Mi ricorderò sempre della pessima impressione che mi fece, a primo

aspetto, la prima volta che lo intesi recitare nella commedia _Les

Fourchambault_, in cui faceva la parte di Leopoldo. Quando comparve in

scena, nel primo atto, e mi dissero: — Quello è il celebre Coquelin;

— a veder quell'uomo tagliato alla carlona, piccolo, col naso voltato

su, con le gambe arcate, con quel sorriso di scorbellato sulla faccia,

provai un grande disinganno, e mi parve che non l'avrei mai potuto

pigliare sul serio. Non sapevo darmi pace che con quel frontispizio

così mal riuscito, dovesse far l'amoroso nel primo atto, e il figliuolo

offeso e terribile nel terzo atto di quella bella commedia. Con tutto

ciò mi colpì subito la sua maniera di stare in scena, anche in mezzo

alle signorine Reichemberg e Croizette, che ci stavano mirabilmente:

certi suoi serpeggiamenti, certe passeggiatine oblique per il palco

scenico, a passo strascicato, e un modo di andare qua e là, col

viso in aria e con le mani in tasca, così _vero_, così di casa, così

perfettamente imitato da quel ciondolìo senza direzione che facciamo

nella sala da pranzo, in famiglia, voltandoci ad ogni voltata del

pensiero e della conversazione, come banderuole girate dal vento; che

un ragazzo l'avrebbe osservato e ammirato. Poi notai un altro pregio

suo: ogni volta che aveva da dire qualcosa, l'espressione del suo viso

preannunziava in maniera il senso delle sue parole, che pareva che

le cercasse, che parlasse di suo capo, non che recitasse delle frasi

imparate a memoria: gli si vedeva proprio sulla fronte il lavorìo

della mente, che si fa discorrendo, quel po' di sforzo che costa a

tutti l'espressione del proprio pensiero. E questo dava un colore di

verità singolarissimo al suo discorso. E come rendeva bene nell'aria

del viso, nell'intonazione della voce e persino nell'andatura, quello

stato d'animo particolare del giovanotto ozioso, in quell'età in cui

comincia a sentirsi allo stretto fra le pareti domestiche, e vorrebbe

sbizzarrirsi fuori, ma i legami della famiglia lo trattengono ancora,

così che si dondola tutto il giorno per la casa e ingombra le stanze

della sua scioperatezza, pieno di appetiti virili e di capricci da

scolaro, brontolone e burlone ad un tempo, sbadigliando l'anima ogni

quarto d'ora! A poco a poco quella naturalezza assoluta mi soggiogò; e

mi trovai anch'io in quella corrente di simpatia che avevo notato fin

da principio fra lui e gli spettatori, i quali seguivano attentamente

ogni suo passo, mostravano di apprezzare ogni suo gesto, e ridevano

qualche volta d'un movimento appena percettibile del suo viso. Non

di meno mi pareva ancora che con quella effigie lì egli non avrebbe

mai potuto altro che farmi ridere. Venne il terzo atto, sul principio

del quale il Coquelin è ancora il giovane ameno e leggero delle prime

scene. Mi meravigliò, nonostante, il modo con cui fece al Bernard il

racconto delle sue avventure della sera innanzi, e del duello della

mattina; durante il quale racconto si rifece indietro due o tre volte,

per dir qualche cosa che aveva dimenticato, con una speditezza, con una

naturalezza così viva e così spigliatamente spontanea, che la platea

proruppe in applausi, e l'applauso fu seguito da un mormorìo generale

di ammirazione. Di li a poco — tutti conoscono la commedia — i ferri

si cominciano a scaldare, e di parola in parola il Bernard giunge a far

quell'allusione al padre Fourchambault, che colpisce il figlio in mezzo

al cuore. Allora si rivelò improvvisamente un altro Coquelin. Fu una

vera trasfigurazione. Parve che gli cadesse una maschera dalla fronte,

— il suo viso impallidì e si stravolse, — la voce cambiò suono, e il

gesto scattò colla forza d'una molla d'acciaio. Tutti hanno presente la

scena in cui Leopoldo Fourchambault alza la mano per schiaffeggiare il

Bernard, il quale lo trattiene, gli rivela che è figlio dello stesso

padre e che salvò la sua famiglia dal disonore, e poi gli domanda:

— Che cosa dici adesso? — Ebbene, il Coquelin gridò quella sublime

risposta: — Io dico che tu sei il più nobile degli uomini! Io dico che

tua madre è la più santa delle donne! Io dico che sono altero d'esser

tuo fratello e di gettarmi sul tuo cuore! — gridò queste parole con

una voce così potente, con un accento così gioioso e doloroso ad un

tempo, e straziante a forza d'affetto; con un tremito nella gola e uno

spasimo nel viso che rivelava così irresistibilmente il pentimento

profondo, la tenerezza immensa, il bisogno di chieder perdono, la

gioia divina del chiederlo, un misto d'umiltà e di forza selvaggia del

cuore, altero del suo slancio generoso e della santa giustizia che

rendeva; che, più ancor che commosso dalla scena, in mezzo a quella

gran folla del _Teatro francese_, che si sollevò tutta come un'onda del

mare, io rimasi trasognato della metamorfosi dell'attore. E sconfessai

immediatamente e per sempre il mio primo giudizio. Poi il Coquelin

rientrò nella sua parte quieta di buon giovanotto, e all'ultima

scena della commedia fece ancora più profonda l'incancellabile

impressione che mi aveva lasciata, con uno di quei tratti da maestro,

insignificanti in apparenza, che ai molti sfuggono, ma che ai pochi

bastano per riconoscere il grande artista, come il leone dall'unghia.

E fu quando sua sorella, ingenua, la quale sperava che l'istitutrice

sposasse il fratello Leopoldo, sente invece che sposa il Bernard, e

dice alla fidanzata: — Io avrei desiderato piuttosto che tu diventassi

mia cognata.... — non sapendo che il Bernard è suo fratello pure, e

che perciò la parentela esiste egualmente. Ebbene, il Coquelin, udendo

quella frase, fa tra sè quell'osservazione maliziosa: — _Il n'y a

peut-être pas grand'chose de changé_ — con una finezza così arguta,

con un sorriso così lepido in un angolo delle labbra, a mezza voce,

guardandosi la punta d'un piede e lasciandosi come scappare le parole

per distrazione, in mezzo alle voci allegre degli altri personaggi,

che gli si farebbero ripetere cento volte, tanto è l'accorgimento e

lo spirito d'osservazione e il senso comico squisito che rivelano. E

rimangono stampate nella mente, con quel sorriso e con quell'accento,

e si prova sempre un piacere vivo a ricordarle e a ripetersele, come

un verso magistrale d'un poeta di genio. Questa fu la prima impressione

che mi lasciò il Coquelin, o meglio, che mi lasciarono i due Coquelin,

l'uno amenissimo e l'altro appassionato e tremendo. E conviene

osservare che egli non può patire la parte di Leopoldo Fourchambault

perchè, dice, non gli conviene sotto nessun aspetto, e la fa per forza,

e da cane. Nientemeno.

*

* *

Poi lo intesi in altre commedie, e in tutte mi parve un grande artista.

Ha arditezza e misura, naturalezza e dignità, costantemente. Qualunque

personaggio rappresenti, dà a vedere d'averlo studiato, non solo

nelle manifestazioni verosimili della sua natura, ma nel più intimo

meccanismo dell'animo, alla sorgente stessa dei suoi sentimenti più

segreti; e conserva il colore di ciascun carattere anche nelle tempeste

più violente della passione. Dopo le sue prime parole non si vede

più il viso del Coquelin; ma quello del personaggio. «Il di dentro

domina il di fuori» come si diceva del famoso Lekain. Ha una maniera

di comporre il viso che corregge tutti i difetti dei suoi lineamenti;

una contrazione potente, che fa pensare a quella di Gwynplain e alla

camera dei lordi, ma che non tradisce lo sforzo. Tutto questo, però,

non basterebbe a fare di lui un grande artista, s'egli non avesse la

primissima delle facoltà drammatiche, che è di sentire profondamente e

vivacissimamente. La sua potenza è nelle vibrazioni dell'anima, nella

freschezza e nel vigore del sentimento. Quando esprime il dolore,

ha veramente delle lacrime nella voce, e degli accenti profondi

d'angoscia, che par che sanguini dentro; e negl'impeti d'ira o di

rabbia, quando discende il palco scenico, guardando davanti a sè con

quell'occhio grigio, dilatato e smarrito come un occhio di fiera,

e tutte le membra tese e convulse, pare che gli si debba spezzare

una vena nel petto. Per me, lo trovo anche più potente nell'ira che

nell'affetto. In quelle provocazioni fra gentiluomini, così frequenti

nelle commedie francesi, a cui segue per lo più un duello mortale,

egli ha un modo suo proprio così secco e tagliente, che fa d'ogni

parola una scudisciata traverso la faccia, e non so che di gelido e di

feroce nell'aspetto e nelle mosse, che mette un brivido nelle vene,

e fa presentire la morte. E ha degli slanci d'entusiasmo ardente,

frenati con un'arte profonda, che ne duplica l'efficacia, e delle

espansioni impetuose di gaiezza, che fanno l'effetto d'un'ondata d'aria

primaverile in quel gran teatro affollato e caldo, che pende dalle sue

labbra. Convien dire pure che ha una voce ammirabile, che si presta

alle più audaci inflessioni, nettissima nelle voci basse e sonora

nelle medie, senz'essere di quelle voci troppo ricche, che annegano,

come si dice in francese, la parola nel suono, e le consonanti nelle

vocali; una voce che s'alza qualche volta, senz'assottigliarsi e senza

sforzarsi, fino alle note più acute, e si espande e risuona, agile

e mordente, in tutti gli angoli della sala, e fin nei corridoi e nei

vestiboli, come uno squillo di tromba. Ha tutti i doni della natura,

insomma, fuorchè la bellezza. Ma quando lo s'è sentito recitare,

pare che la sua imperfezione fisica sia una condizione necessaria,

un elemento quasi della sua potenza particolare d'artista, e che

acquisterebbe qualcosa, ma perderebbe molto di più, se diventasse bello

ad un tratto come il Bocage o come il Salvini.

*

* *

Ed è anche più brutto, o, per meglio dire, strano d'aspetto, di quel

che pare dal palco scenico. Il primo sentimento che si prova, vedendolo

in casa per la prima volta, alla luce del sole, è un'ammirazione più

grande per la potenza del suo ingegno e della sua natura drammatica,

che riuscirono a trionfare, malgrado l'irregolarità quasi grottesca

della sua persona. La sua faccia è una vera maschera d'istrione antico:

un faccione largo e grasso, d'una carnagione giallognola da mercante

olandese, in cui brillano due occhietti bigi di faina, un po' maligni,

sopra un grosso naso che guarda in su con una petulanza senza esempio,

in modo che le nari si presentano come le aperture di due canne d'un

fucile da caccia; una gran bocca, con le labbra grossissime, tagliate

in forma di trapezio, che par che succhino continuamente un enorme

bocchino di pipa turca; un mento lungo e sporgente, e due mascelle

leonine, che si dilatano, quando parla, con un movimento inquietante.

Mettete questa faccia di mascherone di fontana, tutta sbarbata, con

una papalina nera sul cocuzzolo, sopra un corpo bassetto e tarchiato,

vestito d'un farsetto nero stretto alla vita, coi calzoni neri e

con le pantofole nere, e immaginate il misto bizzarro che ne deve

riuscire, di curato di campagna in _négligé_, di cuoco in lutto,

di forzaiuolo e di Stenterello. Si rimane sbalorditi a pensare che

quell'omiciattolo ci ha fatto piangere, fremere e tremare, e s'è presi

dalla tentazione di dirgli che non è quella la maniera di corbellare

il mondo. Ma è un di quei brutti che seducono, forse perchè la loro

bruttezza, come suol dirsi, non è che una bellezza sbagliata: come

accade di certe metaforaccie di pessimo gusto, sotto cui appare il

barlume d'una grand'idea. Questo è vero specialmente quando ride: non

si può immaginare un riso più vivo, più comico, più attaccaticcio

del suo; — e non è la risata dell'allegria — ma una specie di riso

filosofico e profondo, che nasce da un sentimento particolare della

vita, e che fa pullulare mille idee lepide nella mente, e indovinare

mille scherzi che non dice, e pensare confusamente a mille cose e

persone amene, che abbiamo conosciute in altri tempi; un riso che

rallegra dentro, e che mette voglia di darsi una fregatina di mani,

o di allungargli _une tape_ sulla pancia. Tutta la faccia gli ride,

fino alle orecchie; la bocca gli s'arrotonda in un modo curiosissimo,

che fa saltare il capriccio di ficcarvi un dito dentro, come dice lo

Zola del Boche, _pour voir_; e la punta del naso gli fa un piccolo

movimento accelerato, come la punta d'un dito che gratti qualche

cosa di sotto in su, d'un effetto comicissimo; mentre gli scintilla

negli occhi un'astuzia di demonio. I critici cortesi dicono che

ha _une physionomie comique parfaite, une face largement comique,

comiquement spirituelle_, e altre cose simili; ed è vero; ma non è

tutto. È una figura talmente originale ed esilarante, a vederlo da

vicino, che per molto tempo si rimane tutt'intenti a guardarlo, e non

si bada alle sue parole. Ed egli non s'illude sopra sè stesso; parla

anzi sovente della propria persona, celiando, come se canzonasse un

altro, e non vuol sentir parlare delle parti che richiedono bellezza

d'aspetto. Per questa ragione rifiutò, non è molto, di far la parte

di Pigmalione nella _Galatea_ della signora Adam. — Come volete — le

disse — che io ardisca presentarmi al pubblico in nome di Pigmalione,

che dev'essere un bell'uomo? _Voyons donc, madame: est-ce que j'ai le

nez grec, moi?_ — Il naso, infatti, è stato l'ostacolo più difficile

da superare, nella sua carriera drammatica. Quando qualche parte non

gli riesce, ha sempre la sua giustificazione pronta: — è il naso. —

Ma anche in casa sua, dopo un quarto d'ora che gli si parla, segue

come al teatro: si vede un altro Coquelin; tanto la sua conversazione

è arguta e attraente, rimanendo sempre naturalissima, come la sua

maniera di recitare. È divertentissimo vederlo lassù nella sua piccola

stanza di studio, triangolare, che sembra un camerino di teatro — al

quarto piano — tutta piena di libri, fra cui brillano in prima fila

i poeti drammatici e lirici di tutti i paesi; e cogliere a volo nelle

sue parole e nelle sue mosse gli accenti e i gesti di Mascarille, di

Gringoire, di Figaro e del piccolo gobbo del _Luthier de Crémone_, che

fecero risuonare d'applausi il tempio del Corneille e del Molière.

Il Molière, appunto, di cui ha tutto il teatro nel capo, è uno dei

suoi argomenti preferiti; e riparla spesso delle conferenze pubbliche

che tenne poco tempo fa; colle quali si propose di dimostrare che

l'_Alceste_ del _Misantropo_ non è come quasi tutti i critici e quasi

tutti gli attori l'interpretano, un personaggio cupo e profondo,

una specie d'Amleto francese, da rendersi con un colore di stranezza

fantastica; ma un personaggio apertamente comico, come gli altri del

Molière, e designato come tale dal poeta medesimo in una maniera che

non può lasciar dubbio. Egli svolse il suo concetto senza pompa di

dottrina, con molto buon senso, con grande chiarezza, per mezzo di

confronti e di citazioni bene ordinate e lucidamente commentate; ma

lasciò letterati e commedianti nel loro parere contrario. Si lamentò

in particolar modo dei letterati, così tra il serio e il faceto,

facendo tremolare la punta del naso. — Avete torto, mi dicono insomma,

perchè siete un commediante. _C'est ça qui m'embête_. Mi dicano che

ho torto perchè sono un grullo, francamente, e mi ci rassegno più

volentieri. Gli è appunto perchè sono un commediante che voglio dir

la mia ragione. Mi pare che serva a qualche cosa, per giudicare un

personaggio di una commedia, essere abituato da venti anni a mettersi

nella pelle degli altri, e a cercare la ragione intima d'ogni loro atto

e d'ogni loro parola. Se questi speculatori letterari del teatro non

fossero un po' trattenuti dal senso pratico di chi ha da incarnare i

personaggi che essi scrutano e sviscerano continuamente, finirebbero,

a furia di fare, con trasformarli in creature dell'altro mondo, che

nessuno potrebbe più riprodurre sulla scena. — E non si fermerebbe più,

quando ha preso a discorrere del Molière, se non esistesse un altro

personaggio, per il quale nutre altrettanto entusiasmo: il Gambetta,

in grazia di cui egli s'appassiona anche un poco alla politica, e

si tira addosso le canzonature del _Figaro_. Il Gambetta è suo amico

intimo, desina con lui tutte le domeniche, e lo conduce a far delle

lunghe passeggiate solitarie, durante le quali, chi lo sa? forse si fa

dar delle lezioni di recitazione, o si insegnano a vicenda ad aprire e

a scrutare gli animi umani, l'uno per giovarsene sul teatro, l'altro

nella politica; poichè, in diverso campo, essi sono i due più grandi

attori della Francia: il Gambetta più potente, ma il Coquelin assai

più sicuro di non essere fischiato. Egli parlò del suo illustre amico

con calda ammirazione, senza licenze familiari, ripetendo dei brani

del suo ultimo discorso, e esclamando di tratto in tratto: — Sentite

la bellezza di questa frase; sentite la giustezza di questo pensiero;

— come avrebbe fatto per una parlata del Racine. E a proposito

del Gambetta, lesse una lunga colonna del _Voltaire_, in risposta

all'_Intransigeant_, con una rapidità prodigiosa, e con una nettezza

di pronuncia ancor più ammirabile, facendo vibrare certe parole, e

schizzar fuori certe frasi, con cambiamenti improvvisi d'intonazione, e

ammicchi d'un occhio, e guizzi comicissimi delle labbra, in una maniera

da far proprio rimpiangere di non potergli dare il posto di lettore,

in casa propria, con centomila lire all'anno; che per un letterato

sarebbero impiegate al cinquanta per cento. Ed è pure notevolissimo

il suo linguaggio, scolpito e colorito, con certe screziature di

lingua popolare, ricco d'una quantità di termini insoliti e di

modi del gergo teatrale, svariatissimo come è in tutte le persone

dotate di un forte senso comico, che hanno bisogno di raccontare, di

descrivere e d'imitare. L'impressione che egli lascia, in conclusione,

è d'un uomo di buona indole e di buon cuore, come io credo che siano

necessariamente tutti gli artisti drammatici atti a interpretare con

eguale maestria i caratteri buoni e malvagi; perchè, per riuscire

grandi negli uni e negli altri, bisogna che nella loro natura predomini

il buono, senza del quale possono abbagliare con l'ingegno, ma non

soggiogare con la simpatia. Il Coquelin, però, ha l'aria d'un uomo

buono; non d'un bonaccione. Sotto la sua bonarietà canzonatoria

s'indovina un animo risoluto e vigoroso, col quale non dev'essere molto

comodo l'aver che fare i giorni che ha la luna rovescia; e specialmente

quando salta su a inveire contro i capricci prepotenti di certi autori

drammatici, piglia una certa guardatura bieca e fa stridere la voce

in un certo modo, che non par strano affatto, in quel momento, che

abbia saputo incarnare meravigliosamente l'anima dannata del duca di

Septmonts.

*

* *

La parte di duca di Septmonts nell'_Ètrangère_ del Dumas, credono

tutti, — e anche lui — che sia ciò che egli fece — per dirla con le

sue parole — _de plus fin et de plus incisif_, nel teatro moderno, dal

primo giorno che recitò fino al giorno che corre. Per comprendere le

difficoltà con cui ha dovuto combattere, basta rappresentarsi la sua

figura «largamente comica» e ricordare che il duca di Septmonts è la

quintessenza di un gentiluomo del gran mondo — spregievole e odioso

quanto si vuole — ma tanto più dignitoso e corretto di fuori quanto è

più fradicio dentro. Per alto che fosse il concetto che s'aveva della

pieghevolezza d'ingegno del Coquelin, si temeva che in quella parte

cadesse. Bastò invece la sua apparizione sul palco scenico a provocare

uno scoppio d'applausi e un'esclamazione universale di meraviglia.

Costanzo Coquelin, l'incomparabile _Figaro_, l'insuperabile gobbetto

del _Luthier de Crémone_, pareva il primo gentiluomo della cristianità.

Pallido, della pallidezza malaticcia d'un nobile sciupato dagli

stravizi, biondo, un po' calvo, con due folti baffi impertinentemente

arricciati, con una lente all'occhio, vestito con rigorosa eleganza,

disinvolto e duro ad un tempo, e superbamente signorile in tutti i

suoi movimenti, anche nel più forte della passione, egli era l'ideale

vivente dell'autore della commedia. E ad ogni nuova scena si rivelò

con maggior efficacia. Dalla sua aria tediata, dal suo modo di parlare

strascicato, come se ogni parola fosse un atto di degnazione, dalla sua

fredda cortesia, dal suo sguardo ironico e sorridente, da tutti i suoi

gesti e da tutti i suoi accenti artificiosamente trascurati, traspariva

l'insolenza sfrontata d'un aristocratico cresciuto all'orgoglio e

al disprezzo, il cinismo d'un _viveur_ intristito nel vizio, capace

di tutte le bassezze, l'audacia meditata e malvagia dello spadaccino

sicuro d'uccidere, — la sua educazione, il suo passato, tutto quello

che sarebbe stato capace di fare, e mille cose che pensava, e che

non diceva; ma che facevano pensare. Egli corresse anzi leggermente,

con molta arte, il carattere immaginato dal Dumas, che poteva riuscir

troppo ributtante; e lo corresse — come prescriveva il celebre attore

tedesco, l'Iffland, — facendo il difensore ufficioso del personaggio

che rappresentava: lasciando cioè indovinare in che maniera fosse

diventato quello che era, per quale via, non per colpa tutta sua,

si fosse così depravato, — guasto prima da un'educazione falsa e

poi dall'esempio della società incancrenita in cui era vissuto, —

e in tal modo, senza riuscire simpatico, si mantenne dentro a quei

limiti dell'odioso, oltre ai quali un personaggio teatrale non è più

tollerabile e nuoce agli intendimenti del poeta. Ma fu terribile.

Nella scena del quart'atto, per esempio, quando vuole umiliare il

signor Gérard, ricordandogli che sua madre era stata governante della

duchessa, trovò l'accento d'un sarcasmo così sanguinoso e stillò le

parole insolenti nell'animo del povero giovane, come goccie di piombo

fuso, con una lentezza così spietata, che tutti gli spettatori se le

sentirono penetrare nel cuore ad una ad una, e fremettero per quello a

cui eran dirette. E fece rabbrividire l'impassibilità marmorea con la

quale ricevette in viso quella tremenda invettiva della duchessa, di

cui ogni parola è uno schiaffo, fino a quel fulmineo: — _Misèrable!_ —

che finalmente gli solleva il sangue; e la rabbia pazza e feroce con

cui le si slancia addosso all'ultime parole, e lo sforzo improvviso

con cui si frena. Mai era stata rappresentata la superbia, l'insolenza

e la rabbia, con più satanica potenza, sulle scene della _Commedia

francese_. Il suo successo fu enorme. Egli empì il dramma della sua

persona, e vi spiegò tanta forza, che se gli altri atleti fossero

caduti, sarebbe bastato per tutti egli solo.

*

* *

Ritratti letterari · 第 7 / 13 段