patriottica. Quando lavoriamo nelle nostre stanze di studio, in mezzo a
giornali e a lettere d'amici di tutte le parti d'Italia, e a libri che
racchiudono tutti gli sforzi e tutte le audacie del pensiero umano; ed
esprimendo liberamente il nostro pensiero, che circolerà liberamente
da un capo all'altro del paese, godiamo, anche non pensandoci, di
respirare l'aria della nostra libertà, e di sentirci dentro il soffio
d'una patria grande e potente; noi dovremmo di tratto in tratto
rivolgere uno sguardo a cinque o sei volumetti, quasi dimenticati
in un angolo della nostra biblioteca, sui quali sono scritti i nomi
del Berchet, del Rossetti, del Mameli, del Poerio, del Mercantini; e
ricordarci che se l'entusiasmo non può essere più vivo per essi, deve
durare almeno la gratitudine. La critica ha sviscerato quei versi con
la sua mano gelata e spietata; onde nuove di poesia vi son passate su,
e ne hanno sbiaditi i colori; sono invecchiati i metri e le immagini;
e non ci paiono più che scintille quelle che erano lingue bianche
di fuoco; ma che importa? Quando rileggiamo quelle poesie nel cuore
della notte, nel silenzio della nostra stanza, qualche volta saltiamo
ancora in piedi, con una fiamma sulla fronte e un singhiozzo nel cuore.
Quanti grandi e cari ricordi non ci risvegliano! Quelle vecchie strofe
impetuose e sonore, dei giovinetti le hanno pronunciate sui campi di
battaglia, per incoraggiarsi a morire; dei feriti le hanno smozzicate
fra i denti, mentre i ferri del chirurgo cercavano nelle loro carni
palpitanti le schegge della mitraglia tedesca; dei moribondi le hanno
balbettate nel delirio dell'agonia; le hanno ripetute mille volte,
nell'oscurità delle secrete, i prigionieri di Mantova, dei Piombi
e di Castel dell'Ovo; le hanno cantate gli esuli nella miseria; le
hanno mormorate i martiri ai piedi dei patiboli; migliaia d'italiani
intrepidi le hanno divulgate per tutte le provincie, a rischio della
libertà e della vita; migliaia di donne le hanno trascritte in segreto,
di notte, col cuore tremante, mentre suonava nella strada il passo
del poliziotto straniero; un'intera generazione le ha coperte di
baci e bagnate di lacrime e tinte di sangue, quelle vecchie strofe
benedette, piene di sdegni, di minaccie e di consolazioni sublimi.
Ed anche noi, fanciulli nel quarant'otto, giunti appena in tempo ad
assistere al trionfo della nostra rivoluzione, quando quelle poesie
sonavano già liberamente per quasi tutta l'Italia, quanto le abbiamo
sentite ed amate! Bambini, le abbiamo udite recitare da nostro
padre, con gli occhi pieni di pianto; e non le capivamo ancora, che
già ci rimescolavano il sangue. Più tardi, le abbiamo divorate sui
banchi della scuola, tra la grammatica latina e la grammatica greca,
mordendoci le mani dalla rabbia d'amor di patria che ci mettevano nel
cuore. Poi le abbiamo declamate per le vie delle nostre città, e dalle
finestre delle nostre case, nelle belle notti stellate, trasportandoci
col pensiero negli accampamenti dei nostri fratelli, che combattevano
nelle pianure di Lombardia o sui monti di Sicilia, addolorati e
umiliati di non esser con loro, costretti ad arrestarci ad ogni strofa
perchè l'emozione ci strozzava la voce e ci faceva tremare le labbra.
Come ci sarebbe parso insensato e miserabile allora chi fosse venuto a
farci il pedante sulla forma di quella poesia che ci usciva in grida
e in ruggiti dal più profondo dell'anima! Che importava a noi che il
Berchet avesse delle frasi barbare e dei versi duri, che la strofa del
Rossetti fosse troppo ricca di suoni, che il Mameli fosse ineguale, che
il Mercantini fosse negletto, e che il _21 marzo_ di Alessandro Manzoni
rigurgitasse di similitudini? Ognuno di quei versi era un grido uscito
dalle viscere della patria; in ogni strofa si sentiva l'eco lontana
d'una battaglia; era una poesia sacra, che sollevava il nostro pensiero
e il nostro cuore al di sopra di tutte le volgarità della vita; che
ci rendeva più affettuosi con la famiglia, più buoni con gli amici,
più arditi nei pericoli, più forti contro i nostri piccoli dolori;
che entrava persino nei nostri amori d'adolescenti, e vibrava nelle
nostre prime parole amorose, e mescolava delle lagrime nobili e virili
ai nostri primi baci. Chi non ha adorato il Berchet, per esempio, e
baciato cento volte il _Romito del Cenisio_, e desiderato di vedere
una volta il poeta per curvare dinanzi a lui la sua fronte ardente
di giovanetto, come dinanzi all'immagine viva della patria armata
e insanguinata? Chi di noi, a quindici anni, non s'è sentito uomo,
poeta, soldato, capace d'ogni grande sacrifizio e d'ogni ardimento più
generoso, leggendo _O morte o libertà_ e la _Spigolatrice di Sapri_?
Quei versi hanno avuto una parte così larga e profonda nella nostra
educazione di uomini e di cittadini, che ci pare quasi che saremmo
altri da quelli che siamo, se non li avessimo conosciuti; essi si
sono confusi nella nostra coscienza con le esortazioni vigorose di
nostro padre, coi consigli magnanimi di nostra madre, con tutti gli
esempi di virtù e di grandezza che abbiamo ricevuti nella vita; e sono
diventati una forza intima della nostra natura. E li dimentichiamo
sovente, e per lungo tempo, perchè siamo ancora nell'età in cui le
speranze tengono maggior luogo che le memorie, e l'amore del presente
soffoca il rimpianto del passato. Ma, avanzando negli anni, quando
comincieremo a volgerci indietro, e ad evocare la nostra giovinezza
per consolarci della virilità moribonda, allora, nel segreto del nostro
cuore, pagheremo intero il nostro debito di gratitudine ai vecchi poeti
della patria; tutte quelle poesie gloriose ed amate ci baleneranno
alla mente, di lontano, nella nebbia rosea della nostra adolescenza,
come una legione di guerrieri scintillanti di ferro; e le ripeteremo
ai nostri figliuoli con lo stesso tremito nella voce con cui le
hanno dette a noi i nostri padri; e i nostri figliuoli le sentiranno,
speriamolo, con lo stesso cuore con cui noi le abbiamo sentite.
*
* *
Questi sentimenti deve ravvivare in sè chiunque voglia giudicare
rettamente un poeta nazionale straniero, sia il Riga o il Quintana o
il Körner o il Déroulède. Ma è quasi inutile avvertirlo. Non c'è uomo
che ami la propria patria, il quale leggendo la poesia patriottica,
fortemente sentita, d'un poeta straniero, qualunque sia il suo paese
e quali che siano i sentimenti che questo paese gl'ispira, non si
compenetri a poco a poco, involontariamente, della passione del poeta,
e non comprenda quindi e non giustifichi nella sua coscienza tutti
quei sentimenti e quei giudizi che ad un lettore freddo possono parere
ingiusti, superbi, temerari, e qualche volta anche puerili. Chi non
sente nel cuore la poesia patriottica di un popolo straniero, non ha
sentito neppure la propria. A costoro è inutile rivolgersi. Perciò noi
presentiamo il Déroulède e le sue poesie soltanto a quegli italiani
che, amando ardentemente la loro patria, sentono rispetto e simpatia
per tutti gli stranieri che amano ardentemente la propria, e capiscono
che ognuno ha diritto d'essere altero e violento — ed anche ingiusto
— quando difende sua madre. Per costoro è anche superfluo combattere
il pregiudizio volgare, secondo il quale la poesia patriottica, perchè
tende a muovere dei sentimenti che vibrano in tutti potentemente, o
a cui tutti hanno l'animo predisposto, è meno difficile d'ogni altro
genere di poesia, e non può dare la misura giusta dell'ingegno di un
poeta. Il critico sensato sa misurare l'ingegno del poeta a traverso
a tutti i sacrifizi ch'egli ha dovuto fare della devozione estetica,
come la chiamava il Berchet, alla devozione civile; indovina il
pensiero nel grido; completa da sè la poesia troncata da un colpo di
spada; e crede che, appunto quando una nazione è eccitata dall'amor
di patria, ed empie il mondo dei suoi clamori, occorra una voce
straordinariamente poderosa per far volgere il capo alle moltitudini,
un canto singolarmente ispirato per sollevare al di sopra della propria
passione dei milioni d'uomini, di cui ciascuno è un poeta. La qual cosa
è provata anche da ciò, che non sono più numerosi i poeti patriottici
potenti e durevoli, presso qualunque nazione, di quello che siano i
poeti eccellenti negli altri campi della poesia. Certo l'amor di patria
è un affetto comune; ma è di questo affetto ciò che un grande poeta
disse dell'amore: che tutti credono d'averlo provato o di essere atti a
provarlo nel massimo grado; mentre le differenze nella facoltà di amare
sono tante e tanto grandi fra gli uomini quanto quelle che passano tra
loro nell'ordine dell'intelligenza. Non basta infatti unire all'ingegno
l'amor di patria, per riuscire poeta patriottico: bisogna sentir
questo amore così intensamente, da poterne profondere intorno a sè dei
torrenti, e aggiungerne a tutti coloro che credono di non poterne più
ricevere, obbligandoli ad accettare il poeta come interprete della
loro passione, e a riconoscere in lui un'anima più ardente e più
forte e più alta dell'anima loro. Migliaia di poesie patriottiche, nei
tempi di ribollimento nazionale, sorgono, si diffondono e scompaiono:
non restano che quelle dei poeti ch'ebbero anima e cuore di grandi
cittadini, e tempra di soldati, e nerbo d'atleti; i quali o fecero o
avrebbero fatto quel che incitavano a fare, e o suggellarono i loro
canti col sangue, o li prepararono nell'avversità che fortificò ed
innalzò il loro cuore. Il Berchet scrisse i suoi canti sospirando la
patria da cui era proscritto; il Rossetti pagò le trenta strofe del
suo inno alla Libertà con trent'anni d'esilio; il Mameli e il Körner
morirono sul campo di battaglia; Riga sul patibolo. Perciò noi nutriamo
per i grandi poeti patriottici un sentimento particolare di riverenza,
e consideriamo come uomini intrepidi, che abbiano non meno operato che
scritto, anche quelli tra loro che non uscirono dal campo dell'arte;
e ce li rappresentiamo nella storia della letteratura, raggruppati in
disparte, con una cicatrice sulla fronte e una bandiera nel pugno.
*
* *
Che posto occupi tra questi poeti Paolo Déroulède, che tocca ora appena
i trentaquattro anni, non si potrebbe dir meglio che con le parole di
un critico arguto e dotto, ungherese di nascita, ma tedesco di studi
e di simpatie, che ne ragiona di passata in un suo notissimo libro,
assai malevolo per la Francia; il che toglie ogni sospetto ch'egli
possa peccare di parzialità per il poeta francese — a lui sconosciuto.
Il Déroulède, egli dice fra l'altre cose, è uno di quei poeti che
non possono nascere che in una nazione vinta. Quasi ogni nazione ebbe
nella sua storia un'epoca, in cui un solo pensiero la possedette: il
pensiero della lotta e della vendetta. Allora i bimbi si baloccano
con le sciabole e coi fucili, i ragazzi fanno ai soldati, i giovani
si rallegrano d'aver una vita da spendere per la patria, gli uomini si
preparano ai grandi sacrifizi, e i vecchi si dolgono di non essere più
atti alle armi. In tali epoche l'egoismo sparisce e vengono alla luce
nobilissimi esempi di virtù cittadine. Ogni uomo sente che tutto il suo
sangue dev'essere consacrato alla gran lotta e ogni donna riconosce che
il primo dei suoi doveri è quello d'accendere il coraggio degli uomini.
In questa condizione si trovarono la Spagna nel 1812, la Polonia nel
1830, l'Italia fino al 1866; questo pensiero ha suscitato la potente
Germania del 1814; questo pensiero ha fatto sorgere quella scuola di
poeti, fra cui i più insigni sono il Rückert, l'Arndt, il Körner, lo
Schenckendorf, l'Eichendorff. Non si può dire assolutamente che la
nazione francese si trovasse, dopo il 1870, in simili disposizioni;
ma Paolo Déroulède è senza dubbio un poeta di quella levatura. Le sue
poesie sono le prime di questo genere in Francia. Canzoni bellicose la
«grande nazione» ne ha abbastanza, cominciando da quelle del Boileau,
che pareva dimenassero la coda davanti al ridicolo _Roi Soleil_,
e venendo fino a quelle, che trovarono in Napoleone primo un più
degno oggetto dei loro entusiasmi; nè mancano pure nella letteratura
francese poesie che eccitino all'odio e al disprezzo delle nazioni
vicine; e forse in questo genere spetta la palma al famoso _nous
l'avons eu votre Rhin allemand_. Ma poesie piene di profondo dolore
per le sventure sofferte, di esortazione virile al raccoglimento,
al lavoro e alla preparazione, per il gran giorno della resa dei
conti; di sentimento del dovere, di spirito di sacrificio, di ferma
risoluzione nel proposito di ritemprarsi l'animo e le membra per
ritentare una prova suprema, tali poesie son nuove nella letteratura
francese. La sola _Marsigliese_ del Rouget de l'Isle s'avvicina a
questo genere e sorse del pari in un tempo di sventura nazionale
profondamente sentita; ma Paolo Déroulède, il soldato del 1870, è poeta
ben più grande del luogotenente d'artiglieria del 1791; poichè nella
_Marsigliese_ predominano ancora la declamazione, la millanteria e il
reboante, mentre i _Chants du soldat_, semplici e profondi, esprimono
il sentimento, la modestia e la dignità virile. Così dice uno scrittore
che bistratta la Francia per cinquecento pagine, negando ai francesi
persino lo «spirito» che anche i nemici più accaniti son disposti a
riconoscere in loro — indulgentemente.
*
* *
Prima d'esaminare la poesia del Déroulède, convien vedere come sia
nata; ossia conoscere la parte che prese il poeta nella guerra del
1870: parte piena d'avventure così singolari, che meriterebbero
d'essere raccontate se anche si riferissero a un soldato sconosciuto,
invece che a uno dei più simpatici tra i giovani poeti della Francia.
Prima del 1870, il Déroulède era studente di legge, e studiava poco: il
mal dei versi lo cominciava a tormentare. Una delle sue prime poesie
fu una risposta vivace allo zio Emilio Augier, il quale aveva detto
in famiglia: — Vedete Paolo! Egli non fa nulla sotto il pretesto che
un giorno farà il poeta. — Per l'appunto — rispondeva il Déroulède
in alessandrini; — per fare il poeta un giorno ho bisogno di vivere
adesso. Non è ancora il tempo di giudicarmi. Lasciate maturare la
messe; — piccolo sfogo d'alterezza giovanile che egli si guarderebbe
bene dal fare ora che la messe è matura. Nel 1869 scrisse un dramma in
un atto, che passò inosservato, ed empì qualche quaderno di poesie;
ma non fece nulla di notevole. Cercava ancora se stesso, come suol
dirsi; ma si cercava con una tale impazienza, che non si trovava.
Era un giovanotto di alta statura, secco, svelto, irrequieto, che
sentiva intensamente la vita; pieno di grandi speranze confuse, che gli
mettevano il sangue in ribollimento, e lo tenevano come in uno stato
d'ebbrezza continua; una di quelle nature esuberanti d'artista, a cui
la vita del pensiero non basta; che han bisogno di sfogare nell'azione
l'eccesso delle loro forze giovanili, prima d'entrare nell'arte. Agiato
com'era di fortuna, egli avrebbe forse corso la cavallina, come molti
altri giovani, per parecchi anni, se gli fosse mancata l'occasione
di agire; ma l'occasione venne, e non poteva essere nè più grande nè
più terribile. Scoppiata appena la guerra, piantò codici e versi,
ed entrò nel Corpo delle guardie mobili di Belleville, in cui fu
nominato ufficiale. Le sue speranze, però, furono deluse. I tedeschi
s'avanzavano in Francia, le battaglie succedevano alle battaglie, e
le guardie mobili non si movevano. Ed egli voleva battersi. Perciò
rinunziò al grado, s'arrolò negli zuavi, fu destinato al 3º reggimento
che faceva parte del Corpo d'esercito del maresciallo Mac-Mahon, lo
raggiunse sollecitamente, e fu ancora in tempo a pigliar parte, come
semplice soldato, nei due combattimenti di Mouzon e di Bazeille, da
cui uscì sano e salvo, col buco d'una palla nei calzoni. Intanto un suo
fratello minore, Andrea, di diciassett'anni, che studiava a Parigi, —
giovanetto d'indole dolce e d'aspetto gentile, ma tutto ardente d'amor
di patria, — si decideva a seguire l'esempio di lui. Si presentava
un giorno a sua madre e le diceva di volersi arrolare negli zuavi per
andarsi a battere col fratello. Per quanto fosse forte e coraggiosa,
sua madre cercò sulle prime di dissuaderlo: era troppo ragazzo, non
era abbastanza robusto da reggere alle fatiche, la famiglia aveva già
dato un soldato alla Francia. Ma egli insistè, e la madre si arrese;
e siccome non c'erano più vestimenta da zuavo nei magazzini militari
di Parigi, lo accompagnò lei stessa al gran mercato del Temple, dove,
a furia di cercare, raccattando qui una papalina, là una ghetta,
fra tutti e due misero insieme il così detto «equipaggiamento», e il
giovane potè partire vestito ed armato.
Sua madre l'accompagnò fino al campo.
Qui attinse l'ispirazione Paolo Déroulède per quella mirabile poesia
intitolata _Le Turco_, che comincia con le strofe seguenti:
C'était un enfant, dix-sept ans à peine,
De beaux cheveux blonds et de grands yeux bleus.
De joie et d'amour sa vie était pleine,
Il ne connaissait le mal ni la haine;
Bien aimé de tous, et partout heureux.
C'était un enfant, dix-sept ans à peine,
De beaux cheveux blonds et de grands yeux bleus.
Et l'enfant avait embrassé sa mère.
Et la mère avait béni son enfant.
L'écolier quittait les héros d'Homère;
Car on connaissait la défaite amère,
Et que l'ennemi marchait triomphant.
Et l'enfant avait embrassé sa mère,
Et la mère avait béni son enfant.
Elle prit au front son voile de veuve,
Et l'accompagna jusqu'au régiment.
L'enfant rayonnait sous sa veste neuve;
L'instant de l'adieu fut l'instant d'épreuve:
«Courage, mon fils! — Courage, maman!»
Elle prit au front son voile de veuve.
Et l'accompagna jusqu'au régiment.
Mais lorsque l'armée eut gravi la pente:
«Mon Dieu! disait-elle, ils m'ont pris mon cœur,
«Tant qu'il est parti, mon âme est absente.»
Et l'enfant pensait: «Ma mère est vaillante,
«Et je suis son fils, et je n'ai pas peur.»
Mais lorsque l'armée eut gravi la pente:
«Mon Dieu! disait-elle, ils m'ont pris mon cœur.»
Il viaggio fu pieno di peripezie. La signora Déroulède, già malata, col
cuore oppresso, simulando una forza d'animo che le mancava, si recò da
Parigi a Reims per strada ferrata, col suo zuavo di diciassette anni. A
Reims, saputo che l'esercito del Mac-Mahon era in ritirata verso Sédan,
si mise in una carrozzella col figliuolo, e si diresse verso Sédan. Si
può immaginare lo stato di quella povera donna, durante quel viaggio
lungo e difficile, per strade ingombre di salmerie disordinate e di
carri carichi di feriti, tra reggimenti decimati e spossati, in mezzo
alla tristezza lugubre d'un esercito sconfitto, che andava incontro
a nuove battaglie col presentimento di nuove sventure. A ogni passo,
madre e figliuolo domandavano del 3º reggimento zuavi: nessuno sapeva
dove fosse. Una volta si trovarono in una grande solitudine, dinnanzi
a tre strade, senza indicazione di sorta: la madre, fortunatamente,
obbedendo ad una ispirazione del cuore, disse: — Paolo passò di qui;
— si misero per quella strada, ed era la giusta. Dopo un altro lungo
tratto, si ritrovarono in mezzo ai cariaggi, ai soldati, al disordine:
era una divisione del Mac-Mahon; raggiunsero un reggimento di zuavi:
era il terzo. Scesero di carrozza, e dopo molto cercare trovarono
il povero poeta, seduto sull'orlo di un fosso, che mangiava nella
_gamella_, in mezzo a un crocchio di camerati africani, tra due fasci
d'armi. Inteso il proprio nome, saltò su, e si trovò davanti sua
madre e suo fratello, di cui non aveva più avuto notizia dal giorno
della partenza. Si ritirarono tutti e tre in una piccola osteria di
campagna, accanto alla strada; là la signora Déroulède volle che i
suoi figliuoli, l'uno stanco dalle marcie, l'altro dalle emozioni,
si riposassero; e tutti e due le si addormentarono con la testa sulle
ginocchia, come due ragazzi. Allora la madre potè piangere, guardata
con rispetto pietoso dagli zuavi, che s'affacciavano alla finestra e
allo spiraglio dell'uscio; e, piangendo, prepararsi alla separazione.
Il terribile momento non si fece aspettare. Squillarono le trombe, i
figliuoli si svegliarono; bisognava dirsi addio; la madre si sentiva
schiantare il seno dai singhiozzi; ma fece uno sforzo sovrumano, e
non versò che lacrime mute. I saluti furono brevi: — _Courage, mon
fils!_ — _Courage, maman!_ — come nella poesia. E si separarono. Il
reggimento seguitò la sua strada verso Sédan, e la signora Déroulède
riprese la via di Reims. Prima di arrivare a Reims, le seguì ancora
un caso doloroso. Arrestata da una avanguardia francese, interrogata
da un ufficiale, disse il suo nome, e raccontò che era stata ad
accompagnare un figliuolo al reggimento, dove già n'aveva un altro. La
cosa parve inverosimile: la presero per una spia! Riuscì fortunatamente
a liberarsi, e sfinita dalle fatiche, con quell'ultimo colpo di stile
nel cuore, arrivò a sera inoltrata a Reims, dove fece appena in tempo
a pigliare il treno di Parigi, che era l'ultimo della giornata, e fu
l'ultimo per tutta la durata della guerra, poichè la mattina seguente
le avanguardie prussiane avevano già tagliata la via della capitale.
I due fratelli furono messi nella medesima compagnia: in pochi giorni
tutto il reggimento li conobbe. In una relazione del colonnello è
fatto cenno di loro: — Questo bell'esempio di patriottismo dato dalla
famiglia Déroulède fu un grande incoraggiamento per i resti del 3.º
reggimento zuavi. I due giovani volontari s'attirarono in breve tempo,
con la loro abnegazione e il loro valore, l'ammirazione dei vecchi
soldati. — Tutt'e due si trovarono alla battaglia di Sédan, pochi
giorni dopo l'arrivo d'Andrea. È noto che il 3.º reggimento zuavi fu il
solo che riuscì a rompere il cerchio de' Tedeschi in quella giornata,
e che dal campo di battaglia si ridusse a Parigi, dove l'assemblea lo
dichiarò benemerito della patria. Ma i fratelli Déroulède non poterono
salvarsi coi loro compagni. Mentre combattevano in un bosco, a pochi
passi di distanza l'uno dall'altro, Andrea si voltò improvvisamente
verso il fratello, col viso bianco, e gli disse: — M'hanno fatto male!
— e detto appena questo, stramazzò gettando sangue per la bocca. Aveva
una palla nel ventre. Paolo accorse, lo prese in braccio, e camminando
verso i Tedeschi, lo portò dietro a un piccolo rialto del terreno,
dove, deponendolo sull'erba, incespicò e cadde in un fosso; il che
vedendo di lontano gli altri soldati, che continuavano ad avanzarsi,
credettero che anche lui fosse stato ferito mortalmente. Paolo si
rialzò, tagliò una croce rossa nei suoi calzoni di zuavo, l'attaccò
sul suo turbante bianco spiegato, e legato questo cencio di bandiera
d'ambulanza sulla punta del fucile confitto in terra, pensò a salvare
il ferito. C'erano là vicino dei cannoni francesi abbandonati, coi
loro cavalli. Paolo tentò di trasportare il ferito sopra un cassone,
e di fuggire con le artigliere. Ma mentre lo adagiava, gli sgorgò
dalla bocca un'ondata di sangue nero; pareva che morisse; lo ripose
in terra; si mise a succhiargli la ferita perchè il sangue non lo
soffocasse, lo lavò, gli strinse una fascia intorno ai fianchi;...
ma sperava poco di salvarlo. Intanto la battaglia continuava da ogni
parte, lontano, confusamente: egli non ne racapezzava nulla. Il terreno
intorno era sparso di morti, nessun vivente appariva nè francese nè
tedesco. Il primo che passò, dopo un'ora, fu un soldato sassone, che
balbettava il francese. S'avvicinò al Déroulède e lo interrogò. Inteso
che il ferito era suo fratello, s'impietosì. — Anch'io — disse — ho
un fratello nell'esercito. _Ah c'est malheureux, c'est malheureux!_ —
E poi soggiunse: — datemi un po' di pan bianco, zuavo; ve lo domando,
non come nemico, ma come camerata. — E avuto, il pan bianco, se ne
andò, salutando affettuosamente. Il povero Déroulède dovette stare là
quattr'ore col fratello moribondo fra le braccia, vedendo di lontano
delle figure sinistre di spogliatori di morti vagare per il campo e
contaminare con le mani ladre i cadaveri. E cominciava già a disperare.
Finalmente passò di galoppo un drappello di dragoni azzurri; vista la
bandiera, s'arrestarono; mandarono per un medico; venne poco dopo;
— era un medico sassone; — fece trasportare il ferito in un grande
opificio, vicino a Sédan; lo adagiò sopra un letto, in una stanza del
padrone, ch'era assente, e tentò l'estrazione della palla. Mentre
egli operava, una banda tedesca suonava la marcia del _Lohengrin_
nel cortile, e una frotta di soldati prussiani aspettava sulla porta
che l'operazione fosse terminata, per entrare nella stanza a vedere
un grande ritratto di Federico il grande — di cui s'era sparsa la
notizia — appeso proprio sopra il letto in cui era disteso il ferito.
Cose che, in un romanzo, parrebbero troppo ingegnosamente combinate.
L'operazione, mercè un taglio profondissimo, riuscì. Paolo offrì al
medico tedesco il suo orologio. — No, — quegli rispose — sarebbe un
pagamento. — Allora accettate il mio pugnale — disse il giovane. Il
medico accettò. Tutti e due erano commossi. Il ragazzo era sfinito; ma
salvo.
Della capitolazione dell'esercito e dell'Imperatore non sapevano
ancor nulla; nemmeno della vittoria dei Tedeschi. Il ferito fu dato
alle ambulanze francesi, perchè lo trasportassero nel Belgio: Paolo
sperava di poterlo accompagnare, perchè era ancora aggravato; ma fu
preso prigioniero, e diviso a forza dal fratello. Fortunatamente,
mentre lo conducevano via, un ufficiale prussiano, vedendolo passare
così desolato, con la faccia nelle mani, fermò il drappello, e domandò
spiegazioni. Intesa la cosa, fu preso da compassione. — Che diavolo! —
disse — è una crudeltà separare così due fratelli! — E andò egli stesso
a domandare al comandante tedesco di Sédan che il Déroulède potesse
accompagnare il ferito nel Belgio. L'ottenne; il Déroulède andò a
Bruxelles col fratello. Qui solamente ebbe notizia della catastrofe di
Sédan. Andrea fu ricevuto in una casa d'amici; Paolo poteva andarsene.
Le autorità belghe gli offrirono la libertà, purchè desse la sua parola
di non battersi più contro i Tedeschi; altrimenti, dovevano mandarlo
prigioniero in Germania. Egli preferì la prigionia, con la speranza
della fuga. Fu quindi mandato per strada ferrata a Berlino, e da
Berlino condotto a Breslau, nella Slesia.
Mentre questo accadeva, la sua famiglia stava a Parigi, al buio di
tutto, nella trepidazione che si può pensate. Arriva finalmente il 3.º
reggimento zuavi. Padre e madre gettarono un grido di gioia, corsero
dal colonnello, domandarono dei figliuoli.... Non c'erano. Erano stati
visti cadere l'un sull'altro in un fosso, alla battaglia di Sédan;
il che voleva dire ch'erano morti. La povera madre rimase fulminata.
Portata a casa, le prese un accesso di paralisi da cui non si rimise
più; chè anzi s'andò sempre aggravando; e per otto giorni stette
tra la morte e la vita, con l'immagine di quei due cadaveri davanti
agli occhi, istupidita dal dolore. Per fortuna, prima di passare la
frontiera belga, il Déroulède aveva sparso fra contadini e soldati, e
buttato a tutte le poste; un gran numero di buste dirette a sua madre,
con tre parole dentro, e la firma sua e del fratello. Una di queste
buste, dopo otto giorni, arrivò; la signora Déroulède l'aperse con
le mani tremanti, animata da un barlume di speranza: c'era scritto
— _Nous sommes vivants._ — Credette d'impazzire...; ma questa gioia
immensa non valse a rimetterla dal colpo tremendo che aveva ricevuto.
E continuò a vivere miseramente, torturata dalla paralisi che cresceva,
e da un'insonnia angosciosa, che avrebbe spezzato i nervi d'un uomo; ma
piena di coraggio e, se non rassegnata, preparata ad ogni cosa.