che deve rappresentarsi tra poco. Dell'_Assommoir_ non fu contento: fu
un eccellente affare finanziario, una magra soddisfazione artistica:
non era più il suo _Assommoir_. È più soddisfatto del dramma ricavato
dall'ultimo romanzo. Si è dovuto transigere colle esigenze della
scena, si sottintende. Il carattere della protagonista è stato un po'
attenuato, e il linguaggio passato allo staccio. Ma, nell'insieme,
il dramma è più fedele al romanzo, ossia più naturalistico. C'è più
_distinzione_ e più _discrezione_. Ma per questo appunto dubita della
riuscita.
Infine tornò ancora una volta al suo ideale: terminare i romanzi,
non impicciarsi più di polemica, lavorare riposatamente per il teatro
nella sua casa tranquilla di Médan, non vedendo che pochi amici....
Ma per far questo — soggiunse rattristandosi — bisogna sentirsi sani e
giovani, e sopratutto non aver dolori. L'arte non basta a consolare dei
grandi dolori.
Pensava a sua madre.
Allora, per distoglierlo da quel pensiero, pensai di saldare un conto
che avevo con lui da due anni. — Prima di lasciarvi — gli dissi — debbo
giustificarmi d'un grosso errore che ho commesso a vostro riguardo.
Ho letto in un libro francese, che parlando d'un articoletto ch'io
scrissi sopra di voi nel 1878, diceste: — Ma dove diamine è andato a
pescare il De Amicis ch'io avessi due bambini? — Avete tutte le ragioni
del mondo di lamentarvi, tanto più che non solo dissi che avevate due
bambini, ma aggiunsi che li avevo sentiti gridare. Se voi mi credete
un idealista, dovete aver pensato che è spingere un po' troppo in là
l'idealismo, quella di regalare dei bimbi — per abbellire il quadro
— a chi non solamente non ne ha, ma non ne desidera. L'errore deriva
da ciò, che un vostro amico mi disse che li avevate, e che io non
avevo una ragione al mondo di non crederci. Quanto all'averli sentiti
gridare, mi concederete che è un'immaginazione scusabile, perchè o non
si hanno, ed è affar finito, o si hanno, e allora gridano. Ma vedete
se son castigato della mia credulità. Sono stato a vedere il Daudet,
e ne scriverò qualche cosa. So di sicurissimo che ha due bambine,
ne ho visti i ritratti; potete pensare se mi farebbero comodo per il
mio quadretto. Ebbene, sono costretto a non nominarle neppure, perchè
nessuno mi crederebbe più. Vi prego di considerarvi soddisfatto
Si dichiarò soddisfatto, ridendo; ma subito il suo viso si tornò a
velare.
E salutandomi sull'uscio, mi disse con un accento affettuoso,
stringendomi la mano:
— _Vous ne me croyez pas un bandit, n'est-ce pas?_
— Ah! non mi conviene — risposi — vivo troppo in vostra compagnia.
E benchè avessi chiuso la conversazione con uno scherzo, me ne andai
dolente, proprio, di non aver più trovato lo Zola giovane e contento
dell'altra volta.
*
* *
Ecco i grandi artisti. Mentre noi gl'invidiamo di lontano, pensando che
sono famosi, potenti, ricchi, e che debbono essere felici, o almeno
tutti frementi e splendidi del trionfo, essi son là soli in mezzo
ai loro libri, afflitti da dolori che ignoriamo, tormentati da mille
dubbi, sfiduciati di sè, incerti dell'avvenire, e rosi nel cuore dalla
passione dell'arte propria. Quella coscienza del proprio valore e della
propria fama, che noi crediamo una sorgente continua di contentezza,
essendo diventata in loro un sentimento abituale, ha reso insensibile
il loro amor proprio a tutte le soddisfazioni ordinarie; per il che
non hanno che assai di rado delle gioie vive, le quali pure svaniscono
di più in più rapidamente. Il sentimento profondo che hanno della
vita, per cui l'amano più intensamente, rende a loro più dolorosa la
coscienza della precarietà propria, e di tutto; e la paura dell'obblio,
che è il loro affanno perpetuo. L'idea della loro fama, del loro nome
pronunciato da tutte le bocche, del diritto dato alla moltitudine
immensa di giudicarli e di notomizzare brutalmente l'anima loro, li
sgomenta qualche volta, come gente condannata a una berlina senza
termine. Se vanno tra la gente, sono urtati in mille modi dall'invidia
e dall'ignoranza; se vivono da sè, sono sopraffatti e soffocati dalla
propria immaginazione. Continuamente combattuti tra gli interessi
della vita e la coscienza artistica, tra il bisogno e il furore di
imparare, e la necessità e la passione di produrre, tra l'intelligenza
che progredisce, mettendo sempre più alta la meta dell'arte, e le forze
artistiche che si logorano, scemando la speranza di raggiungere quella
meta; circondati d'amici continuamente pericolanti sopra l'altalena
della gelosia; minacciati nella salute dall'abuso del lavoro in cui non
riescono a moderarsi; dotati d'una malaugurata facoltà di sviscerare sè
stessi, che inacerbisce il sentimento di tutti i dolori; condannati,
in fine, al primo segno che diano di stanchezza e di decadimento, a
sentire da ogni parte la risata trionfale degli emuli, ed il grido
insolente delle legioni giovanili che si avanzano.... Poveri grandi
artisti! Ha detto bene Alessandro Dumas: Dante dimenticò di mettere
questo supplizio in fondo alle bolgie dell'inferno.
EMILIO AUGIER E ALESSANDRO DUMAS
Un mio amico di Galata mi raccontò, anni sono, il seguente aneddoto.
— Mi trovavo sopra un piroscafo del Lloyd austriaco, in viaggio
da Varna a Costantinopoli, in mezzo a una folla di gente che non
conoscevo; e m'annoiavo mortalmente; quando, per fortuna, m'occorse
di scambiare qualche parola e poi di attaccare conversazione con un
viaggiatore francese, che da più d'un'ora stava immobile accanto a
me, cogli occhi fissi sui mare. Discorremmo per un pezzo. Non spendeva
molte parole, ma parlava bene, in un certo modo stringato e asciutto,
e diceva sempre qualche cosa di singolare, che mi costringeva a
guardarlo. Andava per la prima volta a Costantinopoli. Mi rivolse
delle domande sull'Oriente, molte delle quali mi misero in imbarazzo,
e sopra ogni mia risposta faceva un'osservazione, la quale spiegava
più chiaramente quello ch'io avevo voluto dire, in modo che, a un
certo punto, m'accorsi con grande vergogna che parlavo male. A notte
inoltrata lo lasciai per andar a dormire, e per molto tempo non mi
potei levar dalla testa la sua figura e i suoi discorsi. Non avrei
saputo dire se mi fosse simpatico o no. Mi dava da pensare, desideravo
di vederlo per conoscerlo meglio. La mattina dopo, all'alba, si stava
per entrare nel Bosforo. Salii sul ponte, ricominciammo a discorrere.
La sua conversazione era argutissima e piena di pensieri; ma che so io?
Ci sentivo qualche cosa come di secco e di freddo, che mi teneva in
là, nel tempo stesso che m'attirava e mi metteva in grande curiosità
di sapere chi fosse. S'entrò nel Bosforo, che egli non aveva mai
visto. Con mio grande stupore, non diede alcun segno di meraviglia.
Stava ritto, impalato contro il parapetto, immobile come una statua,
come se avesse visti quei luoghi cento volte. — Che razza d'uomo è
costui? — pensavo. Una sola volta, vedendo una moschea bianca sulla
riva asiatica, si scosse ed esclamò: _Oh quelle jolie bonbonnière!_
Poi tornò a chiudersi in sè. Passò Buyukdéré, passò Therapia,
passò Isthènia, passò Kandilli, e non diede segno di vita. S'arrivò
finalmente a Costantinopoli, e continuò a guardare e a tacere. Il
bastimento, dopo una breve fermata a Costantinopoli, doveva proseguire
per l'Egitto. Il mio incognito andava a veder l'inaugurazione del
canale di Suez; io dovevo scendere a Galata. Prima di scendere, gli
porsi il mio biglietto di visita; egli mi diede il suo: guardai,
c'era scritto: _Alexandre Dumas fils_. Come si può pensare, feci
un atto di meraviglia e di piacere. Egli rimase impassibile. — _Au
bonheur de vous revoir_ — mi disse. E mentre io me n'andavo voltandomi
indietro per vederlo ancora, egli guardava da un'altra parte col
cannocchiale. —
Ho riferito quest'aneddoto perchè l'impressione ricevuta dal mio
amico è quella che le opere del Dumas lasciano nella maggior parte dei
lettori italiani.
La crudezza con cui esprime certe verità che ci feriscono nel nostro
sentimento d'orgoglio _umano_, la brutalità di chirurgo impassibile
con cui mette le mani nelle piaghe che altri suole trattare con
pietà delicata, la perspicacia diabolica con cui indovina i segreti
più intimi di certe nature mostruosamente inique e corrotte, e quasi
la compiacenza feroce con cui li rende; e più di tutto certi tratti
indefinibili, che sono nei libri quello che i lampi dell'occhio e i
guizzi delle labbra sono nei visi, ci fanno immaginare un uomo rigido
e superbo, poco benevolo per i suoi simili, facile alla passione, ma
chiuso alla tenerezza, e scettico in fondo; la cui presenza debba
agghiacciare la parola in bocca all'ammiratore che gli va incontro
con espansione. Anche nei tratti delle sue opere, che ci sembrano
riboccanti d'affetto, e che ci commuovono, noi troviamo sempre,
esaminandoli, piuttosto l'arte profonda d'un'intelligenza che,
indovinando tutte le cause, riesce a ottenere tutti gli effetti,
che non il disordine affannoso ed ingenuo che viene dal cuore; e ci
piglia il sospetto che egli abbia studiato, come il Goëthe, delle
lettere affettuose di sconosciuti, per impararvi il linguaggio dei
sentimenti che non provava. Negli stessi suoi scritti d'argomento
sociale, diretti a uno scopo generoso e benefico, riconosciamo che
v'è largamente tutto ciò che può giovare alla persuasione: chiarezza
limpidissima, argomentazione serrata, arte mirabile di presentare le
contraddizioni e di valersene, ed eloquenza splendida nell'esporre lo
stato delle cose a cui cerca rimedio; ma non quel soffio irresistibile
che prorompe dalla pietà ardente e profonda dei dolori e delle
ingiustizie, e che vince il cuore prima che la ragione sia vinta. Vi
sentiamo fremere più potentemente l'amore artistico della propria idea,
che l'amore umano degli oppressi. E quell'apostolato di moralità, di
virtù, di dovere, che informa specialmente le sue ultime opere, ci ha
piuttosto l'apparenza d'un grande ed onorevole proposito dell'ingegno
che intuisce il bene, e se ne fa strumento all'arte; che non la
passione intima e schietta d'un'anima che lo ami irresistibilmente. La
soddisfazione che ci lasciano nell'animo le opere sue più evidentemente
dirette ad un fine a cui anche il nostro cuore e la nostra coscienza
consentono, non è mai nè piena ne tranquilla; sempre usciamo dal teatro
o chiudiamo il libro con qualche ferita segreta nell'animo; e la nostra
immaginazione non ci rappresenta mai, neanche a traverso alle più
dolci emozioni provate, un Alessandro Dumas altrettanto amabile che
ammirabile.
*
* *
Eppure il concetto che ne hanno i suoi amici intimi è assai diverso
da quello della più parte de' suoi ammiratori lontani. È un un
_bon garçon_, dicono, senza restrizioni; migliore di suo padre, che
nondimeno parve più amabile e fu più amato. Conviene anche dire che
è tutt'altro Dumas da quello che fu in giovinezza. Era dissipato,
ed ora si vanta d'essere un capo di famiglia esemplare. Della sua
vita passata dice egli stesso che non conserva più che i ricordi; e
si assicura che fra questi ricordi ce ne sono dei bellissimi, e di
molti paesi, e invidiati, e famosi. Ha un sentimento altero di sè; ma
non costantemente: solo in certi giorni della settimana, e quando lo
stuzzicano. È servizievole con gli amici, dei quali s'asciuga drammi
e commedie e romanzi, senza fiatare, ragionando anzi i suoi giudizi
in letterine mirabili di stringatezza e di sincerità fraterna, con le
quali rivela agli autori i difetti intimi delle opere e le deficienze
inconscienti degli ingegni in un modo maestrevolmente scoraggiante. Non
pecca d'avarizia, come molti credono, e come forse credeva suo padre
quando essendogli stato detto che il figlio scriveva Le père prodigue,
soggiunse: — et le fils avare. Non è milionario per gli altri, come
disse del padre suo egli medesimo, ma è caritatevole, e soccorre in
particolar modo i letterati e gli artisti poveri, ricordandosi d'aver
vissuto i suoi primi anni in quella Bohême, che ora brulica a cento
gran cubiti sotto i suoi piedi; sebbene non sia facile ingannarlo
col pretesto della beneficenza. L'accusarono d'ingratitudine verso
suo padre, per qualche parola che gli sfuggì sulla trascuranza in
cui fu lasciata la sua prima educazione; ma è un'accusa ingiusta.
Egli dichiarò sempre che non s'è sentito qualcosa se non quando s'è
paragonato fuori di casa sua. L'apologia che fece del padre nella
prefazione al _Fils naturel_, dove respinge sdegnosamente la lode di
coloro che lo mettono al di sopra dell'autore d'_Antony_, è una delle
poche cose in cui si senta veramente palpitare il suo cuore. Egli
parla di suo padre ad ogni proposito. Tutti gli aneddoti che possono
riuscire ad onore del suo cuore, della sua vita e del suo genio, li ha
continuamente sulle labbra, e li abbellisce sovente, e si dice anche
che ne inventi. Si sa invece che suo padre era leggermente geloso di
questa gloria che gli cresceva in casa, dovuta a facoltà tanto diverse
dalle sue. La sera della rappresentazione di _Madame Aubray_, a un suo
amico che gli lodava calorosamente il dramma del figliuolo, rispose di
malumore: Sì, bene, c'è dell'osservazione; _mais comme théâtre, enfin,
qu'est-ce qu'il y a?_ — Lo difendeva con affetto quando altri gli dava
addosso; e quando lo lodavan troppo, s'impazientava. Chi ha conosciuto
l'uno e l'altro, pure riconoscendo la generosità splendida del padre,
e l'immensa simpatia che ispirava, gli antepone come carattere saldo,
come cuore sicuro alla prova, come coscienza, infine, il figliuolo. I
suoi antichi compagni di collegio, migliori giudici dei nuovi amici,
sono concordi in questo giudizio. Il convittore Dumas, quindicenne,
aveva uno sconfinato entusiasmo per il _papá_. Non ammirava altri
e non parlava d'altro. Grazie a lui, tutto il collegio conosceva
un mese prima dell'Europa l'intreccio dei drammi e dei romanzi del
grand'Alessandro, e ne leggeva dei brani manoscritti sui banchi
della scuola, dietro ai vocabolarii. Un giorno che per la partenza
improvvisa del Dumas padre dalla Francia, si credette che fosse stato
bandito da Luigi Filippo, il figliuolo ne fu desolato; e i colleghi,
per consolarlo, rappresentarono nel cortile un dramma improvvisato,
nel quale il re dei romanzieri era coronato di gloria, e il re dei
borghesi faceva una pessima figura. Ho visto delle lettere scritte
in quel tempo dal piccolo Dumas ai suoi compagni, piene di fantocci,
di capricci calligrafici e di buffonate; ma cordialmente espansive,
e piene d'un sentimento d'amicizia rarissimo nell'adolescenza. Lo
strano è che il Dumas, nel collegio, non diede segno nè d'amore allo
studio, nè d'ambizione, nè d'ingegno più che ordinario, nemmeno in
letteratura. Non solo non era fra i primi, ma neanche fra i secondi. Se
aveva un'ambizione, benchè non studiasse, era di diventare un giorno un
erudito, e anche più che un erudito, un bibliotecario. Come scrittore
si considerava naturalmente assorbito e annientato da suo padre.
Viveva in lui e di lui, gli bastava la gloria paterna, gli pareva che
ne sarebbe vissuto lietamente e tranquillamente per sempre. E i suoi
grandi trionfi erano quando suo padre veniva a visitarlo al collegio, e
professori, scolari, assistenti, inservienti, tutti saltavano su, come
scossi da una scintilla elettrica, per vedere un momento dalle finestre
e dagli spiragli degli usci quel mago, quel colosso, quel glorioso
testone scarmigliato, che empiva il mondo della sua fantasia.
*
* *
Ora l'antico aspirante bibliotecario è uno degli scrittori francesi più
divulgati nel mondo, ed anche uno di quelli di cui Parigi s'occupa più
curiosamente, e per la singolarità del suo carattere, e perchè attira
l'attenzione pubblica come autore drammatico, come polemista nelle più
ardenti quistioni sociali, come amatore dispendioso delle belle arti
e come gentiluomo ospitale. Quanto alla sua fortuna, basta dire che
in non più di sette anni, ossia dopo il _Monsieur Alphonse_, che pure
è già una commedia della decadenza, il solo teatro gli fruttò poco
meno d'un milione, di cui deve la quinta parte all'Étrangère, che non
ebbe un grande successo, e alla ripresa del _Demi-monde_. Oltrechè ha
un diritto raguardevole sui cento mila esemplari delle opere di suo
padre che si stampano ancora annualmente in Francia per ispanderle a
traverso a tutti i continenti. Con tutto ciò non vive sfarzosamente:
non ha le manie principesche di suo padre. Sta nell'_Avenue de
Villiers_, dove stanno pure il Meissonier, il Gounod e Sara Bernhardt,
in una casa propria, graziosa, ma non splendida, fiancheggiata da
un giardino semplicissimo, senz'aiuole e senza sentieri, disposto
così perchè la sua Jeannine vi possa scorazzare liberamente; in
fondo al quale c'è una casa campagnuola d'Alsazia, ch'egli comprò
bell'e fatta all'Esposizione del 1878, per mettervi i quadri che non
entravano più nelle sue sale. Nella sua casa non c'è di grandioso
che lo spazio. Anch'egli sente quel bisogno d'aria viva, di larga
respirazione, di libertà di mosse e di passi, per cui suo padre stava
in maniche di camicia dalla mattina alla sera, e riceveva le visite
in una _toilette_ da fornaio. Non tiene carrozza: la stessa signora
Dumas, quando deve uscire, fa venire modestamente alla porta un umile
_fiacre_ inzaccherato, che farebbe fremere l'ombra di suo suocero. La
villetta dove vanno a passar l'estate non è più magnifica della casa
in città. L'unica ricchezza della casa sono le opere d'arte. Contro
alle pareti s'innalzano statue e bassorilievi di grandezza naturale;
busti di marmo e bronzi ad ogni angolo; e quadri innumerevoli, fitti,
che si toccano dai pavimenti alle vôlte, nelle sale di ricevimento,
nelle stanze da letto, nelle stanze d'entrata, sui pianerottoli, per le
scale, ammonticchiati sui tavoli, ritti sui cassettoni e sui caminetti,
appoggiati alle spalliere delle seggiole, fin nei cantucci più oscuri
dove bisogna guardarli col lume, fin sui battenti delle porte: quadri
di tutte le grandezze e di tutti i generi, di pittori famosi e di
genii divinati da lui, paesaggi, madonne, belle donne nude — _belles
bêtes_, com'egli le chiama, — e paesaggi misteriosi che predilige, e
scenette arrischiate che tiene al buio, e caricature d'ogni specie;
fra cui brillano qua e là gli acquerelli che regala il Meissonier
alle sue figliuole per il giorno onomastico, e i cavallini e le porte
orientali del Pasini: tanti quadri per un milionetto e mezzo, a quel
che si dice. E più bella di tutte è la sua stanza di studio, dove si
fanno riscontro il famoso ritratto di lui, fatto dal Meissonier, e
un busto in marmo di sua moglie, bellissimo, in mezzo a una corona
di grandi tele; — una vasta stanza a terreno, che dà sul giardino,
piena di luce, con un enorme tavolo verde nel mezzo, sparso di penne
d'oca spuntate e smozzicate coi denti nella furia del lavoro. Tutta la
casa nel suo ricco disordine artistico, nello stesso tempo semplice
e pomposo, ha non so che aspetto di grandezza, che ispira rispetto;
e v'aggiungono molto le immagini e i ricordi del padre colossale,
che vi sono profusi. Sopra un tavolino della sala di studio c'è una
collezione di mani di donne, di bronzo e di terra; mani piccolissime e
delicatissime di patrizie oziose, mani robuste d'artiste, mani pienotte
di belle mondane che debbono aver trattato l'ago prima di portare
gli anelli ingemmati; mani che, in altri tempi, han forse palleggiato
il cuore di chi le fece modellare; e in mezzo a tutte queste manine,
spicca, o piuttosto regna, come la destra d'un sultano, la mano del
Dumas padre, quella bella e strana mano, dalle dita delicatissime, che
rappresentano, secondo la fisiologia del figliuolo, la finezza delle
sensazioni artistiche, e dalla palma larga ed atletica, che esprime
la potenza dell'esecuzione. Oltre alla mano, ci sono qua e là delle
immagini di quel largo viso di papà possente e sereno; vecchi libri
suoi; manoscritti a caratteri di scatola, e la collezione enorme dei
suoi volumi legati e dorati, che fanno scintillare della sua gloria
un'intera parete. E uscendo dalla sala di studio, si trova in faccia
alla porta, in un corridoio semiscuro, sopra un alto piedestallo, un
busto enorme del gran romanziere, di marmo bianco come la neve, d'una
rassomiglianza da sbalordire, con un sorriso parlante sulle labbra e
negli occhi; — il quale, rischiarato com'è da una parte sola, da un
raggio che vien dall'alto, — ha una tale apparenza di vita, a vederlo
così all'improvviso, che fa l'effetto dell'apparizione d'un fantasma, o
piuttosto del padre Dumas in carne ed ossa, risorto allora allora per
ricominciare il suo lavoro titanico interrotto da uno sbaglio della
morte.
*
* *
Qui il Dumas figlio passa le sue mattinate di lavoratore. Prima
di giorno è su, d'inverno come d'estate; le lettere che ricevono
i suoi amici nella giornata son tutte state scritte al lume della
candela, mentre essi dormivano. Lavora di nervo fino a mezzogiorno,
e a mezzogiorno la sua giornata di scrittore è finita. Passa il dopo
desinare a cavallo nel Bosco di Boulogne, o negli studi dei pittori, e
una volta la settimana ha in casa a pranzo una brigata d'amici, la più
parte scrittori ed artisti, a cui profonde fra la minestra e le frutta
un tesoro di frizzi, d'aneddoti, di epigrammi politici, di giudizi
letterari nuovi ed arguti, che girano poi di bocca in bocca, e si
spargono pei giornali e pel mondo. In casa sua è uno scampanellìo senza
fine: il servitore che porta le imbasciate potrebbe essere sostituito
da un automa a movimento perpetuo. Il direttore di teatro s'abbatte
sull'uscio nel _bohémien_ senza camicia, il commediografo principiante
nello straniero curioso, il giornalista nel pittore, il tipografo
nell'attore drammatico spigionato. Ed è poca cosa l'affluenza delle
persone in confronto a quella delle lettere, una gran parte delle quali
sono dirette a lui come patrocinatore del divorzio, e grande avvocato
di tutte le quistioni che si riferiscono alla famiglia, alla donna,
all'amore: lettere di malmaritate di tutti i paesi che gli domandano
consigli per la separazione; di mogli pericolanti che invocano il
soccorso d'un avvertimento paterno; di ragazze di collegio che chiedono
suggerimenti intorno alla scelta del marito; di figliuoli illegittimi
che gli raccontano la loro storia; di teste matte d'ogni tinta che gli
propongono i più strampalati problemi sociali e psicologici; ed egli
risponde qualche volta, quando la lettera lo fa pensare, e la risposta
è difficile; e altre volte s'impazienta, e butta ogni cosa nel cestino.
Così passa la sua vita tra il lavoro, gli amici e l'immenso pubblico
sconosciuto, sotto una pioggia di biglietti di visita e di biglietti
di banca, incensato, invidiato, seccato, portando con eguale vigore i
suoi cinquantasei anni e l'eredità enorme del nome paterno, in mezzo
alla grande città che lo ammira e lo maligna e gli chiede pascolo
continuamente alla sua curiosità febbrile di regina annoiata.
*
* *