mente, ch’egli era divenuto incapace d’ogni slancio di libero
pensiero. Confessava ingenuamente ai suoi amici, che quando ebbe la
prima idea di scrivere la grande opera della _Teologia Platonica_,
voleva scriverla in senso tutto pagano, e solo dopo una più matura
considerazione, s’era indotto a renderla cristiana.[55]
Questa è l’opera principale del Ficino,[56] quella in cui cercò
raccogliere tutta la sua dottrina e darle un certo insieme e forma di
sistema. Ma chi credesse potervi trovare una vera unità filosofica,
andrebbe di gran lunga errato: essa mancava nella mente stessa
dell’autore, i cui scritti piglian sempre la forma d’una lunga
dissertazione, che una folla d’idee secondarie, accattate da un numero
infinito d’autori diversi, viene di tratto in tratto ad interrompere
e confondere. Non vi si trova nè unità scientifica nè séguito di
ragionamento, e neppure eleganza di forme; cosa che poteva attendersi
da chi avea consumato la sua vita sopra gli scrittori greci. Tanto è
vero che essa procede solo dalla chiarezza e precisione delle idee, da
quello spontaneo e libero svolgersi del pensiero, che nel Ficino era
stato soffocato.
Nondimeno, nella storia di tutte le scienze e soprattutto della
filosofia, v’è una certa unità, una vita che appartiene più alla
scienza stessa che ai suoi cultori, che procede continuamente e si fa
strada malgrado le volontà particolari, malgrado gli ostacoli d’ogni
sorta. Già la battaglia dei platonici e degli aristotelici avea fermata
la filosofia sopra una quistione principale, e intorno ad essa si
trovava il Ficino costretto a raccogliere le sue idee, recandovi, quasi
senza avvedersene, una qualche unità ed ordine di sistema. — In qual
modo opera la natura? — domandavano allora tutti i filosofi; non tanto
perchè capissero l’importanza della quistione, quanto perchè essa era
stata il soggetto della gran lite. Sebbene platonico, il Ficino avrebbe
voluto dar ragione ad ambedue i partiti, o almeno tacersi; ma ciò non
gli era possibile; bisognava invece fermarsi a ragionare e discutere il
soggetto in tutte le sue parti. Così anche nella _Teologia Platonica_
vi fu un problema fondamentale, intorno al quale si andarono di
necessità raccogliendo tutti gli altri.
La natura, egli adunque disse, è animata da un numero infinito di
anime; l’acqua, la terra, le piante, gli astri, la luce hanno tutte
una _terza essenza_, o sia un’anima loro particolare. Queste anime
sono tutte razionali, immortali, ma inseparabili però dai corpi: esse
affaticano eternamente la natura d’una in un’altra trasformazione:
per esse l’acqua genera spontaneamente animali, la terra continuamente
fiorisce, gli astri si muovono con supremo ordine, e tutta la natura
procede con eterna ragione. Ma queste anime, rispondono esse all’idea
di Platone o pure alla forma di Aristotele? All’una e all’altra,
diceva il Ficino. Per Platone, le cose in tanto esistono, in quanto
corrispondono ad un’idea; per Aristotele, in quanto hanno una forma:
questi riconosce però in ogni cosa una prima forma generale, che è
forma di tutte le altre particolari; essa non differisce in fondo
dall’idea platonica, e questa è una cosa stessa coll’anima razionale o
la terza essenza. Ecco, adunque, in qual modo il Ficino cerca mettere
in armonia Platone ed Aristotele.
Questo infinito numero di anime o terze essenze è diviso in dodici
ordini, secondo le dodici costellazioni del zodiaco: esse hanno
una mutua corrispondenza fra loro, e si specchiano tutte nell’anima
dell’uomo, che è quasi il microcosmo della creazione. In conseguenza di
ciò, avviene che tutte le anime della natura possono agire su quella
dell’uomo, perchè tutte vi trovano riscontro; e in questo modo viene
spiegata l’influenza delle stelle. Se la stella Marte in una certa sua
posizione può avere influenza sopra un uomo, egli è perchè nell’anima
di lui già sono gli spiriti marziali ch’essa chiama in vigore. Se una
pietra o un’erba desta in noi una passione e ne spegne un’altra, ciò
è perchè l’anima della pietra o dell’erba trova nella nostra la sua
corrispondenza o il suo opposto. Così il Ficino colla sua filosofia
dava ragione a tutti i pregiudizi del secolo in cui viveva, pregiudizi
dai quali non andava esente egli stesso. Attribuiva infatti a
Saturno[57] la sua abituale malinconia; andava sempre pieno d’amuleti,
che mutava continuamente secondo lo stato del suo animo: e nel suo
libro _De vitâ cœlitus comparandâ_,[58] fece un trattato compiuto su
queste influenze degli astri, delle pietre, degli animali; discorse
a lungo sulle occulte virtù dell’agata e del topazio, dei denti della
vipera, delle unghie del leone, e via discorrendo.
Nè questa era una singolarità del Ficino, ma, come abbiam detto, il
carattere di tutto quel secolo, in cui tali credenze cominciavano a
pigliare nuovo vigore e divenivano di giorno in giorno più generali.
Sia che i Greci le riportassero d’Oriente, sia che gli animi vi
fossero singolarmente inclinati per quella universale mancanza che vi
era di sicura fede e di sicura scienza; certo è che gli uomini più
gravi di quel secolo ne erano dominati; e non avendo la forza ed il
coraggio di credere a se stessi, correvano avidamente dietro a questi
fantasmi. L’alchimia, l’astrologia divinatrice, tutte le scienze
occulte si propagavano di nuovo per le università e per le piazze. La
natura intera sembrava piena di forze occulte, di spiriti misteriosi
che parlavano ai mortali: un presentimento di strani casi, di grandi
mutamenti, di grandissime sventure era comune a tutti gli uomini, ma
più specialmente agl’Italiani. Molti parlavano anche di mutazioni
e riforme che si apparecchiavano nella religione. Abbiam visto che
il Pletone attendeva il trionfo degli antichi Dei; il grave e dotto
Landino tirava l’oroscopo della religione, e dalla congiunzione di
Giove e Saturno argomentava che il 25 novembre 1484, avrebbe avuto
luogo una grande riforma nella religione cristiana.[59] Era un secolo
di dubbio e di superstizione, d’indifferenza e di strano esaltamento.
Non voleano gl’Italiani difendere la patria, ed affrontavano mille
pericoli per ritrovare un codice; dubitavano dell’esistenza di Dio e
credevano agli spiriti. Niccolò Macchiavelli, infatti, pensava «che
questo aere fosse pieno di spiriti i quali, pietosi ai mortali, li
avvertissero con sinistri auguri dei mali che loro soprastavano.[60]» E
Francesco Guicciardini più tardi assicurava anch’esso, «che gli spiriti
aerei, quelli cioè che dimesticamente parlano agli uomini, esistono;
perchè n’ho visto esperienza tale, che mi pare esserne certissimo.»[61]
Marsilio Ficino non faceva, dunque, che portare l’antichità a sostegno
delle strane credenze di quel secolo; e la filosofia neoplatonica vi si
prestava mirabilmente.
Noi dobbiamo, secondo il Ficino, distinguere nell’uomo due anime: l’una
è l’anima sensitiva, o la _terza essenza_ del corpo, che è inseparabile
da esso, e dopo la morte lo sottopone alle eterne trasformazioni
della materia: l’altra è la mente, o sia l’anima intellettiva, che
è il soffio divino in lui infuso dal Creatore. Essa costituisce la
nostra alta e universale natura, è il microcosmo del creato, risente
il contatto di tutte le anime; e però mentre è attirata dalle cure
terrene, soggetta alle passioni, piena di dolori e di miserie, si
leva anche alla contemplazione delle cose celesti, può vedere oltre il
presente, profetizzar l’avvenire e, nell’estasi, giungere alla beata
visione di Dio. Questa visione, che fu concessa a Plotino e Porfirio, è
la suprema felicità che possiamo sperare in questa terra; è un’immagine
di quella beatitudine che ci attende in cielo. Ma che cosa è l’Essere
Supremo secondo il Ficino? Esso è l’_Unità_. Il perfetto per lui e pei
neoplatonici non è altro che l’_uno_; e però Iddio è essenzialmente
_uno_, anzi è l’_Unità_ stessa. Potrebbe anche dirsi che Iddio è la
_mente_; ma allora bisognerebbe aggiungere che in lui la _mente_ è
anima e corpo nello stesso tempo. Il Creatore, poi, non poteva degnarsi
di venire in contatto colla natura; ed ha perciò circondato il suo
trono di angeli, i quali sono creature immortali e intellettive, per
cui mezzo ha avuto luogo la creazione di tutte le _terze essenze_,
che sono alla loro cura affidate. Così dal Supremo Essere si diffonde
una serie infinita di anime, che vengono le une per mezzo delle altre
create e governate. Nell’uomo soltanto il Signore volle infondere il
suo divino soffio; volle che egli fosse opera delle sue mani e fatto
a similitudine sua. Per questa ragione, conclude il Ficino, v’è nel
centro della mente umana un punto, in cui avviene il sublime contatto
della creatura col Creatore.[62]
Tale era in sostanza la dottrina del Ficino: una imitazione delle
dottrine neoplatoniche; una fusione, per così dire, di tutta
l’antichità nella scuola alessandrina; priva di originalità, priva di
qualunque unità organica. Malgrado ciò, la scienza ha camminato; ed il
Ficino, senza saperlo, ha servito al suo progresso. Quando egli diceva:
— Il mare ha una terza essenza sua propria, i fiumi ne hanno un’altra,
un’altra ne hanno le pietre, e così via discorrendo; ma v’è una terza
essenza più generale, che è l’anima di tutto il nostro pianeta, come in
ogni cosa v’è una forma che è forma di tutte le altre; — egli allora,
senza punto avvedersene, apriva la via al primo filosofo indipendente
ed originale che abbia avuto l’Italia. Che cosa, infatti, fece Giordano
Bruno quando, sulle ali d’una nuova filosofia, levò quel volo audace
e sublime che tanto dovea essergli fatale? Niente altro che riunire
in una sola tutte le anime dei Ficino. — Questa, egli disse, è l’anima
del mondo; è mente, anima e corpo nello stesso tempo; è Iddio e natura
ad una volta; si manifesta per modi e mondi infiniti; non conosce
nè tempo nè misura; in essa si trova l’armonia di tutti i contrari.
— Impadronitosi di questa nuova e più alta _Unità_, in balia di se
stesso, abbandonossi alle forze vive del suo ingegno, ruppe le servili
tradizioni della scuola platonica, e pieno d’_eroico furore_ si spinse
nel libero cielo della scienza, ove il suo astro brilla eternamente.
Ma il Bruno non venne che un secolo dipoi, ed il Ficino non sognava di
spianar la via ad un ingegno così ardimentoso, che dovea muover guerra
a quell’antichità da lui tanto adorata, per amor della quale avea speso
tutta la vita.
Oltre i due grandi lavori della traduzione di Platone e della _Teologia
Platonica_, fece Marsilio Ficino un numero infinito di traduzioni degli
scrittori alessandrini; trattati, epistole, orazioni; diè pubbliche
lezioni nello Studio fiorentino; insegnò a Cosimo, Piero e Lorenzo
dei Medici; e fu l’anima della nuova Accademia, la quale sotto di lui
cominciò finalmente a fiorire, con grande compiacenza de’ suoi mecenati
e con plauso universale.
Quando poi Lorenzo dei Medici venne ad onorarla della sua presenza e
s’animò anch’egli in quelle discussioni, v’accorse un numero infinito
di dotti, e tutti sollecitarono l’onore d’esservi ammessi. Leggevano
i dialoghi di Platone, ed alcuni di essi prendevano le parti dei vari
personaggi, le commentavano e difendevano: si facevano lunghe orazioni
latine, nelle quali trionfava sempre la vasta dottrina di Marsilio, era
applaudito il vario e facile ingegno di Lorenzo. Il 29 di novembre,
giorno in cui nacque e morì Platone, e secondo un antico uso solenne
fra i platonici, divenne per quell’Accademia fiorentina quasi una festa
religiosa. Il busto di quel filosofo, inghirlandato di lauro, messo in
luogo eminente, era soggetto di continue apostrofi, di continui inni;
ed alcuni andarono così oltre nel loro fanatismo, da proporre che si
richiedesse alla corte di Roma la canonizzazione di Platone![63]
Pochi potrebbero immaginarsi l’importanza che acquistò quella riunione
di dotti, e l’onore che ne tornò al Ficino, ai Medici ed a Firenze.
La città divenne centro degli eruditi italiani; la gioventù studiosa
accorreva di Germania, di Francia e di Spagna, per assistere alle
pubbliche lezioni del Ficino; i suoi scritti erano letti avidamente
in tutta l’Europa; i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi errori e
le sue verità, tutto contribuiva a renderlo popolare. Invero, quei
dotti e Firenze e l’Italia iniziavano allora una nuova civiltà; per
tutto erano cattedre affollate, università fioritissime, un’attività
incredibile di studi. La lingua latina, che tutti parlavano; la stampa,
che moltiplicava per la prima volta i libri e spargeva in pochi giorni
le idee per tutto il mondo; ogni cosa contribuiva a ravvicinare gli
uomini, a destare nel genere umano la coscienza della sua unità, ed
a far sorgere quel sentimento d’universale fratellanza, che un giorno
sarà forse l’ultimo trionfo del Cristianesimo. Quello era infatti il
principio della civiltà moderna, e l’Italia fu iniziatrice del gran
movimento; divenne scuola e civilizzatrice del mondo; fu maestra a
tutte le nazioni d’Europa, che poi la compensarono così amaramente
dei benefizi ricevuti. E i dotti, gli eruditi, i servili imitatori
degli antichi e lo stesso Lorenzo dei Medici, senza saperlo e senza
volerlo, furono anch’essi strumento nella mano di Dio a questa grande
opera; lavorarono, loro malgrado, al grande rinnovamento della civiltà
moderna, alla conquista della libertà del pensiero!