piccola avventura comica. I prigionieri andavano liberi per la città;
ma egli non godette di questa libertà per un pezzo. Il generale tedesco
che comandava la fortezza, vecchio soldato burbero, leggeva tutte le
lettere prima di spedirle. Era stato qualche tempo a Parigi, conosceva
la lingua francese, non si lasciava scappare una parola che potesse
urtare un tedesco. Letta la prima lettera del Déroulède, ch'era un
po' troppo liberamente patriottica, pensò di dargli un avvertimento.
— O la finite — gli disse — o vi caccio in fortezza. — Il Déroulède
non la finì. In una seconda lettera diceva fra le altre cose: —
_ce troupeau de Prussiens_. Il generale lo mandò a chiamare e gli
disse: — Questa lettera non partirà. Noi siamo _une troupe_ e non _un
troupeau_. — Avete ragione, rispose il prigioniero; — _je vois avec
plaisir que vous connaissez le français dans toutes ses nuances._ — Ah
sì? — ribattè il generale; — ebbene, andate in fortezza a studiare le
_nuances_ del tedesco. — E lo fece chiudere in fortezza. Dopo qualche
giorno uscì, e ricominciò a scrivere; ma nascondendo il suo pensiero
sotto una quantità di motti a doppio senso, di bisticci parigini,
incomprensibili a un tedesco. Il generale lo rimandò a chiamare, e
volle che gli spiegasse il significato nascosto d'ogni frase. — Ma,
signor generale, — rispose il Déroulède; — io sono prigioniero; ma
non sono obbligato a perfezionarvi nello studio della letteratura
francese. — Ed io — replicò il generale, — non sono neppure obbligato
a lasciarvi passeggiare liberamente per le strade di Breslau. Andate in
fortezza. — E questa volta non si parlò più d'uscire. Ma il prigioniero
provvide da sè ai casi suoi. La figliuola del carceriere, che non
vedeva di mal occhio quel gran diavolo di zuavo, dal viso di poeta
e dai modi di gentiluomo, faceva conversazione con lui per il buco
della serratura. Lo zuavo, che aveva in capo il suo disegno di fuga,
pensò di valersi della ragazza. A poco a poco, facendosi tradurre in
tedesco oggi una parola, domani una frase, senza lasciar trasparire
il senso del discorso, riuscì a mettere insieme e a pronunziare
correttamente una parlatina in tedesco, che diceva presso a poco:
— Sono un ebreo polacco, nato in America, zoppo dalla nascita. Gli
ultimi avvenimenti m'hanno chiamato in Germania per far riconoscere
la mia inabilità al servizio militare. Torno a Torino dove faccio il
professore di lingua francese. — Quando si sentì abbastanza forte su
questa sfilata di fandonie, si mise d'accordo con un ufficiale francese
delle guardie mobili, anch'egli prigioniero, ma sciolto, a Breslau;
costui insaccò un gran pastrano turchino da ebreo polacco, si mise un
berrettone d'astrakan, e gli occhiali verdi; si fece dare un permesso
per visitare il carcerato; entrò nella fortezza zoppicando — diede i
suoi panni al Déroulède; — il Déroulède, zoppicando, uscì dalla cella,
passò tranquillamente sotto il naso delle sentinelle, andò alla prima
stazione della strada ferrata di Boemia, e saltò sano e salvo sul treno
liberatore. Ma c'era ancora un pericolo al passaggio della frontiera
austriaca. Discese perciò alla penultima stazione e prese a traverso
ai campi per passar la frontiera a piedi. Era notte, nevicava fitto,
faceva un freddo da cani. Dopo molto andare, non raccapezzò più dove
fosse: passò accanto a un villaggio, offrì del danaro a un contadino
perchè l'accompagnasse. Costui accettò; ma era un furfante. Giunto a
poca distanza dal confine, vicino a un corpo di guardia prussiano, si
fermò e disse al Déroulède: — O mi date il doppio, o vi denuncio alla
sentinella. — Il Déroulède, vistosi perduto, gli mise un coltello alla
gola, e gli gridò: — O tiri diritto, o t'ammazzo. L'uomo si persuase,
lo guidò di là dal confine, e lo accompagnò fino alla prima stazione
austriaca. Un treno stava per partire, il Déroulède ci saltò su,
e fuggì verso Vienna. Aveva voluto tentar la fuga da Breslau il 29
settembre, anniversario di sua madre, e la fortuna l'aveva aiutato.
Con la fuga di Germania entrò in un'altra serie d'avventure. Attraversò
Vienna di notte, prese un biglietto per Milano, e ripartì. Ma per
pagare il biglietto dovette spendere gli ultimi resti del suo peculio.
Da Vienna a Milano non mangiò che un enorme pane che aveva comprato a
Baden, stando rincantucciato in fondo al vagone, quieto quieto, senza
attaccar discorso con nessuno, per non tradire il segreto della sua
mascherata. Arrivato a Milano, fin dove lo conduceva il biglietto,
si trovò nella stazione solo, morto di fame, senza un soldo, senza
sapere dove batter del capo. Che cosa fare? Si rivolse a un impiegato,
gli espose il caso suo, gli domandò se avrebbe avuto tempo, prima di
partire per la Francia, di fare una corsa fino al Consolato di Francia,
per domandar dei denari. L'impiegato gli disse che no. — Ma non occorre
— soggiunse; — sono stato soldato anch'io, mi so mettere nei vostri
panni: provvedo io al vostro viaggio. — E gli diede il biglietto
per la Francia. Il Déroulède ebbe appena il tempo di ringraziare il
bravo impiegato, ripartì, e il giorno dopo si trovò a Lanslebourg,
in compagnia d'altri francesi, scappati pure di Germania, tornati
in patria per la stessa strada, travestiti anch'essi bizzarramente,
e scannati e affamati come lui. Un caffettiere misericordioso li
sfamò gratis. Il Déroulède ripartì per Lione, e da Lione andò a
Tours. Appena arrivato a Tours, corse al ministero della guerra per
riprender servizio. Mentre aspettava nei corridoi, passò il Gambetta,
il quale lo conosceva fin da giovanetto. Questi rimase meravigliato
riconoscendo il giovane poeta sotto quello strano travestimento. — Che
cosa venite a far qui? — gli domandò, dopo aver inteso la sua storia.
— A offrire un'altra volta la pelle, — rispose il Déroulède; — se mi
date un incarico per Parigi, dove è il mio reggimento e mia madre,
piglio l'impegno d'entrarvi. — Il Gambetta non volle dargli incarichi:
era scampato una volta, non doveva mettersi al rischio di farsi
ripigliare. — Se volete battervi — gli disse — battetevi sulla Loira;
ci sarà abbastanza da fare; io vi nomino capitano. — Il Déroulède
non volle accettare che il grado di sottotenente, che aveva già nelle
guardie mobili, e siccome voleva battersi davvero, domandò d'entrare
nei tiragliatori algerini, — che si battevano a modo suo. Il Gambetta
accondiscese, e gli domandò se voleva che facesse pervenire sue notizie
a sua madre. Il Déroulède lo pregò di non farlo. — Se mi crede sempre
prigioniero, pensava, vive in pace; se sa che sono scappato, capisce
che son tornato alla guerra, e ricomincia a vivere in pena. — Buona
fortuna, signor tenente! disse il dittatore accommiatandolo. — Ah! la
mia fortuna importa poco — rispose il giovane: — è la vostra che ci
preme! — E partì subito per Neung. Trovò i suoi tiragliatori algerini
al bivacco; assunse il comando della sua squadra, vestito ancora
di quella vecchia palandrana d'ebreo polacco, sulla quale, strada
facendo, aveva fatto cucire un par di galloni; e prese parte a tutti
i combattimenti della retroguardia del generale Chanzy, fino al 1.º
gennaio; giorno in cui tutto il 15.º Corpo partì per Dijon, per formare
il nuovo esercito del generale Bourbaki.
Qui cominciò il periodo più avventuroso della sua vita di soldato;
periodo di cui si potrebbe rintracciare la storia nel suo taccuino
lacero e spiegazzato, pieno di schizzi topografici, di nomi di soldati
arabi, di brani di relazioni, di appunti sul modo di far la zuppa di
cipolle, e d'elenchi di feriti e di morti. In questo periodo pure
gli balenarono le prime idee e gli vennero fatti i primi versi di
quei famosi _Chants du soldat_, che pochi anni dopo tutto l'esercito
seppe a memoria. A Mirbeau fu ospitato da una povera vecchia, che
gli ispirò _Le bon gîte_, una delle sue più affettuose e più belle
poesie. In un altro luogo, durante il bivacco, di notte, pensando a
sua madre e a suo fratello, e al giorno che lo avevano raggiunto al
reggimento, prima della battaglia di Sédan, scrisse le prime strofe
del _Petit turco_, e notò nel taccuino: _Le petit turco à faire_. A
Rocourt — in una ritirata — una ragazza, che l'aveva baciato prima del
combattimento, gli diede un pugno per rifarsi del suo bacio sciupato;
e quel pugno, convertito da lui in un morso, diventò celebre nella
poesia _La belle fille_. A Gray ebbe da un'altra ragazza una coccarda
di tre colori, alla quale consacrò quei dieci gioielli di strofette che
molti considerano come il più grazioso dei suoi canti. In quest'ultimo
periodo della guerra conobbe pure quel famoso sergente Hof, che
uccise ventisei nemici in ventisei ricognizioni, e che gl'ispirò la
poesia intitolata _Le sergent_, resa poi popolare a Parigi dall'attore
Coquelin. E tra una poesia e l'altra prese parte a un gran numero di
combattimenti, con la sua squadra di tiragliatori, fra cui c'eran degli
arabi e dei negri che lo adoravano e gli eran ardentemente devoti,
tanto da portare delle assi sulle spalle per lunghissime marcie per
fargli un letto alla tappa; non soldati, ma fratelli e figliuoli suoi,
coi quali egli divise il suo pane, e digiunò, e dormì sul ghiaccio,
e accese i fuochi del bivacco in quelle terribili notti di gennaio.
Con questi soldati si trovò al combattimento di Montbéliard, ch'egli
cominciò assalendo e occupando una barricata, e perdendo trenta dei
suoi tra morti e feriti, sopra cinquanta a cui comandava: combattimento
in cui guadagnò la croce della Legion d'onore. Ma da quel giorno non ci
son più appunti sul taccuino: il freddo faceva cader la matita dalle
mani assiderate e sanguinanti. Poi vennero i disastri, le nevicate
interminabili, le lunghe marcie di notte, i bivacchi che lasciavano
il terreno coperto di morti gelati, la perdita di tutte le speranze,
lo scompiglio miserando dell'esercito diradato, avvilito, affamato,
scalzo, — ridotto a un esercito di spettri —, incalzato spietatamente,
con la morte in faccia, alle spalle, sotto i proprii passi e nel
proprio cuore. Molte volte il povero Déroulède, mal riparato dal suo
vestito di polacco, bucato dalle palle, si lasciò cader nella neve,
al termine d'una marcia mortale, e ravvolgendosi nella sua coperta di
guardia mobile, nella quale aveva già ravvolto il fratello moribondo
a Sédan, s'addormentò con la certezza di non più risvegliarsi. Ma la
sua forza d'animo, più che la sua forza fisica, e le cure dei soldati
lo tennero in vita fino all'ultimo, — fino al giorno in cui l'esercito
del Bourbaki — ultima speranza della Francia — si rifugiò in Isvizzera,
fulminato dai cannoni del Manteuffel. Quello fu il momento più
desolante della campagna per Paolo Déroulède. Immobile sopra un rialto
di terreno vicino al confine, in mezzo ai resti della sua squadra,
egli voleva rimanere in Francia a ogni costo, e non si decise ad
accompagnare i suoi tiragliatori nella Svizzera che per le esortazioni
del suo maggiore, e col patto che questi sarebbe fuggito con lui per
andar a cercar la guerra in qualche altro angolo della Francia, appena
i loro soldati fossero stati al sicuro.
Fuggirono infatti il Déroulède e il suo maggiore, seguiti da un matto
originale di zuavo negro, di nome Mohamed-uld-Mohamed, che si faceva
passare per dentista americano, e scendendo lungo la frontiera,
arrivarono fino a Tolosa; di dove il Déroulède, solo, corse a Bordeaux,
sede del Governo, per offrire la sua vita una terza volta. A Bordeaux
sente che è stato stipulato un armistizio, e che un treno carico
di bestiami deve partire per Parigi. Butta via il pastrano da ebreo
polacco, si traveste da bovaro bordelese, salta sul treno, arriva a
Parigi, corre a casa, si getta nelle braccia di suo padre. — Zitto,
Paolo, per amor del cielo — gli dice il padre; — abbi pietà della
mamma. — Bisognava prepararla a quel colpo. Combinano insieme un lungo
giro di discorso per annunziarle la cosa a poco a poco; il padre va su,
perde la testa, e dice senza preamboli: — Paolo è arrivato. — Il grido
dell'amore e della gioia materna echeggiò in quella casa, solitaria e
triste da tanto tempo. Povero Paolo! Egli trovò sua madre molto mutata:
aveva i capelli bianchi, le mani tremole, gli occhi infossati, la voce
fioca. Ma dentro all'anima era sempre la madre di prima, sorridente nel
dolore, non curante di sè, e piena di risoluzione e di forza. Qui il
Déroulède seppe che suo fratello, appena guarito dalla sua ferita, era
stato mandato da Bruxelles a Ostenda, e di là a Londra, e da Londra a
Bordeaux, donde l'avevano inviato in Algeria a vestirsi e ad armarsi
al deposito degli zuavi, per ritornar poi alla guerra. Allora lasciò la
famiglia e tornò subito a Bordeaux a domandare al Ministero se avrebbe
avuto tempo di fare una corsa in Algeria per riprendere suo fratello,
prima che scoppiasse la guerra civile: poichè, essendo stato per
qualche tempo tra le guardie mobili di Belleville, e avendo visto che
umori ribollivano in quella gente, aveva portato nell'animo, per tutta
la durata della guerra, la ferma persuasione che qualcosa di terribile
sarebbe seguito, se la Germania riusciva vittoriosa. Gli dissero
che aveva tempo: andò in Algeria, tornò con suo fratello in Francia,
e andarono subito tutti e due a Versailles, dove l'uno entrò in un
reggimento di zuavi, l'altro in un reggimento di cacciatori. E così
questo demonio di poeta cominciò la sua terza campagna.
La guerra civile era scoppiata. Per il Déroulède, patriotta e
repubblicano d'animo generoso, era un dolore aver da combattere
contro concittadini. Ma la sua coscienza di francese glie lo imponeva
inesorabilmente. — Qualunque francese, — egli pensava, — senta nel
cuore la dignità e l'onore della Francia, deve tutto sacrificare per
impedire questa vergogna suprema, che la rivolta sia schiacciata dagli
stranieri. — Suo fratello, appena riprese le armi, fu costretto a
ritirarsi perchè gli si riaperse la ferita. Lui, nominato sottotenente
nei cacciatori a piedi, raggiunse immediatamente il 30.º battaglione,
ch'era a Neuilly, fra le truppe che combattevano intorno alla porta
Maillot. Il principio fu terribile per l'ufficiale, come fu terribile
la fine per il cittadino. La disciplina era allentata fra i soldati;
molti non volevano battersi; tutti erano stanchi e sfiduciati;
i comunardi, dalle case vicine, gl'incitavano alla rivolta con
promesse tentatrici o con grida di scherno; non ancora inaspriti
dall'ostinazione feroce della resistenza, avevano ripugnanza per una
lotta in cui il sentimento del dovere non era infiammato dalla speranza
della gloria. Bisognava ragionarli, spingerli al combattimento ad uno
ad uno, minacciarli qualche volta, e rischiare, minacciandoli, qualche
cosa di peggio che di non essere obbediti. Ma il Déroulède si affezionò
a poco a poco i cacciatori come si era affezionati gli algerini, e li
condusse a combattere, non inferocendoli ma persuadendoli, e dando per
il primo l'esempio della pazienza, della fermezza e dell'audacia. Coi
suoi cacciatori combattè davanti alla porta Maillot, entrò dei primi in
Parigi, si trovò nella mischia delle strade, e assistette all'orrenda
tragedia degli ultimi giorni della Comune. Qui, per testimonianza di
tutti, spiegò una generosità eguale al valore. — Son venuto per domare
la rivolta, pensava, e non per uccidere dei Francesi, — e perciò
salvò la vita a quanti potè, protesse i feriti, difese i prigionieri,
restituì alla famiglia dei disgraziati che erano creduti spacciati;
tanto che delle donne del popolo gli gridavano: — È dei nostri! —
al che egli rispondeva: — No, sono francese. — Si racconta questo
perfino: che mentre stava mangiando in un'osteria, tra una barricata
ed un'altra, un comunardo, sdegnoso, disse in modo da farsi sentire:
— _Ça nous tue et ça mange._ — Ed egli rispose: — Uccidere è una
dolorosa necessità, di cui non ho colpa; mangiare è un bisogno che vuol
essere compatito. Mangiate con me, se credete di averne il diritto.
— Non accetto il vostro pane — quegli rispose. — Allora accettate due
lire, e mangiate per conto vostro. — Non accetto le vostre due lire.
— Ho capito — rispose il Déroulède tranquillamente —; preferite di
prendermele. Ebbene, siete libero, andate alla barricata più vicina,
faremo alle fucilate, voi _attaccherete_ le mie due lire e io cercherò
di difenderle. — Il comunardo rispose: — Ci vado — e il Déroulède lo
lasciò andare. Per tutta la durata di quella lotta feroce, egli non si
bagnò le mani d'altro sangue che del proprio, e fu l'ultimo giorno.
La resistenza era agli estremi; poche barricate resistevano ancora,
ma furiosamente. Il generale Dumont lo mandò, con una squadra di
cacciatori, a pigliare dei cavalli a Belleville. Passando di corsa per
un crocicchio, vide in una strada un ufficiale della legione straniera,
che faceva alle fucilate, col suo plotone, contro una barricata difesa
da tre cannoni, e sormontata dalla bandiera rossa. Vedendo quello
spreco inutile di polvere, si fermò, e disse all'ufficiale: — È tempo
perso: bisogna pigliar la barricata alla baionetta. — Fatelo — rispose
l'ufficiale. — Lo faccio — rispose il Déroulède, e gettato un grido
ai suoi soldati, si slanciò all'assalto. I comunardi li lasciarono
avvicinare e fecero una scarica all'ultimo momento; il Déroulède, ritto
sulla barricata, ricevette a bruciapelo una palla nel gomito, che gli
spezzò l'osso, gli staccò l'avambraccio, e gli diede una contrazione
orrenda alla mano. Ma la barricata fu presa, e il Déroulède, sostenendo
colla mano destra il braccio stritolato, continuò ad avanzarsi, fin
che, spossato dalla perdita del sangue, cadde fra le braccia dei suoi
soldati. Così finirono per lui le avventure della guerra. Fasciato alla
meglio, fu portato a casa, dove rimase tre mesi a letto, col braccio
sospeso, curato da sua madre. E in questi tre mesi fece il primo volume
dei _Chants du soldat_, che venne pubblicato verso la fine del 1871.
*
* *
In che modo un artista potente sia passato dall'oscurità alla fama, è
sempre curioso a sapersi. Quei primi versi il Déroulède li aveva fatti
proprio per sfogo dell'animo, agitato da mille ricordi in quella lunga
immobilità della convalescenza, durante la quale la mente dell'infermo
suole tanto più lavorare quanto sono più inerti le membra; ed era molto
lontano dal prevedere, ed anche dallo sperare il successo che ottenne.
Tanto è giusta la sentenza dello Schiller: che il vero ingegno è
inconscio di sè nelle sue prime manifestazioni, perchè non trova nulla
di straordinario — ed è naturale — in ciò che è sempre stato suo, e
costituisce, per così dire, la sua intima natura. Nondimeno l'artista
era già maturo nel Déroulède. Benchè giovane, infatti, ed esuberante
d'ispirazione, capì che non conveniva fare _un gros volume de
patriotisme_, e non pubblicò che una parte delle sue poesie, scelte fra
le più brevi e le più spontanee. Un giorno portò il suo scartafaccio
all'editore Lévy. Le poesie patriottiche pullulavano da tutte le parti:
l'editore ricevette lo scartafaccio con diffidenza, e pregò il poeta di
ritornare dopo alcuni giorni. Il poeta ritornò. — Ho letto le vostre
poesie — gli disse il Lévy. — Non c'è male. Ma non c'è versi d'amore,
non c'è canzonette allegre di bivacco, che sono il genere che piace.
Ho paura che il vostro volumetto, scusatemi, annoi un poco. È troppo
triste. — Che cosa volete? — gli rispose il Déroulède — ero triste. —
Non potreste aggiungervi qualchecosa qua e là — gli domandò l'editore —
per renderlo un po' più ameno? — Il Déroulède rispose che non poteva.
— Ebbene.... — concluse il Lévy, — quando è così, bisogna che abbiate
la bontà di pagare le spese di stampa. — Così fu convenuto. E poco
tempo dopo uscì il volume, non preceduto da _réclame_ di sorta, quieto
quieto come un povero libro rassegnato a tarlare nelle vetrine. In capo
a un mese il Déroulède ripassò dall'editore a chieder notizie: lo trovò
tutto sorridente. — _Mais ça va, mais ça va_, — gli disse, guardandolo
curiosamente. In poche settimane si spacciarono dieci edizioni: il
volume si divulgò da Parigi nelle provincie, si diffuse fra il popolo
e fra i letterati, si sparse nell'esercito, entrò nelle scuole e nelle
famiglie, diventò popolare prima che la critica l'avesse preso ad
esame. Fra le altre mille poesie patriottiche e guerriere, quelle del
Déroulède producevano un'impressione nuova: erano giovanili e gravi ad
un tempo, fiere ed affettuose, eccitavano e consolavano, ed educavano;
sotto l'amor di patria, vi si sentiva il coraggio; non v'era soltanto
l'ardore del cittadino che predica il dovere, ma anche la coscienza del
soldato che l'ha compiuto, e che ha acquistato a caro prezzo il diritto
di alzar la voce; era una poesia forte e sincera, stata _più pensata
che scritta, più vissuta che pensata_; tutta calda, e piena d'odor di
sangue e di polvere, e sonante di ferro, senza gale letterarie, non
vestita d'altro che della divisa semplice e succinta sotto a cui aveva
palpitato il cuore del poeta, quando glie n'eran balenate le prime idee
negli accampamenti. Allora si cominciò a domandare, a cercare chi fosse
questo Déroulède, e ben presto le sue avventure di soldato diventarono
popolari come le sue poesie, non solo, ma furono ingrandite, come
accade sempre, e abbellite di una certa luce vaga di leggenda, che rese
più simpatico e fece parer più alto il poeta; e formò un'aureola — ben
meritata davvero — sul capo di sua madre.
*
* *
Tutti e due i fratelli, dopo la guerra, entrarono nell'esercito,
poichè, come diceva il maggiore, la carriera militare era quella in
cui un giovane, dopo una grande guerra perduta, poteva rendere più
utili servizi al suo paese. Paolo Déroulède fu promosso luogotenente
nei cacciatori a piedi, e appena entrato nel battaglione, nonostante
il suo splendido successo di poeta, si consacrò tutto ai suoi doveri
militari. — Non si può avere il cuore a due cose ad un tempo — disse
tra sè; — ho da fare il soldato, devo bandir la poesia. — E la bandì
in fatti. Si mise agli studi militari, fece dei corsi scientifici
ai sotto uffiziali e ai soldati, tenne delle conferenze, si seppellì
fra i regolamenti e i trattati di tattica; e in caserma, e in piazza
d'armi, e alle grandi manovre, fu un uffiziale non solo coscienzioso,
ma pedante, come uno di quei vecchi _troupiers_, per cui l'esercito
è il mondo. Ma per quanto facesse, la poesia gli tempestava sempre
nel cuore; tutte le volte che alla mensa degli ufficiali il discorso
cadeva sulla letteratura, un'onda di sangue gli montava al viso, ed
era costretto a pregare i colleghi di parlar d'altro, e di lasciarlo
in pace; chè se no sarebbe schiattato. E strozzando così la musa
col cinturino, servì fino al 1875. In quell'anno, facendo una corsa
a cavallo, cadde di sella e si slogò un piede: a questa slogatura
dobbiamo il secondo volume dei _Chants du soldat_. Durante la cura, che
fu lunga, potendo occuparsi senza rimorso d'altra cosa che di studi
militari, scrisse quattordici nuove poesie, mentre da tutte le parti
della Francia, essendosi sparsa la notizia della sua piccola disgrazia,
piovevano sul suo letto d'invalido biglietti di visita e condoglianze e
buoni augurii. Guarì; ma non così bene da poter ripigliare il servizio,
tanto più che la ferita toccata a Belleville gli si faceva risentire
ad ogni passaggio di nuvola; e perciò si fece trasferire dall'esercito
attivo nella riserva, e tornò a casa sua — ad aspettare il gran giorno.
Il secondo volume dei versi ebbe la stessa fortuna del primo; e intanto
le edizioni del primo salivano alla sessantina. I _Chants du soldats_
erano diventati il _vade mecum_ d'ogni soldato patriotta; s'imparavano
a mente nei collegi, si declamavano nei teatri, si recitavano nei
salotti, si ripetevano per le strade: Paolo Déroulède, come disse uno
scrittore tedesco, «era divenuto il poeta patentato delle aspirazioni
nazionali.» E quando, nel 1877, fu rappresentato all'Odéon un suo
dramma in versi intitolato l'_Hetman_, nel quale, sotto un episodio
della storia della Polonia, erano espressi i sentimenti, i propositi e
le speranze della Francia, questa rappresentazione — a cui la povera
madre del poeta si fece trasportare in lettiga — servì di pretesto a
una grande dimostrazione patriottica. Il poeta era celebre ed amato: si
colse quell'occasione per tributargli gli onori del trionfo. Accorsero
al teatro rappresentanti di tutte le classi, i principi delle arti
e delle lettere, i duchi d'Aumale e di Nemours, tutti i generali di
Parigi, una legione d'ufficiali di tutte le armi, e una folla enorme;
e sebbene il dramma fosse molto al di sotto della lirica, ottenne un
successo trionfale. Intanto, anche le sue liriche erano passate sotto
i denti della critica; ma per quanto il letterato sia stato discusso,
combattuto ed anche straziato, il poeta rimase all'altezza a cui
l'aveva sollevato di sbalzo il primo e spontaneo sentimento d'affetto e
di gratitudine della nazione. Ora non v'è un cittadino francese che non
conosca qualche verso del Déroulède, e che non l'ami come poeta e non
lo ammiri come soldato. Quando Victor Hugo lo vide per la prima volta,
gli disse: — Il vostro nome ha preceduto in casa mia la vostra persona,
e bisogna che abbia fatto del rumore per venir fine a me, perchè oramai
non sono più di questo mondo. — E mentre in Francia si leggono per
tutto le sue poesie, i vecchi soldati d'Africa, nelle loro caserme
d'Algeri, disegnano col carbone sui muri delle camerate il suo profilo
caratteristico, con un gran naso aquilino, e dicono ai visitatori:
_Celui-ci est monsieur Déroulède, le grand parisien, lieutenant des
zouaves et avocat, un bon enfant...; mais un rude soldat tout de même._
*
* *
Ora vediamo la sua poesia.