CAPITOLO TERZO.

Lorenzo il Magnifico[32] e i Fiorentini del suo tempo.

Quando il Savonarola venne a Firenze, dominava già da più anni Lorenzo

il Magnifico, ed era nell’auge del suo nome e della sua potenza. Sotto

il suo governo, ogni cosa avea preso apparenza prospera e felice:

cessati da lungo tempo quei partiti che d’ora in ora aveano sollevato

la città; imprigionati, esiliati o spenti coloro che non s’erano voluti

piegare alla dominazione Medicea, la calma e la tranquillità erano per

tutto. Le feste, le danze, le giostre tenevano occupato continuamente

quel popolo fiorentino che, una volta così geloso de’ suoi diritti,

sembrava che ora avesse dimenticato il nome stesso della libertà.

Lorenzo era sempre mescolato in questi sollazzi; ne ricercava, ne

inventava ogni giorno dei nuovi. Ma fra tutte le sue invenzioni, la

più celebre fu quella dei _Canti Carnascialeschi_, da lui per la

prima volta composti, e destinati a cantarsi nelle mascherate del

carnevale, quando la nobile gioventù, travestita a rappresentare ora il

trionfo della morte, ora una schiera di diavoli, ora un’altra simile

bizzarria, percorreva schiamazzando la città. La lettura di questi

canti ci può dipingere la corruzione di quei tempi, assai meglio

d’ogni altra descrizione. Oggi non la nobile gioventù, ma l’ultima

plebe li avrebbe a sdegno; e l’andarli cantando per la città sarebbe

considerato un’offesa al pubblico decoro, nè resterebbe impunito.

Allora essi erano la prediletta occupazione d’un principe lodato per

tutto il mondo, e tenuto come il modello d’ogni sovrano, un prodigio

d’accortezza, un genio politico e letterario. E quale i più lo dicevano

allora, tale molti vorrebbero giudicarlo oggi. Gli si perdona il sangue

sparso per mantenere un dominio ingiustamente acquistato da lui e

dai suoi; il disordine che mise nella repubblica; il rubare che fece

gli averi del comune per sopperire alle sue strabocchevoli spese; la

invereconda libidine,[33] a cui, malgrado una salute cagionevole e mal

ferma, abbandonavasi perdutamente; ed anche quella rapida ed infernale

corruzione del popolo, alla quale studiò di continuo con tutte le forze

e la capacità del suo animo: e tutto ciò gli si perdona per essere

stato protettore delle lettere e delle arti belle!

Nella condizione sociale di Firenze a quel tempo, eravi invero un

contrasto assai singolare. La cultura si era universalmente diffusa;

tutti conoscevano il latino ed il greco, tutti ammiravano i classici;

moltissime donne eran note per la eleganza dei loro versi greci e

latini. La pittura e le arti belle, dopo i tempi di Giotto decadute,

aveano ripreso una nuova vita; e per tutto si vedevano sorgere palazzi,

chiese, edifizi pieni d’eleganza. Ma artisti, letterati, politici,

signori e plebe, eran tutti d’animo corrotto, privi d’ogni virtù

pubblica o privata, di ogni sentimento morale. La religione o era

strumento di governo o bassa ipocrisia; non aveano fede nè civile,

nè religiosa, nè morale, nè filosofica; neppure il dubbio pigliava

forza nei loro animi. Dominava una fredda indifferenza per ogni

principio; e nei loro volti pieni d’accortezza, pieni d’acume e di

sottile intelligenza, appariva un freddo sorriso di superiorità e di

compassione, ogni volta che vedevano sorgere qualche entusiasmo per le

idee nobili e generose. Non le combattevano nè le mettevano in dubbio,

come avrebbe fatto un filosofo scettico, ma le compativano; e questa

loro forza d’inerzia opponeva alla virtù un ostacolo assai maggiore che

non avrebbe fatto una guerra dichiarata ed aperta.

Un tale stato morale doveva, di necessità, agire potentemente

sulla cultura intellettuale. La filosofia, infatti, erasi ridotta

ad erudizione; era caduta quella scolastica contro cui s’è tanto

declamato, ma che pure ebbe una gioventù, una vita, un ardore, che

invano cerchiamo negli scritti del secolo XV. Le lettere o erano

filologia o imitazione di Virgilio, d’Omero, di Pindaro e via

discorrendo. Sin dalla morte del Boccaccio, Franco Sacchetti piangeva

ne’ suoi versi, pieni di semplicità e di candore, la decadenza delle

lettere; e ciò che maggiormente lo affliggeva, non era (egli dice)

la perdita di quei sommi ingegni, ma il non esservi speranza che

alcuno sorgesse simile a loro, il non trovarsi più chi sapesse almeno

comprenderli.[34] E se egli fosse vissuto ai tempi di cui ora parliamo,

avrebbe avuto ben più alta cagione di pianto: avrebbe udito coloro

che dichiaravano la lingua italiana incapace di esprimere gli alti

concetti; avrebbe udito coloro che giudicavano la _Divina Commedia_

inferiore alle _Ballate_ ed ai _Canti Carnascialeschi_ di Lorenzo dei

Medici![35] Le arti belle, che sono ultime a risentirsi delle sventure

morali e politiche di un popolo, perdettero anch’esse quegli arditi ed

universali concetti coi quali Giotto, l’Orgagna e tanti altri aveano

ornato i monumenti d’Italia. E certo, nè il Duomo nè il Palazzo Vecchio

avrebbero in quel secolo potuto trovare un altro Arnolfo, che sapesse

infondere nelle loro mura tanto spirito di libertà e d’indipendenza.

Ma fra questi danni, avea pure la caduta libertà recato un solo

vantaggio alle lettere ed alle arti. Chiuse le vie ad ogni attività

politica, ad ogni civile ambizione, ad ogni virtù pubblica; decaduto

quel commercio e quelle industrie con cui s’erano raccolte fortune

così straordinarie; le forze che restavano ancora vive, si rivolsero

tutte allo studio delle arti e delle lettere. E così, sebbene non

si trovassero più di quegli altissimi ingegni fioriti nel tempo

della repubblica, si aveva almeno un moto universale di studi, una

moltitudine avida d’imparar nuove lingue, di produr nuovi libri

e nuovi quadri; e tanto più ingordamente avida, in quanto che non

sapea degli studi farsi scala a fini più alti. La città aveva infatti

l’apparenza d’una grande scuola; la passione che dominava ognuno era

quella di raccogliere codici e statue antiche; tutte le discussioni

erano grammaticali, filologiche o erudite. I Greci che per la caduta

di Costantinopoli riparavano in Occidente, venivano in Firenze accolti

con entusiasmo; ed essi, colle loro lezioni, colla loro dottrina,

accendevano sempre più la passione verso gli antichi; il desiderio di

conoscere la Grecia, di ricercare i suoi conventi, i suoi tempii; di

scavare il terreno per trovarvi gli antichi frammenti. E si facevano

delle spedizioni in Oriente; donde, dopo aver corso non pochi disagi

e pericoli, dopo avere spesso consumato patrimoni non piccoli, si

tornava carichi di tesori più o meno preziosi. Sono note nella storia

le ricerche fortunate che Poggio Bracciolini fece in quasi tutte le

città d’Europa; i viaggi in Oriente di Guarino Veronese, a cui un

naufragio rapì in poche ore il frutto di tante fatiche, e fece pel

dolore incanutire i capelli; quelli di Giovanni Aurispa, il quale tornò

a Venezia con 238 manoscritti, avendo però consumato ogni suo avere,

onde nell’estrema vecchiezza si trovò ricco di gloria, ma poverissimo

d’ogni bene di fortuna; quelli di Francesco Filelfo e di tanti altri,

che si partivano allora per visitare le classiche terre della Grecia.

Ogni volta che uno di costoro ritornava in Italia, ma specialmente in

Firenze, il suo arrivo era una pubblica festa, un trionfo. Gli andavano

incontro i primi del paese; il principe lo accoglieva con grandi

onori; le sue scoperte venivano celebrate in iscritto, e le lettere dei

privati amici non parlavano d’altro. Cominciavano poi le discussioni

sull’autenticità e la interpretazione dei codici; si accendevano le

quistioni filologiche o grammaticali, e le ire non aveano allora più

limiti: si laceravano quei dotti nella fama, nell’onore, con tutti i

modi più violenti. E questa poteva dirsi l’unica libertà lasciata ai

Fiorentini.

Le belle arti furono più fortunate: gli artisti si abbandonavano alla

vita gaia del tempo, godevano, sollazzavano e lavoravano colla stessa

spensieratezza. Il costume divenuto universale di proteggere le arti,

faceva sì che per tutta Italia i ricchi, i signori, le chiese ed i

conventi volevano le loro opere, ed essi erano invitati e bene accolti

dovunque; onde, beati di questa vita, lavoravano e godevano. Perderono

molto nell’altezza ed universalità dei concetti; guadagnarono però

infinitamente nella imitazione del vero, nel disegno, e nel meccanismo

dei colori: si trovò allora la pittura ad olio, che segnò un nuovo

periodo nella storia dell’arte. La scultura e l’architettura, in cui la

materia piglia una parte maggiore assai che nella pittura, fecero anche

dei grandi progressi, sia coll’aiuto delle statue o monumenti greci e

romani, sia per le mille difficoltà che la pratica insegnò a superare:

talchè i nomi del Donatello, del Ghiberti, del Brunellesco, restarono

immortali. L’arte raggiunse certamente in quel tempo una finezza, che

nel passato non avea avuta, e nel secolo dipoi perdette.

Ma i fatti da noi qui sopra descritti, ebbero la più parte luogo prima

che la dominazione dei Medici si fosse stabilita, e furono affatto

indipendenti dai loro aiuti. L’amore per gli studi classici si era

diffuso fin dai tempi del Boccaccio, ed era andato di poi sempre

crescendo: nei viaggi e nelle ricerche sopra accennate, privati

cittadini aveano consumato private fortune, senza speranza di aver

compenso d’altro che di gloria. Quanto agli artisti, essi eran quasi

tutti fioriti nel principio del secolo, come Brunellesco (1337-1446),

Ghiberti (1381-1455), Donatello (1386-1468), Masaccio (1402-1443); e

le loro più grandi opere furon fatte senza protezione nè consiglio dei

Medici.[36] La cupola del Brunellesco venne ordinata, per consiglio

dei cittadini liberamente adunati nel Duomo, l’anno 1407. Le porte

del Ghiberti furono cominciate l’anno 1400, e la enorme somma di

30,798 fiorini fu pagata tutta dall’arte dei doratori. La cappella del

Carmine, in cui lavorò Masaccio ed altri celebri artisti, fu fatta

a spese di privati cittadini; e le pitture del Beato Angelico furon

dipinte per amore dell’arte e per sentimento religioso, assai spesso

senza volerne accettar compenso di sorta.

I Medici, adunque, non crearono uno stato di cose che non era in

forza umana il creare; ma questo fu la conseguenza inevitabile delle

vicissitudini per tanti secoli corse dalla repubblica; del generale

rovescio di ogni libertà, che allora aveva luogo in tutta Italia.

Essi lo trovarono già apparecchiato; ebbero però la rara accortezza

di saperne profittare e, secondandolo, volgerlo a loro profitto. E

se mai vi fu uomo che potesse dirsi nato a ciò, questi fu certamente

Lorenzo il Magnifico. Egli aveva ereditato da Cosimo tutta quella

sottile astuzia, per la quale, senza essere un grande uomo di stato,

era prontissimo nei sottili ritrovati, pieno di prudenza e d’acume,

abile nel trattare cogli ambasciatori, abilissimo nello spegnere i

suoi nemici, ardito e crudele quando gli pareva che l’opportunità lo

permettesse. Non avea rispetto nè a fede, nè ad onestà, nè a condizione

alcuna di cittadini: andava direttamente al suo fine, senza riguardi

umani nè divini. Il crudele sacco della infelicissima città di

Volterra; i danari presi dal Monte delle fanciulle, per cui moltissime,

rimaste senza dote, si dierono alla pessima vita; la disonesta

avidità con cui pose le mani negli averi del comune, sono macchie che

neppure i suoi più caldi adulatori poterono cancellare.[37] Il suo

volto dipingea veramente tutto il suo carattere: avea qualche cosa di

sinistro e spiacevole; un colore olivastro, una bocca assai grande,

il naso schiacciato e la voce nasale; ma il suo occhio era vivo e

penetrante, la fronte alta, le sue maniere aveano quanto di più gentile

può immaginarsi in un secolo culto ed elegante come quello; il suo

conversare era pieno di vivacità, d’ingegno e di dottrina; coloro che

erano ammessi alla sua familiarità, restavano sempre di lui innamorati.

Egli secondò il secolo in tutte le sue tendenze: di corrotto che era,

lo fece corrottissimo, spingendolo a ciò per tutte le vie: abbandonossi

ai piaceri, e vi fece perdutamente abbandonare il suo popolo, per

ubbriacarvelo ed addormentarvelo. Infatti Firenze era al suo tempo

divenuta un’orgia di piaceri e dì feste.

Lorenzo però avea per la poesia e le arti un gusto assai squisito.

Abbandonato e mandato a male tutto il commercio della sua casa,

dètte le ore d’ozio alle lettere, nelle quali era stato educato dagli

uomini più dotti del suo tempo: il Landino eragli stato maestro nella

poesia, l’Argiropulo nella filosofia aristotelica, ed il Ficino

nella platonica. Fin dai primi anni avea mostrato un’intelligenza

degna del culto delle muse, una grande facilità di comprendere, una

precisione nell’esprimersi ed una fantasia assai vivace; messosi poi a

proteggere i dotti e gli artisti, la sua casa era divenuta il ricovero

degl’ingegni più chiari del suo tempo: ogni uomo di riputazione nelle

lettere, che si trovasse in Firenze, faceva capo a lui; molti venivano

d’altre parti d’Italia per vivere in quel cerchio fiorito di dotti.

E sia nelle radunanze tenute in sua casa, sia nella famosa Accademia

Platonica, il suo ingegno brillava in quella eletta schiera, da cui la

sua cultura letteraria ricevea non piccolo profitto. Così Lorenzo andò

lodato fra gli scrittori del suo tempo, e le sue opere allora portate

a cielo, neppure oggi restano senza fama. Le sue poesie volgari,

e specialmente la favola dell’Ambra, hanno una certa naturalezza e

disinvoltura, una spontanea eleganza, un’osservazione ed un sentimento

della natura, che a quei tempi non erano comuni. Spesso vi è troppo

chiara l’imitazione delle ottave del Poliziano; ma anche allora non

si possono negare a Lorenzo le rare doti del suo ingegno. Egli era

proprio l’uomo di quel secolo: nella intelligenza venivano ristrette

tutte le qualità del suo spirito; le sue maniere medesime erano in lui

conseguenza di cultura intellettuale, e non di gentilezza d’animo; la

protezione ai dotti era consiglio di governo, o desiderio di passar

lietamente il tempo. — Singolare vita fu veramente quella di Lorenzo!

Dopo essersi adoperato, con tutta la forza della sua volontà e della

sua mente, a distruggere con qualche nuova legge, qualche ultimo avanzo

di libertà; dopo aver fatto decidere qualche nuova confisca o condanna

di morte;[38] egli entrava nell’Accademia Platonica, e disputava con

calore sulla virtù e sulla immortalità dell’anima; di là usciva, e

mescolandosi colla gioventù di perduti costumi, cantava i suoi _Canti

Carnascialeschi_, abbandonavasi al vino ed alle donne; ritornava a

casa, ed alla sua tavola, insieme col Pulci e col Poliziano, recitavano

versi, discorrevano di poesia: ed in tutte queste occupazioni egli

vi si recava tanto intero, che ciascuna di esse pareva esser l’unica

della sua vita. Ma più singolare di tutto si è, che in tanta varietà

di vita, non si trovi a citare un atto solo che sia veramente di virtù

generosa verso il suo popolo, o i suoi familiari, o i suoi parenti: e

sì, che ove mai vi fosse stato, non lo avrebbero i suoi infaticabili

lodatori dimenticato. Segno in lui d’animo tristo, ma di tempi ancora

tristissimi; perchè se mai la virtù e la giustizia fossero state in

quel secolo, tenute nel grado che si dovea, egli non era uomo da non

istudiarsi, con qualche apparenza teatrale, d’averne almeno il nome.

Intorno a Lorenzo dei Medici si vedeano sempre due uomini i quali

godevano allora una grandissima fama in tutta l’Europa, e tramandarono

dipoi i loro nomi alla posterità. L’uno di essi era Angelo

Poliziano; il dotto di più vasta erudizione letteraria in quel secolo

eruditissimo, ed il solo che avesse nell’anima una vena ingenua di

poesia. A 13 anni aveva scritto bellissimi epigrammi latini, a 17 ne

aveva scritto degli altri in greco; e si vuole che di poco avanzasse

i 18 anni, quando compose quelle stupende ottave sulla giostra di

Lorenzo e Giuliano, che lo resero il primo poeta del secolo e fecero

il suo nome immortale. Per esse egli acquistò il favore di Lorenzo, ne

divenne segretario privato, bibliotecario, educatore de’ suoi figli, e

visse sempre nella sua medesima casa. Ma in questa nuova e più agiata

condizione, parve che s’estinguesse in lui la sacra fiamma della

poesia: l’erudizione soltanto andò sempre crescendo, e divenne col

tempo straordinaria. Lorenzo ricevè non poco vantaggio dai servigi e

dal conversare d’un uomo di sì vasta dottrina, ma la fama del Poliziano

ne soffrì grandemente; e forse a questa sua troppo intima familiarità

col Magnifico, si deve attribuir l’insistenza colla quale i posteri

hanno voluto accusarlo di vizi così osceni, che la storia sdegna di

rammentare. L’altro amico intimo di Lorenzo fu messer Luigi Pulci;

giovane di nobile famiglia, fratello di due poeti, dei quali fece

quasi dimenticare il nome col suo famoso _Morgante Maggiore_: poema

pieno di brio, di vivaci e strane fantasie; nel quale alla invocazione

della Vergine succede quella di Venere, ed a questa la satira della

immortalità dell’anima. E quale era il poema, tale fu l’uomo: spirito

bizzarro ed allegro, se mai ve ne fu; scettico pieno d’ironia, amante

dei piaceri e dell’ebbrezza dei sensi, anima e corpo con Lorenzo, che

accompagnava sempre alle veglie, ai sollazzi leciti o illeciti; ad

istanza della cui madre, Clarice Orsini, scrisse il poema, che lesse

alla loro tavola; accompagnando la poesia col vino. Oltre di questi

amici, Lorenzo passava assai spesso le sue ore in mezzo agli artisti;

pigliava parte ai loro piaceri, amava singolarmente le loro strane

avventure ed il loro carattere. Non potè già verso di loro usare una

protezione uguale a quella di Cosimo, il quale avea speso tesori a

fondare chiese e palazzi; ma pure li accoglieva sempre con lieto viso,

li soccorreva ed aiutava in tutti quei modi che un principe come lui

poteva. E se egli non avesse fatto per le arti altro che fondare il

giardino di San Marco, sarebbe già degno di grandissima lode. Ivi

raccolse tutte le statue o frammenti antichi che gli riuscì d’avere,

tutti i disegni dei più valenti artisti; e lo aperse ad ogni giovane di

qualche speranza. Ivi segnò le prime linee Michelangiolo Buonarroti,

quando ancora giovinetto, povero e da pochi conosciuto, trovò quella

ospitalità che tanto onore fece a Lorenzo.[39]

Ma noi abbiamo fino ad ora taciuto di un uomo che più d’ogni altro

poteva dirsi creatura dei Medici. Questi fu Marsilio Ficino, amico e

maestro di Lorenzo, capo di quell’Accademia Platonica le cui idee si

sparsero allora per tutto il mondo; e modificarono in modo quelle del

Savonarola, che noi crediamo doverne tenere più minuto discorso nel

capitolo seguente.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 13 / 53 题