LUIGI. Il mio mazzolino che le offro pel suo giorno onomastico. Le pare

che io avrei potuto lasciarmi sfuggire una sì bella occasione senza

darle prova del mio profondo rispetto?

MARCH. Ah! ella intende darmi prova di rispetto passando per la

finestra?

LUIGI. Il rispetto si esprime come si può. Per la porta non c’era il

passo libero, e sarebbe stata dal canto mio una grave mancanza quella

di non rimediarvi alla meglio.

MARCH. Ho capito. Ora può andare.

LUIGI. Signora marchesa, non mi faccia quest’affronto; accetti i fiori

di mia mano, poi me ne vado. Poverini sono intirizziti.

MARCH. No. Le ho detto d’andare, e badi che se indugia ancora chiamo

gente.

LUIGI. Se avesse quest’intenzione l’avrebbe già fatto; ma ella è tanto

buona.

MARCH. Eppure le ripeto che...

LUIGI. Non si faccia cattiva; io non ci credo; tanto è vero che ella ha

persino chiuso quella porta.

MARCH. (_con stizza_). Ah!...

LUIGI. Dunque? (_con preghiera_).

MARCH. Dia qui quei fiori.

LUIGI (_avanzandosi lentamente_). Eccoli.

MARCH. Presto.

LUIGI. Gli è che non posso camminare, ho le membra irrigidite dal gelo.

MARCH. (_voltandosi a guardarlo_). Mio Dio, com’è stravolto!

LUIGI. Lo credo... se restava là un altro poco, era finita.

MARCH. (_con premura generosa_). Oh! mi perdoni, signore, sono una gran

trista! (_lo fa sedere sulla poltrona_).

LUIGI (_riscaldandosi al fuoco_). Grazie, signora marchesa, il cielo vi

restituisca altrettanto.

MARCH. (_ironica_). Spero che non ne avrò di bisogno, perchè certo non

vado ad arrampicarmi per le finestre come...

LUIGI. Come un furfante. Dica pure, signora. Ma io ho una gran

giustificazione.

MARCH. E sarebbe?

LUIGI. Sarebbe che io son venuto qui a cercare della cosa mia.

MARCH. Il giudizio forse?

LUIGI. Cerco la mia testa che si ostina a gironzarle intorno.

MARCH. Questo sarebbe un confessare che ella è senza testa. A lei,

eccole il mio Album, cerchi, e se la porti via.

LUIGI. Scusi, ma la mia testa non ci può stare lì dentro.

MARCH. Perchè? ce ne sono tante d’altri.

LUIGI. Saranno teste piccole.

MARCH. Certo la sua è più grossa; c’è tanto fumo!

LUIGI. È tutto quello mi resta del mio amor proprio.

MARCH. Basta; ora che si è riscaldato, spero che se ne vorrà andare.

LUIGI. Io, no certo.

MARCH. Oh!

LUIGI. Non già che io voglia, è lei che mi manda.

MARCH. Come le aggrada.

LUIGI (_alzandosi_). Se debbo dir il vero non avrei mai sperato di

trovare tanta indulgenza; ho scoperto in lei una dote superiore a

quella già grande della sua bellezza...

MARCH. Sentiamola.

LUIGI. La generosità.

MARCH. Ma siccome non bisogna dare negli eccessi, così nel ringraziarla

tanto della sua bontà, la prego di andar via.

LUIGI. Lo vuole proprio?

MARCH. (_affettando serietà_). Signor Luigi! se io non la conoscessi

per originale, direi che ella è...

LUIGI. Animo, me lo dica su.

MARCH. Un pocolino temerario...

LUIGI. È un sistema che adotto; dicono che così facendo s’incontra

fortuna colle donne.

MARCH. Questa volta però...

LUIGI. Fui fortunatissimo, perchè mi trovo qui a quest’ora, solo, colla

più amabile fra le donne.

MARCH. Ella si schermisce a complimenti.

LUIGI. Faccio come il cane, il quale lambisce la mano che gli tira le

orecchie.

MARCH. Ecco, per esempio, una similitudine mal trovata.

LUIGI. E perchè? l’atto di mandarmi via è per me assai più che tirarmi

le orecchie, e per conto mio le giuro che accetterei di restar qui

tutta la notte anche a costo di pagar domani la mia felicità colla

vita.

MARCH. Va bene.... ho capito, ma vada.

LUIGI. È troppo giusto. Signora marchesa, i miei rispetti. Ridiscendo

dalla finestra, come i gatti. È il caso di dire che l’amore invece

dell’ali, mi ha dato QUATTRO GAMBE (_verso la finestra_). Dunque buona

sera; mi perdoni l’audacia, e se domani sentirà dire che io fui trovato

morto sotto le sue finestre, pensi pure che mi sono scavezzato il

collo.

MARCH. Via, signore, non faccia pompa di eroismo. Scommetto che c’è una

corda alla finestra.

LUIGI. La signora s’inganna... venga a vedere.

MARCH. (_dopo aver guardato_). E come farà?

LUIGI. Mi provo.

MARCH. E se ruzzolasse abbasso?

LUIGI. Pazienza! siamo tanto in alto, che non avrei tempo di pensarci

sopra.

MARCH. Signore! Ella ha voluto rendermi complice di qualche disgrazia!

LUIGI. Starebbe a lei prevenirla.

MARCH. Allora scenda come può; già infine tutto è commedia; avrà preso

le sue precauzioni.

LUIGI. Le giuro che no, tanto è vero che era disposto a morir di freddo

sul suo verone. L’ho scritto nel mio biglietto.

MARCH. Nego. Sul biglietto non vi è nulla di tutto ciò.

LUIGI. Guardi meglio.

MARCH. (_riprende il biglietto_). Ecco qui. Non c’è altro.

LUIGI. Ma volti. (_legge_) «_Comprendo benissimo che la mia è temerità

eccessiva; se vorrà punirmene, mi lasci fuori per tutta la notte, e

colla presente, scritta di mio pugno, l’assolvo da ogni responsabilità

qualora diventassi sorbetto_.»

(_La marchesa resta sopra pensiero_). Dopo tutto, signora, mi sembra

d’essere stato poco indulgente con me stesso.

MARCH. Sì, ma infine avrebbe picchiato per farsi aprire.

LUIGI. No certo. Anzi, se madama la marchesa lo desidera, ritorno sul

verone, e vi starò a suo piacimento. Dal canto mio sarò ben lieto di

scontare un poco il mio peccato.

MARCH. Manco male che ne conviene.

LUIGI. Certo! e se mi fosse lecito proclamerei ai quattro venti la sua

grande indulgenza.

MARCH. Badi, signore, che non mi merito questa _réclame_, tanto è vero

che la costringo a scendere dalla finestra.

LUIGI. E che perciò? Ella fa il dover suo.

MARCH. Tuttavia se le accadesse qualche malore ne sarei desolata.

LUIGI. Grazie, bella marchesa! le sue parole mi danno coraggio.

Scenderei dalla luna per farle piacere. Però, una preghiera. Io scendo,

ma può darsi che invece precipiti, ed allora... felice notte.

MARCH. Ebbene?

LUIGI. Ebbene, mi rincrescerebbe passare all’altro mondo senza esser

certo del suo perdono.

MARCH. È perdonato.

LUIGI. Desidero altro, un bacio su quella graziosa manina.

MARCH. Oh!

LUIGI (_con grazia_). È la preghiera di un morente!

MARCH. (_tende la mano_). A lei (_Luigi la bacia, ma mentre fa per

andarsene ella lo trattiene serrando la mano_). Peraltro, signor mio,

non riesco a comprendere la cagione di questa sua eccentricità. Per

portarmi i fiori? non valeva la pena d’arrischiarsi a tanto.

LUIGI. La signora marchesa mi permetterà di tacere — preferisco scender

subito.

MARCH. Si tratta forse d’una scommessa?

LUIGI (_serio_). Signora, aveva pur detto d’avermi perdonato, ma quel

suo pensar così male sui miei propositi, mi addolora.

MARCH. Dunque dica su.

LUIGI. Signora, no. Se entro nella via delle confidenze ridivento

colpevole. Eppoi l’ora è tarda. Ella avrà forse bisogno di riposo.

(_Notisi che qui parla maliziosamente, e fingendo una riserva che non

ha)_.

MARCH. Chissà! forse non ci penso ancora, passerò qualche tempo

leggendo; anzi, se ella avesse qualche storiella in pronto, così tanto

per impiegare una mezz’ora...

LUIGI. E poi?

MARCH. Poi studieremo un mezzo per farlo scender con minor pericolo.

LUIGI. Accetto di cuore.

MARCH. Allora s’accomodi... racconti ed io lavorerò un poco. (_La

marchesa occupa la poltrona, Luigi siede presso di lei_).

LUIGI. Signora marchesa, io sono franco, e le dico sinceramente che se

domani dovessi morire, non mi lamenterei.

MARCH. Lo credo io, non ne avrebbe più il tempo.

LUIGI. Ah! mi dimenticava che ella è materialista.

MARCH. E lei?

LUIGI. Una volta lo era io pure, ma mi sono corretto; ho cambiato

dottrina.

MARCH. Evviva la fede.

LUIGI. Non mi parli di fede, tutto è convenzione a questo mondo; si

giudica sempre dal punto di vista delle convenienze.

MARCH. Se ne avessi il tempo, mi proverei a convertirlo.

LUIGI. Lo tenti, ma sarà fatica sprecata, ed anzi in questo momento mi

persuado viemmeglio delle assurdità del materialismo.

MARCH. Mi dica in grazia, perchè ha cambiato bandiera?

LUIGI. Non è cosa agevole il dirlo, ma quello che sento alla vista del

bello mi esalta, mi commove, e certo la materia non ha tanto potere.

Oh! io mi meraviglio altamente che ella non creda nell’ignoto! ma si

guardi, signora marchesa, si guardi nello specchio, cerchi ne’ suoi

occhi pieni di fuoco, e mi neghi se lo può la potenza del fascino. Io

poi che la vedo nel suo insieme, io che in guardarla mi sento acceso

d’entusiasmo non posso porre in dubbio l’esistenza di quell’anima

che si cela sotto forme sì vaghe; non posso negare che vi siano degli

angioli, se me ne vedo davanti uno tanto bello.

MARCH. (_con fino motteggio_). Molto bene. Ella si serve di tutto per

venire allo scopo. — Ha spezzato una lancia contro il materialismo per

farmi un po’ di corte.

LUIGI. No, proprio davvero, non c’entra la premeditazione; egli è nella

foga di parlare che mi sono tradito.

MARCH. Poverino, si è tradito! — Ella fa gran sfoggio d’ingenuità, ma,

caro mio, gli ingenui non vanno in casa delle signore passando per le

finestre.

LUIGI. Madama la marchesa si dimentica che per me la porta era chiusa.

MARCH. Eravi forse necessità di venir stassera?

LUIGI. Certo, passata la festa si spegne il moccolo, dice il proverbio,

domani era tardi per portare i fiori.

MARCH. Non era un gran male!

LUIGI. Comprendo benissimo che il mio omaggio è per lei cosa di poco

conto, e che altri migliori di me si meritano preferenze, tuttavia,

anche colla certezza di essere tenuto fra gli ultimi, non sarei stato

meno colpevole lasciandomi sfuggire l’occasione per dimostrarle che la

mia devozione per lei è tanto grande, quanto la sua degnazione per me.

MARCH. Signor Luigi! io non credo d’averle mai dato diritto ad un

rimprovero così acerbo. Se a mostrarsi sinceramente amica si guadagna

il compenso di essere mal compresa, ne sono dolente. — Ella non è per

nulla l’ultimo fra i miei amici, anzi se mi fosse lecito far delle

distinzioni, ne farei a suo riguardo. Lo sa più di quanto io possa

provarglielo. La mia condizione m’impone dei riguardi che io debbo

subire rassegnata, epperciò quando incontro un amico sincero, mentre

col cuore gli sono gratissima, debbo però usare seco lui quel fare vago

che non desta sospetti o maldicenze. Sa pure che io voglio mantenere

assoluta la mia libertà d’azione. Ho i miei capricci e dubito molto

degli uomini; sono vedova e voglio godermi in pace la vita; ma ciò non

impedisce che io possa degnamente apprezzare un sentimento d’amicizia

vera ed affettuosa. Ella dunque, signor mio, è un ingrato; perchè sa

tutte queste cose senza che io mi sforzi a provargliele, eppure si

diletta a metterle in dubbio.

LUIGI. In fede mia, ella ha tutte le ragioni (_stringendole la mano_).

Sono proprio un ingrato, giacchè se è vero che posseggo un poco della

sua amicizia, ho assai più che non mi meriti.

MARCH. Così va bene.

LUIGI. A dirla franca, mi pareva che il barone Calani occupasse un

posto distinto.

MARCH. Oh! Cielo, mi fa una corte ostinata, non trascura nulla, dai

mazzolini parlanti ai confetti colle cartoline amorose; ma io non sono

tanto ingenua da cader nelle reti per sì poco.

LUIGI. E quel marchesino?

MARCH. Mio cugino? Colui mi fa il galante colla certezza d’averne

diritto. È mio parente, e lo tratto come tale. Del resto è una creatura

molto noiosa.

LUIGI. Il conte Pollini però è uomo di spirito, e mi sembra degno di

occupare una sedia chiusa.

MARCH. Sì, il conte è meco molto amabile, ma anche lui ha il suo

difetto. Si figuri che dice di sognarmi tutte le notti, o colle corna

da diavoletto, o colle ali d’angelo.

LUIGI. E lei ci crede.

MARCH. Può chiedermelo? non credo agli uomini quando son desti, dovrei

fidarmi se dormono?

LUIGI. Peccato!

MARCH. Perchè mai?

LUIGI. Aveva io pure un sogno da raccontarle.

MARCH. Dica, sentiamo, per lei faccio un’eccezione.

LUIGI. Ma non crede?

MARCH. (_ironica_). Altrochè! e ci punterò sopra cento lire al lotto.

LUIGI. Allora ritiro il sogno; ma badi, signora marchesa, i sogni sono

rivelazioni divine, Giuseppe salvò l’Egitto.

MARCH. E lei sarebbe un nuovo Giuseppe?

LUIGI. Signora no, per quanto poco ci tenga al mio carattere d’uomo,

pure le confesso che non sarebbe necessario di lacerarmi il mantello

per trattenermi.

MARCH. Peccato che le manchi l’occasione.

LUIGI. Si provi lei a prendermi per i panni.

MARCH. (_alzandosi_). Invece la storia è alquanto modificata; madama

Putifarre manda via Giuseppe.

LUIGI. Dunque non vuol saperne del mio sogno? Ella è una donna senza

fede.

MARCH. Tutt’altro! di fede ne ho molta, quella che mi manca è la _buona

fede_.

LUIGI. Ecco una graffiata che non mi merito. Mandarmi via sta bene,

ma così bruscamente... Se non racconto il mio sogno, non morirò

tranquillo.

MARCH. Me ne rincresce tanto, ma la è proprio così.

LUIGI. In guardia, signora marchesa! questa sua repentina risoluzione

potrebbe contraddirla alquanto su quella indifferenza che vanta tanto.

MARCH. Vale a dire?

LUIGI. Vale a dire che mandandomi via ella confessa in certo modo che

la mia presenza le desta un po’ di turbamento.

MARCH. Oh! questo poi no. Ma ella è un gran briccone, e mi costringe a

darle prova del mio sangue freddo. Animo ritorni qui, e mi racconti il

suo sogno.

LUIGI. Così va bene! (_si siedono ancora_).

MARCH. Racconti pure.

LUIGI. Eccomi (_tossisce_), prima di tutto, dichiaro che trattandosi di

un sogno io non ci ho nessuna responsabilità. Quando si entra nel regno

di Morfeo, bisogna adattarvisi alla meglio.

MARCH. Questa è la prefazione.

LUIGI. Se la signora marchesa sel ricorda, pochi giorni sono, mi invitò

a scrivere dei versi nel suo album.

MARCH. (_con intelligenza_). Ah! sì.

LUIGI. C’è una strofa infine che dice:

Talor sognando appagasi

La brama che mi strugge,

Mi desto allora... ahi misero!

Il labbro tuo mi sfugge.

MARCH. (_sorridendo_). È una petizione quella poesia.

LUIGI. Quasi. Oh i poeti sono ben pazzi!

MARCH. Con tutta modestia ella si mette fra i poeti?

LUIGI. Mi permetterà almeno di stare fra i pazzi.

MARCH. Non lo contesto.

LUIGI. Il mio sogno s’attacca a quei versi. Si figuri che una notte

ella venne in casa mia, proprio nella mia camera. Io me ne stava al

tavolo leggendo il _Faust_ di Göethe, e vagolava colla mente per la

notte _Classica di Valburga_ sui campi di Farsaglia, e nei gorghi

dell’Egéo fra sirene, najadi, _sfingi_ e _gnomi_, quando ad un tratto

vidi proprio lei, signora marchesa, comparirmi innanzi... bella, bella

come Elena, avvolta in una lunga veste bianchissima. In vederla io

rimasi sorpreso, confuso, elettrizzato, e tratteneva il respiro per la

tema di turbare la dolce visione. Vi fu qualche minuto di silenzio per

ambe le parti, finalmente l’ombra sclamò con voce delicata:

«Signor Luigi, siete uno sciocco.»

MARCH. Aveva dello spirito quell’ombra (_ride_).

LUIGI. Era la vostra, poteva esserne priva?

MARCH. Continui pure.

LUIGI. Perchè? chiesi io, e l’ombra rispose:

«Perchè non avete coraggio; da un anno mi fate la corte, e non sapeste

trovare un momento buono.

«Ma, risposi io, marchesa mia, voi avete un’antipatia marcata per gli

uomini... diceste voi stessa di non creder più all’amore.

«Sono cose che si dicono, soggiungeste voi (_fingendo d’essersi

sbagliato_). Oh! perdono m’imbroglio, mi lasci che le dia del voi, sarò

più libero nella parola.

MARCH. Fate pure.

LUIGI. Signora marchesa, se io sapessi... se potessi... dunque vi do

del voi?

MARCH. Sentiamo cosa rispondeste all’ombra.

LUIGI.[1] Balbettai qualche parola, e poi facendomi animo sclamai: «Ma

io, cara marchesa, sono timido, non so dirvi l’animo mio... non l’oso;

voi avete delle tristi prevenzioni sugli uomini. D’altronde posso io

aspirare ad un vostro sguardo?... voi il fiore della nobiltà, voi così

bella, così vagheggiata, non trovereste neanche un sorriso di pietà

pel temerario che ardisse alzare gli occhi sino a voi. — Infine io

riconosco troppo bene la distanza che ci separa; voi mi stimate assai,

ma io valgo poco, perchè indegno della vostra amicizia come della

vostra stima, oso di volervi un po’ di bene, ed alimento in me una

passione insensata.»

MARCH. Per fortuna che siete timido... del resto chissà dove vi sareste

fermato.

LUIGI. La timidezza è il mio debole; sognando ho del coraggio, ma

quando vi sono vicino mi manca l’animo di aprir bocca.

MARCH. Allora continuate a sognare.

LUIGI. Quando ebbi finito, stetti aspettando una severa risposta; ma la

vostra ombra invece mi si appressò, e mi stese la mano che io baciai

sclamando: «Oh! signora voi siete la creatura più buona che io mi

conosca. La vostra anima generosa chiude in sè una scintilla divina, e

beato quegli che ne saprà comprendere le segrete aspirazioni!»

MARCH. E l’ombra?

LUIGI. Mi rispose: «Vedete, Luigi, non sono poi quella ritrosa

indifferente che mi credevate. Ho del cuore io pure, tutto sta saperne

trovare la strada. Nata col retaggio di un nome che porta corona

di nobiltà; non mi inorgoglisco d’un titolo che sarebbe vano se non

fosse accompagnato da prodigalità di cuore e squisitezza di sentire.

— Io vi ho compreso benissimo, e voi che siete tanto timido, voi solo

meritate un poco del mio affetto, e sì dicendo.... (_esita_).... e sì

dicendo....

MARCH. Avanti.

LUIGI. Io non ci ho colpa, marchesa, è un sogno.

MARCH. Ma infine! (_durante il racconto la marchesa ricama sempre

affettando indifferenza_).

LUIGI (_con fare elegante_). E sì dicendo, si abbassò su me, ed io la

baciai in fronte.

MARCH. (_indifferente_). Eppoi?

LUIGI (_sorpreso_). E poi... mi sono svegliato.

MARCH. E l’ombra?

LUIGI. Sparita! — d’allora in poi mi punge il desiderio di realizzare

il mio bel sogno, e da un mese tento tutti i mezzi, tutti i sotterfugi

leciti per venire allo scopo. Mille volte dissi fra me: oggi vado da

lei e le dico: Signora marchesa, io ho bisogno di farvi un bacio, del

resto morrò... non dormirò più, non mangerò... Siate tanto buona da

concedermelo... fate conto di far limosina... ma quando sono qui, mi

trema il cuore, divento timido come uno scolaretto, e succede di me

come di quell’Olindo che

Brama assai, poco spera, e nulla chiede.

MARCH. Ammiro la vostra timida riservatezza... gli ardimentosi mi vanno

poco a genio.

LUIGI. Dunque?

MARCH. (_fingendo stupore_). Dunque che cosa?

LUIGI. È proprio un sogno?

MARCH. E sarà sempre tale.

LUIGI. Insomma, signora marchesa, se tanti mesi d’un’amicizia

disinteressata, se una devozione rispettosa si meritano qualche

distinzione, lasciate che io deponga un bacio sulla vostra bella

fronte... eppoi discendo di botto dalla finestra, anche colla certezza

che ho d’ammazzarmi.

MARCH. Io non mi altero punto, nè mi offendo; so che la indiscrezione

degli uomini tocca il sublime, ma vi giuro che se anche foste lì per

morire di questa voglia, mi rifiuterei ugualmente (_sempre con fare di

motteggio_).

LUIGI. Infine, marchesa mia, per voi non la è la gran cosa! vi lasciate

baciar la mano da chi lo desidera.

MARCH. Ma nella mano ho le unghie, e graffio.

LUIGI. E non avete lì due occhi che straziano assai più.

MARCH. Ah! poverino, fate sforzi da Ercole per trovare una goccia di

spirito, ma in questo momento non siete in voi...

LUIGI. È verissimo, sono _in voi_.

MARCH. Ci manca il mio permesso.

LUIGI. Non ne abbisogno, io sono nel mio diritto. La chiesa dice: _Non

desiderare la donna d’altri_, ma voi siete di nessuno. Siete vedova,

che è quanto dire in disponibilità.... dunque posso arrischiarmi.

MARCH. Bevete del papavero e sognerete ancora.

LUIGI. Signora marchesa, la vostra ombra è un po’ più arrendevole.

Infine poi non vi ha nulla di male in quello che chieggo. Un bacio

sulla fronte ha del paterno.

MARCH. Avrei un padre molto scapestrato.

LUIGI (_con qualche stizza_). Oh! sogno traditore! se non fosse troppo

vecchia la cavata esclamerei: (_comicamente_) Perchè mi risvegliai!?

MARCH. Davvero che se esamino bene, trovo in voi la solita presunzione,

eterno retaggio di questo _uomo_ che si chiama _forte_. Ah! la vi par

cosa facile realizzare un sogno! e con un coraggio degno di miglior

sorte, voi siete qui venuto per dirmi che sognate delle corbellerie...

ma, mio caro, andando di questo passo vi fisserete in mente qualche

giorno di abbracciare la luna. Avrete detto fra voi: m’è venuto il

ghiribizzo di fare un bacio alla marchesa, ho dello spirito, delle

risorse, e posso tentare il colpo. Colle vostre circonlocuzioni

viziose un giorno mi obbligaste a domandarvi dei versi, e voi subito

una stoccata per cantarmi in rima il vostro desiderio inqualificabile.

Oh le donne sono scioccamente ingenue, cascano presto nella rete!...

Quattro versi stirati alla meglio, alcune cadenze pescate nel Rimario,

fanno un grand’effetto. E lì giù a comporre e scrivermi sull’Album una

poesia ch’io leggo per esilararmi.

LUIGI. Oh!

MARCH. Ma sì, certo, credete forse che io presti fede al vostro

_struggimento?_ (_lo canzona_) poverino! se vi batte il cuore prendete

del _cloraglio_... oppure bagni freddi; vi gioveranno per la testa che

è un pochino guasta. Credete voi altri che bastino alle donne le vostre

affettature galanti, e le eterne frottole che andate snocciolando coi

soliti sospiri e contorcimenti d’occhi?... Ih! ih! ci vuol altro! cuore

e sincerità, non presunzione e frivolezza. Credete di ingannar noi,

ma quasi sempre siete voi gli ingannati. Ci vuol altro, caro signor

Luigi, ci vuol più spirito e più giudizio. Dopo tutto una cosa sola

mi dà pena, ed è quella di vedervi fare una figura molto comica in

quest’affare. (_ridendo_) Per carità non raccontate l’avventura ai

vostri amici, ne riderebbero un’eternità.

LUIGI (_sopraffatto_). Signora marchesa, felice notte.

MARCH. Dove andate adesso?

LUIGI. Mi butto di balzo giù dalla finestra, non mi resta a fare altro

per provarvi di non esser tanto _leggiero_.

MARCH. So benissimo che non mettereste le ali.

LUIGI. Ma se resto qui ancora mi spunteranno le orecchie.

MARCH. Non avete giustificazioni?

LUIGI. Sì, signora, ne ho una che vale per tutte. Se io caddi in errore

si fu per creder troppo nell’esperienza di uno dei nostri grandi poeti.

MARCH. Quale?

LUIGI. Il Tasso che scrisse nell’Aminta quei versi:

Oh tu non sai com’è fatta la donna!

Fugge, e fuggendo vuol ch’altri la segua.

Nega, e negando vuol ch’altri si tolga,

Pugna, e pugnando vuol che altri la vinca.

Io ci ho creduto; voi negaste ed io volli togliermi, pugnaste e volli

vincervi, e mi resto dopo tutto con un pugno di vento.

MARCH. Ma voi che siete poeta, come mai credete alle fanfaluche dei

vostri confratelli? pensate a tutte le bugie che diceste in rima, e

ditemi se avete ancor coraggio di credere. Però debbo riconoscere in

voi un abile strategico, avete esplorato il mio campo di battaglia,

studiato i miei libri. Davvero che siete assai previdente; duolmi che

abbiate sciupato la fatica per battagliare contro un mulino a vento.

Don Giovanni è diventato don Chisciotte! (_ride_).

LUIGI. Sono lieto di una cosa, ed è che se non altro riesco a mettervi

di buon umore.

MARCH. Sfido io a star seria con questi squarci di lirica che m’andate

tirando fuori. Ah voi siete della scuola del Tasso? vi compiango di

cuore, perchè se seguite in tutto il vostro maestro finirete voi pure

in un ospizio di pazzi, con molto minor gloria.

LUIGI. Se ciò accadesse, voi signora marchesa, dovrete averne rimorso.

MARCH. Oh! bella, e perchè mai?

LUIGI. È facile respingere una responsabilità, e certo a bella prima

sembra che voi siate la creatura più innocente del mondo. Pure non

è così, la bellezza, signora mia, in certi casi è un reato. Che ne

possiamo noi poveri uomini dalla fantasia accendibile se al fascino

d’uno sguardo, alle graziose movenze, al suono di una voce soave, non

sappiamo tener salda la ragione? Ma io mentre vi guardo mi sento capace

di tutto, non sono più padrone di me, e se mi comandaste di passarmi il

cuore vi ubbidirei!... E tutto ciò non è forse l’effetto di una malìa,

l’influenza del fascino che esercitate? Se domani venissi tratto in

giudizio, io vi citerei come mia complice, perchè colla vostra cortesia

_severa_ mi faceste dar di volta al cervello.

MARCH. Molto bene; ma è forse nostra colpa se gli uomini sono tanto

buoni da far pazzie per nostro conto?

Racconti umoristici, vol. 2/2 · 第 3 / 4 段