Tale era dunque il Savonarola nel convento: i digiuni e la preghiera
confortavano il suo cuore, l’insegnamento dei novizi era il suo
riposo; ma nell’animo suo era già sorto un dolore profondo, uno sdegno
irrefrenabile di vedere la Chiesa di Cristo abbandonata e piena di
corruzione. Egli piange e si tace, è ben vero, ma nella sua mente
ritorna assai spesso quel pensiero: — Deh! per Dio, se rompere si
potriano quelle grandi ali, ali di perdizione! — Or si mettano innanzi
ad un’anima così esaltata i fatti che di giorno in giorno seguivano
per tutta Italia, gli si dipinga il quadro tristo ed osceno di ciò che
avea luogo nella corte romana; ed allora solo si potrà comprendere che
fuoco dovesse finalmente accendersi in quel cuore già per sè stesso
infiammato.
Sin dalla morte di Pio II (1464) era cominciata quella scandalosa
corruzione dei papi, che in Alessandro VI dovea raggiungere il suo
apice. La mala fede, e la smisurata avarizia di Paolo II divennero
ben presto note in tutto il mondo; e quando Francesco della Rovere gli
successe (1471) col nome di Sisto IV, si previdero alla Chiesa degli
anni ancora più tristi. Assicuravasi pubblicamente che l’elezione del
nuovo papa era stata simoniaca; si ripetevano per tutta Roma i nomi
di coloro che aveano venduto i loro voti, e gl’impieghi che ne aveano
ricevuto. La scandalosa libidine di Sisto non riconosceva, poi, limiti
di sorte alcuna; la sua prodigalità nello spendere era uguagliata
solamente dalla sete inestinguibile di oro; le passioni lo accecavano
così fieramente, che per raggiungere i suoi disonesti fini, non
retrocedeva innanzi ad alcuna disonestà di mezzi, e non v’era scandalo
che non fosse stato per commettere.
Si vide quasi in un istante sparire il tesoro con infinita avidità
raccolto da Paolo II; e ben presto il lusso sfolgorante dei nipoti di
Sisto, fece comprendere in quali mani fosse stato versato. Essi eran
quattro: uno di loro fu fatto prefetto di Roma; un altro cardinale,
che fu poi papa Giulio II; un terzo comprò per 40,000 ducati d’oro la
città d’Imola, e sposò la figlia di Galeazzo Sforza; ma di tutti il più
scandaloso e più prediletto era Pietro Riario. La preferenza del papa
per questo giovane di ventisei anni fu tale, che fece correre per Roma
mille scandolose dicerie. Da semplice frate fu levato alle dignità di
cardinale prelato col titolo di San Sisto, patriarca di Costantinopoli,
arcivescovo di Firenze. Egli ebbe pienissima autorità nella corte, e
quando vi andava, le vie non bastavano alla folla che lo accompagnava:
le sue udienze erano più frequentate di quelle del pontefice stesso. Il
suo fasto, dice uno scrittore contemporaneo,[23] avanzava tutto ciò che
i nostri padri seppero mai fare, tutto ciò che i nostri nipoti potranno
mai immaginare. Nel ricevere gli ambasciatori di Francia, dette loro un
pranzo, in cui si usarono quasi tutte le arti conosciute a quel tempo:
fu messo sossopra il paese per ricercare tutto ciò che v’era di più
raro e pregiato; fu fatto ogni sforzo perchè la posterità non potesse
produr nulla di simile: e le descrizioni in versi d’una tal festa
corsero non solamente per le città d’Italia, ma andate oltre le Alpi,
si sparsero in tutta l’Europa. Quando Eleonora d’Aragona, figlia del re
di Napoli, andando sposa al Duca di Ferrara, si fermò a Roma (1473),
il lusso passò ogni confine. Cardinali ed ambasciatori ricevettero
la sposa, e la menarono al papa per vie ricoperte di veli ed arazzi;
dipoi la condussero in un palazzo, fatto costruire a bella posta dal
giovane Riario accanto alla sua casa. Le mura erano di bellissimi
legni; l’interno splendeva di seta ed oro; i piatti, i bicchieri, ogni
specie di vasellame era d’oro e argento.[24] Così il cardinal Riario
avea in meno d’un anno speso la somma di 200,000 fiorini, e malgrado
i molti e ricchissimi impieghi, avea già 60,000 fiorini di debito. Non
perciò moderava i suoi eccessi; ma invece, quell’anno medesimo, partiva
per Milano, dove entrava in gara di lusso col duca Galeazzo, uno dei
principi più dissoluti in Italia. Dipoi andossene a Venezia, ed ivi
si abbandonò così perdutamente alle lascivie, che finalmente le forze
vennero meno alla mala volontà, e tornato a Roma, cessò di vivere il
giorno 5 gennaio 1474. In questo modo ebbe origine quello scandalo e
quella piaga profonda del papato, che fu conosciuta nella storia col
nome di nepotismo; e Sisto IV continuò a vivere sempre nello stesso
modo sino al 1484, anno ultimo del suo pontificato. In verità, sebbene
quella età fosse corrottissima, v’era pure un generale sconforto nel
vedere così desolata la Chiesa. Il mondo aborriva gli scandali dei
quattro nipoti del papa, e quelli di lui, che, pieno d’avarizia e
libidine, si dava ciecamente in preda a tutte le passioni.[25]
Chi poi dalla Chiesa si fosse volto a guardare il resto delle cose
d’Italia, ne avrebbe ricevuto non minore sconforto. Erano tempi
veramente infelici. Non solo si lamentava la libertà già da lungo tempo
perduta; ma in quei medesimi signorotti che tiranneggiavano, non si
vedeano più quelle doti d’energia e d’accortezza politica, che erano
state nei loro padri ammirate. Spenti quei forti desiderii, quelle
ardenti e smisurate ambizioni, parea che per tutto contemporaneamente
decadesse la razza dei principi. — Nel regno di Napoli, ad Alfonso
il Magnanimo era successo (1458) Ferdinando I d’Aragona, che ben si
avrebbe meritato il nome di crudele. Egli non seppe spegnere i suoi
nemici altrimenti che coll’astuzia, la simulazione e i tradimenti;
avaro poi e meschino in maniera, che negoziava sopra gli averi e
le proprietà dei suoi sudditi stessi. In Firenze, all’accorto ed
intelligente Cosimo dei Medici era successo (1465) l’incapacissimo
Piero, che in pochi anni di governo seppe mettere la supremazia
della sua casa in tale pericolo, che se la morte fosse venuta più
tardi, suo figlio Lorenzo non avrebbe potuto prendere in mano le
redini dello Stato. In Milano, al valoroso condottiero, all’astuto
politico Francesco Sforza, era successo (1466) il debole Galeazzo; ed
in Venezia, finalmente, all’abile ed ambiziosa politica di Francesco
Foscari, era seguita quella di Pasquale Malipiero (1457), le imprese
più notevoli del cui dogato furono le feste che dètte in piazza San
Marco. Questo peggioramento così universale sembrava quasi fatale e
misterioso: ma egli era che i padri di coloro che regnavano allora,
s’erano impadroniti degli Stati attraverso mille pericoli, rimovendo
ostacoli d’ogni sorta, combattendo un numero infinito di nemici; mentre
i loro figli, nati nella pace, cresciuti fra i cortigiani, s’erano
educati alla mollezza.
Eppure, quasi tutti questi mali non fossero bastevoli ad affliggere
l’Italia, se ne aggiungevano molti altri non meno gravi. Pareva che
questa mollezza dei principi facesse risentire i popoli, fra i quali
si trovava ancora un pugno d’uomini, che scontenti di quel nuovo stato
di cose, erano pronti di mettersi ad ogni cimento, di tentare ogni
impresa più disperata. Quegli anni, infatti, pareva fossero divenuti
gli anni delle congiure. Nel 1476 ne seguirono tre. — Girolamo Gentile
tentò di sottrarre Genova al giogo milanese: l’Olgiati, il Visconti
ed il Lampugnani pugnalarono in chiesa il duca Galeazzo, e furono poi
a furore di popolo ammazzati per le vie di Milano: a Ferrara, Niccolò
d’Este con 600 uomini ritentava la fortuna delle armi, ed insieme colla
più parte dei suoi vi perdeva la vita. Così queste congiure risultavano
sempre a danno di chi le tentava, nè facevano altro che peggiorare
la condizione dei popoli, rendere la tirannide sempre più ferma e più
crudele.
Nondimeno, la gravità del pericolo, invece di spaventare, parea che
eccitasse gli animi a fatti sempre più disperati, ed ogni anno se
ne udivano dei nuovi. Niuna delle congiure però fu terribile quanto
quella avvenuta a Firenze l’anno 1478, il giorno 26 aprile, quando
nella Cattedrale, mentre che si celebrava la messa, nel momento stesso
in cui si levava l’ostia consacrata, i Pazzi pugnalarono Giuliano
dei Medici, e fallirono il colpo dato a Lorenzo, che avuto tempo di
sguainare la spada, potè, difendendosi, ricoverare e salvarsi nella
sagrestia. Angelo Poliziano, che fu subito pronto a chiuderne la porta,
racconta che il disordine e le grida di quel momento furono tali,
che parve il tempio intero ne rovinasse.[26] Certamente in questa
congiura ogni cosa era fuori dell’ordinario: l’accortezza e l’ardire
con cui l’aveano tramata; il momento scelto per menarla ad effetto;
la nobiltà delle famiglie che vi aveano preso parte; le vittime che
allora, e per molto tempo dipoi, ne seguirono. Ma ciò che più di tutto
faceva maraviglia, era il numero e la qualità degli ecclesiastici che
vi si erano mescolati: ad un prete era stato affidato il pugnale che
dovea ferire Lorenzo dei Medici; il cardinal Salviati era stato il
centro principale dei congiurati a Firenze ed a Roma; il più caldo ed
instancabile istigatore ne era stato il santo padre medesimo, Sisto IV.
Egli avea sperato con questi modi crescere stato ai suoi nipoti; onde
non potè resistere allo sdegno di veder fallita la congiura, e posto da
banda ogni rispetto, divenne nemico dichiarato, e mosse guerra aperta
ai Fiorentini.
In questi tempi e fra questi fatti, s’andava formando l’animo di
Girolamo Savonarola. Egli riguardava l’andare del mondo e le condizioni
della Chiesa con un orrore ed un dolore, a cui non sapeva ritrovare
altro conforto che la preghiera e lo studio. I suoi superiori,
crescendo però sempre più nella stima che aveano già concepita
di lui, dall’insegnamento lo passarono alla predicazione. Ed egli
intraprese con ardore anche questo nuovo ufficio; giacchè il suo primo
proponimento di chiudersi nel silenzio e nella solitudine, cominciava
a cedere terreno innanzi all’imperioso e sempre crescente bisogno di
attività morale ed intellettuale: onde questa nuova palestra riusciva
assai gradita alle forze giovani e rigogliose del suo spirito.
Pare che in questi primi sermoni seguisse lo stile medesimo delle sue
lezioni; distendendosi però nelle osservazioni pratiche e nei precetti
di morale; allontanandosi a poco a poco da Aristotele per avvicinarsi
sempre più alla Bibbia, che dovea finalmente divenire il compagno unico
e indivisibile della sua vita. Nè altro possiam dirne, giacchè pare
ottennessero assai poco successo, non trovandosi scrittore del tempo
che ne accenni pure una sola parola, nè restandone memoria di sorte
alcuna.
L’anno 1482, i superiori lo mandarono a predicare in Ferrara. Ivi egli
fu come morto al mondo: non vide alcuno dei conoscenti; assai poco i
parenti, per non ridestare affetti ancora vivi nel suo cuore. Le vie,
le case, le chiese della sua patria gli richiamavano un passato che
egli voleva allontanare dalla sua mente. Ma neppure i suoi concittadini
fecero gran plauso al suo predicare; giacchè noi lo udiamo più tardi
lamentarsi che in lui si era verificato l’antico detto: _nemo propheta
in patria sua_.[27] Non avendo alcuno di quei sermoni, potremmo
difficilmente indagare la cagione di questa indifferenza de’ suoi
uditori; la più probabile congettura però è questa, che egli non volle
seguire la via tenuta dagli altri predicatori, i quali si perdevano sui
loro pergami negli interminabili sofismi della scolastica, o scendevano
a bassezze tali di linguaggio, che ai nostri giorni sarebbero permesse
appena nelle bettole.[28] Il Savonarola, d’altronde, ancora non avea
potuto ritrovare la sua maniera: rimanea, quindi, troppo incerto per
dominare l’uditorio e ricondurlo in un’altra via. Pure, fin d’allora vi
era qualche cosa di eloquente ed efficace nella sua parola, come si può
cavare dalla narrazione che fanno i biografi di molti aneddoti simili
al seguente. — Da Ferrara navigava egli un giorno sul Po verso Mantova,
con una piccola nave, in cui si trovavano ancora tredici soldati che
giocavano e bestemmiavano, senza rispetto alcuno all’abito nè alla
dignità del frate. A questo il Savonarola sdegnato, indirizzò loro la
parola; e subito dopo undici di quei soldati caddero in ginocchio ai
suoi piedi, pentiti dei loro peccati.[29] — Di certo però, altra cosa è
rivolgere efficacemente il discorso a pochi soldati e persuaderli, per
così dire, coll’impeto della propria coscienza; altra cosa parlare sul
pergamo a un uditorio numeroso e fare un sermone. Nel primo caso basta
la natura, che nel Savonarola era fecondissima; nel secondo ci vuole
l’arte, che sembrava ancora mancargli.
In quell’anno medesimo (1482), una guerra addensavasi d’ognintorno
sopra Ferrara; onde il superiore dei Domenicani mandava altrove buona
parte dei suoi frati; ed il Savonarola dovette volgere i passi a
Firenze, dando così l’ultimo addio ai parenti, agli amici ed alla sua
patria, che vedea per l’ultima volta.
Questa guerra mossa da principio contro il solo duca di Ferrara, s’era
a poco a poco sparsa per ogni dove, ed avea diviso in due fazioni quasi
tutta Italia. Le cagioni vere che la moveano, erano da una parte la
nuova ambizione dei Veneziani, che si volevano stendere sulla terra
ferma; da un’altra, lo smodato desiderio che avea il Papa d’accrescere
stato ai nipoti. Queste cagioni però si tenevano celate; ed il Papa
adducea, volersi vendicare contro il duca, per essersi egli condotto al
soldo dei Fiorentini, nella guerra che questi aveano dovuto sostenere
contro di lui dopo la mal riuscita congiura dei Pazzi; i Veneziani
pigliavano occasione da certe contestazioni di confini, e dalle loro
eterne quistioni pel commercio del sale. Il duca di Ferrara si offerì
pronto a cedere in tutto, ma non gli valse a nulla: quei due potentati
erano omai decisi alla guerra, e si tiravano dietro la repubblica
di Genova, ed un gran numero di quei signorotti che dominavano nelle
Marche e nelle Romagne. Pigliavano da un altro lato le parti del duca,
la repubblica Fiorentina, il re di Napoli e il duca di Milano; a cui
si univano il marchese di Mantova, il Bentivoglio signore di Bologna
e la potente casa dei Colonna. L’Italia si trovava tutta sulle armi,
e non v’era che la repubblica Fiorentina la quale pigliasse parte a
queste contese solamente in parole: nel resto s’era già cominciato a
guerreggiare. Il duca di Calabria veniva alle mani coi pontificii,
comandati da Roberto Malatesta; i Colonna, usciti dai loro feudi,
devastavano la campagna Romana; e i Genovesi attaccavano il confine
occidentale del ducato di Milano. Ma il nodo principale della guerra
era nelle mani dei Veneziani: essi stringevano fortemente Ferrara con
due eserciti, mentre un terzo portava la guerra al duca di Milano;
e spingevano le cose in modo, che già la fame opprimeva la città di
Ferrara, e la sua resistenza non poteva andare più in lungo. Si vedea
chiarissimo che, fra poco, il premio di tutta la guerra sarebbe caduto
nelle mani dei Veneziani.
Non appena Sisto IV s’avvide come la preda tanto desiderata fosse per
fuggirgli di mano, che, quasi cieco per la rabbia, voltò bandiera;
e fece un trattato col re di Napoli; concesse al duca di Calabria
il passaggio pe’ suoi stati; scomunicò i Veneziani, chiamandoli
nemici di Cristo; invitò tutti i potentati d’Italia a portar loro la
guerra. Questo subito mutamento poteva sorprendere solo quelli che non
conoscevano qual fosse la furiosa natura di Sisto, e ove lo conducesse
la sete dell’oro e degli stati. I Veneziani non si lasciarono, è
vero, spaventare dal Papa; ma la sua defezione avea mutato tutte le
condizioni della guerra. Il duca di Calabria avea già col suo esercito
approvvigionato Ferrara, e veniva a disturbare i lavori d’assedio: le
cose doveano perciò di nuovo procedere in lungo. I due eserciti si
posero l’uno accanto all’altro, senza che si venisse ad alcun fatto
risoluto di armi: le campagne erano ogni giorno devastate; moltissimi
moriano di fame, niuno di ferro. Con questa incredibile fiacchezza
procederono le cose sino all’anno 1484, quando ognuno si trovò stanco
d’una guerra egualmente dannosa a tutti. Allora il generale dei
Veneziani accettò le proposte d’un trattato di pace; gli eserciti da
ogni banda si ritirarono; ed in un punto cessò tutta la guerra, con
soddisfazione generale.
Il papa solamente non avea mai lasciato di soffiare nel fuoco da lui
acceso: troppo gli era crudele il pensiero di perdere le speranze
concepite nella guerra; onde, quando il 12 agosto vennero presentati
gli ambasciatori e che gli lessero le condizioni della pace, egli,
tutto pieno di furore, levatosi in piedi, gridò: — Voi mi annunziate
una pace di onta e di vergogna. — Il giorno seguente la gotta, di
cui già da lungo tempo soffriva, gli andò al petto, ed il santo padre
moriva pel dolore della pace conclusa.[30]
Questa era, dunque, la guerra che cacciava il Savonarola da Ferrara
verso Firenze; ed egli traversava l’alpestre e solitario Appennino per
venire in città nuova, fra gente sconosciuta, con l’animo travagliato
dal pensiero di vedere che un papa, per accrescere stato a due o tre
giovani dissoluti, metteva in tanto disordine tutta Italia: mentre i
Turchi erano quasi alle porte, mentre ancora non erano scorsi due anni
dalla loro discesa in Otranto. Il vento che sibilava fra quegli abeti e
faggi, pareva quasi sonasse maledizione contro coloro che laceravano il
manto alla sposa di Cristo; e forse gli portava di nuovo alle orecchie
quel suo troppo audace verso:
Se romper si potria quelle grandi ale!
Arrivato, dunque, la prima volta a Firenze nel 1482, egli entrò in
quel convento di San Marco, ove passò poi gli anni più belli e i più
infelici della sua vita. E siccome nella memoria dei posteri il nome
del Savonarola va inseparabilmente unito a quello di San Marco, così
sarà bene dire anche di questo qualche parola.
Nel principio del secolo XV, esso era una fabbrica miserabile e
quasi rovinata; ove abitavano alcuni frati Silvestrini, i quali vi
menarono una vita così scandalosa, che molti ne fecero richiamo alla
corte di Roma. Finalmente, Cosimo il Vecchio, avutone il permesso dal
papa, trasmutò altrove i frati Silvestrini, e concesse il convento
ai Domenicani riformati della congregazione Lombarda. Volle rifare
dalle fondamenta un nuovo edifizio, dandone l’incarico al celebre
architetto Michelozzo Michelozzi; che, dopo sei anni di lavoro ed una
spesa di 36,000 fiorini, lo condusse finalmente a termine l’anno 1443.
Il vecchio Cosimo non era mai avaro quando si trattava di chiese,
di monasteri o d’altre opere che potessero accrescere il nome della
sua munificenza, e dargli ascendente sul popolo. Durante i sei anni
nei quali si era condotta la costruzione del nuovo convento, egli
avea continuamente sovvenuto i Domenicani; ed ora che ogni cosa era
stata menata a buon termine, non si teneva ancora contento, se non lo
avesse dotato anche d’una ricca biblioteca. Questo però non era nè
facile nè di piccola spesa, trattandosi di raccogliere manoscritti,
che specialmente allora erano saliti a prezzi esorbitanti: ma la
fortuna gli porse una buona occasione, ed egli seppe valersene. Era
morto Niccolo Niccoli, il più celebre raccoglitore di manoscritti che
si conoscesse in Europa: egli era stato uno dei più dotti uomini del
suo tempo; avea consumato un patrimonio ed una vita intera a mettere
insieme una collezione di codici che era l’ammirazione di tutta Italia.
Nel testamento la lasciava ad uso del pubblico; ma la sua donazione
restava inefficace, perchè gravata di moltissimi debiti. Cosimo allora
pagò i debiti, e fatta una scelta di alcuni più pregevoli codici, che
ritenne per sè, affidò tutto il resto al convento di San Marco. Così
venne aperta in Italia la prima biblioteca pubblica; la quale fu tenuta
da quei frati sì bene ordinata, che si mostrarono degni veramente del
dono ricevuto. San Marco divenne quasi un centro di studi; e, riunendo
la sua congregazione tutti i conventi dell’alta Italia, da per ogni
dove venivano in Firenze i frati più dotti e crescevano lustro al
nuovo convento, ove assai spesso gli uomini più reputati di quel tempo
erano a conversare coi frati. In quegli anni medesimi, Fra Giovanni da
Fiesole, più noto col nome di Beato Angelico, venne con profusa mano
a spandere su quelle mura gl’impareggiabili tesori del suo pennello.
Ma tutte queste glorie venivano di gran lunga avanzate dall’avere quei
frati avuto per padre e fondatore religioso un santo conosciuto col
nome di Antonino, uno di quei caratteri che onorano veramente la specie
umana.
Difficilmente si trovano nella storia esempi di abnegazione più
costante, di carità più attiva, d’un amore del prossimo più evangelico.
Non v’è quasi istituzione di beneficenza che egli non abbia o creata
o rinnovata in Firenze. A lui si deve il santo pensiero di aver mutato
in una istituzione di carità, quella compagnia del Bigallo fondata da
San Pietro Martire a sterminio degli eretici, e che di tanto sangue
avea macchiato le vie e le mura fiorentine. D’allora in poi i capitani
del Bigallo, in luogo di bruciare o ferire a morte, raccolgono e
soccorrono gli orfani vagabondi. Sant’Antonino fu il fondatore dei
Buoni Uomini di San Martino, che ancora oggi adempiono il cristiano
ufficio di raccogliere le oblazioni e portarle alle case dei _poveri
vergognosi_. Sarebbe veramente impossibile raccontare tutto ciò che
egli fece in benefizio del popolo; ma al tempo di cui noi discorriamo,
molti rammentavano ancora averlo visto le mille volte percorrere la
città o la campagna, conducendo un somiero carico di pane, di panni
o di altro, per soccorrere gli abituri dei poveri che la peste o la
carestia avea desolati. La sua morte, avvenuta l’anno 1459, fu pianta
in Firenze come una sventura pubblica; e quando nell’82 il Savonarola
entrò in San Marco, ne trovò la memoria così viva e venerata da tutti,
che quasi pareva la sua ombra passeggiasse ancora quei chiostri.
Niuno pronunziava il suo nome senza un profondo rispetto; i suoi detti
tenevano un’autorità incontrastabile; e quando i frati volevano citare
un modello di virtù cristiana, pareva non sapessero trovare altro nome
che quello di Sant’Antonino.[31]
In quei primi giorni, perciò, il Savonarola sembrava quasi inebriato
di tutto ciò che vedea. L’amena campagna, le linee vaghe dei colli
toscani, il linguaggio sempre più elegante, le maniere sempre più
gentili degli abitanti, a misura che s’era avvicinato a Firenze;
tutto lo avea predisposto a bearsi in questo veramente fiore delle
città italiane, ove la natura e l’arte gareggiano di bellezza. Pel
suo animo così pieno di sentimento religioso, l’arte fiorentina era
come una musica sacra, e attestava l’onnipotenza dei genio ispirato
dalla fede. Le pitture dell’Angelico, gli parea quasi che avessero
chiamato gli Angeli ad abitare i chiostri di San Marco: innanzi ad
esse il Savonarola era portato in un mondo beato, che parevagli il
mondo della sua anima. Quelle sante tradizioni di Sant’Antonino; le sue
opere di carità vive ancora e tanto lodate tra quei frati, più culti e
gentili di quanti avea sino allora conosciuti; tutto gli faceva sperare
d’essere finalmente venuto in mezzo ai suoi fratelli. Il suo cuore si
apriva quindi perdutamente alla speranza, e non rammentava più i tristi
disinganni provati, nè pensava doverne avere dei nuovi, quando fosse
restato ancora qualche tempo in Firenze, quando ne avesse imparato a
conoscere gli abitanti più da vicino.