EDMONDO DE AMICIS
_Ritratti Letterari_
_Seconda edizione._
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1881.
Tip. Treves.
_Gli editori hanno compite tutte le formalità richieste dalla legge
e dalle convenzioni internazionali per riservare tutti i diritti di
proprietà letteraria e di traduzione._
ALFONSO DAUDET
Il Daudet è lo scrittore francese più popolare in Italia dopo lo
Zola. Molti, anzi, li mettono alla pari, e le nature miti antepongono
all'autore dell'_Assommoir_ l'autore del _Nabab_, naturalista meno
spietato. La differenza che passa fra loro è più nell'indole che
nell'arte. Nell'arte impiegano tutti e due quella stessa «formola
scientifica» che va predicando lo Zola; procedono quasi egualmente
nell'analisi degli avvenimenti e dei personaggi; tengono lo stesso
andamento, e quasi la stessa maniera di ripartizione nella descrizione,
che è grandissima parte, e si potrebbe dire il fondo, dei romanzi
di tutti e due; ed hanno somigliantissima la condotta del dialogo,
benchè in quello del Daudet ci sia di più «l'accento e il gusto» della
commedia. Alle volte, anzi, leggendo il Daudet, si ha per parecchie
pagine un'illusione: si scorda lui e par di leggere l'altro, tanto
il colore delle immagini, l'efficacia dei particolari più minuti, e
il giro dei periodi, monchi dei verbi, e ingegnosamente cadenzati,
son simili a quelli dello Zola. Ma in capo a poche pagine, vien
fuori una pennellata, una nota musicale, un sorriso, che fa dire:
no, è il Daudet. Lo stile dello Zola, come dice egli stesso, è più
geometrico; quello del Daudet più snello e più di vena, ed anche
più impennacchiato, che è pure il difetto che lo Zola trova nel
proprio. Ci sono pagine del _Nabab_ e dei _Rois en exil_ che danno
l'immagine di mazzi di fiori, o di fasci di zampilli percossi dal
sole, o di quelle stoffe orientali rabescate d'oro così fittamente,
che quasi non vi appare più il colore del tessuto; grandi periodi
ondulati e sonori, qualche volta precipitosi, che travolgono il
lettore, e sembrano sgorgati dalla bocca d'un oratore nel momento
più ardente dell'improvvisazione; quantunque il Daudet non fatichi e
non si tormenti meno dello Zola per dar forma al proprio pensiero.
La descrizione dello Zola va più addentro alle cose; quella del
Daudet è più vivace e meno diffusa, e senza dubbio meno grave al
comune dei lettori. Lo Zola si compiace di provocare e di ferire in
chi legge quella delicatezza di senso che a lui sembra prodotta da
un concetto della convenienza artistica, falso e dannoso all'arte;
il Daudet è meno brutale, usa dei riguardi, non credo per proposito,
ma per effetto della natura propria ripugnante dagli eccessi. A ciò
forse allude lo Zola quando dice, non senza malizia, a mio credere,
che il Daudet ha più di lui quello che ci vuole per piacere alla
maggioranza dei lettori. Lo Zola è più padrone di sè; il Daudet, di
natura più meridionale, riesce meno a domarsi; fa capolino dietro
ai suoi personaggi, interviene a giudicare, si lascia sfuggire delle
approvazioni gioiose e degli sfoghi d'indignazione; non è sempre così
impassibile e velato come quell'altro. In questo si ammira di più lo
sforzo d'una mente poderosa e paziente; nel Daudet la spontaneità
d'una natura ricca e geniale. Il Daudet è più amabile, lo Zola più
potente; e lo prova il fatto che quello ritrae in qualche cosa da
questo, e in specie negli ultimi lavori, ne porta qua e là, benchè
vaga, l'impronta; mentre lo Zola, se pensa spesso, scrivendo, al suo
rivale (com'io credo), non ne dà segno. Il naturalismo del Daudet
è meno nero di quello dello Zola, perchè ha il colore della natura
simpatica dell'artista: perciò il Daudet è più caro agli ottimisti e
ai benevoli. Per quanto siano corrotti e scellerati la maggior parte
dei personaggi, e tristi gli avvenimenti, pure il sentimento generale e
durevole che ci lasciano i suoi romanzi, non è mai proprio sconsolante:
a traverso al loro ordito di color fosco, si vede sempre un po' di
barlume d'azzurro. È perchè nei romanzi del Daudet tengono una più
grande parte quei «personaggi simpatici» che lo Zola appunto rimprovera
agli autori drammatici, e che rimprovererebbe al Daudet medesimo, se
la sua condizione di romanziere rivale, e perciò sospetto di gelosia,
non gl'imponesse dei riguardi; è perchè il Daudet fa nei suoi romanzi
una contrapposizione di buoni e di cattivi genii più soddisfacente, e
per le proporzioni e per la forza, all'istinto generoso che ci porta a
credere al bene; perchè, infine, egli fa un più largo campo, nei suoi
libri, a quanto c'è di buono e di nobile nell'anima umana. Il Daudet
vede il mondo meno scuro; dev'essere stato più felice che lo Zola
nella sua vita, o avere una di quelle nature, sulle quali il dolore ha
meno presa. Non vela il male; ma un poco, sia pure leggerissimamente,
abbellisce il bene. È più affettuoso dello Zola: ha novelle e commedie
riboccanti di affetto tenerissimo da un capo all'altro; e credo appunto
che sia l'esempio potente dello Zola quello che gli fece mettere un po'
più di nero sul roseo nei suoi ultimi scritti. Ed ha anche un'arte,
se si può dire, più giovanile che lo Zola: gioca più di sorpresa, è
più teatrale, più capriccioso nel rompere e nel riannodare le fila del
romanzo, procede più a sbalzi, si abbandona più liberamente ai grilli
della fantasia, e volteggia, e canta, e celia anche più sovente, e di
miglior umore che lo Zola; fino a convertire, come fa qualche volta,
i ritratti e le scene comiche in caricature. Lo Zola ha più di lui un
qualche cosa di grave, di largamente basato e di macchinoso, che è nel
Balzac. Bacone, applicando la sua sentenza sulle differenze dei libri,
direbbe che i romanzi dello Zola si masticano e quelli del Daudet si
inghiottiscono. Lo Zola è un formidabile artista, senza dubbio; ma
bisogna riconoscere che ha un meraviglioso tocco di pennello anche
questo fiammeggiante provenzale del Daudet. Lo Zola ha sviscerato
più profondamente la natura e i costumi del popolo. Ma quel turbinìo
vertiginoso e sonoro della vita elegante di Parigi, quella corsa
sfrenata di donnette, di giovani scapigliati, di vecchi libertini, di
scrocconi, di principi banditi e di ciarlatani, dall'alcova alla cena,
al teatro, all'ippodromo, alla borsa, alla rovina, tra le bricconate
e le buffonate e il lusso impudente e la stupida spensieratezza e le
baraonde matte, nessuno l'ha descritto con un linguaggio più rapido,
più variopinto, più trillante, più indiavolato, più proprio alla
terribile leggerezza dell'argomento, che il Daudet. Egli non saprebbe
forse descrivere il _train train_ della vita di tutti i giorni con
la potenza dello Zola, che è più rigorosamente metodico, e sente più
fortemente il particolare minuto; ma per contro ha certe cose sue
proprie, in cui è maestro: narrazioni rapide d'avvenimenti drammatici,
che schizzano fuoco, descrizioni abbarbaglianti e tumultuose, e scene
comiche che strappano le risa dalle viscere, e certi abbandoni e
divagamenti poetici che paion sogni, d'una grazia e d'un sentimento
che innamora. E che belle opposizioni di caratteri iniqui, onesti,
bizzarri e ameni; che stupenda screziatura di tinte fosche e di tinte
rosate e di scintillamenti argentini nei suoi romanzi! Non si scordano
più il Duca di Mora e Nabab, Séphora la bottegaia e Federica la regina,
quel fanatico e generoso legittimista del Maubert e quell'abbominevole
fantoccio di Cristiano II, e Sidonia, la perla falsa, e Clara, la perla
vera, e l'illustre signor Dolabelle, tipo dei commedianti spiantati
e presuntuosi, e Tom Lévis, tipo dei ruffiani principeschi, e quel
nobilissimo e strano carattere dell'abate Germane, e quella povera
e adorabile madre di Jansoulet. Certo il Daudet è un verista; ma
quanti sdruci non fa nella teoria dello Zola! Anche lui, come dice il
Goncourt, sente spesso il bisogno di sfuggire al reale, o piuttosto vi
sfugge senz'avvedersene, forzato dalla sua natura poetica e affettuosa,
e fa delle _culbutes dans le bleu_, e che _culbutes_! Fa quell'angelo
purissimo di _Désirèe_, che sembra sbocciata dalla fantasia del
Lamartine, e la famiglia di Joyeuse, che par tagliata netta da un
romanzo di Carlo Dickens, e la virtù tutta di un pezzo della regina
d'Illiria, e il fratello Jacques, d'una bontà più che umana; creature
che non possono quasi comprendersi nemmeno in quella _realtà poetica_
fino alla quale spinge le sue concessioni lo Zola. Ma che importa?
Quel che ci perde in rigore il verismo, lo guadagna lui in simpatia.
In tutti i suoi romanzi, ed anche nei più brevi suoi racconti, si
sente ad ogni pagina il profumo d'un'anima nobile e gentile, che serba
la sua bella serenità anche nella pittura dei più orrendi vizi, che
sente la bellezza fin nelle più intime fibre, che vibra potentemente
per ogni idea grande e per ogni grande affetto; aperta e limpida,
piena di pietà per tutti i dolori, dominata da un sentimento netto
e profondo del bene e del male, dotata d'un senso comico originale e
simpatico che non si esprime nella risata plebea, ma in un sorriso fine
e grazioso, e canzona amabilmente, senza schernire, in modo che ogni
anima più delicata può sempre farvi eco, sicuro che non riderà mai di
nulla di triste e di rispettabile. E il Daudet è giovane; forse salirà
ancora per molti anni. C'è un pericolo non di meno: che per mantenersi
il favore grande che s'è acquistato, egli sforzi il suo ingegno e lo
pieghi alla curiosità e al gusto falso del pubblico, sia proseguendo
la serie dei così detti romanzi â _allusions_, come i suoi ultimi
due, che è la via più sicura per riuscire a grandi successi librarii
a scapito dell'arte; sia spingendo anche più oltre quell'efflorescenza
già soverchia di stile, che si nota principalmente nei _Rois en exil_,
e che i critici di gusto lamentano, ricordando la bella semplicità
efficace dei suoi scritti anteriori. È da sperarsi che sì arresti su
questa china. Frattanto egli appartiene a quella famiglia di scrittori,
a cui è difficile assegnare un grado nella gerarchia degli ingegni,
perchè la simpatia che ispirano confonde gli argomenti del giudizio
letterario. Ci sono ingegni grandi che preferiamo ai grandissimi, come
edifizi gentili a enormi palazzi di granito. Perchè voler mettere ad
ogni costo, anche su di loro, il numero d'ordine? Il meglio è lasciarli
in disparte, dove si trovano; e questa necessità in cui ci mettono di
ammirarli in una specie di solitudine, è forse il loro più bel titolo
di gloria. Il Daudet è uno scrittore nato, di quelli, come dice il
Foscolo, che hanno l'arte nei muscoli e nel midollo delle ossa, e la
cui potenza risiede in qualche cosa di intimo che sfugge all'analisi.
Fare i pedanti sull'arte sua, ripugnerebbe, come il criticare la forma
di un fiore o le sfumature d'un'aurora. E in questa manìa universale
di «uccider l'arte per vedere com'è fatta» è grato l'incontrare uno
scrittore come il Daudet, che abbarbaglia e trascina, e fa piangere
e ridere, e ci si pianta nel cuore, senza lasciarci tempo e modo di
tormentar lui e noi coi ferri della critica, che tagliano anche dal
manico. Noi pigliamo il Daudet com'è, con le sue deficienze e coi
suoi difetti, ad occhi chiusi, facendogli festa amorosamente, come a
un fratello glorioso. Un critico francese disse tempo fa che bisogna
contentarsi del Daudet perchè non abbiamo dei genii. — E noi ce ne
contentiamo — infinitamente.
*
* *
Il Daudet, come la più parte degli scrittori celebri di Parigi, vive
molto a sè: non va tra la gente che per studiare, perchè è uno di
quegli artisti che si reggono più sopra l'osservazione che sopra
l'immaginazione; ed è difficile arrivare a lui, non perchè faccia
l'inaccessibile, ma perchè tra il teatro e il _Moniteur_ e i romanzi
e gli amici e le mosche, ha quasi sempre la giornata presa. È come
pigliare un biglietto per il _Nouvel-Opéra_, nelle grandi occasioni:
bisogna pensarci una settimana prima. Sta al quarto piano, malgrado le
ottanta edizioni del _Nabab_, in un quartierino che guarda sui giardini
del Lussemburgo, famosi per convegni d'amanti; piccolo, ma pieno di
luce e allegro, un vero nido di rondini, da cui si sentono appena i
rumori della strada, che son rari. Non si può immaginare una casa di
scrittore che corrisponda meglio alla natura dell'ingegno e dell'animo,
ed anche alla persona del padrone. C'è tutta la varietà e la grazia
d'ornamenti e di colori del suo stile, e la morbidezza della sua
indole. Son due stanzine raccolte, quelle che io vidi, piene di fiori,
di piccoli bronzi, d'oggettini giapponesi e d'acquerelli, che sul primo
momento confondon la vista, come certe sue pagine fosforescenti: i
divani e i seggioloni coperti di antiche stoffe a ricami argentati, i
libri luccicanti di dorature: tutto nitido, piccolo e grazioso. L'amico
che m'accompagnava mi disse nell'orecchio, accennando intorno: — Ci si
vede la mano della donna. — E infatti non solamente l'aspetto della
casa, ma qualcosa d'indefinibile che è nella persona e nei modi del
Daudet fa indovinare la donna non solo, ma l'amore. Sono gradevolissimi
quei pochi momenti che si passano nella casa d'uno scrittore ammirato
e simpatico, aspettando la sua apparizione. Ogni più piccolo oggetto
par che contenga la rivelazione d'un segreto del suo ingegno e del suo
cuore, e si vorrebbe scoprire un legame tra il capriccio che gli fece
scegliere i ninnoli del salotto e il gusto che lo guida nella scelta
dell'immagine e della frase potente. Si vorrebbe frugare per tutto e
fiutare ogni cosa. Il visitatore piglia l'aspetto d'un ladro domestico
che cerchi intorno su che cosa ha da fare il suo colpo. Mentre appunto
stavo facendo il ladro, si sentì nell'altra stanza una voce sonora e
dolce, si spalancò una porta con impeto, e comparve Alfonso Daudet.
*
* *
Non credo che la più appassionata delle lettrici del _Nabab_ si sia
mai rappresentata, pensando al Daudet, una figura più bella e più
simpatica della sua figura reale. Di statura media, di proporzioni
giuste, sottile per i suoi trentott'anni, ha una testa che potrebbe
servire di modello per un Cristo a un pittore idealista: una grande
capigliatura nera ondulata che gli fa ombra alla fronte; gli occhi
neri, d'una lucentezza e d'una fissità strana, che guardano con una
espressione dolcissima; il viso, perfettamente ovale, d'un color
bruno pallido; la bocca piccola e benevola, la barba alla nazarena,
e un naso aquilino della più bella arcatura che possa immaginare un
pittore. Non posso assicurare che sia il più bel naso della Francia,
come m'ha detto uno dei suoi ammiratori entusiastici; ma veramente,
non mi ricordo d'aver mai visto un profilo di volto più puro e più
nobile di quello del Daudet. Ha delle mani di donna, un sorriso
giovanile che gli rischiara tutto il viso, e una voce armoniosa,
pastosa, agile, abbellita da un tremito leggerissimo, che par che
venga dal profondo del cuore, e dà un'efficacia indicibile alle sue
parole, quando egli s'esalta nell'espressione d'un bel sentimento.
Oltre a questo, un modo di muoversi e di discorrere, pieno di vivacità
e di naturalezza, da buon giovanotto; un fare da pittore allegro e
cordiale, sorpreso in giacchetta in mezzo al disordine dello studio; e
una certa trascuratezza artistica nel suo vestimento nero, che s'addice
benissimo alla graziosa mobilità della sua figura signorile. A chi non
la conoscesse, parrebbe piuttosto un italiano o un castigliano, che un
francese. La sua stessa pronunzia non è così serrata e arrotata come
quella dei parigini, quantunque tradisca appena il provenzale; e la
sua voce ha un metallo particolare, un colore musicale, come dicono
là, rarissimo a trovarsi a Parigi. Ora chi ha davanti agli occhi la
figura nobilissima del Daudet, immagini la strana impressione che mi
fece, appena fummo seduti intorno al caminetto del suo studio, vedergli
tirar fuori dal taschino della sottoveste e mettersi in bocca, con un
atto voluttuoso di vecchio fumatore, una miserabile pipetta di terra,
uno scandaloso _brûle-gueule_ da muratore, lungo un dito; e dar segno
di viva soddisfazione quando gli si disse che era _admirablement
culottée_.
Era una pipa che gli aveva lasciata per memoria il povero Flaubert,
gran fumatore, il quale si faceva fare delle pipe apposta a Rouen. Il
Daudet (me ne dispiace) fuma come un ottomano, e quello che è peggio,
è profondamente persuaso che il fumare non gli faccia danno; dice anzi
che più fuma e più lavora, tanto che la sera misura il lavoro fatto
dalla diminuzione del tabacco nella scatola. Secondo lui, ci sono dei
temperamenti sui quali il tabacco è affatto innocuo. I suoi confratelli
credono il contrario: Vittor Hugo, il Dumas, lo Zola non fumano;
l'Augier ha smesso dopo un avvertimento terribile; il Girardin, anni
sono, bandì la guerra al tabacco, come Urbano VIII; e credono i più che
derivasse dall'abuso della pipa la penosa lentezza con cui lavorava il
Flaubert negli ultimi anni.
Il Daudet, però, è grande lavoratore, a dispetto della nicotina. Parlò
a lungo della sua maniera di lavorare. Raccontò come fece a scrivere
il _Nabab_. Pazzie! Otto mesi di lavoro furioso, diciotto ore al
giorno a tavolino, tolti pochi minuti per mangiare; intere settimane
senza metter piede fuor dell'uscio; una sola enorme fiatata dalla
prima all'ultima pagina. Capiva bene che ci si finiva; ma non era
più padrone di sè; il diavolo lo portava via; avrebbe tirato avanti
egualmente, anche con la certezza di rimetterci la vita. Fu come un
sogno febbrile di otto mesi. Nelle poche ore di sonno, sentiva urlare
nella stanza i suoi personaggi, e un rumore continuo e precipitoso,
come se gli sfogliassero furiosamente negli orecchi un vocabolario
colossale, con le pagine di metallo. Alle quattro della mattina balzava
in piedi come spinto su da una molla, balbettando delle frasi sconnesse
del suo romanzo, come un delirante. La stanza era già ordinata fin
dalla sera, e i panni preparati in modo da potersi vestire in un
attimo, e saltar quasi dal letto al tavolino, senza passare per tutti
quei _petits détails de toilette_, che sono un tormento per chi ha
nel capo la furia d'un'idea, e danno tempo alla pigrizia di pigliar
signorìa sulla volontà. La mattina però aveva la mente velata, non
faceva che un lavoro d'ordine: copiare, correggere, preparare. Il
grande lavoro veniva dopo, e la vera ispirazione, le pagine facili e
ardenti, le ondate luminose della fantasia, la sera, verso le nove,
dopo il desinare; e così andava innanzi per buona parte della notte.
Ma non distingueva più il dì dalla notte; a un tratto si accorgeva di
lavorare da molte ore al lume della candela; improvvisamente, dopo
molte ore di assorbimento, yedeva il sole. E così di settimana in
settimana, e di mese in mese; dopo giornate intere di tortura, venivan
giornate piene di gioie e di trionfi, e poi daccapo umiliazioni e
rabbie mortali, e poi nuovi impeti felici d'ispirazioni e di lavoro. E
quando scrisse la parola _fine_ rimase sbalordito e quasi spaventato
dello sforzo insensato che aveva fatto. E come ne pagò il fio, in
seguito! Immediatamente, per rifarsi, si mise a tirar di scherma in
casa sua, dalla mattina alla sera, per ore e ore filate, come un matto,
fino a cader senza fiato sul pavimento. Ma era tardi; aveva esaurite
le forze. — Non di meno — disse — avevo i _Rois en exil_ nella testa;
n'ero appassionato; mi rimisi a scrivere. Ah le terribili giornate!
Ardevo d'impazienza e d'entusiasmo, e il corpo si rifiutava al lavoro.
La mia povera testa cadeva, gli occhi si chiudevano, mi addormentavo
sui fogli, mi svegliavo smemorato e spaventato, non raccapezzando dove
fossi e quanto avessi dormito; non reggevo più alla menoma fatica; e
il mio nuovo romanzo, come sempre accade dell'ultimo, mi pareva così
bello! L'idea di non poterlo finire mi uccideva; mi ci rimettevo con
sforzi disperati.... inutilmente, e piangevo di dolore e di rabbia!
— Poi venne l'inazione forzata, vennero le lunghe ore d'immobilità
assoluta e di silenzio; ore desolate e interminabili, in cui il suo
bel mondo di fantasmi gli appariva di lontano, come la visione di un
paradiso perduto, e la sua cara vita d'artista gli pareva finita per
sempre. — «Una notte finalmente....»
Qui si voltò con molta grazia, e disse vivamente, con la sua voce piena
di dolcezza: — «_Vous me pardonnerez, monsieur. Ce sont des détails de
notre métier, n'est-ce pas?_ Fra noi altri non sono cose indifferenti.»
Una notte, all'improvviso, si sentì soffocare, credette di morire,
chiamò sua moglie, fece appena in tempo a dirle: — _Finis mon bouquin!_
(finisci il mio libro), ed ebbe uno spaventevole sbocco di sangue, che
lo lasciò come morto.
Poi, lentamente, si ripigliò: ma ora sta in riguardo, e non lavora più
così furiosamente come nel primo caldo della gioventù.
— _Finis mon bouquin!_ — Che c'è di più commovente di questo artista
che sul punto di morire, pensa più al suo bel sogno di poeta, che
alla propria vita, e dice a sua moglie: — finiscilo tu? — _Ma femme_
— soggiunse poi — _connaît l'art autant que moi;_ avrebbe finito
il mio _bouquin_ benissimo; non avrei potuto affidarlo meglio che
alle sue mani. — La signora Daudet, infatti, è scrittrice arguta e
finissima, e si dice che abbia molta parte nei lavori di suo marito. Si
asserisce persino che il manoscritto d'uno dei più applauditi romanzi
di Alfonso portasse la firma del marito e della moglie, e che sia
stata lei quella che voltò il Daudet alla sua seconda maniera, che lo
spinse, cioè, verso il naturalismo dei Goncourt, ingentilito. Tutta la
famiglia Daudet è di sangue artistico. Il fratello è romanziere, e il
cognato, che fa il giornalista, imita mirabilmente, si dice, lo stile
dell'autore di _Fromont jeune et Risler aîné_.
Venne poi a parlare del teatro, e delle noie che gli danno le prove
d'una commedia ricavata dal suo romanzo _Jack_; e si capì da quel
che disse che è di natura dolce, sì, ma vigorosa e imperiosa quando
si tratta di far prevalere le sue intenzioni d'artista ai capricci
degli attori cocciuti. Dal suo _Jack_, poi, fece cadere il discorso
sull'_Arlésienne_, un grazioso idillio drammatico che fu rappresentato
al _Vaudeville_, anni sono, con poca fortuna. E qui mostrò
adorabilmente la sua bella natura calda e appassionata d'artista. Egli
ci tiene a quella disgraziata _Arlésienne_. Il dramma avrà dei difetti,
ma il pubblico ha avuto dei torti. La sua prima sfortuna è stata
quella di presentare quell'idillio al pubblico del _Vaudeville_. Il
teatro era pieno delle _cocottes_ e dei _viveurs_, che, appunto all'ora
della rappresentazione, escono dai caffè e dalle trattorie vicine, coi
fumi del vino alla testa, eccitati dai discorsi che tutti immaginano,
in una disposizione di animo e di corpo, quale si può pensare, per
comprendere la poesia d'un amore nobile e profondo, che finisce
nella morte. Risero. Risero specialmente dell'episodio di Balthazar
e di madame Nigaud. — È una cosa semplicissima — disse Daudet, e lo
raccontò con quella sua voce profonda e tremola, in un modo da cavar
le lacrime. È un contadino di vent'anni, Balthazar, buono, di animo
onesto e nobile, che s'innamora della sua padrona, e l'ama segretamente
e umilmente, tremando che il suo segreto sia scoperto; sottomesso e
devoto come uno schiavo, risoluto a morire d'angoscia piuttosto che
mancare al suo dovere. E non dice una parola, e neppur la signora a
lui, benchè gli legga nell'anima. Solamente, qualche volta, quando egli
è solo nei campi, essa gli va a sedere vicino, e lo guarda. Un giorno,
bruscamente, gli va incontro e gli dice: — Balthazar, t'amo; vattene! —
E lui se ne va. Se ne va lontano, con altri padroni; gli anni passano,
non rivede più madame Nigaud, invecchia col suo amore sepolto nel più
profondo dell'anima, sempre buono, e un po' triste; ma confortato dalla
coscienza d'aver fatto il proprio dovere. Ebbene, dopo cinquant'anni,
la signora Nigaud capita dalle sue parti, e si incontrano faccia
a faccia, in presenza di molta gente. Rimangono senza parola.... e
poi si parlano. — Ne abbiamo avuto del coraggio, non è vero? — si
dicono. — Ma Dio non ha voluto che morissimo senza esserci riveduti.
Egli ci doveva ben questo per ricompensarci del nostro sacrificio.
— Quante volte — dice il vecchio colla voce tremante, sorridendo —
io vedevo dai campi il fumo della vostra casa, e mi pareva che mi
dicesse: — Vieni, Balthazar, la signora è qui! — Ed io — risponde lei
— quando sentivo abbaiare i tuoi cani e ti vedevo di lontano con la
tua lunga cappa, ora te lo posso dire, facevo uno sforzo, sai, per
non correrti incontro! Ma il nostro dolore è finito ora, non è vero?
e possiamo guardarci in viso senza arrossire. Ebbene, Balthazar....
non avresti vergogna di abbracciarmi adesso, vecchia e disfatta dagli
anni come sono? No? Qua dunque, stringimi una volta sul tuo cuore,
mio povero vecchio, mio bravo e buon Balthazar! Sono cinquant'anni
ch'io te lo devo, questo bacio d'amica! — E si gettano singhiozzando
l'uno nelle braccia dell'altro. — E quei signori risero — soggiunse
il Daudet, tutto vermiglio d'indignazione, — risero sguaiatamente,
oltraggiosamente, indecentemente! E il _Figaro_ mi canzonò per venti
giorni di seguito, secondo che mi aveva promesso il Villemessant, che
tenne scrupolosamente la sua parola. Ma come non hanno capito, in nome
di Dio, che quello era vero e sacrosanto e preso dentro alle viscere
umane! Ah! io mi sento altiero, vedete, di quelle risate!
Tutt'a un tratto si mise a ridere anche lui del miglior cuore del
mondo, e prese a parlare degli incidenti comici di quella serata.
— Erano in vena di ridere, che cosa volete? Un personaggio, facendo
una descrizione della campagna, diceva che si sentiva il _canto degli
ortolani_. Fu uno scoppio di risa omeriche. Il canto degli ortolani!
L'ortolano, per i parigini, è una ghiottoneria squisita, un piatto,
non un uccello. Una platea non può ammettere in nessuna maniera che
ci siano degli ortolani vivi e pennuti, che volano e che cantano;
non riconosce che degli ortolani in casseruola, con una fetta di
lardo sulla schiena. Andatele a parlare del canto degli ortolani! Voi
conoscete il canto degli ortolani, non è vero? — E qui, infervorandosi
nel suo discorso, da vero artista, per provare che quei disgraziati
uccelli cantano anch'essi, prima d'essere serviti coi tartufi, si mise
a imitare il loro trillo, come un ragazzo, e a spiegarci che cantano in
certe condizioni di tempo e a certe ore; come in altr'ore, nel Bosco
di Boulogne, si sente da tutte le parti la nota monotona del cuculo,
e imitò la voce del cuculo; il quale gli ricordò altri uccelli, di
cui rifece il verso, ridendo sonoramente, già le mille miglia lontano
dall'_Arlésienne_ e dal _Vaudeville_, tutto brillante nel viso, rapito
nei ricordi delle sue passeggiate primaverili e delle sue corse di
giovanetto a traverso alle campagne della Provenza; e parlando così
rapido e caldo, si gettava di tratto in tratto in ginocchio davanti al
caminetto, con la sveltezza d'un giovane di vent'anni, per accendere
la pipetta del Flaubert, e ricacciava indietro con una scossa del
capo la grande capigliatura nera che gli cascava sulle guancie rosate:
disinvolto, allegro, impetuoso, amabile da farsi baciare.
Poi si fece serio improvvisamente e disse: — Risero dell'_Arlésienne_
e applaudirono _Fromont jeune_.... Tal sia di loro. — E scrollò le
spalle.
— Ma non potete immaginare — ripigliò subito dopo — che cos'è una prima
rappresentazione per me! Non lo nascondo, miei buoni amici, non so far
l'uomo forte; mi sento da meno d'un fanciullo. Già da più giorni prima
mi trema l'anima. In quei momenti, poi, è uno sconvolgimento di tutto
il mio essere, da averne terrore. Ogni volta dico a me stesso: — Questa
sarà l'ultima! — E poi ci ricasco. Ma le più violente emozioni del
lavoro notturno, dopo mesi di eccitamento e di diavolo in corpo, quando
si caccian fuori ad un tempo parole, grida, gemiti e lacrime, e par che
il cranio scoppi e le ondate del sangue rompano le vene, non son nulla
in confronto dell'inferno che mi rugge nell'anima quando sento nella
fronte il soffio maledetto d'una platea.
Poco dopo venne a parlare del nuovo romanzo che ha sul telaio, e
diede la via a un vero torrente d'eloquenza comica e pittoresca, a
una di quelle splendide sfuriate da parlatore magistrale e da grande
artista, che rimangono impresse quanto le più belle pagine dei più bei
libri. Venne a parlare del romanzo a proposito dell'attore La Fontaine
dell'_Odéon_, che deve recitare nel suo _Jack_, e ch'è un meridionale
espansivo, tutto fuoco e fiamme, esuberante di vita a segno, che non
riesce a far bene se non le parti contrarie affatto alla sua natura,
nelle quali è costretto a frenarsi. Il nuovo romanzo, che si potrebbe
intitolare l'_Imagination_, riguarda appunto i meridionali, _les gens
du midi_, quella gente immaginosa, focosa, tempestosa, tutta a scatti
e a folate, temeraria e invadente, che va dalla provincia a Parigi, e
conquista la grande città con la sua audacia, con le sue passioni, con
la sua eloquenza, con la varietà e la vivacità infaticabile e simpatica
delle sue attitudini. Il tipo di costoro è un avvocato, uno di quegli
uomini che non son nulla a sangue freddo, ma che possono tutto quando
s'accendono, e che non pensano se non quando parlano; specie di
cantanti della vita pubblica, che fanno fortuna con la voce e con la
passione. Costui, sconosciuto affatto, deve far la sua prima difesa
alla Corte d'assise, in una causa che disprezza. Ci va di malavoglia,
dà un'occhiata sbadata alle carte, e comincia a parlare svogliatamente.
A poco a poco, però, il suono della propria voce lo eccita, la sua
natura meridionale si sveglia, mille cognizioni e mille idee nascoste
gli vengon su a ondate come per incanto, le sue facoltà intellettuali
ingigantiscono rapidissimamente, s'entusiasma di sè, si commuove, i
suoi occhi si inumidiscono, la sua voce s'innalza in grida e in accenti
irresistibili, la sua eloquenza sfolgora e soggioga l'uditorio, ed
egli termina tra un uragano d'applausi, ed esce stupefatto, sbalordito
di sè medesimo, in mezzo a una folla entusiasmata che lo acclama e lo
eleva al cielo, _promosso grand'uomo_, in tre ore. Così egli comincia
la sua carriera. Intorno a costui s'aggruppano altri personaggi dello
stesso paese e della stessa tempra. Ognuno può immaginare dentro a che
aria ardente ed elettrica il romanzo si debba svolgere, che diavolerie
d'avventure ci si debba trovare, che ira di Dio di passioni, che
tempeste di dialoghi, che lava infocata di lingua.
Condotto a parlare della natura meridionale, eccitato come uno dei
suoi personaggi, il Daudet ci fece passare dinanzi una lanterna magica
di originali amenissimi: gente che vive in uno stato di congestione
cerebrale perpetua, briachi senza bere, a cui si vedono salire al viso,
di tratto in tratto, onde di sangue infiammato, che gl'imporporano fino
alla radice dei capelli; — che parlano da soli per la strada, a gesti
concitati, cogli occhi fissi dinanzi a sè, vedendo passare realmente,
_come cose salde_, gli spettri della propria fantasia; — gente per cui
ogni pensiero si fa immagine viva, e ogni immagine ne suscita cento,
e ogni più piccolo accidente diventa dramma; — fuochi d'artifizio che
bruciano per tutta la vita; mutabili come «quadri dissolventi;» che
nello spazio di cinque minuti singhiozzano parlando della madre malata,
scroccano cinque lire a un amico, criticano furiosamente l'ultima
commedia dell'Odèon, danno in una gran risata per una barzelletta, e
balzano in piedi cogli occhi sanguigni e col collo gonfio, tendendo
il pugno in atto d'imprecazione contro i nemici della repubblica: —
un misto stranissimo di natura femminea e di virilità selvaggia, di
spontaneità impetuosa e d'arte sopraffina, matti e furbacchioni ad un
tempo, pieni di sentimenti generosi e di superstizioni da femminette,
terribili negli amori e negli odii, spensierati e ostinati, piagnoloni
e burloni e sballoni, commedianti eterni, creature proteiformi e
indecifrabili, adorabili e odiosi secondo il colore del tempo. Quanti
ne fece passare, e con che maestria, dal letterato _bohémien_ che parla
per cinque ore di seguito, con un affetto sviscerato, della famiglia
lontana a cui non ha mai dato che dei crepacuori, e s'esalta a poco a
poco fino al punto, che i suoi amici, temendo un colpo d'apoplessia,
gli schiacciano improvvisamente sulla nuca un'enorme spugna piena
d'acqua, che egli riceve ringraziando con voce di moribondo; fino
al basso sfiatato, il quale, all'annunzio della morte di un amico,
grida con sincero dolore: — _Mort!_ —; ma sorpreso dalla voce piena e
inaspettatamente sonora che gli è uscita dal petto, scorda l'amico,
ripete la nota, cangia di tuono, prova una fioritura, e si frega le
mani, esclamando gioiosamente: — _Ça y est!_ — Poi rifece mirabilmente
il dialogo di due di costoro; i quali incontrandosi per la prima volta,
si fanno a vicenda le più sviscerate proteste d'amicizia, e le più
calorose profferte di servigi, con le lagrime agli occhi, ciascuno dei
due non credendo una maledetta alle parole dell'altro; e si lasciano
dicendo l'un dell'altro: — È un briccone ipocrita; — il che non toglie
affatto che, incontrandosi daccapo cinque minuti dopo, gettino un grido
di gioia e si corrano incontro con le braccia aperte, ringraziando il
cielo della buona ventura; e tutto ciò sinceramente, col viso raggiante
e con la voce commossa davvero. Ma bisognava vedere come imitava le
voci, i gesti, gli sguardi, i fremiti delle labbra mobilissime e delle
narici dilatate, e il roteamento degli occhi bovini, piegando a tutti
i tuoni la sua voce morbidissima di tenore. Si sarebbe inteso con
un grande piacere anche non comprendendo il senso delle sue parole,
tanto la sua voce accarezza l'orecchio, come un canto, e il suo gesto
spiega il pensiero. Come si vedeva l'artista! Mentre parlava, faceva
continuamente con la mano destra l'atto di dare un colpo di cesello,
o un tratto di matita, o di premere col pollice il colore sulla
tela; e quando in quella foga ardente era costretto a soffermarsi
un mezzo secondo per cercare la parola propria, s'impazientava e
fremeva che pareva sotto i ferri d'un chirurgo. Allo studio della
natura meridionale fu certamente aiutato dalla natura propria; ma
meraviglioso nondimeno il tesoro di osservazioni che ha raccolto prima
di mettersi a scrivere il suo romanzo. — Hanno un modo di vedere il
mondo, e di starci, tutto loro proprio, — disse concludendo: — ma ci
sono grandi differenze tra loro. Ci sono i meridionali della parte di
Spagna e quelli della parte d'Italia. Questi hanno la stessa potenza
d'immaginazione, la stessa effervescenza e le stesse attitudini di
quegli altri; ma con più fondo latino. Sanno meglio dominarsi. Hanno
il _savoir faire_ italiano. C'è più _combinazione_ nella loro natura.
Messi alle prese coi loro fratelli dell'altra parte, gl'insaccano.
Leone Gambetta è un di loro. — E anche Alfonso Daudet. Egli stesso
lo disse colla sua grazia arguta, riferendo la risposta data da
lui a un direttore di teatro, Avignonese, il quale voleva dargli ad
intendere non so che cosa. — Caro mio, è inutile che vi sgoliate. Io
son dei vostri. _Nous sommes compliqués, vous savez._ Ci comprendiamo
benissimo. Mettiamo le carte in tavola senz'altro. — Egli trova molta
analogia tra i meridionali di Francia e i normanni. I normanni sono
i meridionali del nord: vedono tutto grosso. — Guardate il Flaubert
— disse — il Vacquerie, il D'Aurevilly, — e ne citò venti, dando a
ogni nome una pennellata da ritrattista. Io lo guardavo attentamente
mentre parlava, e mi faceva meraviglia e paura il vederlo già così
nervoso e vibrante alle dieci della mattina, prima ancora d'aver
ricevuto la scossa del lavoro artistico; e più mi meravigliavo pensando
che non era certo la presenza d'un suo amico intimo e del primo
straniero capitato, che lo metteva così in ribollimento; che quello
doveva essere il suo stato abituale, il suo modo di vivere, sempre
concitato, febbrile, tormentato dal suo pensiero e dal suo sentimento,
con le mani irrequiete e la voce commossa. — Che sarà quando lavora
— pensavo — o quando parla davanti a venti persone, in quei giorni in
cui cinquantamila esemplari d'un suo romanzo spiccano il volo per le
quattro plaghe dei venti?
Nominato il Flaubert, mutò viso, e parlò dei suoi funerali a Rouen,
dov'era stato pochi giorni prima, con accento affettuoso e triste, come
d'un figliuolo; e guardava fisso la pipetta, come se serbasse in sè
qualche cosa di vivo del suo grande e buon amico. All'improvviso, si
rasserenò e saltò addosso con tutte le armi del suo arsenale satirico,
a un disgraziato scrittore francese, che aveva incontrato ai funerali:
un vecchio poeta bizzarro, non meno famoso per il suo ingegno che per
i suoi vestimenti teatrali, ornati di nastri e di trine; settuagenario
di ferro, gran mangiatore, gran bevitore, gran buon diavolo e grande
_poseur_, che ingigantisce tutto, e parla con una specie di solennità
imperatoria d'ogni più piccola cosa; e lo tratteggiò, lo colorì, lo
sballottò per mezz'ora fra le sue piccole dita affusolate di romanziere
parigino, rifacendo la sua voce stentorea e la sua mimica grandiosa, in
una maniera da mandarsi male dal ridere. I frizzi, i paragoni comici,
le osservazioni argute e inattese gli venivan via l'una sull'altra,
affollate e annodate, che non c'era tempo di goderle tutte: pareva
di sentir parlare a una voce cinque parigini dei più lepidi e dei
più facondi. E raccontando certe avventure del suo personaggio, col
quale è legato, lasciava indovinare a traverso alla vita del collega
qualche tratto della vita propria, della sua bella vita varia e agitata
di scrittore parigino: le cene tumultuose con gli amici celebri; il
festino interrotto alle tre della mattina per andar a correggere le
stampe al giornale; le lunghe dispute letterarie cento volte interrotte
e riattaccate, a notte tarda, per le vie solitarie di Parigi; le grandi
espansioni allegre dopo i grandi lavori gloriosi; qualche leggiero
abuso di Champagne, una volta tanto, per concedere qualche cosa
alla mattìa giovanile, non ancor tutta domata dalle fatiche austere
dell'arte; e le baldorie improvvisate in casa del De Nittis, dove
qualche volta l'autore del _Nabab_, a cavallo al pittore napoletano,
con una stecca da bigliardo in resta, ha fatto il _picador_ andaluso,
tra gli applausi degli amici e le risa delle signore, in mezzo al
disordine sfarzoso dello studio, pieno di capolavori in gestazione.
Udendo parlare della diffusione dei suoi romanzi in Italia, domandò
vivamente: — Davvero? — e mostrò quasi d'esserne meravigliato.
Legge l'italiano, ma non lo parla. Quel poco che sa della nostra
lingua lo imparò abitando per qualche tempo con certi italiani,
nessuno immaginerebbe mai dove.... dentro a un faro. Non disse di più:
mi immagino che sia stato un capriccio alla Byron. Ma già tutta la
sua prima gioventù, da quanto ne accennò vagamente, dev'essere stata
delle più avventurose. Una parte ne raccontò nella sua _Histoire d'un
enfant_, in quella carissima autobiografia, che par scritta dall'autore
del _Copperfield_, con più sveltezza, e con non minore sentimento.
È nato anche lui, come il suo _petit chose_, in una di quelle città
della Linguadoca «nelle quali, come in tutte le città del mezzogiorno,
si trova molto sole, un gran polverìo, un convento di Carmelitane e
qualche monumento romano.» Figliuolo d'un povero negoziante, rimase
giovanissimo sul lastrico. Ancora adolescente, entrò istitutore in un
piccolo collegio per guadagnare da vivere, e andò a cercar fortuna a
Parigi, dove per un pezzo stentò il pane, e forse patì la fame, facendo
i primi versi al freddo, e passando per la trafila dei primi amori.
Quell'angelo di fratello, che fa da madre a _petit chose_, dev'essere
uno dei suoi fratelli, perchè quei personaggi lì non s'inventano, o
non si rendono, se son di fantasia, con quella freschezza incantevole
di colori, anche avendo l'ingegno di due Daudet. Ma poi si riconosce a
ogni passo, nel protagonista di quella storia gentile, la bella natura
di artista e di buon figliuolo del futuro autore dei _Contes du lundi_;
e non solo la sua natura, ma la sua persona. Già adulto, pareva ancora
un ragazzo, tanto le sue forme erano delicate e quasi femminee. Era
il ritratto di sua madre. La sua testa «piena di carattere,» come gli
diceva Irma Borel la avventuriera, poteva servir di modello per un bel
pifferaro italiano o un grazioso algerino mercante di violette. Irma
se lo porta via e la signorina Pierrotte se ne incapriccia appena lo
vede; e il suo buon fratello Giacomo, geloso della signorina, glielo
dice qualche volta con tristezza: — Ah! tu sei fortunato. A tutti
piaci, tutti ti vogliono bene: è ben naturale che finisca con amarti
anche lei! — Povero _petit chose_, povero Daudet di diciassette anni,
costretto a fare i conti centesimo per centesimo; a campar degli avanzi
della tavola d'un marchese, che gli porta di soppiatto suo fratello;
a strapparsi il pane dalla bocca per comprarsi la candela da poter
lavorare la notte! Poveri romanzieri, fanciulli di genio, che ci
rallegrano e ci consolano, che ci strappano dal cuore le buone lacrime
e il riso salutare, che entrano nella nostra vita e ci fanno vivere con
loro, e diventano nostri amici e nostri fratelli, — poveri romanzieri
celebrati e festeggiati, — che lacrime di sangue hanno pianto prima che
il loro nome arrivasse sino a noi, quanto pan duro hanno ingoiato prima
di cenare dal Brébant, e quante soffitte hanno riempite delle loro
angoscie prima di possedere quei tappeti, su cui noi passiamo adesso in
punta di piedi, rispettosamente, venuti di duecento miglia lontano, per
vederli nel viso!
Mentre continuava a discorrere riaccendendo di tanto in tanto quella
benedetta pipuccola, che mi rubò almeno mille parole, altre persone
venivano annunziate, fra le quali pensai che ci fosse qualche
seccatore, vedendo passare sulla sua fronte, all'annunzio dei nomi,
una leggiera comicissima espressione di terrore. Ma riceveva tutti con
la stessa bonarietà franca e festosa, riempiendo la stanza del suo bel
riso fresco di studente. E si vedeva che anche i suoi amici intimi lo
stavano a sentire con grande piacere. Era in vena. — Non si direbbe
che parla — mi disse uno — ma che suona. Questo mi ricordò un appunto
che gli fanno certi critici: dicono che il suo stile è lo stile di uno
che recita. Ma l'occhio dell'osservatore più acuto e più malevolo non
scoprirebbe nel suo parlare e nei suoi atteggiamenti nè un accento nè
l'ombra d'un gesto che potesse dar sospetto d'artifizio. Era bello a
vedere, sopra tutto, nei passaggi improvvisi da un discorso faceto a
uno grave. Quando la sua ilarità sonora era attraversata da un pensiero
sull'arte o da un ricordo triste, pareva che con lo stesso atto nervoso
della mano cacciasse indietro i capelli e cancellasse il sorriso dalla
fronte; e allora appariva aperto, immobile e puro il suo volto pallido
di Nazareno, così pieno di pensiero, che faceva cessar subito il riso
intorno a sè, e s'indovinavano le sue parole prima di sentir la sua
voce.
Così fece quando qualcuno dei presenti nominò Giacomo Leopardi,
ch'egli aveva letto per la prima volta in quei giorni. I francesi che
intendono un po' d'italiano, leggendo il Leopardi, trovano quasi sempre
un intoppo alle prime pagine, e non vanno più oltre, spaventati dalle
difficoltà che presentano le allusioni mitologiche e la forma un po'
tormentata e velata di certe canzoni. Rimangono quindi con l'immagine
dimezzata d'un Leopardi politico, erudito ed astruso, ignorando affatto
il poeta appassionato e limpido delle liriche seguenti, che è il vero
e grande Leopardi. Il Daudet andò fino in fondo, e mi fece piacere e
meraviglia il sentire come l'ha capito profondamente, anche a traverso
alla traduzione. Ma è ridicolo il dir _meraviglia_, poichè dovrebbe
meravigliare il contrario, in un artista come il Daudet. Uno dei suoi
amici non aveva del Leopardi un concetto giusto. Egli lo definì da par
suo. — No, sapete — disse; — sbaglia, a parer mio, chi rimpiccolisce la
sua poesia attribuendola a «mal di stomaco.» Non è dispetto contro la
natura, il suo; è una malinconia grande e profonda, una disperazione
ragionata e tranquilla, che non deriva dal cuore malato, ma dallo
spirito persuaso. Guardate come è alta e serena l'immagine della morte
come egli la presenta! E come l'animo suo rimane gentile malgrado la
disperazione! È un disperato che dice le più amare verità sulla vita e
sulla natura; ma che è innamorato di tutto quello che è nobile e bello;
uno spirito sovranamente generoso e benevolo, compreso d'una pietà
immensa per i suoi simili; il quale, data la sua filosofia dolorosa,
che crede meno funesta dell'errore, vuol consolare, non desolare il
genere umano. Che peccato non poter gustare la sua forma, perchè chi
sentiva e pensava in quella maniera, deve aver dato alla sua poesia un
corpo degno dell'anima.
Da ultimo, accompagnandoci all'uscio, e soffermandosi accanto a ogni
mobile per prolungare la conversazione, venne a parlare di quella gran
passione d'ogni artista parigino, imprigionato nella città enorme,
che lo condanna ai lavori forzati, di scappare un bel giorno come un
uccello, e di volare a traverso al mondo, senza scopo e senza pensieri,
libero come l'aria, a far buon sangue e a raccogliere vigore per
tornare più poderoso alla gran battaglia di Parigi. Il suo primo volo
sarebbe al di qua delle Alpi. — L'Italia è il nostro sogno — disse:
— quando abbiamo la testa e il cuore affaticati, la nostra fantasia
scappa laggiù, nel vostro azzurro e nel vostro verde. — Egli l'ha
presa per tempo la passione dei viaggi. Lo raccontò ne' suoi _Contes
du lundi_. Passò la sua infanzia in una città attraversata da un
fiume, pieno di battelli e di traffico, sul quale aveva il suo piccolo
scalo anche il _père Cornet_, che dava a nolo delle barche. Ah! quel
_père Cornet_! È stato il satana della sua infanzia, la sua passione
dolorosa, e il suo rimorso. Svignava di casa, bucava la scuola,
vendeva i libri, per noleggiare una barca e scappare di città a colpi
di remo. Non se ne può ricordare senza emozione di quelle deliziose
fughe sul fiume, in mezzo al grande via vai delle zattere, del legname
galleggiante, dei piccoli bastimenti a vapore, e dei barconi carichi
di mele, che gli arrivavano addosso improvvisamente, e da cui una voce
arrantolata gli gridava: — Fatti in là, moscherino! — Tutto questo gli
dava l'illusione d'un grande viaggio, della grande vita di bordo, e
tutto acceso e sudante, col cappello indietro, e i piedi sui quaderni
di scuola, remando furiosamente con le sue piccole braccia di dodici
anni, usciva di città, sotto il sole cocente, in mezzo al barbaglio
argentino delle acque, e andava a riposare contro la sponda, in mezzo
ai giunchi sonori, sull'acqua stelleggiata di fiori gialli, sfinito
dalla fatica; e cogli occhi fissi alle isole verdi che apparivano
all'orizzonte, fantasticava dei viaggi sterminati, dondolandosi
coll'aria d'un vecchio lupo di mare, e facendo sangue dal naso. — Ma
viaggerò un giorno — disse — e mi pare che ne ritornerò ringiovanito.
— E il suo amico avendogli domandato se avrebbe raccontato i suoi
viaggi come Téophile Gautier, parlò del Gautier. — Egli viene via via
perdendo nel nostro concetto — disse — il nostro buon Gautier. È un
gran pittore, un tecnico ammirabile, senza dubbio; ma null'altro. Ha
dipinto mirabilmente la Russia, chi lo può negare? Ma non ha sentito
la poesia profonda delle grandi pianure bianche, la tristezza dolce
della canzone russa, e l'intimità calda delle case coperte di neve,
che si specchiano nei ghiacci del Volga. Si direbbe che per lui l'anima
umana non esiste. Non aveva che occhi. Che peccato! — Ma la gravità di
queste sue censure era temperata da una certa dolcezza rispettosa della
voce, e da una espressione così sincera di rammarico, che non parevan
quasi più censure. Era una critica come quelle ch'egli fa nel _Journal
officiel_, in cui non c'è giudizio, per quanto severo, che non abbia
colore di gentilezza.