tra tutti lo scheletro di un piccolo poema, che potrebbe essere
intitolato; _La Francia vinta_, nel quale s'alternano la narrativa e la
lirica, l'ode e la canzonetta, il dialogo e la descrizione, e tutte le
ire e tutte le angoscie che possono passare nell'anima d'un cittadino
e d'un soldato durante una grande guerra sfortunata, che comincia
con l'invasione e termina con la conquista. Finito di leggere, par di
vedere un vasto quadro circolare, come un panorama, nel quale, sotto un
cielo sinistro, per una sterminata campagna bianca, corrono torrenti
neri di soldati, mischie orrende infuriano nelle gole dei monti,
ardono villaggi, si sbandano divisioni, fuggono treni d'artiglierie,
serpeggiano fiumi di sangue, e sul davanti s'alzano visi trasfigurati
di moribondi, con gli occhi rivolti al cielo, che benedicono la patria
per cui danno la vita. L'impressione che fa questa poesia sopra di
noi italiani, in questo tempo in cui l'amor di patria è, per così
dir, tranquillo e quasi nascosto nel nostro cuore, sia perchè son
già lontani i ricordi dei grandi avvenimenti nazionali, sia perchè
nessun'idea di un pericolo vicino ci scuote, somiglia a quella che
farebbe su di un uomo maturo, tutto immerso nel lavoro e negli affetti
sereni della famiglia, l'eco d'una musica lontana, che gli rammentasse
qualche violenta e disperata passione dei suoi anni giovanili. Via
via che procediamo nella lettura, riconosciamo quelle tristezze, quei
dolori, quelle indignazioni; esse passarono altre volte per il nostro
cuore; le abbiamo espresse con quelle parole, le abbiamo sfogate con
quelle grida; e con le medesime ragioni abbiamo cercato di confortare
il nostro orgoglio nazionale lacerato. Mutata la lingua, cangiati i
Prussiani in Austriaci, quella potrebbe parere poesia scritta dopo
Novara o dopo Custoza da un focoso luogotenente dei bersaglieri.
Uno dei sentimenti che il poeta espresse più potentemente è la
tristezza lugubre che pesò sull'esercito e sul paese dopo i primi
rovesci, e l'umiliazione che divorò l'anima del soldato. Ci ha dei
quadretti grigi, con la pioggia all'orizzonte, e un reggimento che
passa in disordine, così pieni di malinconia, di stanchezza, di
ricordi dolorosi, di presentimenti funesti, che stringono il cuore.
Per le vie dei villaggi, in mezzo a una folla immobile e fredda,
sfilano in silenzio le compagnie e i battaglioni, dopo molti giorni di
combattimenti disastrosi: i soldati col cheppì sugli occhi e il bavero
del cappotto rialzato, gli ufficiali col capo basso, i tamburi muti,
le bandiere lacere, tutti i visi pallidi e pesti; e si sente lontano
il rombo del cannone tedesco. E il borghese spietato e insolente nella
sua vigliaccheria d'egoista, dice a mezza voce: — Hanno avuto paura. —
Par di sentirseli passare nel cuore, come lame di pugnale, gli sguardi
gelidi di quella gente che non ama la patria, ma la vittoria, e che
perduta la speranza, nega la compassione. E s'indovinano le lacrime di
rabbia che deve aver versato il poeta. Ma non una di queste lacrime
è caduta nei suoi versi: il suo amor di patria è più forte del suo
orgoglio di soldato: egli respinge con parole tristi l'accusa di viltà,
e perdona. Solamente un sorriso amaro gli sfiora le labbra, quando
una signora, che guarda dalle finestre della sua villa il fuoco d'un
bivacco notturno, e sfoga in parole entusiastiche la sua ammirazione
per i turcos, cangia tuono ad un tratto e li chiama ladri e banditi,
accorgendosi che bruciano la legna dei suoi boschi. Son pochi cenni
qua e là, ma il contrasto occulto di sentimenti che nasce in ogni
guerra sfortunata tra chi dà la vita e chi dà il danaro; tra chi mette
al disopra d'ogni cosa l'onore e chi antepone a tutto la pace; tra la
parte che forma i nervi e quella che forma il grasso flaccido e pigro
d'una nazione, è reso magistralmente, con una mestizia grave, cento
volte più efficace dello scherno, e più nobile dell'ira.
Ciò non ostante, i più belli dei _Chants du soldat_ son forse certi
poemetti di poche strofe, in cui son narrati degli atti eroici, veri
quadretti del Détaille e del Neuville, che infiammano il sangue come
l'urrà d'un reggimento. In una di queste, una compagnia di cacciatori,
che corre all'assalto, sprofonda, a traverso al ghiaccio spezzato,
in un fiume, mentre i tedeschi, schierati sulla sponda opposta, coi
fucili spianati, intiman la resa. I cacciatori rifiutano, vogliono
morire. Ma il capitano ordina d'arrendersi. — Arrendetevi, ragazzi —
grida; — non voglio che moriate così; a che serve? Abbassate le armi,
non c'è altro da fare. — I cacciatori obbediscono e salgono sulla
riva: il capitano riman nel fiume. — Salite, capitano! — gli gridano,
tendendogli la corda. — No — quegli risponde —; ho salvato i miei
soldati, non me; — e facendo un'atto d'addio, sparisce nell'acqua. In
un'altra poesia è un ufficiale ferito al cuore che pianta la sciabola
in terra e grida: — Qui voglio essere sotterrato! Onta a chi lascierà
il mio corpo al nemico! — e con questo grido ricaccia avanti i suoi
soldati, che cominciavano a piegare. In altre è una difesa disperata
d'un villaggio, comandata da un prete, che si fa uccidere co' suoi
contadini; un trombettiere colpito da una palla, che spira suonando
l'ultimo squillo dell'assalto con le labbra stillanti di sangue; uno
stormo di zuavi che assale e conquista una batteria coprendo il terreno
di cadaveri. Nulla di straordinario nei soggetti; ma l'effetto della
poesia è straordinario. Non c'è quasi pittura, si può dire; e si vedono
i luoghi, il tempo, il color dell'aria, come in una lunga descrizione,
tanto son scelti e resi efficacemente i «particolari tipici,» che fanno
indovinare gli altri mille. Non c'è una sola delle frasi convenzionali
della solita poesia guerresca, più letteraria che marziale, che gonfia
la battaglia per farla terribile. Qui tutto è stato preso dal soldato
nella esperienza tremenda del vero; si sente «cantar la polvere»; si
sente lo schianto dei rami spezzati dalle palle; si sente gridare,
nella notte, da una parte _Pour la France!_ e dall'altra, più lontano,
_König und Vaterland!_ nelle tenebre squarciate dai lampi delle
fucilate, come se si assistesse al combattimento; e finito di leggere,
si rimane come ravvolti in un nuvolo di fumo, coll'orecchio pieno di
grida, e l'anima sconvolta dal passaggio della morte.
A queste poesie, in cui non freme che il soldato, succedono
altre, in cui parla il figliuolo, l'amico, il fratello, l'amante —
affettuosissime, ma di quell'affetto che si dà soltanto nelle anime
virili, che è come la grazia della forza, e che soggioga, perchè si
sente che viene dalla grandezza, non dalla raffinatezza del cuore. È
bello, dopo aver visto un Déroulède a cui si metterebbe una medaglia
sul petto, vederne sorgere un altro, a cui si stamperebbe un bacio sul
viso. C'è la poesia intitolata: _Le bon gîte_, di trentadue versi, che
non si può legger senza lacrime. Ricorda uno dei più belli episodi del
_Coscritto_ del 1813, di Erckmann-Chatrian. Un soldato è ospitato una
sera in casa d'una povera vecchia. La vecchia mette tutta la sua legna
sul fuoco, ed egli, intenerito, le dice: — Basta, risparmia la tua
legna, buona vecchia: io non ho più freddo. — La vecchia apparecchia
la tavola con quanto ha di meglio, ed egli le dice: — Non occorre; ho
mangiato alla tappa; non ho più fame. — La vecchia gli prepara il letto
con le sue lenzuola, e vuol dormire sopra una seggiola, ed egli le
dice: — No, buona vecchia, non voglio; dormi tu nel letto; io dormirò
sopra la paglia. — E la mattina, partendo, s'accorge che il suo zaino
è molto più pesante che la sera innanzi. — Ma perchè tutto questo? —
le domanda; — è troppo, buona donna; perchè tutto questo? — Ed essa
risponde, sorridendo a traverso alle lagrime: — _J'ai mon gars soldat
comme toi._ — Ma non si può esprimere la semplicità profonda e gentile
di quelle quattro strofette e di quei quattro ritornelli, in cui si
sente il crepitìo del fuoco e l'odore della tovaglia di bucato e la
voce dolce e tremola di quella povera madre, che serve e accarezza in
quel soldato sconosciuto il fantasma adorato del figliuolo lontano.
In un'altra poesia è un vecchio soldato arabo che raccoglie sulle sue
ginocchia un giovane volontario moribondo, il quale, mentre il suo
reggimento è macellato, domanda: — Li abbiamo vinti, questa volta,
non è vero? — e il vecchio arabo, per non togliere alla sua agonia
quel conforto, gli risponde di sì, e continua a dire tristamente, dopo
che il ragazzo è già spirato: — Sì, ragazzo mio, li abbiamo vinti.
— Un'altra poesia è un inno di riconoscenza al Belgio ospitale, dove
le anime sono così serene e gli occhi così dolci, che tutti i dolori
e tutti gli odi vi s'assopiscono; un'altra è un ringraziamento al
medico che lo cura, al quale dice che è più profonda l'amicizia nel suo
cuore che la ferita nelle sue carni; un'altra, la _Cocarde_, forse la
più gentile delle sue poesie gentili, è un ricordo amoroso che manda
la fragranza d'un fiore. — Arrivammo al villaggio — dice — dopo tre
giorni di marcia, spossati, morti di freddo, avviliti dal presentimento
d'un'accoglienza scortese. E cercammo dell'albergo. Ma una ragazza, di
sull'uscio di casa sua, ci gridò: — Ah francesi di poca fede! Questo
è un giorno di festa per noi. Non siete in Francia? Non siete in casa
vostra? Entrate. Noi v'aspettavamo. Avete fatto male a dubitar di
noi. — E dicendo questo sorrideva; eppure mi vengon le lacrime agli
occhi quando ci penso! E quanto sovente ci penso e come la rivedo! Era
accanto a sua madre e aveva una coccarda di tre colori nei capelli.
Tutt'a un tratto, pregata da noi, si mise a cantare i nostri canti di
guerra. Era la Gloria irata che ci rampognava con la sua voce. Oh la
buona e bella francese! Che grande cuore e che begli occhi! Ora voi
mi domanderete se la presi io stesso da' suoi capelli questa bella
coccarda che porto da tanto tempo sul cuore, annerita dalla polvere
e macchiata dal mio sangue. Ah no, non l'avrei mai osato. Tutto
pensieroso, parlando a stento, io guardavo quella fronte di bimba,
quell'aria di regina, quei tre colori in quei capelli neri, e dicevo
tra me con tristezza: — Tutto questo riman qui.... ed io me ne vado! —
Squilla la tromba: addio coccarda! addio canzoni! E nondimeno le dissi:
— Ah! s'io l'avessi quel bel nastro! — e mi soffermai sull'uscio, tutto
tremante. Ed essa allora semplicemente: — Prendete — rispose, — e Dio
vi guardi! — Nient'altro che questo, dieci strofette di sei versi;
ma in cui si sentono mille cose nobili e belle che non vi son dette,
come nel tremito profondo d'una voce cara; una poesia ingenua e fresca
che vi va all'anima, come un soffio d'aria profumata che vi porti di
lontano le note amorose d'un violoncello.
Poi vengono altre poesie, che si potrebbero chiamare poesie d'assalto,
come quella del Berchet per le rivoluzioni di Modena e di Bologna;
una tra le quali, intitolata: _En avant_, non cede in nulla, anche
a giudizio di qualche tedesco, al famoso inno: _Ho la spada alla mia
sinistra_, del Körner. Qui il metro s'accorcia, la strofa si serra, il
ritornello grida, i versi risonano come spade urtate o echeggiano come
squilli di fanfare, pieni d'ira selvaggia e di sprezzo della morte; e
tutta la poesia imita la pesta precipitosa d'uno squadrone che rovini
a briglia sciolta sopra un quadrato. Genere di poesia difficilissimo,
che si riduce ad una serie d'esclamazioni ampollose e chiassose, senza
forza, simili alle imprecazioni d'un briaco asmatico, se ogni strofetta
non è proprio un grido feroce, che si senta uscito dalle viscere di
un soldato che guardò in faccia la morte. E l'efficacia di queste,
come di altre poesie del Déroulède, risiede tutta, a mio credere,
nella profondità e nella sincerità d'un sentimento particolare, che si
potrebbe chiamare appunto il sentimento della morte. I poeti guerrieri
di tavolino hanno della morte in battaglia una specie di sentimento
artistico, per cui la circondano di un terrore teatrale, o la trattano
con una familiarità affettata da eroi spacconi, per i quali sia una
celia il morire; e lascian capire che si servono della sua immagine per
ottenere certi effetti; per il che non ci fanno mai nè veramente paura,
nè veramente coraggio. La _morte_ del Déroulède, invece, è una morte
veduta, affrontata, pensata, qualcosa di solenne e di muto, che passa
in fondo alle poesie, lentamente, e mette un tremito di riverenza nel
cuore. Con quali parole egli esprima questo sentimento non si può dire:
son cose che sfuggono nell'analisi, che si sentono tra verso e verso,
per tutta la poesia e in nessuna strofa, in certi silenzii piuttosto
che in certe frasi, come s'indovina la forza d'animo d'un uomo da una
espressione sfuggevole dello sguardo. E son poesie che non fanno parer
punto facile il coraggio, come le rodomantate patriottiche dei poeti
da poltrona; ma che lo ispirano rappresentandolo grande e tremendo,
e suscitando nel cuore le forze da cui nasce e su cui si regge. Si
potranno criticare come opere d'arte; ma bisogna dire, leggendole,
quello che un poeta francese disse dell'_Hetman_, dello stesso
Déroulède: — Non mi piace; ma vi traluce sotto l'anima d'un eroe, più
bella e più potente che la sua poesia.
In altre poesie c'è qualche nota comica, qualche lampo d'ilarità che
attraversa la tristezza o il terrore. È comico, per esempio (e come
vero!), benchè in fondo commova, quel buon coscritto ignorante, che non
capisce nulla nè di patria, nè di guerra, e che lamentandosi col suo
capitano d'esser stato chiamato alle armi, dopo avergli detto: — _moi
je suis vigneron chez nous_, chiamando sè stesso _le pauvre fils de ma
mère_, gli domanda ingenuamente:
Mais ne peut-on livrer bataille
Sans que nous allions aux combats?
N'avez-vous pas d'autres soldats?
Ma vigne a besoin qu'on la taille.
Mon père se fait vieux là bas.
Ah! pourquoi diable ai-je la taille?
Ne saurait-on livrer bataille
Sans que nous allions aux combats?
Ed è amenissimo quel vecchio sergente (_Le sergent_), analfabeta ed
eroe, che si giustifica di non aver imparato a leggere,
(L'imprimerie et lui ne se fréquentaient point)
dicendo che la lettura è buona per quei cervelli vuoti, i quali, non
avendo nulla in sè,
Puisent là de l'esprit comm'on tire de l'eau,
mentre per gli uomini d'ingegno vero la testa è il migliore dei libri;
e che al coscritto, il quale trincando, esclama: — _Pour la France
et pour vous!_ — risponde superbamente: — _Ça ne fait qu'un._ — E più
lepido di tutti quel gran marsigliese, tipo degli spacconi vigliacchi,
svelto come un cervo e forte come un toro, il quale, mentre gli altri
si battono, per fare qualche cosa anche lui per la patria, studia i
vari sistemi di fucile. — Che cosa importa — dice — un soldato di più o
di meno nell'esercito immenso? La guerra è un duello, in tutti i duelli
ci vogliono dei testimoni, ebbene
Nous serons témoins des français de France.
Ma poi, caspita, quando vede che gli eserciti francesi, _les gens du
nord_, par che si facciano battere a bella posta, perde la flemma. —
Non rimane proprio più che la Provenza! — esclama. Vengano dunque.
Andar noi, non si deve. La Francia sarà ancora troppo felice di
trovarci qui nei momenti supremi. Mostriamoci da lontano, come la
Speranza,
Et pour rester forts, gardons nous vivants.
E un giorno che gli fan la celia d'annunziare l'apparizione d'una
corazzata tedesca nelle acque di Marsiglia,
Le pauvre garçon est pris d'un transport:
De blanc qu'il était, il en devient rouge,
De rouge violet, et de violet.... mort.
Ma la sua idea dominante è l'idea della rivincita: è come il rimbombo
continuo d'un cannone lontano, che si sente in mezzo a tutti gli
squilli di tromba delle sue poesie. — La rivincita, dice, è la legge
dei vinti. È inevitabile. O Francia o Prussia. Il giorno sarà forse
lento a giungere; ma giungerà. L'odio è nato, nascerà la forza.
Toccherà al falciatore a vedere quando la messe sarà matura. — Dice
alla Francia: mille voci ti eccitano, ti consigliano, ti rimproverano.
Tu ascoltane una sola perchè hai un solo dovere. — Ma — come dice
lo stesso critico, punto favorevole alla Francia, che s'è rammentato
da principio, — quest'aspirazione alla rivincita è nel Déroulède un
sentimento così virile, meditato e profondo, che non può essere che
ammirato, anche da un nemico. Egli non considera la rivincita come un
gioco e la strada di Berlino come una passeggiata; ma dice a sè ed ai
suoi concittadini che sarà una lotta nella quale una delle due nazioni
dovrà forse lasciare la vita, senz'altro conforto che di venderla il
più caro possibile. — Perciò, a questo suo proposito va sempre unito
il sentimento della necessità di apparecchi immensi e di sacrifizi
sovrumani. — Il nostro errore è stato pazzo, dice; che il nostro
dolore sia sensato. Ritempriamo la nostra fierezza nei nostri rimorsi.
_Soyons les artisans virils des fortes tâches._ Rinnovelliamo i nostri
cuori, non solamente le nostre armi. Prevediamo delle battaglie, senza
sognare delle conquiste. Non parliamo dell'avvenire che vendica prima
che sia cominciato l'avvenire che ripara. A chi dice: — Sii pronto! —
l'altro risponda: — Sii giusto. Siamo tranquilli nei nostri sforzi. —
E adombra lo stato e i doveri della Francia in una bella e larga poesia
di soggetto biblico, in cui gli Ebrei, caduti sotto il giogo del re di
Mesopotamia, mandano dei messaggieri ad Ataniele, nascosto nei burroni
d'una foresta, perchè li guidi alla guerra liberatrice; e Ataniele li
respinge più volte per il corso di varii anni, perchè non crede ancora
il popolo preparato a sacrifizi supremi; e non impugna la spada e non
grida: — Siete pronti! — se non quando riconosce che sono anime nuove
in corpi ringagliarditi, purgati d'ogni orgoglio stolto, pentiti delle
colpe antiche, armati i cuori come le braccia, e preparati alla morte.
Questa ardente aspirazione fa sgorgare dal cuore del poeta versi pieni
di forza e d'ardimento. — Io aspetto, egli dice; io custodisco nella
mia anima francese la mia fede di cittadino e i miei odii di soldato,
per il giorno fatale. La mia giovinezza è stata colpita da un dolore
che nulla può mitigare. Ma non è il mio dolore che bestemmia, non è
neanche il soldato che sogni la gloria. La rivincita è il voto della
mia vita e la mia suprema speranza. Io debbo morire sul campo di
battaglia ed essere sepolto in terra nemica. — E sempre questa idea si
ripresenta, implacabile, e lampeggia da ogni parte, spandendo su tutta
la sua poesia un riflesso color di sangue, che fa pensare con un senso
di sgomento alla immensità degli eccidii futuri.
Un altro pregio grande di questi canti, che non si trova in
nessun'altra raccolta di poesie patriottiche francesi di questi
ultimi tempi, è la coraggiosa e qualche volta sdegnosa franchezza
con cui il poeta dice ai suoi concittadini delle verità spiacevoli
ad intendersi. La gelosia artistica fa dire anche a qualche francese
che la poesia del Déroulède deve in gran parte la sua fortuna alle
carezze ch'egli prodiga all'orgoglio nazionale. Se ciò fosse vero,
avrebbero dovuto ottenere una fortuna molto maggiore le poesie di
cento altri. Ma è falsissimo. Senza dubbio egli si sforza in mille
modi di tener viva la fede del suo popolo nelle proprie forze.
Froeschviller, dice, è l'assalto d'uno contro quattro; Gravelotte e
Borny non furono sconfitte; a Champigny, i vivi vendicarono i morti;
le glorie come quella di Strasburgo sfuggono ai conquistatori; Parigi
cadde superbamente. A quale patriotta si potrebbe negare il diritto
di affermare il valore della sua gente? Ma per contro io non so quale
altro giovane poeta francese abbia osato lanciare al proprio paese
delle parole più terribili. Noi disimpariamo la guerra, dice in una
delle sue migliori poesie; — ci sono stati degli eroi; ma un gruppo
d'eroi non rifà la razza: è un povero popolo quello in cui i valorosi
si contano. E in un altro luogo: — Son tristi tempi quelli in cui
la paura medesima, coprendo di grandi parole il basso istinto che
la muove, non ha più rossore sulla fronte. E altrove: — Ma come mai
siamo decaduti? Scorre ben sempre lo stesso sangue nelle nostre vene;
l'aria che noi respiriamo attraversa pur sempre i nostri boschi; le
viti dei nostri colli e le messi dei nostri piani sono ben maturate
dal sole antico; questo paese così ridente, fertile e vario, atto
a tutti i prodotti, aperto a tutte le idee, questo sole possente,
quest'acque vive, questo cielo mobile, tutto questo è la Francia! _Dove
son dunque i francesi?_ — E non tralascia di flagellare la mania dei
suoi concittadini, di gridare al tradimento per scusare le conseguenze
di tutte le debolezze e di tutti gli errori. — È così che si perde —
dice, descrivendo un corpo di francesi accampati, che non sapevano e
non cercavano di sapere dove fosse il nemico; — è così che si perde,
per un'orgogliosa leggerezza, il valore d'un paese; è così che la colpa
risale implacabilmente dai soldati mal guidati ai capi peggio obbediti;
è così che dei pazzi gridano che Dio è ingiusto e che la Francia è
stata tradita! — Ed anco quando cerca di scusar la sconfitta, non
lo fa coi cavilli irritanti d'un patriotta vanaglorioso e cocciuto;
ma nobilmente, con parole dignitose e tristi, che se non inducono la
persuasione, ispirano il rispetto, perchè non vengon da orgoglio di
soldato, ma da pietà e da affetto di figlio.
E l'affetto di figlio è quello che gl'ispirò i più dolci e insieme i
più vigorosi di tutti i suoi versi. Egli non ha parlato di sua madre
che nei _Nuovi canti_; ha aspettato che il suo successo di poeta
glie ne desse il diritto, e che la simpatia e la riverenza con cui si
pronunciava dal pubblico il nome di lei, gli desse animo a rivolgerle
i suoi versi pubblicamente e a _gettare quel nome ai propri soldati_.
Nulla è più naturale in un'anima eletta che il confondere l'affetto di
famiglia con l'amor della patria, e il far che l'uno s'illumini e si
nobiliti dell'altro. Ma non so qual altro poeta, confondendo quei due
sentimenti, abbia congiunto tanta tenerezza con tanta forza, e n'abbia
tratto ispirazioni così gagliarde e così gentili ad un tempo. — Si
afferma che i tuoi figli hanno compiuto il loro dovere, — dice a sua
madre; — ma il dovere che essi hanno compiuto è opera tua; l'onore è
dovuto a te. Essi non son partiti per le battaglie furtivamente, come
altri fecero, senza l'abbraccio materno, che li avrebbe trattenuti;
essi non te l'hanno rubato il sangue delle tue viscere. Sei tu che hai
detto loro: — Partite, figliuoli. I soldati della Francia son vinti.
Il mio cuore non v'avrebbe concessi alla patria per la conquista; ma
ora non è più la conquista, è la difesa. La patria è invasa; io vi do
alla patria; partite. Ah perchè non hanno fatto così tutte le madri!
Non credano, quelle che dissero ai loro figliuoli: — Non andate a
combattere, — che la loro debolezza sia stata pagata in amore. Esse non
versarono le lacrime della partenza; ma non conobbero le lacrime del
ritorno. E non dicano che tu ci hai dati alla patria perchè ci potevi
dare senza dolore, e che sei stata patriotta senz'essere martire.
No, non ardiscano dirlo! Io l'ho vista l'angoscia immensa sotto il
tuo violento coraggio. I tuoi figliuoli, partendo, ti han portata
via l'anima, e tu hai sanguinato delle loro ferite; ed eccoti malata,
invecchiata innanzi tempo, paralitica, che non hai più di vivo altro
che l'anima nel tuo povero corpo sfinito! E lo presentivi pure quando
infondesti nel nostro cuore la forza del tuo; ma come lo presentisti
senza paura, ora lo sopporti senza lamento; ed è perciò che tuo figlio
può parlare di te con alterezza. — O madri, — dice in un'altra poesia
— se i vostri figliuoli crescono senza diventar uomini, o diventan
uomini d'_istinto pratico_, avari del proprio sangue; se nel giorno
della prova, la loro carne spaventata ha orrore del pericolo; se quando
l'onore li chiama, essi non si trovan là, soldati, ritti in faccia
al dovere e in faccia alla morte, — madri, la vostra tenerezza ha
deformato quelle anime; — se essi non sanno morire, voi non sapeste
creare.