nella comicità larga del Molière, fra le grosse celie e le grosse risa,
vestito dei panni di Scapin e di Mascarille. Quella comicità dal naso
corto e dalle grosse labbra, come disse Alfonso Daudet, par fatta per
la sua faccia, per la sua voce e per la sua indole. Lì sfolgora ed
impera davvero, e fa tremare le vôlte del teatro. Nessun Mascarille,
nelle _Précieuses ridicules_, ha mai detto con più petulante
disinvoltura le sue spropositate goffaggini; nessuno ha mai mostrato
sul palco scenico una più maledetta grinta, una più impertinente
sfacciataggine di lacchè astuto e ridacchione, docile ai pugni e alle
legnate, e pronto a tutte le pagliacciate e a tutte le bricconerie.
Nessuno Scapin è stato mai più magistralmente bugiardo, ipocrita,
truffatore e buffone. Il Coquelin domina la scena, in queste farse
epiche, coll'imperturbabilità sovrana che dà la coscienza del genio.
Ha una mobilità di fisonomia, un'elasticità di voce, una pieghevolezza
di membra, una sicurezza, un'audacia che nessuna parola può rendere.
Nelle _Précieuses ridicules_ suscita una tempesta di risate con ogni
parola, quando contraffà il gentiluomo letterato e lezioso, e declama
quella stramberia di madrigale che finisce col grido: Al ladro! — Nelle
_Fourberies de Scapin_ snocciola quelle lunghe parlate per indurre
Argante a sborsare i seicento scudi, con una rapidità d'un effetto
comico meraviglioso. Non son più periodi; sono eruzioni, cascate
precipitose di parole, che schizzano e tintinnano come sacchi di monete
rovesciati, fra le esclamazioni di stupore della platea. Nei _Fâcheux_,
facendo la parte del cacciatore appassionato, dice quei cento e quattro
versi filati della descrizione della caccia, d'un fiato solo, come
se li improvvisasse, con una tale potenza imitativa della voce e del
gesto, che per un quarto d'ora par di veder fuggire i cervi per la
foresta, e il teatro risuona dello scalpitìo dei cavalli, del latrato
dei cani, dello squillo dei corni, delle grida dei cacciatori, come se
vi agisse un'intera Compagnia equestre. Ed è infaticabile. Dopo aver
fatto _Mascarille_ nell'_Etourdi_, che è una delle parti più lunghe e
più difficili del vecchio repertorio drammatico, è fresco e disposto
come prima di cominciare. Ed è superfluo far notare la difficoltà
grandissima che presentano queste parti comiche del Molière, in cui
se l'attore non è tanto forte da tener continuamente viva l'ilarità
e l'ammirazione, subito risalta la trivialità, l'esagerazione, il
grottesco del personaggio e della scena, e non basta la riverenza che
ispira il grande poeta a trattener il pubblico dal dar segno di noia
o d'impazienza: il che suole accadere nei teatri di provincia, dove le
commedie del Molière sono quasi irrappresentabili. Ma il Coquelin par
nato fatto per interpretare il Molière; e piuttosto che un _Sociétaire_
della commedia francese, si direbbe che è un attore superstite della
famosa _troupe de Monsieur_, ancor tutto fresco, dopo due secoli,
delle lezioni del suo capo-comico immortale. E in questo gli giova
immensamente la faccia. È impossibile resistere alla forza comica
dello sguardo, del riso e della smorfia di questo grandioso _farceur_;
bisogna ridere con lui, in qualunque stato d'animo ci si trovi; e si
ride di quel riso a singhiozzi, convulsivo e clamoroso, che ci riprende
ancora dopo il teatro, e ci accompagna a casa, e ci torna ad assalire
la mattina dopo, e ci rimane come un grato ricordo per sempre.
*
* *
Certamente, egli deve la sua gloria artistica più ai doni della natura
che allo studio. _Histrio nascitur_. Ed anco non ammettendo questa
verità, bisognerebbe fare un'eccezione per coloro che sono grandi
attori a ventitrè anni. Nondimeno egli studiò e faticò moltissimo.
Non _s'è fatto una voce_, come si dice del celebre attore Duprez;
ma _lavorò_ la sua infaticabilmente, con esercitazioni assidue e
metodiche; e non son molti anni, infatti, ch'egli ha quell'elasticità
mirabile degli organi vocali, che si presta così docilmente alla
varietà e alla mobilità prodigiosa delle sue sensazioni. Così la sua
pronunzia nitidissima, che fa d'ogni sillaba una nota cristallina,
è principalmente frutto d'un _fortemente volli_, come il vigore del
verso alfieriano. È una cosa che accende nel sangue la passione dello
studio, il sentirgli dire, per esempio, con che amore e con che cura
si è rimesso a studiare la sua parte d'_Annibal_, dopo che l'Augier
rimpastò l'_Avventuriera_; come l'ha scomposta e ricomposta daccapo,
periodo per periodo e frase per frase; come ha rivoltato per tutti i
versi ogni parola per trovarle il suo accento vero e proprio; come
ha ragionato tra sè ogni sorriso e ogni gesto. Così pure l'udirgli
esporre le riflessioni minute e ingegnose che fece sulla parte di
Figaro nel _Barbiere di Siviglia_, per cogliere le differenze che
dovevano passare fra questo — giovane e spensierato, — e il Figaro
del _Mariage_, — più avanzato negli anni, più esperto della vita e
cangiato anche per effetto della sua nuova condizione; — differenze che
seppe rendere stupendamente sul palcoscenico, fin nelle più leggiere
sfumature; e le conferenze d'ore e d'ore avute con gli autori, col
manoscritto alla mano, coperto di richiami e di postille, per trovare
insieme il colore particolare da darsi a una scena, o l'intonazione
giusta d'un monologo; e le discussioni interminabili avute coll'Augier
o col Dumas per sostenere il suo modo d'interpretazione, e salvar la
vita al personaggio concepito da lui, e amato come una creatura fatta
con le sue carni e col suo sangue. Di tutti i personaggi che deve
rappresentare, e della società e del tempo in cui vissero, cerca con
una pazienza e con una curiosità d'archeologo le più minute notizie,
nei libri e nelle conversazioni; e nota tutto e rimesta ogni cosa per
mesi e mesi, ragionando di ogni minimo particolare lungamente, con una
diligenza che tocca la pedanteria. E si prepara con maggior studio e
maggiore pacatezza in quelle scene appunto, in cui dovrà allentar di
più la briglia al suo istinto, perchè vuol essere audace sul sicuro;
al qual fine raccoglie osservazioni e consigli da ogni parte, come uno
scrittore naturalista, e ricorre le critiche che gli son state fatte
negli anni addietro; ma per quanto faccia, non si presenta mai al
pubblico con la coscienza soddisfatta, e ricomincia a martellare sulla
sua parte anche dopo la più splendida riuscita.
*
* *
A questo lavoro indefesso egli deve la sua continua ascensione
nell'arte, in cui non ha più che un rivale, — il Got, — che ha
vent'anni più di lui, ed era già attore provetto quando il Coquelin
entrò nel «Teatro francese»; quel celebre Got, che creò il Giboyer,
come si dice nel linguaggio teatrale, nelle due commedie _Les
effrontés_ e _Le fils de Giboyer_; che fece un tipo indimenticabile
dell'abate nell'_Il ne faut jurer de rien_ di Alfredo Musset; che
interpreta insuperabilmente _Maître Guérin_, _Monsieur Poirier_ e
il _Duca Job_ di Léon Laya: il primo attore, forse, che portò nella
_Comédie française_ un sentimento potente della realtà, e che, pure
possedendo profondamente la tradizione dell'arte, pigliò tutti i suoi
modelli nella natura viva. Anch'egli è ugualmente forte nel drammatico
e nel comico: Bernard nei _Fourchambault_, strappa i singhiozzi;
Matamore nell'_Illusion comique_, fa schiantar dalle risa; e chi
l'ha visto Rabbino alsaziano nell'_Ami Fritz_, che fu uno dei suoi
più grandi trionfi, non lo riconosce più nei panni di _Sganarelle_
o del _Souffleur_ dei _Plaideurs_ di Racine, in cui è insuperabile.
Osservatore finissimo, vero fin nelle più piccole minuzie, abilissimo
alle trasformazioni del viso, capace di recitare per quattro atti
interi, come nel _Gendre de monsieur Poirier_, con un occhio socchiuso
e la bocca torta, senza scomporsi un momento; fornito d'un gusto
letterario squisito, e di buoni studi, e altieramente appassionato
dell'arte sua, egli tenne per lungo tempo il primato nel «Teatro
francese», ed è indubitabile che giovò moltissimo al Coquelin, non
foss'altro che col proprio esempio. Ma questi — lasciando da parte
altre qualità intimamente individuali, che non permettono confronti —
è superiore a lui nella versatilità dell'ingegno e nella mutabilità
dell'aspetto. Il Got è vario; il Coquelin è un Proteo. Il Got, per
esempio, ha non so che di proprio e d'immutabile nell'intonazione e
nel gesto, un certo fare _bourru, imitant la franchise_, come dicono
i francesi, e un _tic_ particolare del capo e delle spalle, simile
all'atto di chi dica: — Non me ne importa il gran nulla, — un po'
volgare, — che lo rende inabile a tutte le parti in cui si richiede
eleganza e dignità signorile di maniere. Oltre di che è restìo a
liberarsi dai modi e dagli accenti d'una parte in cui sia riuscito
maestrevolmente; così che per molto tempo, dopo una _creazione_
grande e fortunata, porta in altri drammi l'impronta del personaggio
prediletto, come gli accadde, tra l'altre volte, dopo il suo successo
nel _Giboyer_. Il che non segue al Coquelin, di cui l'ingegno sembra
cambiar natura ogni volta che cambia parte; che scende fino alla
farsa plebea e sale fino alla più alta poesia; pagliaccio, gentiluomo,
villano, brillante, tiranno, — eroe della rivoluzione, tragico, nel
_Jean Dacier_, — piccolo collegiale vizioso e impostore nel _Lion et
Renard_, — sempre originale, rifatto da capo a piedi, e liberissimo da
ogni legame di reminiscenza; a segno che se gli saltasse il ticchio
domani di fare il _Romeo_ — con quella faccia — nella tragedia dello
Shakspeare, c'è da giurare che ci riuscirebbe, come disse un critico
tedesco; e che il pubblico, ascoltandolo, direbbe che a Giulietta
poteva toccare un amante più bello, ma non uno _più interessante e più
appassionato_. Nondimeno sono molti ancora quelli che gli preferiscono
il Got, come più profondo e più grave; e c'è fra loro una gelosia
coperta, ma viva, che scoppia ogni volta che cade su una medesima parte
la preferenza di tutti e due: come segue ora per il dramma _Le Roi
s'amuse_, in cui l'uno e l'altro vorrebbe fare il _Triboulet_; e questo
tira tira è cagione che il dramma non si rappresenti; non essendo parsa
accettabile a nessun dei due la proposta di Victor Hugo, che facessero
il _Triboulet_ una volta per uno, a sere alternate: proposta d'accorto
finanziere, non d'uomo esperto del cuore umano.
*
* *
Il Coquelin ha ancora un merito tutto proprio, che è d'essere un grande
declamatore di poesie liriche. Anzi tutto è maestro senza eguali
nel dire i versi, che è quasi un'arte nell'arte, in cui non gli si
avvicinano che il Got e Sara Bernhardt. È uno dei rarissimi attori che
sian riusciti a liberarsi, fino a un certo punto, da quell'accento
convenuto, da quel colorito generale che è quasi obbligatorio nella
dizione degli alessandrini francesi, e che anche nell'espansioni più
appassionate dell'animo tutti badano a conservare, come se fosse una
necessità fondamentale dell'arte. Il Coquelin si liberò da questa
psalmodia, da questa specie di musica sacra, come la definì la signora
Stael, che si trasmette di generazione in generazione a somiglianza
d'un vizio ereditario; e prese una via di mezzo tra coloro che cantano
il verso, avvolgendo tutto in una sorta di melopea sonnolenta, che
arrotonda tutte le linee e cancella tutti i contorni, e coloro che,
sotto il pretesto della imitazione del vero, non badano nè a ritmo, nè
a rima, nè a prosodia, e sacrificano interamente l'elemento poetico
all'elemento drammatico. Egli ha saputo cogliere una certa armonia
intermedia tra la parola e la musica, che nello stesso tempo accarezza
l'orecchio e rende l'intonazione del discorso. E fa valere mirabilmente
la bellezza della forma. Senza rivelar troppo l'artifizio, fa sentire
tutte le variazioni del movimento ritmico, le ondulazioni della frase,
le rime, le cesure, le attaccature dei periodi; rompe la monotonia
degli alessandrini con una quantità di chiaroscuri delicatissimi;
virgola e punteggia con una grande efficacia, e, grazie particolarmente
alla sua maniera ferma e nitida di articolare le consonanti, ha una
chiarezza di dizione — qualità indispensabile per i versi — che nessun
attore ha mai superata. Oltrechè non è solamente interprete, ma critico
e correttor vero del poeta. Nessuno meglio di lui sa afferrare, in una
poesia, il filo del concetto principale, e attenercisi, malgrado le più
viziose digressioni, e fare in modo che non se ne scosti menomamente
l'attenzione degli uditori. È maestro nell'arte di velare i difetti
della forma, di scivolare sulle lungaggini, di gettar ombra sulle
parti deboli per raccoglier luce sulle forti, di far sfolgorare il
verso capitale, e di scoprire e mettere in rilievo pensieri affogati
dalle immagini, e sensi riposti, e finezze, e contrasti, che il
poeta stesso non ha avvertiti. Ed esercita quest'arte nei salotti
— dov'è invitato e pagato — il che è molto diverso, ed anche assai
più difficile che esercitarla nel teatro; tanto che molti attori
applauditissimi sul palco scenico, perdono ogni efficacia declamando
versi in un cerchio ristretto d'uditori. Il Coquelin, invece, conosce
ed osserva rigorosamente tutte le leggi delicate e difficili che
impone la vicinanza dell'uditorio, col quale, anzi, qualche volta
l'artista si trova confuso: smorza gli effetti, ristringe il gesto,
attenua l'espressione del volto, modula in un modo particolare la
voce, e dissimula accortissimamente l'attore drammatico sotto l'uomo
di società. Perciò ottiene dei successi privati non meno splendidi dei
successi teatrali, e rende, in questo campo, dei veri servigi alle
lettere. È lui che ha diffuso, in questi ultimi anni, il gusto dei
versi nella società elegante, che non badava prima che alla musica, e
parecchi dei più illustri tra i giovani poeti della Francia debbono
a lui il principio della propria fama. Egli recitò per il primo le
poesie di Alfonso Daudet, che è suo amico intimo, di Paolo Déroulede,
per il quale professa una viva ammirazione, di Jacques Normand, del
Coppée, del Manuel, del Guiard. E non si può dire con che passione
egli cerca queste poesie, con che piacere se le fa leggere in casa,
per le strade, in carrozza, nei camerini del Brébant; come scatta ad
ogni verso potente; come, senz'accorgersene, udendo leggere, prepara
il gesto e l'atteggiamento del viso con cui dirà quella data strofa;
con che impazienza, all'ultimo verso, strappa il manoscritto di mano al
poeta, e con che bella e simpatica sicurezza di grande artista gli dice
sorridendo: — Lasciate fare a me, che vi servirò da onest'uomo.
*
* *
Ma non è compiuto il ritratto del Coquelin se non gli si fa accanto
uno schizzo di suo fratello, che è come una sua appendice; attore anche
lui del _Teatro francese_, chiamato _Coquelin cadet_, per distinguerlo
da Costanzo. Il Coquelin _cadet_ crebbe al calore del forno paterno
accanto al fratello maggiore, e portò con lui il pane fresco ai buoni
borghesi di Boulogne-sur-mer, con la faccia bianca di farina e le mani
imbrattate di pasta. Quando il fratello maggiore dava i primi segni
della sua vocazione drammatica, lui ancora bambino s'ingegnava già
d'imitarlo, gesticolando e balbettando dei versi; e quando più tardi
il fratello gli confidò i suoi disegni ambiziosi, anch'egli cominciò a
riscalducciarsi la testa e a vagheggiare il teatro. Partì il fratello,
passò qualche anno: Coquelin _cadet_ pensò di manifestare le sue
intenzioni al padre; ma non osava, perchè suo padre contava fermamente
su di lui per tramandare ai posteri il suo forno. Nondimeno un giorno
si fece coraggio e tirò la schioppettata. Si ripetè la medesima
scena che era seguita col primogenito; ma questa volta con un po' di
scandalo. Il buon fornaio, udendo per la seconda volta quelle fatali
parole: — Voglio fare l'artista drammatico, — alzò la testa dalla
madia, e guardò il figliuolo con due occhi grandi come due scudi. —
Ma dunque — disse, incrociando le braccia — è proprio destino che io
non ne debba salvare neppur uno dei miei figliuoli! _C'est comme une
peste qu'ils ont tous. Je ne comprends pas. Où ont-il donc attrapé
ça, mon Dieu!_ — Ma dopo un po' di contrasto, si rassegnò, e lasciò
partire il ragazzo per Parigi, dove fu ricevuto al Conservatorio,
poco dopo arrivato. Aveva ingegno e attitudine grande all'arte; ma non
l'esuberanza di vita, e le facoltà poderose e splendide del fratello.
Perciò il suo noviziato fu più duro e più lungo. Ma riuscì; riportò
anzi il primo premio del Conservatorio nel 1867, e si presentò per
la prima volta sulle scene della _Comédie française_, facendo il
_Petit-Jean_ nei _Plaideurs_, il 10 giugno 1869, otto anni dopo che
aveva esordito suo fratello, il quale, con pensiero affettuoso, volle
recitare accanto a lui quella stessa sera, nella medesima commedia,
nella parte dell'_Intimé_. Coquelin II piacque. D'aspetto, somiglia
molto al fratello; ed è forse anche più comico, benchè abbia i
lineamenti meno risentiti: gli basta entrar in scena per far ridere.
Ma l'indole drammatica è diversa: egli ha piuttosto la comicità
inglese, — umoristica — un po' fredda, che si fa capire più che non si
faccia valere; ed è attor fino e originale; e quel ch'è più curioso,
lontanissimo da ogni idea d'imitazione di suo fratello; del che diede
una bella prova fin da principio nella commedia _Le mari qui pleure_ di
Jules Prével, in cui fece la parte dell'avvocato Laroche, già sostenuta
mirabilmente dal primo Coquelin, in una maniera diversa affatto, e non
meno ingegnosa nè meno applaudita. Il fratello maggiore, ciò nondimeno,
sta tanto al di sopra dell'altro, da non potersi nemmeno istituire un
paragone fra loro; per il che questa bella fraternità non è macchiata
di gelosia. L'_aîné_ ama il _cadet_ più che da fratello, da padre; e
quando nella stanza di studio passa la mano sotto il mento d'un suo
bustino in bronzo, dicendo scherzosamente: _voilà mon petit frère_, —
gli si sente nella voce un grande affetto, e gli si leggono negli occhi
mille cari ricordi — di quando trottavano insieme per le strade con le
focaccie calde nel paniere, e riportavano il gruzzolo dei soldi al buon
babbo, curvo sulla madia, tanto lontano dal pensare che un giorno i
suoi due piccini avrebbero fatto rimbombare d'applausi il primo teatro
del mondo, e che il suo povero forno sarebbe diventato famoso.
*
* *
Ora il Coquelin è nel pieno vigore della sua virilità artistica e
forse nel periodo più felice della sua carriera. Figliuol di grazie
del «Teatro francese,» amico intimo di potenti, accarezzato dai poeti,
ricercato di consigli e d'aiuti da tutti i giovani commediografi,
glorificato come artista, riverito come mecenate letterario, e carico
di quattrini, non ha più nulla da desiderare, fuorchè delle belle
commedie. Ma non pensa a sè solamente. Sollecitato da mille parti per
recite di beneficenza, egli s'arrende a tutte le preghiere, abusando
anche delle proprie forze, e fa del bene a moltissimi; tanto che ha
un salotto pieno di medaglie e di ricordi preziosi che gli offersero,
e gli offrono di continuo, in segno di gratitudine, Società operaie
e Istituti e Comitati di soccorso d'ogni natura. È pure dilettante
di belle arti, ed ha un piccolo museo di quadri del Meissonier, del
Bonnat, del Fortuny, del Détaille, — in parecchi dei quali è ritratto
lui, nelle spoglie di Mascarille e di Cesare di Bazan, con quel riso
indefinibile e irresistibile, a cui deve una gran parte della sua
potenza d'artista. Della quale potenza uno potrebbe farsi benissimo
un'idea, senza essere mai stato al teatro, solo trattenendosi un'ora
ogni mattina nella sua anticamera; dove si trovano sovente insieme il
commediante famelico che viene a implorare un sussidio che non gli
è mai rifiutato, la signorina americana che vuol pigliar lezioni di
dizione francese, l'impiegato che desidera una croce, l'ufficiale che
ha bisogno d'un traslocamento, e qualche volta persin dei prefetti,
dei magistrati e dei vescovi, che non isdegnano di raccomandarsi a
Sganarello per ottenere un piccolo favore dal Governo. Ed egli riceve
tutti con quel gran naso voltato in su, pieno di bonarietà e di buon
umore, ruminando dei versi del Molière durante i discorsi lunghi, e
rimanda tutti, se non soddisfatti nei loro desideri, contenti almeno
di aver visto una volta da vicino quella maschera formidabile, che da
venti anni fa rider del suo riso e pianger delle sue lacrime Parigi.
*
* *
Così fatto, o presso a poco, è il celebre Coquelin, il quale (per
terminare con una buona notizia) sta pensando a raccogliere una
Compagnia d'artisti valenti per fare un giro in Italia, e dare una
serie di rappresentazioni in tutte le città principali.
PAOLO DÉROULÈDE
E LA POESIA PATRIOTTICA.