La figura del Dumas figlio è una delle più strane e delle più degne di

studio che possa desiderare un ritrattista letterario. A primo aspetto,

è il Dumas dei ritratti fotografici, che tutti conoscono: molto alto

di statura, membruto, ma non grasso, benchè abbia un po' di ventre;

anzi di forme piuttosto asciutte e svelte, messe in evidenza da un

portamento diritto di soldato; una grossa testa, calva sul davanti,

con una corona folta di capelli grigi e crespi, che gli stan tutti tesi

all'indietro, come se fossero spinti dal vento; i lineamenti del viso

bruno terreo, regolari, ma arditi, e l'occhio grande, chiaro e freddo,

di cui lo sguardo fa l'effetto dell'interrogazione d'un giudice mal

prevenuto. Di viso somiglia un po' al padre, fuorchè nell'espressione

degli occhi, che è meno benigna, per non dir punto, e nel contorno, che

è più oblungo. Veste trascuratamente, come l'autore del _Montecristo_.

— Questo è il Dumas del primo aspetto. — Cambia affatto quando apre

la bocca; il suo primo sorriso produce una vera meraviglia. — Perdio

— esclamai dentro di me — è un negro! — Tutta la parte inferiore del

viso, la sporgenza delle labbra, i denti, il mento, sono assolutamente

d'un negro: s'indovinerebbe alla prima, non sapendolo, che c'è entrato

del sangue nero nella sua famiglia. E non solo nella parte inferiore

del viso; c'è qualcosa nella forma allungata del busto e nella

struttura delle gambe, e più di tutto negli atteggiamenti, nel modo di

distendersi e di contrarsi, e in una certa snodatura strana di tutta

la sua persona, che ricorda in un modo singolarissimo i movimenti

e le positure feline della razza nera. Mi richiamò alla memoria un

ufficiale mulatto degli _spahis_, che avevo visto all'Esposizione,

disteso sopra una panca d'una trattoria. Anche la sua voce ha non so

che di inaspettato, d'esotico, che stupisce alle prime parole, come

una voce alterata di proposito. Tutta la sua persona, fuor che i

piedi piccolissimi, ha qualcosa di rude e di austero, come d'un uomo

altrettanto esercitato agli strapazzi del corpo che alle fatiche della

mente. L'ingegno è tutto nella fronte ampia e curva, e in quel grande

e terribile occhio bigio, che con uno sguardo par che abbia bell'e

scrutato, pesato e giudicato il vostro cervello e il vostro cuore,

e, quel che è peggio, senza lasciar indovinare la sentenza. E più

strano dello sguardo è il riso, o piuttosto la risata. M'avevano detto

giustamente che ha conservato il suo riso di monello di quindici anni,

se non proprio nell'espressione della fisionomia, almeno nell'atto.

Improvvisamente da una gravità accigliata e imperiosa prorompe in uno

scoppio di risa, come se avesse inteso la più spropositata sciocchezza,

e ridendo, scrolla le spalle, incurva la schiena e si tura la bocca con

la mano, come fanno i ragazzi per non farsi scorgere dal maestro: poi

si ricompone tutt'a un tratto, come uno scolaro colto in flagranti.

E ha dei gesti risoluti e taglienti, come se segnasse la cadenza di

certe parlate fulminanti delle scene capitali dei suoi drammi; e tronca

bruscamente la gesticolazione per sprofondare le mani nelle tasche,

come per dispetto d'essersene troppo servito. È una strana persona,

in somma, un misto bizzarro d'artista e di colonnello di cavalleria,

di avvocato fiscale e di gentiluomo _sans façons_, di giovinetto e

di vecchio, di parigino e d'africano, che quando s'è visto non desta

meno curiosità di quella che s'aveva prima di vederlo, e lascia molto

incerti sul sentimento che ispira.

*

* *

E la sua maniera di conversare? È difficile ritrarla. Bisogna

immaginare una mente aperta da mille parti, che coglie a volo ogni idea

propria o d'altri, con una sollecitudine febbrile, per farne nascere

una discussione, o almeno un contrasto momentaneo, se altro non è

possibile, di sentimenti e d'opinioni; che sopra ogni più sfuggevole

argomento vuol formulare un giudizio che colpisca l'immaginazione e si

fissi nella memoria; che ad ogni sentimento che altri esprima passando,

s'arresta per frugarvi dentro, e non è soddisfatto fin che non l'ha

rovesciato; che nota tutto, s'interessa a tutto, e volta e rivolta in

mille modi tutte le idee, con una specie di curiosità inquieta, come

se sospettasse in ciascuna un tesoro nascosto d'altre idee, che gli

si volessero sottrarre; che a proposito d'ogni soggetto, ha pronto un

aneddoto nuovo e concettoso, pescato in un pelago immenso di ricordi

di gente e di casi infinitamente diversi; che passa da una ad un'altra

quistione toccandone rapidissimamente altre dieci, come fa il suonatore

sui tasti del pianoforte, e dice su ciascuna una parola che fa venir

sulle labbra mille interrogazioni impazienti; che dall'esposizione,

per esempio, d'un suo possibile romanzo su Gesù Cristo, intercalata

d'interminabili citazioni d'evangeli, d'epistole apostoliche, della

bibbia, dei santi padri e dei libri sacri indiani, salta a ragionare

dell'Alsazia e della Lorena, per schizzare a tratti da maestro una

bizzarra caricatura del principe di Bismarck; il quale lo conduce a

fare un pronostico fantastico sull'avvenire del popolo ebreo, dopo aver

strozzato in cinque periodi la storia delle sue vicende politiche; da

cui scende a trinciare alla svelta una quistione di frenologia; e poi

a crivellare d'epigrammi la lettera del Rochefort, pennelleggiando

di passata Leone Gambetta; il quale gli rammenta l'Accademia, che

gli dà il destro di definire con poche parole colorite e profonde il

magistero dello stile del Rénan; al che fa seguire una comparazione

minuta e tecnica fra la pittura del Meissonier e quella del Dupré,

per trascorrere poi ad una discussione filologica, e ricascar daccapo

nella politica. E tutto questo nel giro d'un ora, detto a frasi nette

e risolute, a proposizioni scintillanti, che par che gli scattino

dalla bocca, serrate l'una all'altra come anelli d'acciaio, interrotte

soltanto di tratto in tratto da uno di quei cachinni strani, che

muoiono all'improvviso, come recisi d'un colpo, e accompagnate da un

continuo e furioso sfruconare di molle nel caminetto, che solleva un

nuvolo di cenere e di scintille ad ogni sentenza. Ma come si rivela

l'ingegno irresistibilmente drammatico in ogni suo ragionamento! Mentre

esponeva il concetto del suo romanzo su Gesù Cristo, per cui doveva

citare personaggi e avvenimenti e giudizi, tutto si faceva dialogo e

dramma nel suo discorso; d'ogni cosa parlava come se l'avesse vista

e sentita; e ragionava delle persone con un tono di famigliarità

curiosissimo come se fosse vissuto tra loro, e avesse egli primo e solo

scoperto in tutti chi sa che segreti; e faceva, a sostegno delle sue

opinioni, delle osservazioni psicologiche sottili e maliziose sopra

ciascun carattere, toccandosi un occhio col dito, con l'aria di dire:

— Ho indovinato tutto. — Si capiva che quegli avvenimenti l'attraevano

più come un grande dramma che come una grande quistione. In fondo la

sua idea è quella dello Strauss, benchè basata sopra argomenti ch'egli

crede suoi propri; e ciò vuol dire che è già molto lontano dalla

professione di fede che fece nell'_Homme femme_, e che ogni influsso

del suo amico Dupanloup è svanito nell'anima sua. La qual cosa non

deve stupire, perchè la sua mente s'avanza, retrocede, serpeggia, è

sempre in movimento, come il suo corpo, e muta di continuo come il suo

viso. Dice egli medesimo che ha bisogno di questo lavorìo incessante

del cervello perchè l'inerzia intellettuale lo gitta immediatamente

nella tristezza. Quando rimane per qualche tempo in silenzio, gli

si vede in viso che rumina dentro al suo pensiero, che cerca qualche

cosa da sviscerare e da discutere, e che s'impazienta se non lo trova.

Cento espressioni diverse gli passano sulla fronte e negli occhi anche

durante una breve conversazione: prima è sereno, poi triste, poi sereno

daccapo, poi stizzito, poi pensieroso e inquieto: somiglia al cielo

d'Olanda in un giorno d'autunno. Quand'è allegro, gli si vede come un

fondo di tristezza a traverso all'allegria; e non è mai tanto triste,

da non lasciar capire che la sua tristezza durerà poco. Per ciò si

prova qualche incertezza stando con lui; non si sa bene con quale

s'abbia a che fare veramente, dei molti Dumas che si manifestano a

volta a volta sulla sua faccia, e spariscono. Non dura cinque minuti

in stato di riposo: incrocia le braccia sul petto, le scioglie per

passarsi una mano sulla fronte, incrocicchia le dita sul cocuzzolo,

si tormenta i pollici colle unghie e coi denti, s'abbraccia ora un

ginocchio ora l'altro, e si distende e s'incartoccia, rivoltandosi

continuamente a destra e a sinistra, che par perseguitato da uno

sciame di vespe invisibili. Ogni pensiero che gli spunta nel capo gli

dà un riscossone, come una scintilla elettrica, che lo costringe a

cambiare atteggiamento. Sembra che l'epigramma mordente, la sentenza

arrischiata, il paradosso, la frase brutale con cui mette a nudo il

basso interesse che cova sotto il sentimento gentile, rispondano a

un suo bisogno fisico più che non siano un'espressione schietta del

pensiero e dell'animo suo; e che il parlare in quella forma sia per

lui un modo voluto di sfogare non so che irritazione sorda del sangue,

che non è sua natura, ma sua malattia, e ch'egli sfogherebbe meglio, se

potesse, sbriciolando tutto quello che gli viene alle mani.

Si quetò un poco facendo vedere la sua pinacoteca. Ritto davanti ai

suoi paesaggi preferiti, col gomito destro nella mano sinistra, e

l'altra mano sul mento, dicendo le immaginazioni che gli destavano

in capo certi orizzonti oscuri di campagne solitarie, flagellate dal

vento, pareva un altro Dumas: il suo viso si rasserenava, la sua voce

si raddolciva, e le parole, invece di scattare, colavano. Si raddolcì

specialmente, e mutò quasi aspetto, tratteggiando il carattere nobile

e modesto d'un pittore suo amico, grande d'ingegno, ingenuo di modi,

semplice come un fanciullo, pieno di cuore e d'entusiasmo, e pure

timido, inconsciente del suo valore, facile all'ammirazione di tutto e

di tutti, e buono e dolce come un santo in ogni atto e in ogni parola:

non si può dire la delicatezza delle espressioni, il buon sorriso di

fratello con cui il Dumas ne ritrasse l'indole e ne raccontò la vita.

Sempre discorrendo, girò di sala in sala, salì e discese per scale a

chiocciola coperte di tappeti, staccò quadri, smosse dei mobili per

far vedere le tele mal collocate, camminando sempre a passi rapidi,

curvandosi e rialzandosi con la snellezza vigorosa d'un ginastico, e

dicendo dinanzi ad ogni quadro una parola vibrata e pittoresca, che lo

definiva e lo giudicava. E intanto io dicevo all'orecchio dell'amico

che m'accompagnava: — Mi pare d'aver visto dieci Dumas —, ed egli

mi rispondeva: — ne vedreste trenta, se restaste con lui tutta la

giornata. — E poi si ridiscese in mezzo ai libri, dov'egli ripigliò la

sua conversazione saltellante dall'arte alla politica, alla religione,

alla storia, ragionando a botte da maestro di scherma e stropicciandosi

le mani e la testa con la solita febbre; finchè improvvisamente apparve

l'undecimo Dumas, che fu il più geniale e il più artistico di tutti.

Il discorso cadde sulla sua Jeannine, l'unica figliuola che gli rimanga

in casa, essendosi maritata poco tempo fa la maggiore, che si chiama

Colette. La signorina Jeannine ha tredici anni, ed è cresciuta, in un

anno, di sedici centimetri. Fu amabile veramente il Dumas quando si

mise a descrivere, com'egli sa descrivere, quella cara grandigliona

d'una bambina, venuta su all'improvviso, e rimasta sottile sottile,

che spenzolava da ogni parte, nei primi mesi della crescenza, come

un fiore dondolato dal vento, sempre con quel bocciuoio di testina

bionda ripiegato sopra una spalla, a cagione della tenuità dello stelo,

tanto che suo padre doveva rialzarla ogni momento, come un giardiniere

amoroso, e rimetterla ritta contro lo spalliera della seggiola, con

una carezza sotto il mento. Poi cominciò a raccontare tutti i suoi

miracoli di precocità intellettuale, le sue uscite comiche, le sue

ragioni di donnina, e certi suoi impeti d'eloquenza fanciullesca contro

la tristizia del mondo, con una grazia così affettuosa d'accenti e di

gesti, da parer strano che fosse lui proprio quello spietato anatomista

dell'anima umana, che immaginò la perfidia della _Femme de Claude_

e l'anima fracida del duca di Septmont. Tutto ad un tratto cessò di

parlare, e gli brillò sul viso il più dolce dei suoi sorrisi africani.

Mi voltai e vidi la deina della casa, tutta vestita di rosso vivo, alta

alta e leggera da smoverla con un soffio, con un visetto di bambola

grazioso e ridente, con certi attini di capo da rondinella, e una voce

che pareva il mormorio d'un filo d'acqua: un abbozzino di damigella,

insomma, ancora tutta odorosa d'infanzia, lunga ed esile come un'ode in

versi quinarii. Ma suo padre la presentò come un poema. Ed è infatti il

suo amore e la sua alterezza. Essa gli riempie la casa dello svolazzo

vermiglio della sua vestina e del suo sfringuellìo di scolaretta, e

tempera così l'irrequietezza tormentosa del suo spirito, troppo lucido

contemplatore delle verità tristi della vita. Forse noi dobbiamo a lei,

o le dovremo, qualche bella scena di commedia e qualche bella pagina di

romanzo, che sarà scritta su quel gran tavolo verde, all'eco della sua

voce. E se ciò non fosse, le dovremmo almeno questo piacere: di poter

mettere una sfumatura color di rosa sopra il ritratto di suo padre.

*

* *

Ad Alessandro Dumas figlio fa un contrasto singolarissimo Emilio

Augier. Questi è tutto francese, anzi genuinamente parigino, anche

d'aspetto. È alto egli pure, benchè un po' meno del Dumas; ha

una corporatura possente ed elegante di gentiluomo vissuto fra le

armi, e una testa all'Enrico IV; è bello, gaio, buono, sempre d'un

umore, e porta la sua celebrità non come un manto, ma come un fiore

all'occhiello. Ora non è più l'Augier d'una volta; non perchè sia

molto invecchiato, ma perchè s'è quetato. Chi lo conobbe nel suo

buon tempo, quando aveva una bella capigliatura nera e inanellata,

e le guancie rosee, dice ch'era un uomo veramente seducente; d'un

umore non solo allegro, ma gioioso; una natura felice e straripante,

piena di quella bella baldanza giovanile, che, invece di offendere,

affascina, perchè non nasce da orgoglio, ma da esuberanza di vita

e di contentezza. Era il Francesco primo della letteratura, dicono;

un'anima ardita, brillante e amorosa; un misto mirabile, come fu detto

delle sue commedie, _d'esprit et d'âme, d'émotion et de gaîté_; amato

dagli amici, adorato dalle donne, prediletto dai grandi, cercato e

festeggiato da tutti e da per tutto; che portava, dovunque apparisse,

un soffio ardente di gioventù e di piacere, e passava la vita in mezzo

agli applausi, alle risa, ai baci, agli onori, alle invidie, tutto

superando e dominando con la sua gagliarda natura di colosso benigno,

alto tanto da poter camminare a traverso a tutti i piaceri e a tutte le

miserie del mondo, tenendo sempre la fronte nell'arte.

A un certo punto scomparve dalla festa, e diventò il più raccolto e il

più casalingo dei poeti drammatici. Quello che si vede ora è un secondo

Augier, a traverso al quale traspare ancora il primo, ma vagamente,

come certe scene luminose di teatro dietro a quei teloni sottili che

scendono improvvisamente sul palcoscenico, trasportando gli spettatori

dal tumulto d'un ballo nel silenzio d'una casa privata. A vederlo ora

nel suo bel salotto di via di Clichy, affondato in una grande poltrona,

vestito alla diavola, con la sua gran testa calva, rosso nel viso,

grasso, con gli occhi un po' rimpiccioliti, e pieni di dolce quiete,

con quel sorriso benevolmente canzonatorio, con quei gesti larghi e

riposati, ha l'aria d'un buon borghese opulento, d'un buon padre di

famiglia che abbia dato un collocamento onesto a tutti i figliuoli,

e non faccia più altra parte al mondo che quella di spettatore

soddisfatto. Ma s'indovina ancora della forza sotto a quella quietudine

di giubilato, e si capisce alla prima che non è la giubilazione d'un

segretario invecchiato tra i protocolli, ma il riposo d'un generale

d'armata, un po' strapazzato dalle campagne, ma pronto a rimontare a

cavallo, se la necessità si presenta o il capriccio lo piglia.

Eppure, nonostante la sua bella testa, c'è non so che nel suo

aspetto che non corrisponde intieramente all'immagine che ci formiamo

dell'Augier. È lui; ma non tutto. Non si direbbe, vedendolo, che sono

opera sua i grandi colpi di scena di _Diane_, gli slanci terribili di

passione di _Paul Forestier_, la disperazione straziante del Pommeau

nelle _Lionnes pauvres_, e quelle anime dannate del D'Estrigaud e

d'Olympe, e tutte quelle scene potenti che mettono i brividi nelle

ossa, e nello stesso tempo suscitano e comprimono un'onda di pianto

ardente nel cuore. Pare che debba averle scritte un altro Augier,

nascosto in lui, che salti su e si manifesti solamente nelle grandi

occasioni. Quello che si capisce subito dal suo viso è il signor

Poirier, il signor Maréchal, il signor Fourchambault, il signor Adolfo

di Beaubourg, il marito di Gabriella, il fratello dell'Avventuriera;

sono i suoi padri di famiglia, buoni e galantuomini in fondo, benchè

con qualche baco nella coscienza, i suoi giovanotti cavallereschi che

vogliono arruolarsi negli zuavi quando scuoprono una macchia nella

famiglia, le sue ragazze ricche che cercano l'amore d'un povero, i

Piladi affettuosi e devoti dei suoi Oresti imprudenti; ed anche la

cura amorosa e paziente con cui ha cesellato i suoi dialoghi, così

squisitamente arguti e prettamente francesi, — i suoi bei distici

limpidi e facili, — quella schietta vena di poesia che si fa sentire

senza farsi vedere, — il buon senso, insomma, il buon gusto e i buoni

versi, come gli dissero all'Accademia, — e quell'aura di onestà,

di bontà e di gentilezza che spira da un capo all'altro delle sue

commedie, siano gaie o tristi o terribili, e che conforta il cuore,

come l'eco d'una musica sommessa che ci giunga all'orecchio insieme

alle parole dei personaggi.

Quella bella e quasi famigliare spontaneità che è nella sua poesia,

è pure nella sua indole e nei suoi modi. Non si può immaginare una

garbatezza più amichevole della sua nel ricevere gli sconosciuti.

Verrebbe tanto naturale, dopo essere stati un quarto d'ora con lui per

la prima volta, di dire al primo incontrato: — Sono stato dall'amico

Augier. — L'alterezza non sarebbe in lui che un giusto sentimento

di sè; ma per trovargliela, come dicono i suoi amici intimi, bisogna

andargliela a cercar coll'uncino proprio in fondo all'anima, sotto a

un tesoro di bonarietà e d'indulgenza. Mai al mondo si penserebbe, a

sentirlo discorrere così pacatamente, come un buon massaio, di mille

bazzecole di casa, voltandosi ogni momento a domandare il parere alla

sua signora, bella ancora d'una certa bellezza amorevole e placida,

benchè poco meno attempata di lui, che quell'onesto e assennato capo di

casa, porta intorno alla testa la gloria più difficile, più invidiata,

più smaniosamente e tormentosamente cercata nel campo immenso

dell'arte. Egli ama la quiete del suo guscio, i suoi buoni comodi, e

come disse nelle sue belle poesie _Les pariétaires_:

Un foyer où pétille un fagot de genêts,

De la bière, une pipe, et, dessus toute chose,

Des compagnons qu'on aime, avec lesquels on cause

Bien avant dans la nuit, le pied sur les chenets;

e le cenette senza chiasso, la musica del Rossini, i paesaggi del

Vatteau, e i buoni incassi dopo i buoni successi, e la gloria, senza

dubbio, ma un po' da lontano, senza sentirne i fumi e i clamori. Le

commedie che fece con la collaborazione di qualche amico, le immaginò

e le discusse quasi sempre accanto al fuoco, coi piedi sugli alari,

contento di veder biancheggiare a traverso ai vetri il tetto della casa

vicina, carico di neve. La sera, mentre i teatri di Parigi, di Vienna,

di Roma, di Londra, di Madrid, risuonano tutti ad un tempo, come accade

non di rado, degli applausi provocati dalle sue creazioni, egli è là

nel suo cantuccio, insaccato in un giacchettone da padre nobile, che

gioca beatamente alle carte con _madama Emilio Augier_, appassionandosi

nei momenti critici, come se giocasse un atto di commedia per partita,

secondo l'uso di Ulisse Barbieri. E tutti i suoi gusti sono semplici ad

un modo. Fino a due anni fa ebbe la passione delle pipe, e ne possedeva

una grande collezione, che andava annerendo amorosamente, tutte ad un

tempo, mediante una ripartizione sapientemente regolata dalle sue cure.

Ritratti letterari · 第 5 / 13 段