Questa è la poesia del Déroulède. Vi si aggiunga il pregio d'una

spontaneità e d'una chiarezza mirabile; una grande abbondanza (non

dico _ricchezza_ nel significato francese) di rime; un uso abilissimo

del ritornello per ottenere effetti tristi e affettuosi; un misto di

linguaggio popolano e soldatesco, adoperato opportunamente, che dà

ai dialoghi e ai racconti un colore di verità grandissimo; e qua e

là dei versi potenti che saltan su ad un tratto, come lame compresse

che si raddrizzino, e gettano scintille su tutta la strofa. Il

letterato non vi si mostra se non quanto è strettamente necessario per

dare dignità ed efficacia alla parola del soldato. Non vi son forse

dieci similitudini in tutti e trentaquattro i canti; non una gambata

rettorica; non una strofa in cui l'artista imbizzarrito levi la mano

all'uomo sensato; non un verso che porti il fiore all'occhiello;

rarissimamente uno dei così detti versi di maniera che il poeta

compone senza sentirli; specie di note di testa, a cui si ricorre

quando manca il fiato. La veste, o piuttosto la pelle della sua

poesia, è tutta tesa e liscia sulla carne salda e colorata dal sangue

giovanile che vi circola sotto. Se v'è un difetto che si ripeta in

modo da attirare l'attenzione, è una tendenza a una certa simmetria

d'immagini, di frasi e di suoni, a una certa regolarità di contrapposti

nell'esplicazione del pensiero, che se giova qualche volta alla

chiarezza, qualche altra volta scema l'efficacia facendo sospettare

l'artificio; tendenza che si manifesta anche di più nella _Moabite_,

in cui alla contrapposizione delle parole comincia a sostituirsi

quella dei concetti, e quindi a pullulare l'antitesi. Ma nei canti è

un difetto che riesce più sovente a vantaggio che a danno, poichè dà

alla poesia un certo andamento rapido e regolare ad un tempo, e come

bruscamente cadenzato da un tamburo che suoni la carica, imponendo

una frase per passo. Le strofe passano snelle e risolute, spoglie

d'ornamenti, come plotoni di soldati in assetto di combattimento, e

fanno fuoco e spariscono, incalzate dalle sopravvenienti, senza che

vi si noti mai un'incertezza o un principio di disordine. Ma tutto

ciò non riguarda che l'esteriorità della forma. Riguardo al valore,

se così può dirsi, specifico del verso, alla virtù intima della frase

e dello stile poetico, non oso metter parola, e mi son persuaso che è

difficilissimo ad un italiano, per quanto conosca la lingua francese,

di giudicare rettamente in questa materia. Esponendo a francesi colti

il nostro schietto parere sul verso di certi loro poeti, noi andiamo

incontro a contraddizioni così imprevedute, che tutti i criterii del

nostro giudizio ne rimangono scompigliati. Bisognerebbe conoscere

profondamente, e non solo per teoria, ma per pratica, tutte le

condizioni severe di cesura, di emisticchio, di iato, di elisione,

di accavalcatura, a cui va soggetto il sistema sillabico della loro

poesia. Per i verseggiatori dotti, che hanno fatto della versificazione

una specie di scienza di contrappunto, per quelli che il Gautier

chiamava milionari della rima e gioiellieri della poesia, che cercano

mille effetti delicati e difficili nelle ondulazioni della frase, nelle

trasposizioni delle parole, nella varietà dei suoni, in una specie

di ritmo intimo, che tocca le fibre più segrete a chi ne conosce il

magistero, e sfugge ai profani; per costoro i versi del Déroulède sono

versi incolti, il suo stile è cascante, la sua forma sovente volgare,

e qualche volta barbara affatto. Appena qualche strofa qua e là merita

la considerazione d'un sapiente artefice di versi. Che cosa rispondere

a queste censure, che si potrebbero ripetere quasi egualmente sulle

poesie del Berchet? Saranno giuste; ma è lecito accoglierle con qualche

diffidenza, pensando che in tutti i paesi i letterati sono stati sempre

particolarmente severi con quelli dei loro confratelli che arrivarono

alla fama per una scorciatoia. Una gran parte del successo ottenuto,

dicono molti, il Déroulède lo deve all'elevatezza dei suoi sentimenti

patriottici, alle sue avventure, al suo carattere, più che al merito

intrinseco della sua poesia. A me pare che questa distinzione non sia

ragionevole. Ciò che forma un poeta è la congiunzione di parecchie

facoltà e doti diverse della mente e dell'animo, alcune ricevute dalla

natura, altre dall'educazione: l'ingegno, la coltura, il cuore, il

carattere, l'esperienza, la vita; tutto ciò fuso e confuso. Come si

può distinguere questi elementi, e separare l'artista dall'uomo, per

assegnare a ciascuno la sua parte misurata di merito? Un illustre poeta

francese diceva un giorno: certe grandi idee vengono dal carattere.

Ma chi potrà riconoscere le idee che vengono dal carattere tra quelle

che vengono dall'ingegno? Quando abbia ben sentito distinguere, il

lettore, leggendo ed ammirando, tornerà a confondere. Noi non sappiamo

se sia trasandata o rozza la forma della poesia del Déroulède: sappiamo

che è una poesia nobile, generosa, maschia, feconda, che mette delle

lacrime negli occhi e delle fiamme nel cuore. Migliaia di poesie di

suoi concittadini, magistralmente ricamate, e piene di perle e di

gingilli d'oro, passeranno; i suoi canti semplici e schietti, concepiti

in faccia alla morte e scritti colla punta della spada, resteranno;

e mentre la critica baderà a notarne i versi scadenti e le frasi

neglette, essi continueranno a ritemprare dei caratteri, a formar dei

cittadini, a preparare dei valorosi; e la gloria del poeta crescerà con

la forza della patria.

*

* *

Ora il Déroulède si è dato al teatro e ha rivelato una singolare

potenza drammatica nell'ultimo atto della _Moabite_. Ma per me il suo

teatro è ancora tanto al di sotto della sua poesia lirica, che mi par

che si debbano aspettare da lui altri lavori per giudicarlo. Forse egli

non ci ha ancor dato la misura intera delle sue forze nemmeno nella

lirica, e perchè il poeta possa sollevarsi ancora, può darsi che l'uomo

abbia bisogno di ripassare per la prova dell'azione. O fors'anche, come

molti altri, egli è nato per dare una sola manifestazione originale e

potente del suo ingegno, e l'ha già data. Auguriamogli che questo non

sia, e teniamo il giudizio sospeso.

*

* *

V'è però un giudizio che non occorre di sospendere, ed è quello che si

riferisce a lui, non poeta, ma uomo. M'immagino che chi ha letto i suoi

versi desideri di conoscerlo da vicino. Ma qui comincia l'imbarazzo

del ritrattista. A ciascuno di noi è seguito, almeno una volta nella

vita, di trovare una persona, di cui le prime parole furono come la

rivelazione d'una amicizia d'infanzia o d'una parentela sconosciuta;

una persona, alla quale, dopo il primo scambio d'idee e di sentimenti,

anche da lontano, ci siamo sentiti avviticchiati come da una simpatia

del sangue, tanto che vedendola per la prima volta c'è parso di

rivederla e ci siamo meravigliati, nel riandare il nostro passato,

di non trovare la immagine sua tra i nostri ricordi più intimi e più

lontani. Ebbene, se c'è stato chiesto una volta un giudizio su questa

persona, abbiamo titubato a darlo, per timore che la nostra amicizia

facesse nascere un sentimento di diffidenza. Ma abbiamo avuto torto.

Sfoghiamo tutti continuamente tanti rancori e tanta malevolenza, che

una sola cosa ci può far perdonare: l'abbandonarsi qualche volta,

senza meschini ritegni, all'espansione dei sentimenti benevoli. E

chi potrebbe non abbandonarvisi, parlando del Déroulède, dopo averlo

conosciuto? Io lo vedo ancora il bravo e simpatico poeta scendere

di carrozza, in una via solitaria di Parigi, e guardata l'insegna

d'un albergo, cercare intorno l'amico sconosciuto, il quale lo stava

spiando un po' di lontano, per vederlo bene prima d'andargli incontro.

Dall'atto con cui chiuse lo sportello della carrozza, riconobbi il

braccio che gli era stato spezzato sulla barricata di Belleville, e

subito dopo riconobbi il cuore dell'autore del _Bon gîte_ e del _Petit

turco_ nel suo abbraccio espansivo ed allegro di soldato e nella sua

calda parola d'artista. Era bene quella figura che m'ero immaginata

molte volte, socchiudendo i _Chants du soldat_, e dicendo tra me: —

Eppure un giorno t'andrò a scovare, dovunque tu sia, mio caro tenente

dei cacciatori, quand'anche l'aggio dell'oro salisse al venti per

cento. — Alto come un granatiere della vecchia guardia, asciutto e

flessibile come una verga d'acciaio, biondo come un inglese, — il

profilo ardito, gli occhi azzurri e pieni di dolcezza, e la bocca

risoluta, — vestito con una certa eleganza severa, così, tra soldatesca

ed artistica, era proprio lui, il _grand avocat et rude soldat_, che

disegnano sui muri delle caserme i tiragliatori algerini; — signorile

d'aspetto, ma con le carni un po' arrozzite dai venti delle aperte

campagne, e con la fronte attraversata da una ruga diritta, che è come

l'impronta nera delle sventure della patria. Aggiungete, per compiere

il ritratto, una voce vibrata e metallica di soldato esercitato al

comando, e la più stretta, la più arrabbiata pronuncia parigina che

si sia mai sentita sonare dalla chiesa della Maddalena alla piazza

della Bastiglia. E che _bon enfant_, che ammirabile originale nel

significato nobile della parola! Parla, con una rapidità che si stenta

a capirlo, tre ore di fila, senza che mai il suo discorso si stemperi

in chiacchiera; gaio, vivo, fresco, al levarsi da letto come al levarsi

da tavola, sempre ad un modo. Racconta le sue avventure più terribili

di soldato come racconterebbe delle scappatelle di collegio, con una

semplicità amabilissima, colorendo le scene più orrende della guerra

d'una certa pietà affettuosa e virile che non si trova se non nelle

anime che uniscono all'intrepidità la dolcezza, e in cui il coraggio

non nasce da un disprezzo scettico della vita, ma da un sentimento

profondo del dovere e da una passione ardente per una grande idea. Da

ogni sua parola traspira la bontà e la gentilezza dell'animo. Non gli

passa un'ombra sul viso che tradisca un pensiero ch'egli non voglia

esprimere, o uno di quei leggerissimi turbamenti dell'animo di cui non

si osa dire la cagione. Il suo viso è sempre aperto e trasparente,

in modo che gli si legge fin nel più profondo dell'anima. Mai che

gli sfugga dalla bocca una parola amara contro a chi che sia o a

qualsiasi proposito. Parlando, ha tutti quei gesti simpatici delle

persone affettuose ed espansive, e cercano la spalla e il braccio di

coloro a cui parlano, ed è carezzevole e festoso come un ragazzo.

Gli si può ripetere qualunque più acerba critica dei suoi lavori

letterarii, letta od intesa, che il suo viso rimane sereno e ridente

come all'udire una lode, tanto è poca cosa in lui l'orgoglio artistico

in confronto al sentimento del patriotta. E a sentirlo parlare così

precipitosamente, mutando discorso a ogni tratto, si sospetta sulle

prime un po' di leggerezza. Ma non si tarda a scoprire un'armonia

inalterabile fra tutti i suoi sentimenti e tutte le sue idee, e un

fondamento morale solidissimo sotto gli uni e le altre. Per quanto

cangi discorso, tutti i suoi discorsi finiscono col ricadere sopra un

argomento unico: la sua patria. Egli s'è risolutamente tracciata la

via. S'è proposto di consacrare tutte le sue forze al risorgimento del

suo paese; non scriverà mai una parola che non sia diretta a quello

scopo; drammi, lirica, novelle, polemica, ogni cosa sarà ispirata a

quell'idea. Concetti di commedie satiriche gli passano per la mente,

e strofe di poesie amorose, e capricci poetici d'ogni natura; egli

mette tutto da un lato. Vuole che la sua arte, il suo nome, per quello

che valgono, significhino una cosa sola: non facciano che l'ufficio

d'una spada e d'una tromba di guerra. Capisce che dovrà sacrificare

a questo proponimento molte soddisfazioni d'artista; ma non gliene

importa. Per la stessa ragione tiene il suo cuore libero da ogni

affetto, fuorchè da quello della sua famiglia, e sottopone tutti i

suoi disegni per l'avvenire a una condizione che gli è sempre presente

allo spirito: — Se non sarò ucciso. — E ha inflitti nell'aspetto e

nei modi qualcosa di singolare, come l'espressione di una leggerezza

fisica e morale, simile a quella del viaggiatore che passeggia nelle

sale della stazione, dopo aver preso il suo biglietto e spedito i suoi

bagagli, sciolto da ogni impiccio, libero da ogni pensiero, preparato a

partire al primo momento. Anche quando parla più caldamente dell'arte,

della gloria, della famiglia, si capisce che in nessuna di quelle cose

ha fondato la sua esistenza, che a nessuna soddisfazione, o speranza

di soddisfazione, si lascia andar tutto intero con quell'abbandono

cieco delle nature artistiche, nate a godere, che adorano la vita.

Eppure in fondo a questo appassionato amor di patria, non ha ombra

di _chauvinisme_. L'odio di cui parla nei suoi canti è un odio di

soldato, non d'uomo; la sua avversione per la Prussia non è che un

amore rovesciato; le nature come la sua non possono odiare. — Io non

odio la Prussia — dice; — amo la Francia. Venero un sincero e ardito

patriotta prussiano. Ciascuno deve amare la sua patria. — E così

riguardo alle recriminazioni di certi francesi contro l'Italia, ha

una sola cosa a dire: — Voi italiani dovevate essere prima di tutto

italiani. — Non c'è caso di coglierlo in contraddizione sopra nessun

argomento. In arte, in politica, in morale, tutte le sue idee sono

concatenate, e tutte ugualmente nette nella sua mente e radicate nella

sua coscienza. E di tutto s'è occupato con amore. Bisogna sentire

gli studi psicologici che ha fatto sui soldati, i mille ragionamenti

che ha messo insieme, le mille industrie ingegnose che ha trovate per

metter coraggio ai pusillanimi, per ridurre i ribelli, per far entrare

l'idea della patria e del dovere nella testa agl'ignoranti; i piccoli

stratagemmi di guerra, da comandante di plotone, che ha escogitati;

il lavorìo di cervello che ha fatto per inventare dei piccoli rimedi e

dei piccoli comodi per i malati e per i feriti; le storie meravigliose

che ha immaginate per rallegrare la fantasia e sostener l'animo dei

suoi soldati africani in mezzo alla tristezza dei bivacchi invernali:

tanta roba da farne una piccola biblioteca istruttiva ed educativa per

un esercito. Così nelle discussioni letterarie, aiutato da una memoria

felicissima, ammonta citazioni, osservazioni e confronti con una

abbondanza e una furia da sbalordire, esponendo opinioni discutibili,

senza dubbio, ma tutte sue, e coscienziosamente meditate, benchè paia

che gli sboccino sul momento; e sostenute, se occorre, con una così

impetuosa facondia che si rimane prima sopraffatti che persuasi, e

ammirando quella sua bella vivacità giovanile, si dimentica che s'ha

un'idea contraria da difendere. Ma non è mai tutto letterato, come

non è mai tutto soldato: lo spirito lo tien lontano dalla pedanteria,

come la gentilezza del cuore e l'educazione squisita dalla petulanza

soldatesca. Gentiluomo e buon ragazzo, franchissimo nel dir quel

che pensa senza ferir l'amor proprio di nessuno, arrendevole senza

affettazione di cortesia, confidente ed affabile con tutti, quando

entra lui in un salotto o in un crocchio, par che ci entri una

fiatata d'aria viva, che porti il mormorio allegro d'un reggimento

accampato. Quella sua parola ardente e colta, quell'entusiasmo di

poeta e di zuavo, quell'allegrezza giovanile, quell'aspetto di bontà e

di forza, attirano le simpatie di tutti, e disarmano le più accanite

gelosie letterarie. A stargli insieme, a sentirlo parlare, ci si

sente presi da un grande ardore di lavorare, di muoversi, di fare,

andando diritto dinanzi a sè nella vita, come lui, cogli occhi fissi

a una meta, senza soffermarsi, senza voltarsi mai nè a sinistra nè a

destra, non lasciando un'ora di riposo nè allo spirito nè al corpo,

non abbandonando mai l'anima nè a uno scoraggiamento nè a un dubbio.

Così egli vive, parte nello studio, parte nella società, passando

dalla sua villa solitaria nel salotto affollato della signora Adam,

dalla _Comédie Française_ alla caserma de' suoi antichi compagni

d'armi, dalla biblioteca al banchetto d'artisti, recitando versi per

tutto, provocando e accettando discussioni a qualunque proposito,

abbozzando poesie a tavola, fantasticando scene di commedie sulla

strada ferrata, studiando l'italiano in carrozza nei giornali

comprati sui _boulevards_, mandando innanzi insieme tre grandi lavori

drammatici, leggendo tutto il leggibile, andando da per tutto dove

c'è una idea da attingere o una bella emozione da provare. E quando

lo si è accompagnato per tutta intera una di queste giornate, e

avendolo udito parlare per dieci ore, non gli si è mai sentito dire

una parola malevola, nè profferire un giudizio avventato; ma lo si è

trovato sempre logico e amorevole, — pronto a sentire le tristezze e le

allegrezze di tutti — fermo nei suoi principii come una colonna sul suo

piedestallo, vivo che par che abbia un diavolo per capello, e buono fin

nel midollo delle ossa, — non si può a meno di ammirarlo e d'amarlo.

Egli dà l'idea d'un francese d'un tempo avvenire, — che abbia serbato

tutte le buone qualità e perduto tutti i difetti del suo popolo. È

impossibile ad un italiano trovare un altro figliuolo della Francia

che gli faccia sentire più fortemente di lui la fraternità di sangue

che lega le due nazioni «così ben fatte per intendersi» come disse

Garibaldi, e «per amarsi» come disse il Manzoni.

Notevoli in special modo sono le sue idee in fatto di poesia. I suoi

due poeti preferiti sono il Corneille e il Musset: chi ha letto le

sue poesie se ne rende ragione alla prima: il Corneille, perchè è

il poeta dell'idea del dovere e dell'onore, dell'eroismo e della

gloria, un educatore di caratteri — «il padre del grande coraggio»,

— il gran soldato dell'arte, nella cui voce si sente lo strepito

d'armi d'un esercito e come il soffio stesso dell'immenso petto della

patria; il Musset per la vena ricca e fluida dell'ispirazione, per

la negligenza piena di grazia, per la poesia facile e chiara che gli

zampilla dall'anima come un'acqua argentina da una roccia. Non si

può dire però ch'egli abbia imitato chi che sia. Nell'arte, come dice

egli medesimo in uno dei suoi drammi, _on n'y devient quelqu'un qu'en

imitant personne_. Il suo studio primo e costante è stato d'esser

semplice e chiaro. Perciò s'è proposto di bandire dalla poesia, quanto

gli fu possibile, il linguaggio poetico convenzionale. Per me, egli

dice, la poesia dovrebb'essere eletta prosa misurata e rimata. Bisogna

intendersi, certamente. Tutto si può dire poeticamente senza adoperare

una frase che non sia propria del dignitoso e corretto linguaggio

parlato. Tutto ciò che si scosta da questo linguaggio, in poesia, può

essere bellezza, ricchezza, eleganza, splendore; ma nuoce all'efficacia

immediata del sentimento o del pensiero che esprime. Si cerchino pure

nei più grandi poeti le strofe più splendide e i versi più potenti:

si troverà sempre che sono i più semplici; non solo, ma quelli in cui

una idea luminosa o un sentimento sublime sono espressi con le parole

più usuali, con la frase che tutti avrebbero adoperato spontaneamente

per esprimere quel sentimento o quel pensiero, se l'avessero avuto.

La così detta frase poetica non ha che un valore di convenzione, un

valore puramente letterario; quindi non il massimo dei valori: la

sua potenza non è intima e assoluta, quindi non va dritta all'anima

umana; non ci vanno che le espressioni che ne conoscon la via, che

son la veste spontanea e necessaria del pensiero nella vita reale,

e che — lo vediamo bene — bastano a tutti ed a tutto, e agiscono

egualmente su tutti. La poesia — che è una lingua che il mondo intende

e che nessuno parla — dovrebbe essere sottoposta, dentro al ritmo, a

tutte le condizioni di spontaneità e di logica a cui va soggetto il

linguaggio comune; essere tale da far parere, ascoltando il poeta,

che quello sia il suo modo naturale di parlare, irresistibile, senza

bisogno di sforzo nè d'artifizio. E l'unire così una semplicità nuda

ad una spontaneità massima e a una eleganza che consista nel contorno

e non nell'ornamento, è ben altrimenti difficile, richiede uno studio

assai più rigoroso e un gusto assai più delicato, di quello che occorra

per servirsi accortamente d'una immensa collezione di frasi e di modi

coniati e faccettati espressamente per essere incastrati nei versi. —

Tutto ciò è indiscutibilmente vero riguardo alla poesia popolare, che è

quella del Déroulède. Per questo egli dice che studia la lingua della

poesia nei grandi prosatori francesi; e impara a far dei versi dal

Pascal e dal Bossuet. E cerca costantemente di dare alle sue poesie una

forma che le renda facili ad esser ritenute: vuole che ogni pensiero e

ogni sentimento sia chiuso in un verso o al più in un distico, in modo

da stamparsi nella mente alla prima lettura, e poter esser citato di

passata, e diventare, come diceva il Rossetti, _ripetuta sentenza_;

che ciascuna strofa formi un periodo e corrisponda un verso ad ogni

proposizione; che tutte le rime si sentano nettamente, e segnino

quasi l'accento del pensiero; che tutta la poesia suoni e splenda e

sia limpida da un capo all'altro, come una lastra di cristallo. Cerca

quello che raccomandava il Voltaire: — _Voyez avec quelle simplicité

notre Racine s'exprime toujours. Chacun croit, en le lisant, qu' il

dirait en prose tout ce que Racine a dit en vers: croyez que tout ce

qui ne sera pas aussi clair et aussi simple, ne vaudra rien du tout._

In politica le sue idee sono egualmente nette. È repubblicano, e non

ha fede che nella repubblica; ed ha per il popolo quella simpatia

affettuosa che nutrono tutte le anime nobili per chi soffre e lavora.

Ma non si lascia dominare dal sentimento poetico nei suoi giudizi

intorno all'avvenire della società umana. In questo va d'accordo con lo

Zola, che se la piglia coi poeti dell'_humanitairerie_, i quali sognano

un avvenire impossibile di prosperità e di pace universale, e credendo

di far del bene col mostrare di crederci, non fanno che sciupare le

proprie forze per mantenere un'illusione funesta. Io capisco, dice, che

predichino contro la guerra coloro che non hanno terre conquistate nè

concittadini rubati con la forza, da liberare e da riconquistare con

quella medesima forza: le anime generose e dolci hanno sempre sognato

un avvenire senza eserciti e senza battaglie. Ma è anche tanto più

facile il ritrovare e il ravvivare nell'uomo il sentimento dell'orrore

del pericolo, che suscitare o conservare in lui il sentimento del

coraggio! Un grande merito della civiltà moderna è d'aver creato degli

eserciti nazionali, in cui senza paga, senza bottino, senza speranze,

senza interessi positivi di nessuna sorta, migliaia e migliaia di

contadini vanno docilmente a farsi uccidere per il loro paese. Anche

a me, alla vista di un campo di battaglia, si inumidiscono gli occhi

di lacrime; ma son più lacrime di ammirazione che di pietà. Non c'è

cosa più nobile del sacrificio, e il sacrificio della vita essendo

il più grave a compiersi, mi par che non ci sia nulla al mondo di

più ammirabile che questo grande consenso popolare che fa pagar senza

rivolta l'imposta del sangue a tutta una nazione, della quale una metà

appena sa che cosa sia la patria, e nove decimi non sanno che cosa

sia la gloria, e non l'avranno mai. Certo gli umanitari non predicano

nè la fiacchezza nè la viltà; quello che essi vogliono non è che si

_faccia male_ la guerra; ma che non si faccia più; e a questo voto

direi volontieri: così sia. Ma così non sarà mai disgraziatamente....

o fortunatamente forse. Perchè il giorno in cui l'Europa, incivilita

come gli umanitari la sognano, avesse perduto quel resto di barbarie

che si chiama il coraggio militare, dei veri barbari verrebbero da

altri continenti a dimostrarle che è stata imprudente. Ciò che forma

ancora la vitalità della nostra vecchia Europa, è che noi sappiamo

ancora farci uccidere. Il giorno in cui non vorremmo più che vivere e

viver bene: _finis nostrum!_ — Son le opinioni del maresciallo Molke:

le riferisco e non le discuto. Ma sono opinioni che non tolgono a chi

le professa d'essere umanitario quanto gli umanitari più pacifici,

poichè la differenza che passa tra gli uni e gli altri non è, in fondo,

differenza di affetti e di desiderii, ma differenza di speranze; e

forse non c'è neppur questa: c'è forse in tutti una stessa dolorosa

certezza, che gli uni, più forti confessano arditamente, e di cui gli

altri, più miti di natura, han bisogno di consolarsi con la fantasia:

quistione di _veristi_ e d'_idealisti_, come nell'arte.

Ritratti letterari · 第 12 / 13 段