sente però gentilissimamente le testimonianze d'ammirazione delle
persone più umili, e preferisce appunto quelle soddisfazioni d'amor
proprio, alle quali pare che dovrebb'essere più indifferente. Lo
rallegra per tutta una serata una bambina di dieci anni che gli dice
ingennamente: — Sapete, _père Augier_, mi piace molto _Maître Guérin_;
— e lo sguardo curioso e affettuoso dello straniero che lo vede per la
prima volta gli fa splendere negli occhi una bontà e una contentezza
d'artista di vent'anni, accarezzato dalla prima lode. Bisogna vedere
con che compiacenza, come se fosse una cosa straordinaria per lui,
mostra l'album di fotografie dei _Fourchambault_, che gli mandò il
Pietriboni, e che egli tiene sul tavolino del salotto. — Questi
sono capocomici gentili — dice; — in Francia, invece, mi fanno
fischiare,... come a Lione. — Ma i fischi di Lione non devono aver
turbato menomamente i suoi placidissimi sonni. Egli ha l'aria d'un
uomo che non abbia mai sentito certi dispiaceri per una specie di
pigrizia del cuore che non voglia scomodarsi nè per le gioie nè
per le noie. Una voluttuosa pigrizia è il fondo della sua natura. È
strano a dirsi, mentre son là otto volumi di commedie, in ciascuno
dei quali son condensati otto romanzi, e che portano tutti l'impronta
d'un lavoro accuratissimo d'intreccio e di stile. Eppure è così: non
è un lavoratore di istinto. Ogni sua produzione teatrale è stata un
gigantesco sforzo della sua volontà contro la sua natura, tanto che
anche nel tempo della sua maggiore operosità intellettuale, dovette
sempre, per riuscire a fare una commedia, cogliere a volo il momento
più favorevole, afferrarvisi con tutte le forze, tremando che gli
sfuggisse, e da quel momento lavorare con l'arco dell'osso fino alla
fine, senza arrestarsi mai, per mesi e per mesi, di notte e di giorno,
mangiando a scappa e fuggi, non vedendo nessuno e non udendo parlar
d'altro, come un recluso o un maniaco; poichè sapeva certissimamente
che la violenza che avrebbe dovuto fare a sè stesso per rimettersi
al lavoro dopo una sola giornata di sosta, sarebbe stata superiore
alle sue forze. — Per poter fare una commedia — dice — ho sempre
dovuto seppellirmici dentro. — Si stancava; ma quand'era stanco,
l'eccitavano il tabacco e la musica. Disteso sopra un canapè, con
la testa appoggiata sulla spalliera, e lo sguardo vagabondo dietro
ai nuvoli del fumo, mentre le sue sorelle, nella stanza accanto,
suonavano sul pianoforte la sua musica prediletta, in uno stato così
di mezza ebbrezza e di abbandono, egli fantasticava le più belle scene
del _Figlio di Giboyer_ e della _Pierre de touche_, e quando sentiva
l'idea matura, saltava a tavolino e ci rimaneva delle mezze giornate
senza alzare la testa. Quando poi aveva terminato, si abbandonava
per parecchi mesi a un ozio beato, non turbato neppure dalla lettura
della gazzetta, al piacere delle passeggiate senza scopo e delle
chiacchierate capricciose e interminabili con gli amici intimi, e
cercava continuamente d'illudersi che quel paradiso dovesse durare per
sempre; e lo atterriva l'idea di dover presto o tardi ritornare alla
catena dell'arte. Senonchè questa maniera di lavorare gli fece danno,
specialmente agli occhi, tanto che ora non può più lavorare che la
mattina di levata e per non più di due ore. — Nondimeno — egli dice,
— provate a lavorare anche due sole ore, ma di seguito, e ogni giorno
impreteribilmente; rimarrete meravigliati di quanto avrete fatto in
capo a un mese. Una gran parte di lavoro, in quelle grandi sfuriate,
va perduta; mentre quel che si fa in due ore, a mente fresca, è tutto
lavoro che rimane. — Ma anche nei tempi andati, durante quelle lunghe
fatiche non interrotte, egli ebbe sempre un modo quieto e per così
dir composto di lavorare. Ha fatto violenza ai suoi nervi piuttosto
che al suo ingegno. _Ne forçons pas notre talent_, è la massima a cui
s'è sempre attenuto. Mettendosi a scrivere una commedia non s'è mai
proposto di far meglio che pel passato, ad ogni costo, come molti
si propongono; ma semplicemente di far bene, senza stimolarsi coi
confronti, che turbano sovente e fuorviano. Non volle mai pigliare il
suo soggetto con un assalto furioso; ma così, a poco a poco: tender
prima l'orecchio ai suoni sparsi ed incerti dell'ispirazione, che
sono come un preludio lontano dell'opera; girare lentamente intorno
alla idea ancora confusa, per scoprirne l'una dopo l'altra tutte le
faccie; tentare e ritentare le difficoltà, senza impazientarsi degli
esperimenti inutili; sforzarsi di mantenere la mente serena, per
quanto è possibile, anche quando l'animo è agitato; e non arrischiarsi
mai in una parte vitale e pericolosa del lavoro prima d'aver
preparato coscienziosamente tutti i mezzi necessarii a riuscirvi. —
La contemplazione tranquilla del proprio argomento, come diceva il
Manzoni. — Così non ha mai molto corretto perchè prima di scrivere
ha sempre molto voltato e rivoltato nella mente l'idea, la frase e la
parola.
Ma nel corso del lavoro, lo confessa, il suo più potente stimolo
è sempre stato l'idea dell'infinita consolazione che avrebbe
provato terminando. E scherza sovente su questa sua pigrizia, molto
lepidamente. Passò cinquant'anni della sua vita, per esempio, senza
aver visto un'aurora. Un giorno finalmente disse a sè stesso:
— In questo stato non si può durare. Invecchio. Andarmene senza
aver visto uno spettacolo di cui si raccontano tante meraviglie,
sarebbe un obbrobrio. Bisogna vedere una aurora. — E si mise a fare
delle _démarches_ per procurarsi questa consolazione. Ma fu sempre
disgraziato. Salì due volte sul Monte Righi, e ci trovò due volte una
nebbia che s'affettava; si levò presto in campagna e fu ricacciato
in casa dalla pioggia; fece la sentinella molte volte, come guardia
nazionale, nel Bosco di Boulogne, durante l'assedio, nelle prime
ore della giornata, e gli toccò sempre un cielo da venerdì santo.
Cominciava a disperare della riuscita, e n'era addolorato e avvilito.
Finalmente, poche settimane fa, viaggiando per strada ferrata, vide
per la prima volta un'aurora. — _C'etait joli, en effet;_ — ma può
dire d'essersela guadagnata. Ne fa anche un po' di caricatura di questa
pigrizia, qualche volta. Ho riso di cuore dello sguardo compassionevole
che diede a un amico, il quale esclamava entusiasticamente: — Ah il
lavoro è la gioia, è la vita! —, e dell'accento comico con cui gli
domandò: — Ma... lo dite sul serio? — Certo, la tendenza ai dolci ozii
che aveva da giovane, gli s'è accresciuta con gli anni. C'è anzi chi
crede che non abbia più scritto commedie in versi da un tempo a questa
parte, non per altro che per scansare la fatica, come dice Dante, di
_dir le cose per rima_: non fece in versi che il _Paul Forestier_,
per velare di poesia l'audacia della gran scena del terzo atto fra Lea
e il suo amante. Dopo aver scritto in versi nove splendide commedie,
alle quali deve principalmente la sua gloria letteraria, crede ora che
sia meglio scrivere in prosa. A un amico che gli annunziava di voler
scrivere una commedia in versi: — no, no — disse, con un'espressione di
noia, come se avesse dovuto cercargli le rime lui stesso; — fatela in
prosa: _on est bien plus libre, allez_. — Ma qualunque sia la ragione
di questo suo mutamento di gusto, è fuor di dubbio che egli si sente
stanco, se non invecchiato di ingegno, e che non è più l'ispirazione
impetuosa d'altri tempi, e come un bisogno della mente e del cuore,
la forza che lo spinge a creare. Da parecchi anni, ad ogni commedia
che fa, dice che sarà l'ultima; e si mise a scrivere i _Fourchambault_
appunto dopo una di queste solenni dichiarazioni. — Come mai? — gli
domandò un amico cogliendolo sul fatto, con l'abbozzo delle prime
scene fra mano; vuol dire dunque che si ricomincia? — Eh santo Iddio —
rispose — che cosa volete? Le spese crescono continuamente.
Ma delle sue ragioni intime d'artista è difficile che parli anche
con gli amici più stretti, non per disdegno, ma perchè gli ripugna
naturalmente discorrere di sè e delle cose sue come d'affari di
Stato. E questa ripugnanza «a servire in tavola l'anima propria,»
come diceva il Balzac, si riconosce nelle sue liriche, nelle quali è
rarissimo trovare un verso che getti un po' di luce sopra la sua indole
e sopra la sua vita, se non sono i versi d'amore che pure non hanno
nulla di profondamente individuale; e si riconosce anche in ciò, che
di tutti gli autori drammatici francesi, è quello che scrisse meno
prefazioni, e che, per quanto l'abbian tormentato gli editori del suo
teatro completo, non son riusciti a strappargli un cencio di prosa
da attaccare al primo volume. Lo stesso è per gli autografi e per le
biografie. A un direttore di giornale che gli chiedeva un autografo
per la sua gazzetta illustrata, scrisse: — Non sto bene, vi stringo
la mano; — e a un tale che gli domandò notizie per scrivere la sua
biografia, rispose: — Son nato nel tal luogo. Ho tanti anni. Non mi è
accaduto nulla di straordinario. — Nemmeno i suoi più famigliari son
mai riusciti a cavarsi la curiosità di sapere quale sia la commedia
per la quale egli sente più tenerezza di padre; benchè abbian ragione
di supporre che sia l'_Aventurière_, la prima commedia in cui rivelò
ingegno maturo e sicurezza di sè; commedia tutta sua, brillante
di vita da un capo all'altro, e vestita di poesia freschissima; la
quale, se non ebbe alla prima un successo eguale alla _Cigüe_, perchè
rappresentata pochi giorni dopo gli avvenimenti di febbraio del 1848,
fu però quella che portò il suo nome più alto e gli aprì le porte
dell'Istituto. Egli non parla nemmeno di letteratura in generale,
se non ci è forzato; e i suoi amici affermano che uno che non lo
conoscesse potrebbe fare un viaggio di tre giorni con lui, senza
sentire dalla sua bocca una sola parola che desse un sospetto lontano
dell'esser suo. Se lo tirano per i capelli a discorrere d'arte, lo fa
in un modo tutto suo, con un certo linguaggio pratico, da strapazzo,
come un operaio che ragioni del suo mestiere. Non recita il sermoncino
preparato, come faceva Gustavo Flaubert, se ne può essere sicuri, e
non la piglia tanto dall'alto per dimostrare a un contradditore che
il teatro risponde a un istinto dell'uomo: — Oh buon Dio! Guardate
i bambini di due anni, che non sanno ancora parlare, e fanno già la
commedia con due pezzi di legno. — E poi cambia discorso.
Non è più il parlatore abbondante e caloroso d'una volta: non fa per lo
più che ascoltare, e quando ha da dir qualche cosa, se può cavarsela
con una mezza parola o con un gesto espressivo, ne par contentissimo.
Solo di quando in quando, una o due volte per sera, si anima a poco
a poco, svolgendo un aneddoto, e allora spiega un vivacissimo senso
comico, molieriano, largo e di buona vena, sostenuto da un buon riso
di petto, grasso, che dà gusto a sentirlo, e da una bella voce rotonda
di basso baritonale, che empie la sala; e nel calore del discorso,
gesticolando come un attore eccitato, alza la sua nobile e poderosa
figura di artista, in maniera che par di veder risorgere l'Augier
antico, quando declamò quella appassionata apologia del Lamartine
all'Accademia. Poi torna a inchiodarsi sulla sua poltrona e a chiudersi
nel suo silenzio; e a vederlo così muto, quando passa la sua mano
signorile sulla testa calva, cogli occhi fissi alla volta e vagamente
sorridenti, si indovina che gli attraversano la mente le platee
tumultuose delle prime rappresentazioni, e i banchetti trionfali, e i
superbi amori, e tutte le avventure inebbrianti della sua giovinezza di
principe.
Anche nel poco che dice, però, con quell'apparenza di trascuratezza,
come se il parlare lo faticasse, c'è il pregio che si trova nei
dialoghi delle sue commedie: ogni parola ha un valore, ogni menoma cosa
è espressa in una forma stretta ed arguta, che rivela l'abitudine di
sfrondare il discorso per far più rapida l'azione. Era un divertimento,
per esempio, sentire con che brevità e con che efficacia di termini
descriveva ad uno ad uno, comicissimamente, gli attori che debbono
rappresentare tra poco il suo _Mariage d'Olympe_ al Ginnasio; tra i
quali la prima attrice, _une drôle de petite tête mauvaise_, abbozzata
apposta per fare quel serpente di contessa di Puygiron, che avvelena
l'aria dove passa; poichè per lui l'attore dev'essere anzi tutto il
personaggio fisico che ha da rappresentare, e l'_enveloppe physique_
equivale alla metà dell'ingegno. Ed ha un bell'essere mite e benevolo:
si capisce nondimeno che, in altri tempi, doveva essere il malcapitato
quello ch'egli pigliava a sforacchiare con la punta dell'epigramma.
Sempre lascia trasparire qualche baleno del potente spirito satirico
che gli ispirò _La langue_, quella sfilata di consigli mordacissimi
a un avvocato, al quale promette la Francia purchè riesca a parlare
quattr'ore di seguito senza sputare. Ma è rarissimo che se ne valga,
anche con parsimonia. Non dice male di nessuno, ed è facilissimo
alla lode. Gl'intesi fare un caloroso elogio, coll'accento d'una
irresistibile sincerità, dell'ingegno del Sardou, e non gli udii
esprimere un giudizio crudamente sfavorevole nemmeno sopra i più
inetti raffazzonatori di _situazioni_ rubate. Si dice che altre volte
tartassasse un po' Victor Hugo, per le sue spacconate rettoriche (e
non è cosa da stupire in uno scrittore, com'è lui, di gusto finissimo
e di logica rigorosa); ma ciò non gl'impedì di dedicare all'autore
delle _Orientali_ una graziosissima poesia, nella quale parlando delle
relazioni del poeta con la musa, dice fra le altre cose, _qu'il lui
fait un enfant chaque fois_ (diciamo così) _qu'il l'embrasse_; poesia
rimasta inedita, si capisce, a cagione di quell'abbraccio. Il solo
con cui stia un poco punta a punta è Alessandro Dumas, l'unico rivale
della sua misura; ma lo punzecchia con una certa benevolenza paterna,
che dà appunto un sapore lepidissimo ai suoi scherzi; i quali girano
d'amico in amico fin che arrivano su quel certo tappeto verde sparso
di penne d'oca, da cui ritornano al mittente, per la medesima via,
rovesciati con quel garbo che si può capire. In fondo, l'uno tratta
l'altro con gentile compatimento, come un _bon enfant_, un giovane
d'ingegno, che promette, e che farà qualche cosa, purchè ci si metta
di proposito. Forse il Dumas ride un po' delle «prudenze» dell'Augier,
e l'Augier delle «pazzie» del Dumas; ecco tutto. Il grande pubblico
però ha maggior simpatia per l'Augier, che non lo piglia mai di
punta, e non gli mostra le corna dell'orgoglio, ed ha fama universale
di bontà e di placidezza; e il Dumas lo esperimentò varie volte:
alla prima rappresentazione dei _Fourchambault_, per esempio, a cui
assisteva in sedia chiusa, in mezzo a molta gente che applaudiva per
fargli dispetto; tanto che egli perdette la pazienza e disse forte al
direttore Perrin che passava: _Eh, monsieur Perrin! Quel beau succès
nous faisons à monsieur Augier, n'est-ce pas?_ — E poi uscendo: —
decisamente l'arte è più facile per tutti che per me. — Ma non c'è vero
rancore tra loro, nè ci può essere a quell'altezza che hanno raggiunto
tutti e due sopra la montagna smisurata dell'arte.
Nè giova far dei confronti. Una sola cosa si può dire senza esitazione,
ed è che l'Augier è più puramente e più spontaneamente poeta
drammatico. È nato per il teatro, non visse che per il teatro: avrebbe
forse, se non scritto, immaginato delle commedie, se fosse nato in un
_duar_ della Barberia o in un villaggio dell'estrema Siberia. Tutte le
forze dell'ingegno e dell'animo lo spingevano alla poesia drammatica,
e vi sarebbe riuscito illustre, anche impiegandovi una minor forza di
volontà di quella che v'ha impiegata. Non ha una grande cultura: studiò
poco; ma benissimo. I suoi studi circoscritti li fece con passione e
con discernimento squisito, in una sola direzione, con un proposito
unico, rifuggendo da quella immensa varietà di letture precipitate, che
opprime la mente senza lasciarvi un'impronta; lasciando in disparte
tutto ciò che era certo di non riuscire ad appropriarsi in maniera
da farsene sangue. Tre cose gli occorrevano sopra tutte: vivere, e ha
vissuto intensamente in tutte le classi sociali; conoscere il teatro
moderno, e se l'è inviscerato; possedere il magistero della lingua
letteraria e maneggiare insuperabilmente la lingua familiare; e non c'è
da dire se c'è riuscito. Oltre a questi limiti ha fatto poca strada.
Non credo che conosca altro che per nebbia le letterature classiche,
nonostante le sue traduzioni d'Orazio e le sue imitazioni d'Alceo; e
aveva forse ragione quel critico svizzero che per difendere l'Augier
dall'accusa di aver copiato Plauto, disse ch'era impossibile che
l'avesse letto. Così, fuor della letteratura, diversamente da molti
altri, non si curò affatto di raccoglier scienza da portare sul capo
come i pennacchi dei cavalli di parata; ha avuto sempre un sovrano
disprezzo della dottrina di seconda mano, e non s'è mai lasciato
tentare a introdurre nelle sue commedie uno di quei personaggi muffosi
e pieni di pretensione, i quali sono incaricati di far capire al
pubblico che l'autore ha finto degli studi serii. Tutto quello che
ha messo sulle scene è intimamente suo, sinceramente acquistato e
profondamente posseduto. Egli non è null'altro che un grande autore
drammatico, e tale diventò informandosi principalmente alla bella
sentenza che si trova nella sua poesia al Ponsard: — l'immortalità si
guadagna meditando sulla bellezza. — Non s'occupò mai d'altra cosa.
È uno dei pochissimi francesi, per esempio, — lo dice egli stesso,
— che non amò mai la politica; scienza che è tentato di mettere nel
primo ordine delle scienze inesatte, tra l'alchimia e l'astrologia
giudiziaria, tante volte gli avvenimenti hanno sbugiardato i suoi
calcoli più speciosi e i suoi principii più opposti. Una volta se
n'occupò non di meno; ma per i suoi fini di autor drammatico. Ha messo
un giorno il piede sulla soglia della vita pubblica per studiare il
meccanismo e l'ufficio delle istituzioni dello Stato, come un pittore
frequenta la clinica per imparare l'anatomia; e gliene rimase un gusto
vivo per la medicina sociale, ma senza fargli spinger lo studio più in
là che non fosse necessario per la sua arte. Eppure il suo ingegno è
così fermo, così equilibrato nelle sue facoltà diverse, così largamente
fondato sul buon senso, — su quel buon senso degli uomini di genio,
come diceva il Lamennais, che non si deve confondere con quello dei
portinai, — che in qualunque disciplina si fosse esercitato, vi avrebbe
fatto buona prova. E ne fa testimonianza l'unico suo scritto politico,
quel breve studio sulla questione elettorale che pubblicò nel 1864,
per proporre il suffragio misto; poche pagine, nelle quali, qualunque
sia il valore della sua idea, c'è una cognizione così netta di tutti
gli elementi e di tutti gli aspetti della quistione, un ragionamento
così fortemente tessuto, e un'esclusione così sapiente d'ogni anche
minima intromissione delle sue facoltà artistiche —, intromissione che
cresce allettamento, ma toglie efficacia morale agli scritti sociali
del Dumas, — da far credere l'autore, a chi non lo conoscesse, un uomo
tutto politica e amministrazione, che non abbia fatto un verso in vita
sua.
E questo alto buon senso, quest'armonia mirabile dell'immaginazione e
del raziocinio, del sentimento poetico e dell'esperienza della vita,
che si rivela nelle sue opere letterarie, si rivela in tutti i suoi
atti e in tutti i suoi discorsi. Nulla egli perde a conoscerlo in casa
dopo averlo applaudito al teatro. Lo si trova sensato e poetico, forte
e affettuoso, profondo e semplice in ogni cosa. Non ha figli; ma una
corona di nipoti, che lo amano e lo accarezzano come un padre e lo
trattano con un misto di famigliarità, di riverenza, di gaiezza e di
terrore artistico, carissimo a vedersi. Ha una villa a Croissy, vicino
Chatou, in un luogo dove fece lui fabbricar la prima casa e piantare
i primi alberi; in grazia di che fu dato il suo nome ad una strada;
e dire Emilio Augier fra la gente di quel paese, è come dire padre
della patria e imperatore del teatro. Vicino alla sua ci sono le ville
delle sue sorelle. Quando ha una commedia da scrivere, o una scena da
rivedere per una _ripresa_, scappa da Parigi col suo scartafaccio, e
va a rifugiarsi nella sua palazzina tranquilla, che si specchia nella
Senna, in faccia a un antico castello della Dubarry. Di là, tra un atto
e l'altro, fa una corsa in casa dei nipoti, i quali festeggiano dal
terrazzo ogni sua apparizione, come una nidiata d'ammiratori plaudenti
dal palchetto d'un teatro. In questa nidiata ci sono due signorine di
sedici anni, Paolo Déroulède, autore dei famosi _Chants du soldats_,
un capitano d'artiglieria decorato della medaglia al valore, e un
giovane Guiard, che sarà forse una gloria del teatro francese: un
gruppo di belle persone, di belle anime e di begl'ingegni. L'Augier,
si capisce, ha una grande simpatia per il suo _Paul_, saltato su tutt'a
un tratto con cinquanta edizioni di un volumetto di liriche. Il giorno
che uscirono i suoi _Chants du soldat_ gli disse: — Bravo Paolo! Ora
hai finito d'essere mio nipote. — Ma tanto, un po' per affetto e un
po' per essere più sicuro del fatto suo, un'occhiatina ai manoscritti
di lui, prima della pubblicazione, ce la vorrebbe dare. — Ma com'è
possibile? — dice il nipote. — Supponete che egli mi dica: cambia,
e ch'io non ne sia persuaso, come si fa a dirgli di no, a uno zio
che si chiama Emilio a Croissy, sta bene; ma che si chiama Augier a
Parigi? E non si può immaginare la festività cordiale e brillante di
quei desinari di famiglia nella sala a terreno della villa Déroulède,
quando in mezzo a quella bella corona di teste giovanili, troneggia
l'_oncle_ — quell'_oncle_ —, specialmente negli anniversarii dei suoi
grandi trionfi drammatici, che i nipoti festeggiano con commediole di
occasione scritte dal poeta della _Moabite_. Per tutta la serata è un
alternarsi vivacissimo di frizzi, di aneddoti ameni e di discussioni
utili e belle, in cui ai ricordi gloriosi dello zio si mescolano le
speranze gloriose dei nipoti; e pare che col suono delle voci allegre
e dei bicchieri, si confonda un'eco degli applausi delle platee
lontane, e che fra commensale e commensale sporgano il viso i fantasmi
di Giboyer, di Guérin, di Fabrice, di Gabrielle, di Philiberte, di
Poirier; e che dietro ai vetri della finestra debba comparire da un
momento all'altro la larga faccia sorridente e benevola del padre
Molière. Amabile e ammirabile famiglia davvero, la quale vi fa benedire
mille volte quelle poche pagine bagnate di sudore e di pianto, che vi
fruttarono la gioia d'esservi ricevuti come un amico.
L'ATTORE COQUELIN
Costanzo Coquelin, primo artista drammatico della Francia, è figliuolo
d'un panattiere. Nacque nel 1841 a Boulogne-sur-mer, e durante tutta
la sua adolescenza impastò e infornò con suo padre, il quale contava
di lasciarlo erede della bottega, ch'era bene avviata. Ma i panattieri
propongono e la natura dispone. Il piccolo fornaio non aveva ancora
dieci anni che pigliava già degli atteggiamenti drammatici dentro
ai nuvoli di farina, e declamava dei versi galoppando per le strade
di Boulogne, col paniere del pan fresco sopra le spalle. Un bel
giorno si piantò davanti a suo padre e gli disse a faccia franca: —
Papà, io voglio fare l'artista drammatico. — Il papà alzò la faccia
infarinata dalla madia, lo guardò fisso e rispose placidissimamente:
— Figliuol mio, io credo che ti giri. — Il figliuolo insistè; il
padre, buon diavolo, finì con l'arrendersi, e Costanzo lasciò il
forno per la scuola. Terminate le scuole andò a Parigi, si presentò al
Conservatorio, vi fu ammesso, studiò nella classe del Régnier, si fece
onore, e dopo un anno entrò nella compagnia gloriosa della _Comédie
française_, dove recitò per la prima volta il 7 dicembre del 1860, a
diciannove anni, facendo la parte di _Gros Renè_ nel _Dépit amoureux_,
dopo la quale si provò in quella di _Petit-Jean_ nei _Plaideurs_
del Racine. Da principio passò quasi inosservato: la stampa non fece
che annunziare il suo nome; egli non pareva destinato ad altro che
a far le parti di comodino, quando qualche attore mancasse. Non si
negava che avesse ingegno e attitudine all'arte; ma si credeva che
non n'avesse abbastanza per uscire dalla mediocrità rispettata degli
artisti di second'ordine. Questo però non era il suo parere. Continuò
a studiare con amore e con ostinazione, divorato dall'ambizione della
gloria; fece un personaggio originale, di suo capo, di _monsieur
Loyal_ del _Tartufe_; interpretò in un modo inaspettato e ingegnoso
il carattere d'Anselmo nella commedia _La pluie et le beau temps_ di
Léon Gozlan; e a poco a poco si attirò la simpatia e l'ammirazione del
pubblico. Ma per la critica era sempre un esordiente, e gli stessi
suoi ammiratori non lo mettevano ancora tra gli artisti della prima
schiera. Finalmente, nel 1862, non avendo ancora ventitrè anni, la
sera del 15 giugno spiccò il gran salto nel _Mariage de Figaro_ del
Beaumarchais, facendo la parte di Figaro, che era già stata fatta dal
Got. Questa parte così complessa e così difficile, che richiede «il
sangue freddo d'un diplomatico, lo spirito d'un demonio e l'elasticità
d'un clown» egli la fece, scostandosi dalle tradizioni, con un tale
impeto d'ispirazione e di forza, che il pubblico ne rimase sbalordito,
e la critica lo proclamò unanimemente uno dei più grandi attori
della Francia. In mezzo alle altissime lodi, però, non gli furono
risparmiate le censure: egli non padroneggiava ancora abbastanza
la foga della sua giovinezza, recitava qualche volta con un _éclat
tapageur_ di cattivo gusto, si dava troppo tutto intero ad ogni
occasione, non curava le sfumature, non fondeva a sufficienza i vari
elementi della parte sua, si fidava troppo ciecamente alla potenza,
e sovente al capriccio della propria ispirazione. Ma il Coquelin si
corresse presto di questi difetti, e d'allora in poi la sua carriera
drammatica non fu più che una successione di vittorie clamorose. Fece
nel 1863 la parte di Figaro nel _Barbiere di Siviglia_ vi riportò un
grande trionfo, benchè qualcuno lo accusasse d'aver fatto il Figaro
di Rossini invece di quello del Beaumarchais: fu il più giovane, si
disse, il più fresco, il più scintillante Figaro che si fosse mai visto
sulle scene francesi. Poi si rivelò grande artista di sentimento nel
_Gringoire_ di Teodoro di Banville, in cui espresse la desolazione,
la disperazione, il terrore della morte, tutte le tempeste dell'anima
d'un uomo rigettato dalia scala del patibolo nell'ebbrezza della vita,
con una potenza di passione, che fece fremere e piangere tutta Parigi.
In seguito rese magistralmente la natura stravagante e fantastica
del principe di Mantova nel _Fantasio_ del Musset; ebbe un grande
successo nell'_Annibal_ dell'_Aventurière_; si fece applaudire per
cento e sessant'otto sere nella parte di marito di _Gabrielle_;
assicurò il trionfo del _Paul Forestier_, in cui rappresentava
il signor di Beaubourg, facendo con una finezza e una leggerezza
profondamente meditata, il racconto pericoloso dell'avventura con
Lea, da cui dipendevano le sorti della commedia; salì ancora più alto
che nel _Gringoire_ nella parte potente e commovente di _Marcel_
nella commedia _Les ouvriers_ di Eugenio Manuel; e finalmente fu
inarrivabile interprete del Molière: _Pierrot_ nel _Don Juan_,
_Mascarille_ nell'_Étourdi_ e nelle _Précieuses ridicules_, _Scapin_
nelle _Fourberies_, ballerino e cacciatore nei _Fâcheux_; studiando
e progredendo di continuo, meravigliando il pubblico ogni anno con
una trasformazione inaspettata e ogni sera con una nuova idea, —
sempre appassionato dell'arte sua, come un giovane di vent'anni, —
e fresco d'ispirazione, di coraggio e di buon umore come quand'uscì
dal Conservatorio. Fin dal 1863 è _Sociétaire_ del teatro francese,
che significa artista «gran signore». Qualche anno guadagna intorno
a centomila lire. Ed è, oltre che ammirato, prediletto dal pubblico
con vivissima simpatia, e festeggiato, dovunque si presenti, come un
amico di tutti. Non c'è da dire se suo padre ne sia altero e felice.
Eppure s'assicura che di tanto in tanto egli dice ancora agli amici:
— _Cependant.... il allait très-bien aussi comme boulanger._ —
Cocciutaggini di fornaio.
*
* *