dell'Italia. L'Italia e la Russia sono i due paesi che gli dimostrano
maggior simpatia; ed egli vi si rifugia col pensiero ogni volta che si
sente stanco della guerra che gli si fa in patria. Ecco una cosa che i
nemici arrabbiati dello Zola non possono masticare. — Che cos'è questa
_toquade_ — ci domandano — che vi prese per lo Zola, voialtri italiani?
S'ha da vedere anche i vostri Ministri dell'istruzione pubblica menare
il turibolo davanti all'autore di _Nana_! — Alludono alla lettera del
De Sanctis, che fece un po' di scandalo. Certo che è un caso letterario
notevole la grandissima diffusione dei romanzi dello Zola in Italia,
dove una sola delle due traduzioni dell'_Assommoir_ ebbe più spaccio
di qualunque libro italiano più popolare; dove tutti i suoi romanzi
sono tradotti e, quel ch'è più raro, tradotti tutti accuratamente,
e parecchi benissimo; dove si può dire, anzi, che si deve allo Zola
il fatto nuovissimo d'una vera gara letteraria di traduttori colti
e coscienziosi, alla quale il pubblico tenne dietro curiosamente. Si
direbbe che c'entra po' in questa grande simpatia l'origine italiana
dello scrittore e il carattere particolare del suo ingegno, per quello
che ha di discordante e quasi di opposto allo spirito generale degli
scrittori parigini. È incredibile la quantità di giornali che egli
riceve dal nostro paese, fin dalle più lontane provincie meridionali;
fra cui dei giornaletti sconosciuti, dei quali mi fece molta meraviglia
udirgli ripetere i titoli, con uno sforzo visibilissimo delle labbra. —
_Je tâche d'être poli avec tout le monde_, disse; ossia di rispondere
a tutti. Se non ci riesce, non è per difetto di buon volere. Riceve
tanti giornali che, a furia di provarsi a leggere, è arrivato ormai a
capire alla meglio l'Italiano, e intende di continuar l'esercizio. E
infatti dev'esser gradevole e facile imparare una lingua studiandola
nelle proprie lodi, in modo da godere in ogni difficoltà risolta
una doppia soddisfazione. Ma non lesse soltanto gli scritti che lo
riguardavano; quindi gli rimase nel capo un guazzabuglio di nomi di
romanzieri, di poeti e di giornalisti, dei quali volle saper qualche
cosa singolarmente; e stette a sentir le informazioni con una certa
curiosità, mista di stupore, come si starebbe a sentire chi ci
mettesse al corrente della letteratura patagona. — _Et notre brave
Cameroni?_ — domandò; — quello è davvero una fontana a getto continuo!
— Si mostrò molto soddisfatto delle due traduzioni dell'_Assommoir_.
Credeva però che quella del Petrocchi fosse in patois, e si rallegrò
di sentire che non è più in dialetto quella traduzione di quello che
lo sia l'_Assommoir_ originale, poichè i modi e i vocaboli fiorentini
che vi sono sparsi, non le tolgono di essere tutta intelligibile da
un capo all'altro d'Italia. Disse poi d'aver ricevuto una lettera di
Cesare Cantù; e questo non me l'aspettavo. Gli scrisse per domandargli
informazioni intorno a suo padre, che egli credeva essere uno Zola che
prese parte nelle cospirazioni carbonaresche del 21. Sorrise per la
prima volta quando gli dissi: — Vedete; voi non potreste immaginare
lo strano effetto che farebbero in Italia questi due nomi accoppiati:
Cesare Cantù e Emilio Zola — collaboratori, per esempio, in un romanzo
intitolato _Satin_. — Non aveva però cognizione della fama vastissima
dello storico lombardo, e diede segno di gradire singolarmente la
lettera, quando seppe bene da chi veniva. Poi domandò bruscamente:
— Perchè non fate un romanzo?
Guardai il pendolo per non abusare del suo tempo; ma era presto: potevo
rimanere.
— È una vergogna per noi — riprese lo Zola — non studiare la lingua
e la letteratura italiana, perchè ne potremmo ricavare un vantaggio
grande, oltre che pel rimanente, per lo stile, ed anche per la lingua
nostra. I nostri grandi scrittori del buon secolo, e molti del secolo
scorso, la studiavano. Non ci sarà mai critica larga e feconda in
Francia fin che non ci dedicheremo coscienziosamente allo studio delle
letterature straniere. La nostra critica teatrale, per esempio, è
quella che pecca di più da questo lato. Non si parla che del teatro
francese, si vede ogni cosa da una parte sola. Quando i nostri critici
dicono: il teatro, intendono il nostro. Si dovrebbero intender tutti.
Pare che per loro non esista un teatro tedesco, un teatro inglese,
un teatro italiano, un teatro spagnuolo. _Merci._ E che teatri sono!
Così nel resto. È inutile. Bisogna rompere il tetto e spalancare porte
e finestre, e far entrare dell'aria. Se avessi tempo, vedete, vorrei
fondare un giornale, il quale non desse che una piccolissima parte
alla politica, che è la nostra peste, e non avesse altro ufficio che
di seguire passo a passo, fedelissimamente, il movimento letterario
degli altri paesi, rendendo conto d'ogni pubblicazione che si facesse
a Madrid come a Pietroburgo, a Roma come a Stoccolma, con una critica
largamente espositiva e imparziale, ma piuttosto benevola che severa,
chiunque fosse l'autore e qualunque la scuola; in modo da far penetrare
in Francia il maggior numero possibile di scrittori stranieri. Questo
ci vorrebbe per noi. Ma come potrei farlo? Basta un giornale ad
assorbir la vita d'un uomo.
Nondimeno, secondo lui, s'è già fatto un gran passo in Francia, dal 70
in poi, nello studio delle letterature straniere. Oltre che si traduce
un assai maggior numero di libri che per il passato, e che non par
più una cosa dell'altro mondo, come una volta pareva, che un giornale
francese s'occupi d'uno scrittore straniero, se anche non è famoso nel
mondo; è fuor di dubbio che molti libri inglesi, italiani e tedeschi
sono letti in Francia, ora, nel testo originale. Ed è cresciuta
mirabilmente anche la vendita dei libri francesi. Lo Zola, così a
un di grosso, crede che sia triplicata. Dodici edizioni d'un libro,
che erano già un gran che, non sono più oggigiorno che un mediocre
successo librario. E i poeti, in ispecie, hanno torto di lagnarsi.
D'un volume di versi, in qualsiasi condizione pubblicato, si esitano
immancabilmente mille esemplari. E si è migliorata pure la condizione
degli scrittori rispetto agli editori: c'è più buona fede e più fiducia
reciproca. Non è gran tempo che essi si trattavano a vicenda, e con
molto chiasso, di scrocconi e di ladri.
Improvvisamente mi fece una grande sorpresa.
— Sapete — disse — ho letto i _Promessi Sposi_.
Avvicinai la seggiola.
Mi parve che titubasse un poco a esprimere la sua opinione, sia perchè
non l'avesse netta, sia perchè, sospettando la mia, cercasse i termini
per urtarla il più leggermente che poteva.
— Prima di tutto — disse — debbo confessare che ho letto la traduzione
francese, e che ho poca fede nelle traduzioni. Credo che la migliore
sciupi gran parte, e forse la più viva parte di qualunque lavoro, e
specialmente di un lavoro originale. Perciò i _Promessi Sposi_ non
mi fecero l'impressione che m'aspettavo. Che so io? Il romanzo, nel
suo complesso, mi parve troppo fedelmente lucidato dai romanzi di
Walter Scott. Non mi son fatto un concetto preciso del suo valore.
Certo però che ci sono delle parti, e molte, che serbano anche nella
traduzione una bellezza e una potenza meravigliosa; squarci d'un
realismo magistrale, nei quali si rivelano insieme la forza d'un grande
pittore e quella d'un pensatore vasto e profondo: la storia della peste
specialmente, che avrebbe innamorato il Flaubert, col quale il Manzoni
ha molti punti di somiglianza....
Quello che lo colpì più d'ogni cosa, insomma, fu la descrizione, e di
tutte le descrizioni, quella che gli rimase impressa più profondamente,
tanto che ne ricorda tutti i particolari, è la scena che si presenta
improvvisamente allo sguardo di Renzo, quando s'affaccia alla porta
del lazzaretto, dopo la sua lunga e avventurosa pellegrinazione a
traverso a Milano. Quelle compagnie di malati che entrano, quegli
appestati accovacciati pei fossi, quelle faccie stupidite, quei visi
sghignazzanti, quei pazzi che raccontano le loro immaginazioni ai
moribondi, quel cantare alto e continuo di gente già trasfigurata
dal morbo, quel brulichìo immenso e miserabile, e particolarmente
quel cavallaccio sfrenato, che fende la folla in mezzo all'urlìo
dei monatti, montato da un frenetico che gli tempesta il collo di
pugni, e dispare in un nuvolo di polvere, sono un quadro, egli dice,
che gli rimarrà davanti agli occhi per tutta la vita. Non disse
altro, e non me ne stupii. Per quanto ingegno e accorgimento critico
egli abbia, è impossibile che, per ora, gusti e giudichi rettamente
un'opera pensata, sentita e condotta così diversamente dalle sue.
Egli è ancora troppo caldo dell'ispirazione propria, troppo eccitato
dalla battaglia, troppo immerso con tutte le facoltà nei suoi studi
altrettanto profondi che rigorosamente circoscritti, e troppo vivente,
non dico nella letteratura del suo tempo, ma in quella della sua
giornata. Lo Zola rileggerà i _Promessi Sposi_ in pace, fuori del
campo di battaglia, come il Voltaire rilesse l'Ariosto, e cangierà
di parere, come il Voltaire. Gli mancavano d'altra parte, per ora,
gli elementi necessarii ad un critico per poter giudicare del valore
intrinseco d'una grande opera letteraria. Rimase stupito udendo che
i _Promessi Sposi_ furono scritti nel primo quarto del secolo, e che
il Manzoni, pure seguendo l'esempio del Walter Scott nel suo romanzo,
fu nella letteratura italiana un novatore, il quale, ai suoi tempi,
fece «parte da sè stesso»; un miscredente delle scuole, come lo definì
il genero apologista, un Volteriano dell'arte, un loico del buon
senso; iniziatore d'una riforma letteraria che bandì l'estrinseco, il
convenzionale, il falso nel pensiero, nel sentimento, nello stile,
nella lingua; e che la sua apparizione nella letteratura italiana,
sollevò ben altre tempeste e diede l'impulso a un ben più largo e nuovo
movimento d'idee che non abbia fatto lui, per ora, nella letteratura
francese. Finì col dire che l'avrebbe riletto in italiano, e mostrò
curiosità di conoscere le tragedie, per aver inteso qualcosa di quella
maniera libera e tranquilla di condurre l'azione e di sceneggiare, che
si deve accordare mirabilmente con le sue idee.
Di qui ricascò a parlare della sua stanchezza intellettuale, che lo
rattristava:
— Ma chi mai — gli dissi — leggendo i vostri articoli, sospetterebbe
che siete stanco?
— Capisco: non ve n'accorgete; ma è perchè ci metto uno sforzo doppio
che per il passato, appunto per nascondere la stanchezza.
— E poi — disse dopo qualche momento di riflessione, — sono stanco
sopratutto della polemica, che mi attira tanti odî. È un'impresa che
schiaccia le mie forze, e schiaccerebbe le forze di chi che sia, quella
di fare nello stesso tempo il novatore e il demolitore. Io mi trovo in
una condizione disgraziata. Vedete Victor Hugo. Certo, nel suo grande
cammino trionfale egli è stato spinto innanzi dalla forza immensa
delle simpatie e degli entusiasmi della nazione; ma aveva il vantaggio
di non esser costretto a combattere a corpo a corpo. Una legione di
devoti e di fanatici gli andava innanzi sgombrando la strada a colpi di
spada e d'accetta, e gli faceva largo intorno, gli lasciava un grande
spazio d'aria libera, nel quale egli procedeva serenamente, tutto
assorto nella propria ispirazione. Io, invece, debbo far tutto, ossia
fare e disfare. Ed è quello che non vogliono perdonarmi. — Badate a
scrivere dei romanzi — mi dicono; — lavorate sul vostro, e lasciate in
pace gli altri sul proprio: create senza distruggere. — E perchè ciò,
dal momento che essi tirano a distruggermi, e non creano? Perchè non
credono ch'io sia in buona fede; perchè credono ch'io critichi, non
per convinzione, ma per passione; non per abbattere delle scuole che
credo false e dannose al progresso dell'arte e del pensiero, ma per
sbarazzarmi di rivali che credo incomodi. Credono che io odii delle
persone, mentre non combatto che dei principii. Vogliono ad ogni costo
che sia egoismo di bottegaio quello che è coscienza d'artista. Questo è
quello che mi affligge. Che cosa ne pensate?
Credetti di dovergli dire quello che sinceramente credevo, cioè
che fuori di Parigi, fra noi, per esempio, si faceva generalmente
un giudizio assai diverso della sua critica. — Troviamo nei vostri
articoli della violenza, ma non dell'odio. Se ci fosse odio, ci sarebbe
del veleno, e questo non l'avete. Ci paiono critiche di testa, vi
direbbe un maestro di canto, e non critiche di petto; colpi di mazza,
non colpi di stile; che è molto diverso. E chi volete che creda che
coi successi enormi che ottenete, possiate attaccare per gelosia
letteraria, fra gli altri, degli avversari mille miglia lontani dal
vostro campo, e quasi sconosciuti fra noi? Del resto, voi potete sempre
rispondere che non avete ancora detto contro gli altri la metà di
quello che si disse contro di voi.
— Ah! — esclamò — di quello che si disse contro di me non ne potete
avere un'idea, voi che vivete lontano da Parigi. Io mi diedi a scrivere
sul _Figaro_ per non troncare tutt'a un tratto la mia «campagna
critica» dopo la rottura col _Voltaire_; chè m'avrebbero creduto
smarrito d'animo e ridotto all'impotenza. Ma sapete perchè ho scelto
il _Figaro_? Il _Figaro_, prima di tutto, contro cui si fa tanto
gridare, non è mica peggio degli altri giornali, sotto nessun aspetto.
La sua disgrazia è che tutti i torti della stampa che ha dei torti,
si fanno ricadere sulla sua testa; lui è lo scandalo, lui è il morbo
della nazione, lui raccoglie in sè tutti i vizi, tutte le magagne,
tutte le brutture del giornalismo francese. È destinato che sia il
_capro emissario_, e s'intende che se non ci fosse il _Figaro_, non
ci sarebbe che una stampa purissima e santissima: sta bene. Ma questo
non monta. Sono collaboratore del _Figaro_, ma non l'ho sposato. Io
non so quello che ci scrivano; so che ci scrivo quello che voglio.
Ho scelto il _Figaro_ per questa ragione: che essendo un giornale
diffusissimo per tutta la Francia e fra ogni ceto di gente, volevo
cercare, scrivendoci, se ci fosse modo di distruggere quella specie di
leggenda odiosa e ridicola che s'è formata sulla mia povera persona.
Una vera leggenda, vi dico. Quelli che l'hanno creata e divulgata,
i critici e giornalisti, non ci credevano: s'intende benissimo: sono
maligni, ma non imbecilli. Il grande pubblico, però, l'ha bevuta. Per
questo grande pubblico io sono un uomo senza coscienza, senza legge,
senza pudore, senza affetti; uno speculatore d'immoralità, un sacco di
vizi, un bevitore di sangue, un'anima perduta. Credono che io sguazzi
veramente in tutte le sozzure, come qualche personaggio dei miei
romanzi, e non solamente nelle sozzure morali. Un _égoutier_, infine.
Un uomo da velarsi gli occhi e da turarsi il naso, passandogli accanto.
Ebbene, io dissi tra me: _je suis un brave homme, après tout_ (non
c'è vanità a dichiararlo, non è vero?); mi sento un cervello sano nel
capo e un cuore onesto nel petto; vediamo se, scrivendo in un giornale
che va per le mani di tutti, provandomi a dirvi le mie ragioni con
la maggior pacatezza possibile, e a esprimervi i miei sentimenti con
la mia abituale sincerità, mi riesce di raddrizzare l'opinione storta
della gente. Prima ancora ch'io scrivessi, al semplice annunzio della
mia collaborazione, i buoni borghesi, gli onesti abbonati rimasero
atterriti. Ma come! Lo Zola scrive nel _Figaro_? Saremo costretti
ad asciugarci la prosa di questo matto pervertito e scandaloso, e
a nascondere il giornale alle nostre famiglie? Credevano in buona
fede che ad ogni periodo io buttassi fuori un'oscenità stomachevole
o sputassi sopra un sentimento gentile o lacerassi un nome onorato.
Ora io so che molti hanno espresso una grande meraviglia dopo letti i
primi articoli. In fin dei conti, hanno detto, tutto ben considerato,
è un uomo — presso a poco — come gli altri. Avrà torto, ma ragiona;
ragionerà male, ma par persuaso di quello che dice. Porcherie non ne
scrive; critica, ma non insulta; è un capo originale, ma non è un
pazzo da catena. Non è lo Zola che ci avevano dato ad intendere. —
Ora questo è già qualche cosa, ma è poco più di nulla. Per uno che si
ricrede, cento altri del pecorame immenso continuano a credere. Voi
non potete immaginare quanto sia difficile in Francia lo sradicare un
pregiudizio. Una leggenda calunniosa s'è formata sopra di me: ebbene,
ho quarant'anni, posso viverne ancora altri venti, ma son sicuro di non
vederne la fine, di quella leggenda. E questo m'addolora.
E disse le ultime parole con un accento di vero rammarico.
— Pensate però — gli osservai — che la leggenda non è uscita
di Francia, e che noi, lontani, vi giudichiamo diversamente. I
lettori sensati, che conoscono tutte le vostre opere, e che tengono
dietro a tutte le manifestazioni dei vostri principii artistici,
spassionatamente, e senza cocciutaggini scolastiche, sono persuasi che
quello che si può trovare d'eccessivo, sotto certi aspetti, in alcuni
dei vostri romanzi, è conseguenza logica del concetto fondamentale
che avete dell'arte, non predilezione per il brutto, per il tristo e
per l'orrido, che derivi da animo malvagio. Certo, l'arte ottimista
che sceglie ad un fine consolante i caratteri e gli avvenimenti, e
si sforza di alleggerire ai lettori tutte le impressioni ingrate, e
di girare intorno, senza attrito, a tutte le opinioni che hanno una
radice nell'animo, cattiva facilmente la simpatia agli scrittori. Ma
sotto la vostra arte di ferro, noi ammiriamo e amiamo la schiettezza,
il coraggio, la devozione ardente e indomabile ad un'idea, che non
è possibile che in un'anima nobile. Gli arrabbiati che leggono i
vostri romanzi con un occhio solo, non vedono che Lantier, e Bijard,
e Pierre Rougon, e Renée; noi li leggiamo con due, e vediamo Miette e
Goujet e Lalie ed Hélène e la piccola Jeanne. Ed è l'intensità, non la
molteplicità e la diffusione delle manifestazioni del cuore, quella da
cui giudichiamo l'intima natura dell'artista. Per me, vedete, Hélène,
che dopo aver visto morir la sua creatura senza poter piangere, e quasi
chiusa nel suo dolore, getta un urlo improvviso vedendo ai piedi del
letto le scarpettine che la povera bimba non si metterà mai più; e
il singhiozzo disperato che lacera il petto di Goujet mentre Gervasa,
incanutita e convulsa, si sfama sotto i suoi occhi, dovrebbero bastare
a giudicar l'uomo quanto un poema d'affetto. E molti la pensano a modo
mio.
— Eppure — osservò sorridendo leggermente — dicono che contamino tutto.
— Lo dissero anche del Flaubert. Dopo che aveva lavorato per cinque
anni a un romanzo, un critico scrisse che s'era ravvoltolato in una
fogna e che l'aveva sporcata.
— E che cosa si dice, in Italia, quando si legge una di codeste
critiche?
— Non so.... credo che si continui a leggere il Flaubert.
— Io credo però che sarà utile, a proposito di critiche, un libro d'un
nuovo genere, che sto preparando da un pezzo. Man mano che mi cadevano
sotto gli occhi, sono andato raccogliendo e ordinando le più grossolane
insolenze, i più spropositati vituperii che vennero vomitati contro di
me. V'accerto che a leggerli tutti di seguito, come una lunghissima
lirica furibonda, fanno un singolare effetto. Li pubblicherò in un
volume, con una grande prefazione sulla critica, e intitolerò il
volume: _Leurs injures_. Sarà la mia apologia.
Questo è il suo chiodo fisso; per quanto faccia, bisogna sempre che
torni a batterci su. Il suo grande tormento è d'essere male giudicato
come uomo. E questo tormento, possono averlo celato, ma lo provarono
certamente tutti gli artisti, anche i più incuranti e sdegnosi del
mondo, e i più gloriosi, quando il loro carattere morale fu denigrato.
Poichè si può ben amare disperatamente la gloria, ma non si può averne
un godimento pieno e sereno, se non si sente che insieme all'artista
è stimato l'uomo, suo padre e suo giudice, e depositario del suo
onore. Prima si ambisce la gloria pur che sia; poi quella tal gloria
— senza ombra e senza turbamenti; — ossia la stima e l'affetto, che
sono il calore della sua luce. Il che i nemici cercan di togliere,
quando non riescono a toglier altro, poichè è una grande consolazione
dell'amor proprio, dovendo dire che un tale è un grande artista, poter
soggiungere subito dopo che è un birbante.
— Mah! — esclamò poi lo Zola — quando lavoro dimentico tutto.
— Dateci presto il nuovo romanzo — dissi.
— Mi ci potrei mettere subito — rispose — se ci fossi già preparato.
Ma ho bisogno di viver prima lungo tempo coi miei personaggi, e
siccome questo non è un lavoro da tavolino, che m'obblighi a star lì
cogli occhi sulla carta, così basta anche una leggera preoccupazione
dell'animo a distrarmene. Ho bisogno di pigliare i miei personaggi ad
uno ad uno, e poi a due a due, e così avanti, e di farmeli andare e
venire per la testa, di notte, passeggiando, desinando, ora strappando
una parola a uno, ora cogliendo a volo un gesto d'un altro, ora
scoprendo il secreto di un terzo; e di abituarmi a viver con loro
fino al punto di voltarmi in tronco, quando mi sento un fruscìo alle
spalle, quasi con la sicurezza di sorprenderne qualcuno in carne ed
ossa. Fin che non sono arrivato a questo grado d'illusione, non posso
far nulla. Quando poi i personaggi son diventati così vivi e parlanti,
e quasi gente di casa mia, il lavoro non m'affatica più; mi metto al
romanzo, e lascio che facciano loro, che pensin loro a combinarsi e
a trattare insieme le proprie faccende; io cerco d'entrarci il meno
possibile, e di restringermi a redigere i verbali. Alle volte mi par
d'essere estraneo affatto al mio romanzo. Casi, scene, dialoghi si
succedono da sè, e non ho che a mutar qualche parola nel testo che
mi si svolge sotto gli occhi. Non è che la descrizione che mi costa
sforzo. Ma scrivendo, vedo i luoghi così distintamente, sento i rumori,
gli odori, i contatti in una maniera così viva, che anche qui non ho
quasi da cercar altro che l'espressione. Rimango tutto stupito, alzando
gli occhi, di ritrovarmi nella mia stanza, solo, in una gran quiete, e
cerco per dove sono fuggiti i fantasmi che mi stavano affollati intorno
un momento prima.
Con tutto ciò m'è parso di indovinare, da qualche sua parola qua e
là, che la difficoltà che egli trova a rimettersi ai suoi romanzi,
non deriva soltanto dal suo stato presente di salute e d'animo, ma
da un sentimento, più forte che non l'abbia mai provato, d'incertezza
artistica. Egli conosce il mondo letterario e sè stesso: sa di essere
arrivato al punto forse culminante della sua ascensione d'artista,
e che di lì non potrà più salire se non facendo un poderosissimo
sforzo: o un passo in una via nuova, o un perfezionamento grande
sulla via battuta. Perchè è vero quello che disse il Dumas figlio,
che il pubblico vuol essere continuamente sorpreso, abbagliato,
sbalordito, violato. Ora, dopo l'_Assommoir_, lo Zola è andato più
in là, ma non più in su. I critici assennati non solo non mettono la
_Page d'amour_ accanto all'_Assommoir_, ma la considerano al di sotto
della _Fortune des Rougon_ e della _Conquête de Plassans_. _Nana_ fu
un successo più librario che letterario. Si capisce d'altra parte
che, per quanto sia grande la sua potenza di scrittore, il genere
suo, tutto analitico e descrittivo, è quello in cui l'originalità
perde in più breve tempo la freschezza, abituandosi facilmente il
pubblico ai procedimenti metodici, di cui può indovinare gli artifizi
prima di subirne gli effetti. Al che l'aiutano anche gli imitatori;
gl'inetti scoprendo meglio la meccanica, i valenti mostrando che
non è difficile impadronirsene. E lo Zola ha ormai un drappello di
imitatori che non gli stanno indietro che d'un passo. Perciò io credo
che stenti a ricominciare i romanzi, non tanto perchè è stanco, quanto
perchè cerca. Mettendosi a scrivere, gli si presentano in folla tutte
le forme e le industrie già usate, ed egli vuol liberarsene. Non
gli basta più cambiar soggetto, vorrebbe cambiar maniera. Ed anche
dall'idea di scrivere un romanzo sulla _bontà e sul dolore_, per
fare un salto da _Nana_, come scrisse la _Page d'amour_ per fare un
contrapposto all'_Assommoir_, traspare già il bisogno che egli sente di
_rinnovellarsi_ come traspare, più che da tutto, dal suo proposito di
dedicarsi intieramente al teatro.