Tu piangi e taci; e questo meglio parmi.[22] —

Tale era dunque il Savonarola nel convento: i digiuni e la preghiera

confortavano il suo cuore, l’insegnamento dei novizi era il suo

riposo; ma nell’animo suo era già sorto un dolore profondo, uno sdegno

irrefrenabile di vedere la Chiesa di Cristo abbandonata e piena di

corruzione. Egli piange e si tace, è ben vero, ma nella sua mente

ritorna assai spesso quel pensiero: — Deh! per Dio, se rompere si

potriano quelle grandi ali, ali di perdizione! — Or si mettano innanzi

ad un’anima così esaltata i fatti che di giorno in giorno seguivano

per tutta Italia, gli si dipinga il quadro tristo ed osceno di ciò che

avea luogo nella corte romana; ed allora solo si potrà comprendere che

fuoco dovesse finalmente accendersi in quel cuore già per sè stesso

infiammato.

Sin dalla morte di Pio II (1464) era cominciata quella scandalosa

corruzione dei papi, che in Alessandro VI dovea raggiungere il suo

apice. La mala fede, e la smisurata avarizia di Paolo II divennero

ben presto note in tutto il mondo; e quando Francesco della Rovere gli

successe (1471) col nome di Sisto IV, si previdero alla Chiesa degli

anni ancora più tristi. Assicuravasi pubblicamente che l’elezione del

nuovo papa era stata simoniaca; si ripetevano per tutta Roma i nomi

di coloro che aveano venduto i loro voti, e gl’impieghi che ne aveano

ricevuto. La scandalosa libidine di Sisto non riconosceva, poi, limiti

di sorte alcuna; la sua prodigalità nello spendere era uguagliata

solamente dalla sete inestinguibile di oro; le passioni lo accecavano

così fieramente, che per raggiungere i suoi disonesti fini, non

retrocedeva innanzi ad alcuna disonestà di mezzi, e non v’era scandalo

che non fosse stato per commettere.

Si vide quasi in un istante sparire il tesoro con infinita avidità

raccolto da Paolo II; e ben presto il lusso sfolgorante dei nipoti di

Sisto, fece comprendere in quali mani fosse stato versato. Essi eran

quattro: uno di loro fu fatto prefetto di Roma; un altro cardinale,

che fu poi papa Giulio II; un terzo comprò per 40,000 ducati d’oro la

città d’Imola, e sposò la figlia di Galeazzo Sforza; ma di tutti il più

scandaloso e più prediletto era Pietro Riario. La preferenza del papa

per questo giovane di ventisei anni fu tale, che fece correre per Roma

mille scandolose dicerie. Da semplice frate fu levato alle dignità di

cardinale prelato col titolo di San Sisto, patriarca di Costantinopoli,

arcivescovo di Firenze. Egli ebbe pienissima autorità nella corte, e

quando vi andava, le vie non bastavano alla folla che lo accompagnava:

le sue udienze erano più frequentate di quelle del pontefice stesso. Il

suo fasto, dice uno scrittore contemporaneo,[23] avanzava tutto ciò che

i nostri padri seppero mai fare, tutto ciò che i nostri nipoti potranno

mai immaginare. Nel ricevere gli ambasciatori di Francia, dette loro un

pranzo, in cui si usarono quasi tutte le arti conosciute a quel tempo:

fu messo sossopra il paese per ricercare tutto ciò che v’era di più

raro e pregiato; fu fatto ogni sforzo perchè la posterità non potesse

produr nulla di simile: e le descrizioni in versi d’una tal festa

corsero non solamente per le città d’Italia, ma andate oltre le Alpi,

si sparsero in tutta l’Europa. Quando Eleonora d’Aragona, figlia del re

di Napoli, andando sposa al Duca di Ferrara, si fermò a Roma (1473),

il lusso passò ogni confine. Cardinali ed ambasciatori ricevettero

la sposa, e la menarono al papa per vie ricoperte di veli ed arazzi;

dipoi la condussero in un palazzo, fatto costruire a bella posta dal

giovane Riario accanto alla sua casa. Le mura erano di bellissimi

legni; l’interno splendeva di seta ed oro; i piatti, i bicchieri, ogni

specie di vasellame era d’oro e argento.[24] Così il cardinal Riario

avea in meno d’un anno speso la somma di 200,000 fiorini, e malgrado

i molti e ricchissimi impieghi, avea già 60,000 fiorini di debito. Non

perciò moderava i suoi eccessi; ma invece, quell’anno medesimo, partiva

per Milano, dove entrava in gara di lusso col duca Galeazzo, uno dei

principi più dissoluti in Italia. Dipoi andossene a Venezia, ed ivi

si abbandonò così perdutamente alle lascivie, che finalmente le forze

vennero meno alla mala volontà, e tornato a Roma, cessò di vivere il

giorno 5 gennaio 1474. In questo modo ebbe origine quello scandalo e

quella piaga profonda del papato, che fu conosciuta nella storia col

nome di nepotismo; e Sisto IV continuò a vivere sempre nello stesso

modo sino al 1484, anno ultimo del suo pontificato. In verità, sebbene

quella età fosse corrottissima, v’era pure un generale sconforto nel

vedere così desolata la Chiesa. Il mondo aborriva gli scandali dei

quattro nipoti del papa, e quelli di lui, che, pieno d’avarizia e

libidine, si dava ciecamente in preda a tutte le passioni.[25]

Chi poi dalla Chiesa si fosse volto a guardare il resto delle cose

d’Italia, ne avrebbe ricevuto non minore sconforto. Erano tempi

veramente infelici. Non solo si lamentava la libertà già da lungo tempo

perduta; ma in quei medesimi signorotti che tiranneggiavano, non si

vedeano più quelle doti d’energia e d’accortezza politica, che erano

state nei loro padri ammirate. Spenti quei forti desiderii, quelle

ardenti e smisurate ambizioni, parea che per tutto contemporaneamente

decadesse la razza dei principi. — Nel regno di Napoli, ad Alfonso

il Magnanimo era successo (1458) Ferdinando I d’Aragona, che ben si

avrebbe meritato il nome di crudele. Egli non seppe spegnere i suoi

nemici altrimenti che coll’astuzia, la simulazione e i tradimenti;

avaro poi e meschino in maniera, che negoziava sopra gli averi e

le proprietà dei suoi sudditi stessi. In Firenze, all’accorto ed

intelligente Cosimo dei Medici era successo (1465) l’incapacissimo

Piero, che in pochi anni di governo seppe mettere la supremazia

della sua casa in tale pericolo, che se la morte fosse venuta più

tardi, suo figlio Lorenzo non avrebbe potuto prendere in mano le

redini dello Stato. In Milano, al valoroso condottiero, all’astuto

politico Francesco Sforza, era successo (1466) il debole Galeazzo; ed

in Venezia, finalmente, all’abile ed ambiziosa politica di Francesco

Foscari, era seguita quella di Pasquale Malipiero (1457), le imprese

più notevoli del cui dogato furono le feste che dètte in piazza San

Marco. Questo peggioramento così universale sembrava quasi fatale e

misterioso: ma egli era che i padri di coloro che regnavano allora,

s’erano impadroniti degli Stati attraverso mille pericoli, rimovendo

ostacoli d’ogni sorta, combattendo un numero infinito di nemici; mentre

i loro figli, nati nella pace, cresciuti fra i cortigiani, s’erano

educati alla mollezza.

Eppure, quasi tutti questi mali non fossero bastevoli ad affliggere

l’Italia, se ne aggiungevano molti altri non meno gravi. Pareva che

questa mollezza dei principi facesse risentire i popoli, fra i quali

si trovava ancora un pugno d’uomini, che scontenti di quel nuovo stato

di cose, erano pronti di mettersi ad ogni cimento, di tentare ogni

impresa più disperata. Quegli anni, infatti, pareva fossero divenuti

gli anni delle congiure. Nel 1476 ne seguirono tre. — Girolamo Gentile

tentò di sottrarre Genova al giogo milanese: l’Olgiati, il Visconti

ed il Lampugnani pugnalarono in chiesa il duca Galeazzo, e furono poi

a furore di popolo ammazzati per le vie di Milano: a Ferrara, Niccolò

d’Este con 600 uomini ritentava la fortuna delle armi, ed insieme colla

più parte dei suoi vi perdeva la vita. Così queste congiure risultavano

sempre a danno di chi le tentava, nè facevano altro che peggiorare

la condizione dei popoli, rendere la tirannide sempre più ferma e più

crudele.

Nondimeno, la gravità del pericolo, invece di spaventare, parea che

eccitasse gli animi a fatti sempre più disperati, ed ogni anno se

ne udivano dei nuovi. Niuna delle congiure però fu terribile quanto

quella avvenuta a Firenze l’anno 1478, il giorno 26 aprile, quando

nella Cattedrale, mentre che si celebrava la messa, nel momento stesso

in cui si levava l’ostia consacrata, i Pazzi pugnalarono Giuliano

dei Medici, e fallirono il colpo dato a Lorenzo, che avuto tempo di

sguainare la spada, potè, difendendosi, ricoverare e salvarsi nella

sagrestia. Angelo Poliziano, che fu subito pronto a chiuderne la porta,

racconta che il disordine e le grida di quel momento furono tali,

che parve il tempio intero ne rovinasse.[26] Certamente in questa

congiura ogni cosa era fuori dell’ordinario: l’accortezza e l’ardire

con cui l’aveano tramata; il momento scelto per menarla ad effetto;

la nobiltà delle famiglie che vi aveano preso parte; le vittime che

allora, e per molto tempo dipoi, ne seguirono. Ma ciò che più di tutto

faceva maraviglia, era il numero e la qualità degli ecclesiastici che

vi si erano mescolati: ad un prete era stato affidato il pugnale che

dovea ferire Lorenzo dei Medici; il cardinal Salviati era stato il

centro principale dei congiurati a Firenze ed a Roma; il più caldo ed

instancabile istigatore ne era stato il santo padre medesimo, Sisto IV.

Egli avea sperato con questi modi crescere stato ai suoi nipoti; onde

non potè resistere allo sdegno di veder fallita la congiura, e posto da

banda ogni rispetto, divenne nemico dichiarato, e mosse guerra aperta

ai Fiorentini.

In questi tempi e fra questi fatti, s’andava formando l’animo di

Girolamo Savonarola. Egli riguardava l’andare del mondo e le condizioni

della Chiesa con un orrore ed un dolore, a cui non sapeva ritrovare

altro conforto che la preghiera e lo studio. I suoi superiori,

crescendo però sempre più nella stima che aveano già concepita

di lui, dall’insegnamento lo passarono alla predicazione. Ed egli

intraprese con ardore anche questo nuovo ufficio; giacchè il suo primo

proponimento di chiudersi nel silenzio e nella solitudine, cominciava

a cedere terreno innanzi all’imperioso e sempre crescente bisogno di

attività morale ed intellettuale: onde questa nuova palestra riusciva

assai gradita alle forze giovani e rigogliose del suo spirito.

Pare che in questi primi sermoni seguisse lo stile medesimo delle sue

lezioni; distendendosi però nelle osservazioni pratiche e nei precetti

di morale; allontanandosi a poco a poco da Aristotele per avvicinarsi

sempre più alla Bibbia, che dovea finalmente divenire il compagno unico

e indivisibile della sua vita. Nè altro possiam dirne, giacchè pare

ottennessero assai poco successo, non trovandosi scrittore del tempo

che ne accenni pure una sola parola, nè restandone memoria di sorte

alcuna.

L’anno 1482, i superiori lo mandarono a predicare in Ferrara. Ivi egli

fu come morto al mondo: non vide alcuno dei conoscenti; assai poco i

parenti, per non ridestare affetti ancora vivi nel suo cuore. Le vie,

le case, le chiese della sua patria gli richiamavano un passato che

egli voleva allontanare dalla sua mente. Ma neppure i suoi concittadini

fecero gran plauso al suo predicare; giacchè noi lo udiamo più tardi

lamentarsi che in lui si era verificato l’antico detto: _nemo propheta

in patria sua_.[27] Non avendo alcuno di quei sermoni, potremmo

difficilmente indagare la cagione di questa indifferenza de’ suoi

uditori; la più probabile congettura però è questa, che egli non volle

seguire la via tenuta dagli altri predicatori, i quali si perdevano sui

loro pergami negli interminabili sofismi della scolastica, o scendevano

a bassezze tali di linguaggio, che ai nostri giorni sarebbero permesse

appena nelle bettole.[28] Il Savonarola, d’altronde, ancora non avea

potuto ritrovare la sua maniera: rimanea, quindi, troppo incerto per

dominare l’uditorio e ricondurlo in un’altra via. Pure, fin d’allora vi

era qualche cosa di eloquente ed efficace nella sua parola, come si può

cavare dalla narrazione che fanno i biografi di molti aneddoti simili

al seguente. — Da Ferrara navigava egli un giorno sul Po verso Mantova,

con una piccola nave, in cui si trovavano ancora tredici soldati che

giocavano e bestemmiavano, senza rispetto alcuno all’abito nè alla

dignità del frate. A questo il Savonarola sdegnato, indirizzò loro la

parola; e subito dopo undici di quei soldati caddero in ginocchio ai

suoi piedi, pentiti dei loro peccati.[29] — Di certo però, altra cosa è

rivolgere efficacemente il discorso a pochi soldati e persuaderli, per

così dire, coll’impeto della propria coscienza; altra cosa parlare sul

pergamo a un uditorio numeroso e fare un sermone. Nel primo caso basta

la natura, che nel Savonarola era fecondissima; nel secondo ci vuole

l’arte, che sembrava ancora mancargli.

In quell’anno medesimo (1482), una guerra addensavasi d’ognintorno

sopra Ferrara; onde il superiore dei Domenicani mandava altrove buona

parte dei suoi frati; ed il Savonarola dovette volgere i passi a

Firenze, dando così l’ultimo addio ai parenti, agli amici ed alla sua

patria, che vedea per l’ultima volta.

Questa guerra mossa da principio contro il solo duca di Ferrara, s’era

a poco a poco sparsa per ogni dove, ed avea diviso in due fazioni quasi

tutta Italia. Le cagioni vere che la moveano, erano da una parte la

nuova ambizione dei Veneziani, che si volevano stendere sulla terra

ferma; da un’altra, lo smodato desiderio che avea il Papa d’accrescere

stato ai nipoti. Queste cagioni però si tenevano celate; ed il Papa

adducea, volersi vendicare contro il duca, per essersi egli condotto al

soldo dei Fiorentini, nella guerra che questi aveano dovuto sostenere

contro di lui dopo la mal riuscita congiura dei Pazzi; i Veneziani

pigliavano occasione da certe contestazioni di confini, e dalle loro

eterne quistioni pel commercio del sale. Il duca di Ferrara si offerì

pronto a cedere in tutto, ma non gli valse a nulla: quei due potentati

erano omai decisi alla guerra, e si tiravano dietro la repubblica

di Genova, ed un gran numero di quei signorotti che dominavano nelle

Marche e nelle Romagne. Pigliavano da un altro lato le parti del duca,

la repubblica Fiorentina, il re di Napoli e il duca di Milano; a cui

si univano il marchese di Mantova, il Bentivoglio signore di Bologna

e la potente casa dei Colonna. L’Italia si trovava tutta sulle armi,

e non v’era che la repubblica Fiorentina la quale pigliasse parte a

queste contese solamente in parole: nel resto s’era già cominciato a

guerreggiare. Il duca di Calabria veniva alle mani coi pontificii,

comandati da Roberto Malatesta; i Colonna, usciti dai loro feudi,

devastavano la campagna Romana; e i Genovesi attaccavano il confine

occidentale del ducato di Milano. Ma il nodo principale della guerra

era nelle mani dei Veneziani: essi stringevano fortemente Ferrara con

due eserciti, mentre un terzo portava la guerra al duca di Milano;

e spingevano le cose in modo, che già la fame opprimeva la città di

Ferrara, e la sua resistenza non poteva andare più in lungo. Si vedea

chiarissimo che, fra poco, il premio di tutta la guerra sarebbe caduto

nelle mani dei Veneziani.

Non appena Sisto IV s’avvide come la preda tanto desiderata fosse per

fuggirgli di mano, che, quasi cieco per la rabbia, voltò bandiera;

e fece un trattato col re di Napoli; concesse al duca di Calabria

il passaggio pe’ suoi stati; scomunicò i Veneziani, chiamandoli

nemici di Cristo; invitò tutti i potentati d’Italia a portar loro la

guerra. Questo subito mutamento poteva sorprendere solo quelli che non

conoscevano qual fosse la furiosa natura di Sisto, e ove lo conducesse

la sete dell’oro e degli stati. I Veneziani non si lasciarono, è

vero, spaventare dal Papa; ma la sua defezione avea mutato tutte le

condizioni della guerra. Il duca di Calabria avea già col suo esercito

approvvigionato Ferrara, e veniva a disturbare i lavori d’assedio: le

cose doveano perciò di nuovo procedere in lungo. I due eserciti si

posero l’uno accanto all’altro, senza che si venisse ad alcun fatto

risoluto di armi: le campagne erano ogni giorno devastate; moltissimi

moriano di fame, niuno di ferro. Con questa incredibile fiacchezza

procederono le cose sino all’anno 1484, quando ognuno si trovò stanco

d’una guerra egualmente dannosa a tutti. Allora il generale dei

Veneziani accettò le proposte d’un trattato di pace; gli eserciti da

ogni banda si ritirarono; ed in un punto cessò tutta la guerra, con

soddisfazione generale.

Il papa solamente non avea mai lasciato di soffiare nel fuoco da lui

acceso: troppo gli era crudele il pensiero di perdere le speranze

concepite nella guerra; onde, quando il 12 agosto vennero presentati

gli ambasciatori e che gli lessero le condizioni della pace, egli,

tutto pieno di furore, levatosi in piedi, gridò: — Voi mi annunziate

una pace di onta e di vergogna. — Il giorno seguente la gotta, di

cui già da lungo tempo soffriva, gli andò al petto, ed il santo padre

moriva pel dolore della pace conclusa.[30]

Questa era, dunque, la guerra che cacciava il Savonarola da Ferrara

verso Firenze; ed egli traversava l’alpestre e solitario Appennino per

venire in città nuova, fra gente sconosciuta, con l’animo travagliato

dal pensiero di vedere che un papa, per accrescere stato a due o tre

giovani dissoluti, metteva in tanto disordine tutta Italia: mentre i

Turchi erano quasi alle porte, mentre ancora non erano scorsi due anni

dalla loro discesa in Otranto. Il vento che sibilava fra quegli abeti e

faggi, pareva quasi sonasse maledizione contro coloro che laceravano il

manto alla sposa di Cristo; e forse gli portava di nuovo alle orecchie

quel suo troppo audace verso:

Se romper si potria quelle grandi ale!

Arrivato, dunque, la prima volta a Firenze nel 1482, egli entrò in

quel convento di San Marco, ove passò poi gli anni più belli e i più

infelici della sua vita. E siccome nella memoria dei posteri il nome

del Savonarola va inseparabilmente unito a quello di San Marco, così

sarà bene dire anche di questo qualche parola.

Nel principio del secolo XV, esso era una fabbrica miserabile e

quasi rovinata; ove abitavano alcuni frati Silvestrini, i quali vi

menarono una vita così scandalosa, che molti ne fecero richiamo alla

corte di Roma. Finalmente, Cosimo il Vecchio, avutone il permesso dal

papa, trasmutò altrove i frati Silvestrini, e concesse il convento

ai Domenicani riformati della congregazione Lombarda. Volle rifare

dalle fondamenta un nuovo edifizio, dandone l’incarico al celebre

architetto Michelozzo Michelozzi; che, dopo sei anni di lavoro ed una

spesa di 36,000 fiorini, lo condusse finalmente a termine l’anno 1443.

Il vecchio Cosimo non era mai avaro quando si trattava di chiese,

di monasteri o d’altre opere che potessero accrescere il nome della

sua munificenza, e dargli ascendente sul popolo. Durante i sei anni

nei quali si era condotta la costruzione del nuovo convento, egli

avea continuamente sovvenuto i Domenicani; ed ora che ogni cosa era

stata menata a buon termine, non si teneva ancora contento, se non lo

avesse dotato anche d’una ricca biblioteca. Questo però non era nè

facile nè di piccola spesa, trattandosi di raccogliere manoscritti,

che specialmente allora erano saliti a prezzi esorbitanti: ma la

fortuna gli porse una buona occasione, ed egli seppe valersene. Era

morto Niccolo Niccoli, il più celebre raccoglitore di manoscritti che

si conoscesse in Europa: egli era stato uno dei più dotti uomini del

suo tempo; avea consumato un patrimonio ed una vita intera a mettere

insieme una collezione di codici che era l’ammirazione di tutta Italia.

Nel testamento la lasciava ad uso del pubblico; ma la sua donazione

restava inefficace, perchè gravata di moltissimi debiti. Cosimo allora

pagò i debiti, e fatta una scelta di alcuni più pregevoli codici, che

ritenne per sè, affidò tutto il resto al convento di San Marco. Così

venne aperta in Italia la prima biblioteca pubblica; la quale fu tenuta

da quei frati sì bene ordinata, che si mostrarono degni veramente del

dono ricevuto. San Marco divenne quasi un centro di studi; e, riunendo

la sua congregazione tutti i conventi dell’alta Italia, da per ogni

dove venivano in Firenze i frati più dotti e crescevano lustro al

nuovo convento, ove assai spesso gli uomini più reputati di quel tempo

erano a conversare coi frati. In quegli anni medesimi, Fra Giovanni da

Fiesole, più noto col nome di Beato Angelico, venne con profusa mano

a spandere su quelle mura gl’impareggiabili tesori del suo pennello.

Ma tutte queste glorie venivano di gran lunga avanzate dall’avere quei

frati avuto per padre e fondatore religioso un santo conosciuto col

nome di Antonino, uno di quei caratteri che onorano veramente la specie

umana.

Difficilmente si trovano nella storia esempi di abnegazione più

costante, di carità più attiva, d’un amore del prossimo più evangelico.

Non v’è quasi istituzione di beneficenza che egli non abbia o creata

o rinnovata in Firenze. A lui si deve il santo pensiero di aver mutato

in una istituzione di carità, quella compagnia del Bigallo fondata da

San Pietro Martire a sterminio degli eretici, e che di tanto sangue

avea macchiato le vie e le mura fiorentine. D’allora in poi i capitani

del Bigallo, in luogo di bruciare o ferire a morte, raccolgono e

soccorrono gli orfani vagabondi. Sant’Antonino fu il fondatore dei

Buoni Uomini di San Martino, che ancora oggi adempiono il cristiano

ufficio di raccogliere le oblazioni e portarle alle case dei _poveri

vergognosi_. Sarebbe veramente impossibile raccontare tutto ciò che

egli fece in benefizio del popolo; ma al tempo di cui noi discorriamo,

molti rammentavano ancora averlo visto le mille volte percorrere la

città o la campagna, conducendo un somiero carico di pane, di panni

o di altro, per soccorrere gli abituri dei poveri che la peste o la

carestia avea desolati. La sua morte, avvenuta l’anno 1459, fu pianta

in Firenze come una sventura pubblica; e quando nell’82 il Savonarola

entrò in San Marco, ne trovò la memoria così viva e venerata da tutti,

che quasi pareva la sua ombra passeggiasse ancora quei chiostri.

Niuno pronunziava il suo nome senza un profondo rispetto; i suoi detti

tenevano un’autorità incontrastabile; e quando i frati volevano citare

un modello di virtù cristiana, pareva non sapessero trovare altro nome

che quello di Sant’Antonino.[31]

In quei primi giorni, perciò, il Savonarola sembrava quasi inebriato

di tutto ciò che vedea. L’amena campagna, le linee vaghe dei colli

toscani, il linguaggio sempre più elegante, le maniere sempre più

gentili degli abitanti, a misura che s’era avvicinato a Firenze;

tutto lo avea predisposto a bearsi in questo veramente fiore delle

città italiane, ove la natura e l’arte gareggiano di bellezza. Pel

suo animo così pieno di sentimento religioso, l’arte fiorentina era

come una musica sacra, e attestava l’onnipotenza dei genio ispirato

dalla fede. Le pitture dell’Angelico, gli parea quasi che avessero

chiamato gli Angeli ad abitare i chiostri di San Marco: innanzi ad

esse il Savonarola era portato in un mondo beato, che parevagli il

mondo della sua anima. Quelle sante tradizioni di Sant’Antonino; le sue

opere di carità vive ancora e tanto lodate tra quei frati, più culti e

gentili di quanti avea sino allora conosciuti; tutto gli faceva sperare

d’essere finalmente venuto in mezzo ai suoi fratelli. Il suo cuore si

apriva quindi perdutamente alla speranza, e non rammentava più i tristi

disinganni provati, nè pensava doverne avere dei nuovi, quando fosse

restato ancora qualche tempo in Firenze, quando ne avesse imparato a

conoscere gli abitanti più da vicino.

La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, volume 1 (of 2) · 第 12 / 53 题