suo benvenuto. Gli diedi una stretta di mano. Maledette convenienze!
Gli avrei dato volentieri due baci da amico, dicendogli: questo è per
Daudet e questo è per _petit chose!_ Ma mi mancò la disinvoltura, e
me ne uscii col mio abbraccio rientrato, tendendo ancora l'orecchio,
per un buon tratto di scala, alla sua voce simpatica, che dominava il
cicalìo degli amici.
*
* *
Tale è Alfonso Daudet, nato povero, pervenuto alla fortuna e alla
celebrità a traverso a una gioventù ardimentosa e infaticabile, giovine
ancora, artista nell'anima, virile al lavoro, delicato di modi come una
donna, sereno come tutti i caratteri benevoli, con una piccola vena di
tristezza come tutti i grandi amanti dell'arte; stimato e benvoluto da
tutti, amabile nei suoi libri e più amabile nel suo salotto, semplice,
affettuoso e indulgente; la cui vita e la parola e l'aspetto ispirano
la bontà e confortano al lavoro e alle nobili ambizioni. Non ci rimane
ad augurargli che una cosa sola: la salute, ossia la moderazione
nell'esercizio dell'arte gloriosa per cui è nato. Si sforzi di
preservarla per sè e per la Francia, e per noi, e per tutti. Non abbia
mai più da chiamare la sua buona amica per dirle: _Finis mon bouquin_.
Li finisca tutti lui, e ne finisca molti, e possa cominciarne ancora
una nuova serie quando la sua bella chioma scapigliata di vecchio
lottatore gli farà una corona d'argento intorno alla corona d'alloro.
EMILIO ZOLA
POLEMISTA.
Son ritornato con piacere in quella bella stanza al terzo piano, in
via di Boulogne, tutta ordinata e nitida, nella quale il principe dei
veristi lavora da anni alla gran tela dei Rougon-Macquart, e prepara
prede da sbranare alle platee furibonde, e bandisce il verbo del
naturalismo, stroncando avversarii, incoraggiando discepoli, ribattendo
censure; oggi alle prese con Victor Hugo, domani col Gambetta, ora
con la repubblica, ora con l'Accademia, ora col romanticismo, ora con
la religione; assalito da cento parti, pronto su cento breccie, in
un atteggiamento minaccioso di avanguardia del ventesimo secolo, di
giorno in giorno più testardo, più sdegnoso e più intrepido. Guardando
quella stanza così raccolta e quieta, prima che egli entrasse,
pensavo alle tempeste che si erano scatenate da quel silenzio per il
mondo dell'arte, e al gridìo enorme che avrebbe fatto tremare quelle
pareti se fossero risonate là per un momento le voci di tutti coloro
che disputano dell'autore dell'_Assommoir_, nel solo giro d'un'ora,
da Cadice a Pietroburgo, per levarlo alle stelle o per trascinarlo
nella polvere. E considerando quanto egli aveva pensato e scritto e
lottato, in soli tre anni, dall'ultima volta che l'avevo visto, seduto
a quello stesso tavolino su cui appoggiavo le mani, mi sentivo preso
da un sentimento d'ammirazione. Sono ammirabili, infatti, comunque
si giudichi l'ingegno e l'animo loro, e degni di profondo rispetto,
questi grandi lavoratori, che sacrificano all'arte la pace, la salute,
i piaceri della gioventù, e tutte le intense e varie facoltà di godere
la vita, di cui è dotata la loro natura potente; e l'avvicinarli, il
parlar con loro dà sempre una scossa salutare al sangue, e fortifica
l'anima e i nervi. E bisogna convenire che ha lavorato e che lavora
questo terribile Zola! E più si ammira quando si considera la natura
del lavoro suo; in cui non appare solamente la forza, ma lo sforzo, e
quasi un'ostinazione superba della volontà; lavoro minuto e difficile
di analisi e di descrizione, di stile e di lingua, necessariamente
preceduto da una lunga serie d'osservazioni e d'indagini pazienti
sul Vero. D'onde piglia l'impulso a un'operosità così costante e così
faticosa? Egli è una strana natura, veramente. Pare che sia divorato
dall'ambizione della gloria, e pare nello stesso tempo che non senta
e non goda quella che s'è acquistata. Vive da sè, nella sua casa
silenziosa, appartato dal mondo, come un vero certosino dell'arte,
in mezzo alla grande Parigi che parla di lui come d'un personaggio
lontano e quasi fantastico; e non interrompe il suo lavoro solitario
di artista che per assalire o per difendersi fieramente, come un uomo
disconosciuto e scontento, senza profferir mai una frase o una parola
che riveli un sentimento lieto della fama a cui è salito, e della
fortuna che lo accompagna. Dalla povertà, da una vita d'umiliazioni e
di lotte disperate, è giunto alla gloria e ad una agiatezza splendida;
ma non si è mutato d'animo, non s'è riconciliato col mondo, e par che
abbia la società umana _in gran dispitto_, come Farinata l'inferno.
Senza dubbio, egli deve aver molto sofferto. Lo disse, non è gran
tempo, a un amico, il quale gli rimprovera la violenza delle sue
critiche: — Ah! voi non sapete quello che m'hanno fatto soffrire! —
E forse egli è ancora realmente in credito col mondo. Di qui la sua
mancanza d'espansività affettuosa, e non so che di cupo e di diffidente
ch'è in lui. Gentile coi visitatori, sembra però che il suo sguardo
indagatore scopra sempre nell'animo di chi lo loda qualche piccola
ipocrisia e qualche piccola perfidia; e che di momento in momento
debba alzarsi in piedi e dire agli ammiratori che gli fanno corona: —
Finiamo la commedia: siete una fitta d'impostori che, uscendo di qui,
lacererete il mio nome. — Ed è raro che la lode si rifletta sul suo
viso in un'espressione di compiacenza. Nei suoi scritti può trasparir
l'orgoglio; ma non traspare punto la vanità dalla sua persona. E tale
è nella vita. Austero, sobrio, alieno dai piaceri materiali e frivoli,
— senza figli, — vive con sua moglie, come dice egli stesso, _en bon
camarade_, e non ha l'animo occupato da alcuna grande passione, eccetto
quella dell'arte, che è sostenuta e vivificata in lui da un immenso
amore, o piuttosto da un irresistibile bisogno del lavoro. Questo gli è
nello stesso tempo fatica, riposo, compenso, conforto; a questo dice di
dovere, più che all'ingegno, tutto quel che ha ottenuto; e ne è altero.
Lui fortunato, così potente verista nell'arte, e così forte idealista
nella vita.
*
* *
Nella sua stanza, in questi ultimi tre anni, si sono moltiplicati i
quadri e i ninnoli costosi, come le edizioni dei suoi romanzi. Tre
anni sono, infatti, egli era agiato, ed oggi è ricco. È uno degli
scrittori francesi che fecero fortuna più rapidamente, dopo averla per
più lungo tempo aspettata. La pioggia d'oro cominciò coll'_Assommoir_,
il quale solo, tra romanzo e dramma, gli fruttò un capitale, oltre
all'impulso enorme che diede allo spaccio di tutti gli altri suoi
libri; ed ora i dilettanti di finanza letteraria fanno il conto che
egli cammini a grandi passi verso il milionetto, non ostante che si
sia soffermato per farsi fabbricare una bella casa a Médan, dove
passa quasi tutto l'anno. Dice egli stesso che non ha più bisogno
di lavorare per il denaro, e se ne vanta francamente. Il denaro è
l'indipendenza e la dignità degli scrittori; i quali, quando o non
potevano o sdegnavano di trarre la vita dalle fatiche del proprio
ingegno, erano lacchè di principi, cacciatori spudorati di pensioni,
e affamati leccazampe di tutti i ciuchi blasonati e danarosi. Sprezza
il denaro, egli dice, solamente il catonismo ipocrita degl'impotenti.
E certo il desiderio ardente della ricchezza è in Francia (dove la
ricchezza può conseguirsi) un potentissimo sprone all'operosità degli
artisti. La possibilità e la speranza di arricchire in pochi anni, e
di trovarsi poi in grado di lavorare a bell'agio e meglio intorno a
soggetti più liberamente scelti e più profondamente meditati, accendono
negli scrittori quella stessa febbre di lavoro e d'ardimento che
centuplica le forze della gente d'affari in tutti i paesi; ed è fuor
di dubbio che noi dobbiamo a quella febbre un grande numero d'opere
bellissime, e non pochi capolavori, che la sola forza della ispirazione
artistica, non sostenuta da una attività disperata, non sarebbe bastata
a produrre. La ricchezza è la grande allettatrice di quasi tutti gli
scrittori francesi. Giovani, lavorano per giungere all'agiatezza e
all'indipendenza; quando hanno ottenuto l'una e l'altra, persistono
a lavorar ardentemente, sia perchè ne hanno contratto l'abitudine
irresistibile, sia perchè, crescendo in loro, con gli anni, l'amore
degli agi e la sollecitudine del decoro signorile, sentono il bisogno
d'arrotondare le rendite. Ed è ancora da aggiungersi a queste ragioni
d'operosità, se non una singolare attitudine dei francesi al lavoro,
il continuo e vario stimolo che deve dar loro la vita calda e ricca e
diversa d'una enorme città intellettuale; e il fatto incontrastabile
che una città siffatta, non ostante le sue esigenze e le sue
tentazioni, è per la sua stessa grandezza più favorevole d'una città
piccola al lavoro continuo e raccolto, per la ragione medesima che è
più facile rimaner padroni dei propri pensieri in mezzo a una grande
folla che in un cerchio di quindici conoscenti. Là non esiste, fra
colleghi letterarii, la _flânerie_ occasionata dagl'incontri fortuiti,
che piglia tanta parte del nostro tempo anche nelle città più grandi;
gli amici, per incontrarsi, si devono cercare per la posta; in ogni
convegno è prefissata l'ora della separazione; la molteplicità delle
faccende costringe alla pedanteria nell'orario; la furia della vita
non lascia tempo alla _rêverie_ che sfibra l'animo, come dice il
Goethe, e fiacca le forze dell'intelligenza; gli inevitabili doveri
sociali a cui si deve sacrificare una parte della sera, obbligano al
lavoro mattutino, più fresco e più salutare del notturno; i visitatori
importuni sono respinti senza riguardi; e tutto va di carriera, e
ognuno difende accanitamente il suo tempo e la sua libertà di lavoro.
E uno di quelli che la difendono più accanitamente è lo Zola. Il
quale vive solitario anche per questa ragione: che avendo combattuto
acerbamente molte opinioni stabilite, e ferito amor proprii, e
sollevato ire ed inimicizie, si troverebbe costretto, frequentando la
società letteraria, a una lotta continua; e mancante com'è del vero e
proprio «spirito parigino» che è un'arma terribile nelle dispute dei
salotti e dei circoli, egli sente che non ce la potrebbe in nessun
modo con le lingue indiavolate, coi fulminei motteggiatori, che gli
cascherebbero addosso da ogni parte. Per ciò se ne sta rinchiuso nella
sua officina, spendendo in lavoro tutta la vitalità che risparmia in
battaglie di conversazione, le quali darebbero troppo facile vittoria
ai suoi nemici. Victor Hugo, che malgrado la sua corte, vive in una
specie di solitudine intellettuale, fuori della letteratura vivente,
è il leone; Emilio Zola è l'orso. E vivono l'uno e l'altro in regioni
non meno lontane e diverse fra loro che quelle abitate dalle due fiere
formidabili che simboleggiano.
*
* *
Mentre stavo in questi pensieri, egli comparve, pallido e coi capelli
irti, vestito di un farsettone di maglia scura, stretto alla vita,
senza cravatta, con le scarpe di panno nero; uno strano vestimento, tra
di lottatore e d'operaio. Mi fece un'impressione inaspettata, diversa
dalla prima volta. Mi parve assai più piccolo di statura e più esile.
Ha messo un po' di ventre; ma è notevolmente dimagrato nel viso. Era
smorto e aveva l'aria triste. E forse a cagione della tristezza la
sua accoglienza fu più affettuosa di quello che si soglia aspettare da
lui. Sedette accanto al suo tavolo da lavoro, coperto di giornali e di
lettere non ancora aperte, e alle solite domande sulla salute, rispose,
con un accento non meno triste del suo aspetto, che non stava bene.
Poi soggiunse:
— Voi sapete che ho avuto la disgrazia di perdere mia madre.
E gli si empirono gli occhi di lacrime. Dopo qualche momento di
silenzio, ricordò la morte del Flaubert, la quale pure era stata un
gran dolore per lui. Il Flaubert era suo maestro e suo amico. Egli
l'aveva conosciuto e amato fin dai principii della sua carriera.
La perdita dei genitori letterarii è particolarmente triste per gli
scrittori che s'avanzano per una via ardita, piena di pericoli: il
soldato sente più dolorosamente la morte del suo capo, quando combatte
all'avanguardia.
— Questo è stato un duro anno per me — disse sospirando —; un anno nero
veramente, che mi peserà sul capo per un pezzo.
E riparlò del suo antico proposito di fare un viaggio in Italia,
anzi di venirsi a stabilire per qualche tempo fra noi, in una città
del mezzogiorno. Da molto tempo si sente stanco e ha gran bisogno
di riposo. Vorrebbe venire in Italia, senza che lo sapesse nessuno,
fuorchè un piccolo numero di amici, per poter vivere raccolto e quieto
nel suo cantuccio; non perchè sia selvaggio, e non ami la gente che
va a lui, mossa da un sentimento di simpatia; ma perchè non sa _jouer
le prince_, e davanti a tre persone con cui non abbia dimestichezza,
perde la sua libertà di spirito. Ma per quanto dica, son persuaso che
il suo viaggio in Italia non sarà mai altro che un proponimento. E
d'altra parte, quanto s'inganna se crede di venir qui a vivere in pace!
Il giorno dopo l'arrivo avrebbe un assembramento di veristi davanti
all'albergo, e sarebbe costretto a esporre la teoria del naturalismo
dalla finestra.
— Ho bisogno di riposo.... — ripetè con tristezza —; non posso più
lavorare come una volta.
— Eppure, — gli osservai, — oltre a tutto il resto, riempite ogni
settimana quattro colonne del _Figaro_. Noi siamo meravigliati della
vostra operosità.
— No, no, — rispose, scrollando il capo, — credetelo a me, non lavoro
più come una volta; non sono più quello di prima. Non ho ancora potuto
rimettermi al mio romanzo. Per scrivere, vedete, bisogna aver dello
spazio e dell'aria davanti a sè, bisogna credere alla vita.
Mi fecero tristezza queste parole, tanto più perchè non erano smentite
dal suo aspetto.
Credette per qualche tempo d'aver una malattia di cuore; i medici lo
disingannarono; ma nondimeno egli sente sempre in sè qualcosa di sordo
e d'inquietante, che gl'impedisce il lavoro, e lo volge alle previsioni
nere. Ora avrebbe un disegno. Continuare a scrivere per il _Figaro_
finchè ce l'obbliga l'impegno assunto; poi uscire dal giornalismo,
sdarsi interamente, e per sempre dalla polemica, e consacrare tutto il
suo tempo e tutte le sue forze ai romanzi, curando insieme la raccolta
e la pubblicazione dei suoi scritti sparsi; i quali tra novelle,
ritratti e critica, formerebbero otto volumi, e ne uscirebbe uno ogni
tre mesi. Terminata la storia dei Rougon-Macquart, alla quale mancano
ancora undici romanzi, farebbe un'edizione definitiva di tutti e venti
i volumi, collegandoli meglio fra loro (pensiero che deve essergli
venuto in seguito a uno studio arguto e diligentissimo fatto da uno
scrittore francese sulle contraddizioni cronologiche e sociali della
sua storia); e poi si darebbe tutto al teatro, che è sempre il suo
pensiero dominante. Riguardo al primo romanzo che pubblicherà ora, egli
è ancora incerto fra tre idee. Dapprima voleva scrivere _Un peintre
à Paris_; romanzo che abbraccierebbe la vita artistica e la vita
letteraria, raccontando le lotte e le avventure di un giovane di genio,
o di parecchi, venuti dalla provincia a Parigi a cercar la gloria e
la fortuna; ma poichè per trattar questo argomento, dovrebbe fare un
viaggio in Provenza, terra natale dei suoi personaggi, a raccogliere
notizie e ispirazioni, intende di lasciarlo da parte per ora. Vorrebbe
scrivere un romanzo del genere della _Page d'amour_, ma in un altro
campo sociale, di cui il soggetto sarebbe il dolore, la bontà, la forza
e il coraggio nella sventura, e gli affetti gentili e profondi; — ma
teme che un lavoro di questa natura, nello stato di animo in cui si
trova al presente, rimescolerebbe troppo dolorosamente il suo cuore.
Propende quindi per un terzo romanzo, del quale m'aveva già parlato
tre anni or sono, che avrebbe per campo «i grandi magazzini» di Parigi,
come il _Louvre_ e il _Bon Marché_; e per argomento la lotta del grande
commercio col piccolo, dei milioni coi cento mila franchi. Questo farà
più probabilmente; e perciò comincierà tra poco le sue visite e i suoi
studi minuti di romanziere esperimentale; passerà delle ore e delle ore
in mezzo al via vai e al rimescolìo rumoroso dei «magazzini» enormi,
a raccoglier colori per le descrizioni e motti per i dialoghi, e a
cercar tipi e avventure locali, interrogando commessi e ragionieri, con
la sua amorosa pazienza di musaicista, come fece nei mercati e nelle
botteghe dei salumai per scrivere il _Ventre di Parigi_, e nei lavatoi
e all'ospedale per far l'_Assommoir_. Ma subito non ci si può mettere:
non riuscirebbe a far nulla.
Gli domandai se gli seguiva spesso, anche nel suo stato abituale, di
non poter far nulla.
— Ah che tasto toccate! — rispose. — Ci son dei giorni in cui mi pare
d'essere finito, non per quel giorno, ma per sempre; giorni in cui
son come morto. Mi metto al tavolino la mattina per tempo, senz'aver
coscienza del mio stato, e al momento di ripigliare il filo del
romanzo, mi sento nella testa un vuoto e un silenzio da far paura.
Personaggi, luoghi, scene, avvenimenti, tutto s'è come agghiacciato
dentro a una nebbia oscura, in cui mi sembra che non riescirò mai
più a far penetrare un raggio di sole. E allora resto qui delle ore,
colla testa sopra una mano e gli occhi fissi alla finestra come uno
smemorato. E poi.... mi pigliano degli scoraggiamenti terribili anche
riguardo all'arte mia.
— Come! — gli dissi, — voi, che percorrete una via così nettamente e
profondamente tracciata, che lavorate con un metodo così rigoroso, e di
cui parete tanto sicuro, andate soggetto voi pure allo scoraggiamento e
al dubbio della vostra arte?
— Se ci vado soggetto! — rispose. — Ma chi non ci va soggetto? Ci sono
due soli artisti in questo secolo, un pittore e un poeta, i quali non
hanno mai sospettato una volta, neppure alla lontana, il primo di poter
sbagliare una pennellata, l'altro di poter scrivere un cattivo verso;
e sono il Coubert e Victor Hugo. Io trovo orribile oggi quello che
ho fatto ieri — infallibilmente. Se voglio tirar innanzi a lavorare
di buon animo e con qualche illusione di far bene, bisogna che non mi
volti mai indietro. Per questo, terminato un libro, non me ne occupo
più; e non solo sfuggo l'occasione di parlarne, ma faccio uno sforzo
continuo per dimenticarlo. Guardate: io non rileggo mai, assolutamente
mai, una pagina dei miei libri, se non son costretto a leggerla, come
m'accade qualche volta, per scansare una ripetizione in quello che sto
scrivendo. Ebbene, quando rileggo qualche cosa, faccio compassione a me
stesso, ma una compassione, vedete, da levarmi il pianto dal cuore.
— Ma per che cosa?
— Ma per il pensiero, per la condotta, per lo stile, per la lingua,
per tutto. Credete voi che se non vivessi in questo dubbio continuo di
me stesso, se non mi tormentassi l'anima come faccio, avrei il colore
che ho, e mi troverei nello stato di salute in cui mi trovo? Guardate
le mie mani. Pare che io abbia il _delirium tremens_. E non bevo che
acqua!
E dopo un po' soggiunse:
— M'ammazzo a lavorare, e non riesco a far quello che voglio; sono un
uomo malcontento, ecco tutto.
Il suo tormento principale è lo stile e la lingua, com'era negli
ultimi anni per il Flaubert, che urlava sopra una frase ribelle. —
Noi — egli dice — siamo scrittori troppo nervosi. Il nostro stile è
uno stile di spolvero, tutto bellezze grosse e patenti, frasi fatte
e cadenze obbligate. A furia di voler cesellare, brunire, ricamare e
dipingere, e pretender dalle parole l'odore delle cose, e ingegnarci di
rendere tutti i suoni, ci siamo formati un linguaggio convenzionale,
un gergo letterario nostro proprio, tutto stelleggiato e ingioiellato
d'immagini, tutto tremolante di pennacchietti e di frangie, che non
potrà piacere a lungo perchè non è la bellezza, ma la moda, non è la
forza, ma lo sforzo; che anzi invecchierà immancabilmente, e riuscirà
intollerabile alle generazioni future. Invece di parlare, insomma,
trilliamo e facciamo delle fioriture. Invece di descrivere le cose,
come diceva il Goethe, vogliamo troppo descrivere i loro effetti;
e siamo arrivati in quest'arte a un grado di raffinamento puerile,
assolutamente. Non è più l'arte, sono i ghiottumi, i tornagusti
dell'arte. Siamo in piena decadenza di stile, ecco la cosa. — Ora lo
Zola, dallo stesso principio che lo spinse a semplificare il romanzo,
e a renderlo quanto più è possibile conforme alla semplicità del vero,
e quasi all'andamento ordinario della vita, è condotto logicamente
a fare il medesimo sopra lo stile; cioè a ridurre la forma alla sua
semplicità massima, ritornando alla lingua secca, come egli dice, alla
frase netta, allo stile logico, parco d'epiteti, sfrascato, che sia
panno e non trina, e vesta strettamente il pensiero, senza pieghette
e senza svolazzi: uno stile di cui tutto il valore consista nella
evidenza, ottenuta con una parsimonia e una proprietà rigorosa della
parola. Sogna, insomma, una prosa, come l'aveva in capo il Leopardi,
e come la definì, senza averla mai scritta, il Giordani; vorrebbe,
cioè «scrivere in modo che l'arte non si mostri, preoccupato dal solo
scopo che le cose dette appariscano chiarissime e credibili, e che il
pensiero passi per mezzo della parola _con quella facile prestezza e
limpidezza che dai limpidi cristalli ci pervengono all'occhio le specie
degli oggetti posti al di là_; non frapporsi mai, neppure passando, fra
il lettore e l'argomento; risalire, in una parola, alla nudità tersa
degli scrittori del gran secolo, serbando inalterato il sentimento
ed il pensiero nuovo». In questa direzione egli vorrebbe aprire una
nuova via. È una grande ambizione. E non si può negare certamente
ch'egli abbia un concetto netto di quello che vuole. La giovinezza
sempre fresca dello stile del Voltaire, e la solidità e la nitidezza
marmorea di quello del Pascal, lo innamorano; e se bastasse, per dar
corpo al suo ideale di forma, la potenza tecnica di scrittore, non
c'è dubbio che ci riuscirebbe senza grande fatica. Ma la difficoltà
massima sta in ciò: che questo rinnovamento dello stile ch'egli ha
nel capo, richiederebbe inesorabilmente un accrescimento enorme nella
ricchezza e nella intensità del pensiero. Perchè qual è lo scrittore
di romanzi che potrebbe resistere a un tale denudamento? A che cosa
si ridurrebbe un romanzo del tempo che corre, spogliato di tutto ciò
che egli chiama _pompons_ e _falbalas_ della forma? E specialmente
il romanzo dello Zola così profusamente descrittivo, e affollato
d'immagini? Per rimaner saldo e palpabile, dovrebbe avere doppia
ossatura e doppia carne. Può scrivere con quella meravigliosa austerità
di stile il Pascal, che condensa in un periodo una lunga e profonda
meditazione; ma come può farlo uno scrittore, di cui la facoltà
principale è appunto quella di saper presentare con una evidenza
straordinaria ogni più sfuggevole aspetto di ogni più piccola cosa? E
quale scrittore avrà il coraggio di affrontare il gusto dominante con
una maniera di stile, di cui la perfezione faticosissima rimarrebbe
indubitatamente incompresa, o parrebbe freddezza, sbiaditura, miseria?
Questo è il grande struggicuore dello Zola, e gli durerà, credo, per
tutta la vita. Egli dice che non riesce a liberarsi dal suo vecchio
stile e a impadronirsi del nuovo, perchè ha troppo fitto nell'ossa,
come tutta la sua generazione, il veleno del romanticismo. Da giovane,
dice, mi sono addossato anch'io il carico del frasario romantico, e
cogli anni mi s'è mutato in gobba. Ma nell'intimo della sua coscienza,
egli sente certamente che non è questa la ragione che gl'impedisce di
porre in atto la sua idea: sente che gli manca anzitutto la fede nelle
proprie forze; o piuttosto sente che non potrebbe riuscire se non a una
condizione a cui non vorrà piegarsi mai certamente: di fare un romanzo
solo coi materiali che gli bastano ora per due, e di lavorarci attorno
tre anni invece di otto mesi, e di rinunziare alla soddisfazione dei
grandi successi immediati.