Il lettore non sarà certo così curioso da voler sapere quello che passò

fra i due cugini, e si appagherà di sentire le ultime parole di quel

colloquio.

Supponiamo che siano trascorse due ore dacchè li lasciammo soli...

Supponiamo quel che si vuole le argomentazioni sono libere; riferisco

le ultime parole.

(Allegra è un po’ commossa, il cugino fuma uno sigaro).

— Mia cara Allegra, tu sai se per farti un piacere mi lascio tanto

pregare, ma in questo caso mi trovo imbarazzato.

— Non intendo di crearti imbarazzi. Se tu potrai contentarlo mi farai

libera d’una gran seccatura. È un buon uomo, ma ha le smanie ambiziose.

— Del resto è proprio un buon uomo.... non è geloso.

— Niente, niente.

— Io, al suo posto, con una moglie come te...

— Eh, mi ricordo benissimo che eri terribilmente geloso.

— Te lo ricordi?

— Certo, non si dimentica sì presto un passato tanto bello.

— Davvero cugina, che quando ci penso, sento di aver perduto gran cosa.

— E non era forse in tua mano far sì che noi non ci separassimo mai più?

— Hai ragione Allegra, oh quanto me ne duole! Ora fra la rigida

freddezza degli affari, sento proprio il bisogno di avere al fianco una

persona affettuosa. Ti ricordi dei bei giorni che si passava insieme,

nella mia villetta fuori di Firenze?

— Ah! ci penso sempre.

— Fra pochi dì parto, e chissà quando ci rivedremo. Prima di lasciar

l’Italia, pagherei non so cosa per godermi ancora alcuni giorni di

felicità; ma ciò non è possibile, a meno di allontanare tuo marito....

Allegra non rispose, ma sorrise, ed il cugino corrugando la fronte

con quell’atto proprio delle persone avvezze al pensiero, si fece a

meditare in silenzio, indi come colpito da un’idea sclamò vivamente:

— Ah! l’ho trovata.

— Cosa? chiese l’Allegra fissandolo.

— Ho trovato il mezzo di far rivivere alcuno di quei bei giorni.

— In che modo?

— Ascolta: Tu dici che tuo marito farebbe qualunque cosa per

guadagnarsi la croce.

— Ne sono sicura.

— Si tratterebbe di farlo viaggiare sino a Firenze con una mia lettera

da consegnare al segretario di gabinetto. Forse, chissà, è probabile

che si riesca a crocifiggerlo.

— Ma ci vuole un motivo.

— Si troverà, lasciane a me la cura. Questa sera tu parli a tuo marito,

domani lo faremo partire...

Pomponio ritornando dal teatro, trovò la moglie già in letto, e mentre

calzava la berretta da notte, Allegra gli parlò del viaggio a Firenze

progettato dal cugino.

A tale annunzio, il baggeo si mise a saltare per la gioia, e ci mancò

poco se non corse in mutande a ringraziare il cugino. Si pose a letto,

ma non chiuse occhio, il viaggio per Firenze gli trottolava per la

mente togliendogli ogni quiete.

All’indomani si alzò per tempo, fece la valigia, abbracciò il cugino,

strinse la mano alla serva, diede uno scudo alla moglie, schiacciò

la gattina, ruppe un vetro, e dopo quel parapiglia, si avviò alla

stazione.

È gran cosa sentirsi gravato di un incarico diplomatico; la lettera pel

segretario, eccitava la vana gloria del suo portatore.

Non sembrava più il Pomponio d’una volta; il miserello era

ringalluzzito e posava proprio come un uomo d’affari.

E dire che di simili stolidi è ripieno il mondo.

Quando ci penso mi vengono i brividi, e mi persuado sempre più che

ormai si vive fra infiniti pericoli; accade di noi come dell’agnello,

che scappato dagli artigli dell’aquila, cade nell’ugne del leone.

Se non la si fa agli altri, gli altri la fanno a noi, e credo che alla

fin fine sia miglior consiglio prendere il bene dove si trova, come

Molière, e non curarsi del resto.

Guai a colui che ascoltando la voce degli scrupoli di coscienza si

lascia sfuggire la più piccola occasione di godersi la vita. Mentre tu

disputi per una cosa, un altro te la contende.

— Se tu osi, un altro ardisce, se desideri, un altro brama, un terzo

agogna.

Col progresso di cui è satura l’atmosfera, fa d’uopo essere risoluti e

pronti a tutto. Evviva il progresso!

Guardatevi attorno, e vedrete adolescenti che fumano la pipa e guardano

procacemente in viso alle signore.

Vedrete le giovani popolane attillate, profumate come tante marchese;

fantesche che fraternizzano colla truppa.

Vedrete delle coppie di sposi che sommano trent’anni in due, delle

civettone attempate, che invece di riconciliarsi con Dio si lasciano

corteggiare da uno sciame di studenti di primo pelo. La morale del

giorno non ha più scrupoli, e la si vede andar di conserva colla

più spudorata sfrontatezza, che con altro nome si chiama ardire...

coraggio.

Vedrete delle ragazzine sgusciate appena dal collegio che portano

ancora le gonne corte, e leggono gli amori del cavaliere di _Faublas_.

Le vedrete nascoste dietro le persiane in atto di agitare un fazzoletto

che a sua volta agita il cuore di un damerino che si stira i baffi

nella strada.

Varcate la soglia dei nostri _salons_, Dio mio! un moralista del

secolo passato cadrebbe come tocco dal fulmine. Ivi vedrete il sublime

dell’assurdo, la quintessenza del ridicolo, una mostruosità comica.

Vedrete là un turbine di donne spensierate, sciocche, pettegole,

impudenti che sotto l’artifizioso apparato di un’educazione ipocrita

ostentano una pudicizia sommamente ridicola.

Eppure le sono tutte oneste. Oramai questa santa parola esprime

tutt’altro che quel sentimento virtuoso che anima la donna. L’onestà

dei nostri giorni non impedisce ad una madre di mostrare le spalle ed

il seno a tutto il pubblico d’un teatro.

Ora si usa un certo modo di velare le membra che val peggio che

mostrarle; il velo è una specie di richiamo che simulando un onesto

pudore segna agli sguardi dei curiosi i misteriosi confini del vero.

Chiudetevi gli occhi, acciecatevi come il fringuello se volete cantar

l’amore anime candide dei poeti! Se voi vedeste queste beltà di

moda, queste damigelle discinte e spudorate, perdereste d’un tratto

il sentimento della poesia. Torcete lo sguardo da queste giovani

sacerdotesse d’amore che immolano il loro candore alla voluttuosa

tendenza dei costumi. Non potrete più sognarlo il seno d’una vergine, o

poeti! essa lo espone senza reticenze.

Quell’anima delicata del Tasso, non potrebbe più dire delle nostre

signorine:

Parte appar delle mame acerbe e crude

Parte altrui ne ricopre invida vesta;

Invida, ma se agl’occhi il varco chiude,

L’amoroso pensier già non s’arresta

Che non ben pago della bellezza esterna,

Nelle pieghe secrete anco s’interna.

Ma ci vuol altro che velo ai dì nostri! che parte! venite e vedrete

tutto senza usare il telescopio dell’_amoroso pensiero_.

Dopo tutto questo impasto di sciocchezze, vanità, spudoratezza, riesce

ben poca cosa la dabbenaggine d’un marito che si lascia civilmente

incoronare.

Per me lo confesso mi vien poca voglia di ridere al pensarvi, perchè un

giorno o l’altro potrebbe accadermi la stessa cosa, e chi mi legge, se

ha moglie, pensi due volte a casi suoi prima di ridere sulle spalle di

Pomponio.

Diplomazia dell’asino.

Madama de Staël nella sua CORINNA dice che la dissimulazione è

un’abitudine degli italiani. Per conto mio passo liscio su questa e

sulle tante altre sentenze tirate a nostro dosso, e dirò alla mia volta

come Cristo: Perdonate a coloro che non sanno quel che si dicano! Ma se

l’illustre scrittrice avesse incontrato il nostro Pomponio, si sarebbe

subito ritrattata, giacchè colui nonchè dissimulare, tradiva con ogni

moto la sua gran soddisfazione.

Aveva l’aria d’un avvocato dopo una gran vittoria, o meglio, d’un

deputato eletto a gran maggioranza.

Sdraiato in fondo al vagone guardava con occhio tenero il plico che

doveva consegnare al segretario. Chissà cosa contiene? pensava fra sè;

ma c’era tanto di suggello.

Non importa, anche ignorandolo, egli sentiva in cuore che la sua

missione era d’una grande importanza.

Oltre al far da procaccino il nostr’uomo aveva nientemeno che

l’incarico di ordinare i bauli del cugino, e metterli in via di

partenza; per ciò fare era munito di altre lettere particolari per le

persone di casa.

Non vi dirò nè le vicende del viaggio, nè la scossa generale che sentì

il poverino quando giunse alla meta.

La parola _Firenze_, urlata dai guardiani del convoglio, rintronò nel

suo cuore come una lontana profezia.

Scese ed andò diffilato dallo zio che lo accolse amorevolmente

offrendogli un’ospitalità che venne subito accettata.

Pomponio voleva subito ricapitare il suo plico diplomatico, ma il

segretario era fuori di Firenze, e dovette attendere alcuni giorni

che gli parvero secoli. Frattanto diede mano ad ordinare le robe del

cugino.

Dopo quattro giorni seppe dal portinaio che il segretario era

ritornato; Pomponio si avviò subito al ministero, e noi lo

sorprenderemo mentre appunto sale lo scalone degli uffizi.

Entrò in anticamera con molto sussiego, ma nessuno gli guardò in

faccia. C’era una turba d’uscieri gallonati ed eleganti sì che Pomponio

li scambiò per tanti personaggi importanti.

A dir vero alla vista della confusione che regna nell’anticamera

di un dicastero, il poverino cominciò a dubitare alquanto della sua

individualità.

Stava incerto e titubante osservando quella turba di servidorame, ma

non ardiva muovere domanda ad alcuno. Guardò per un po’ di tempo le

carte geografiche che stavano alle pareti, aspettando che qualcuno lo

interrogasse, ma nessuno curavasi di lui, ed egli continuava a guardar

le carte coprendosi le natiche col cappello.

Visto che non si badava a lui, fecesi animo ed azzardandosi

rispettosamente verso un usciere, chiese con voce flebile se il

segretario era nel suo studio.

— È occupato, rispose sbadatamente l’usciere.

— Dovrò dunque ripassare?

— Come vuole, se attende toccherà dopo a lei.

Pomponio inchinossi profondamente, e fece ritorno alle carte

geografiche. Era la prima volta che si occupava sul serio di geografia.

Dopo una mezz’ora lo stesso usciere andò ad avvisarlo che il segretario

era libero.

— Dunque vado.

— Dove?

— Nello studio.

— Favorisca prima il suo nome.

— Non serve, se vado io.

— Mi dica chi è lei, riprese bruscamente l’usciere, non si va mica in

uno studio come in una piazza.

— Perdoni, mormorò Pomponio inchinandosi.

In quel mentre si spalancò la porta, e vi entrò un nuovo personaggio;

tutti fecero ala rispettosamente. Era il ministro. Pomponio restò solo

come un salame.

Passato il ministro, l’usciere tornò a lui e gli disse con aria di

ridere:

— S’accomodi signore per un altro poco.

— Perchè?

— Perchè c’è il ministro.

— Dovrò aspettare ancora?

— Se nol volesse è padrone d’andarsene.

— Tornerò quando?

— Domani.

— Impossibile, ho una lettera di premura.

— La porti alla posta.

— Ma no, è una lettera pel segretario.

— Allora attenda, non so che dirle.

Di geografia Pomponio ne aveva abbastanza, e tanto per variare si portò

alla finestra per vedere la gente che passava.

Poverino! nella sua ingenuità eragli parso facilissimo l’accesso nello

studio di un segretario del ministro.

Dopo qualche riflessione cominciò a persuadersi della sua poca

importanza ed infine come tutti i caratteri deboli finì per credersi

meno di quello che era.

Tanto è vero che quando l’usciere lo avvicinò per la terza volta egli

lo ricevette con un grande inchino che tradiva tutta l’umiltà delle sue

intenzioni.

L’usciere in vederlo così alterato n’ebbe quasi compassione, e con un

pietoso sorriso gli disse:

— Se il signore vuol passare.

— Vado, rispose Pomponio confuso.

— Mi favorisca il nome.

— Ah sì sono il cugino.

— Del segretario!

— No, dell’ambasciatore.

L’usciere lo guardò bene in faccia credendolo pazzo, indi riprese con

stizza:

— Ma che cugino! che ambasciatore! ci capisco un accidente... il suo

nome.

— Pomponio.

— E quello di battesimo?

— Pomponio.

— Ancora? mormorò l’usciere sorpreso per la combinazione dei nomi,

intanto avviandosi di pochi passi aperse il gabinetto del segretario

gridando con aria di motteggio:

— Il signor Pomponio Pomponio.... cugino dell’ambasciatore.

Pomponio entrò tremante e confuso; il segretario stava passando alcune

carte, alzò gli occhi, salutò il nuovo arrivato accennandogli di sedere

e si rimise a leggere.

Lesse per lungo tempo, e non finiva mai, certo si era dimenticato della

visita.

Pomponio stette alquanto in forse e dopo mezz’ora di riflessione decise

di soffiarsi il naso.

Il segretario si volse adagio, e disse colla freddezza d’un uomo che ha

compreso:

— Oh, mille perdoni... ero distratto.

— No, no, faccia pure, rispose Pomponio tutto rosso, io ho tempo, non

s’incomodi... sono servo.

— Tante grazie. Se vuol dirmi in che posso servirla.

— Ecco, signore illustrissimo, io ho un cugino...

— Me ne rallegro.

— E lei lo conosce.

— Io? Può darsi, ma venga al fatto.

— Ho una lettera da consegnarle.

— Me la dia.

— Eccola, e Pomponio barcollando come un ubbriaco, trasse la lettera e

la consegnò al segretario che frattanto inforcava le lenti.

— Ah! ora capisco, sclamò costui, è Felice, ella dunque è suo cugino?

— Ho questa fortuna.

— Bene, siamo tanto amici.

— Me lo ripete sempre

— Compermesso, leggo.

Non voglio tener sulle spine il lettore e trascrivo la lettera tal

quale.

«_Carissimo amico_,

«Tu mi dicesti tante volte che anelavi ad una buona occasione per

ricambiarmi di quel poco che io feci per te. Si presenta ora il

caso di giovarmi, ma se ricorro a te non è, credilo, a titolo di

quella riconoscenza che per un eccesso di bontà tu vuoi serbarmi,

ma sibbene in nome di quell’amicizia che ci lega da tanti anni.

«Latore della presente è il sig. Pomponio, marito di mia cugina

Allegra, che tu conosci, epperciò mio parente.

«È un uomo eccellente, una vera perla. Prima di partire per la

mia missione al Belgio, sono qui venuto per salutare Allegra, ed

ho ricevuto tante gentilezze, che per sdebitarmi, pensai di farne

cavaliere il marito.

«Il poverino non ha che questo desiderio, e mi raccomando a te mio

buon amico per questa bisogna, tu solo sei in grado di compiacermi,

e non dubito che ti porrai tosto in impegno.

«Questo buon cugino, è una pasta di zuccaro, e se gli dai la croce,

c’è in lui la stoffa da farne un fanatico.

«Occorre dunque trovare un merito ad ogni costo, e mi raccomando

a te, è affar tuo codesto, ne hai inventate tante per distribuir

croci, e sono certo che non risparmierai fatica per farmi piacere.

«Mi preme inoltre, che tu trattenga per qualche giorno questo caro

cugino... non ti dico altro.

«_Tuo affezionatissimo_

FELICE.»

Quand’ebbe terminato, il segretario alzò gli occhi su Pomponio, lo

fissò con un certo sorriso, indi accennandogli di sedere, sciamò:

— Dunque quel caro Felice è suo ospite?

— Sì signore, da qualche giorno.

— Peccato che lo perderemo per molto tempo.

— Peccato davvero.

— Capisco che ciò le farà dispiacere.

— Oh certo!

— Ed anche alla sua signora. Egli le fece si può dire da padre durante

la vedovanza.

— Oh, so tutto, rispose Pomponio ringalluzzito.

— A quanto mi dice suo cugino, riprese il segretario, guardandosi le

unghie, ella sarebbe uomo di grandi aspirazioni.

— È tanto buono quel Felice!

— Ha qualche professione lei?

— Nessuna.

— Qualche titolo?

— No! mormorò il buon uomo sospirando.

— Il suo aspetto mi promette bene.

— Oh, signore!

— Conta di fermarsi a Firenze?

— Appena sbrigati gli affari del cugino, parto.

— E quando ciò potrà essere?

— Spero domani.

— Senta, signor Pomponio... ho un progetto per lei, ma converrà

aspettar qualche giorno per saperne qualche cosa di deciso.

— Sono a sua disposizione.

— Non le nascondo che il sospendere la partenza le potrebbe giovare.

— Allora mi fermo, sclamò Pomponio con gioia.

— Benissimo, fra due giorni si lasci vedere al caffè di Parigi, verso

le sette di sera.

— Non dubiti, ci sarò.

Il segretario l’accompagnò fin sulla porta, e Pomponio se n’andò tutto

giulivo.

Apoteosi.

Quando io penso che tutti i giorni accadono di tali cose, mi vien

la pelle d’oca, e credo che il pessimismo dei celibi abbia qualche

fondamento.

Se volessi far tutto il mio dovere, non potrei dimenticare il cugino e

la moglie di Pomponio, ma più che la tema di esser tacciato di pigro,

la vince su me lo scrupolo della coscienza. Certe cose bisogna che il

lettore si sforzi a comprenderle per evitare a chi scrive la noia di

farsi delle violenze......

. . . . . . .

Io mi valgo ancora dell’eloquenza dei puntini, e mi limito a dire

che Dafni e Cloe, Castore e Polluce, Tirsi ed Amarilli, Paolo e

Virginia impallidiscono davanti a quell’idillio di Allegra e Felice;

combinazione di nomi!

Li abbandono alla loro felicità che trascorre rapida, e ritorno, a

Pomponio che lasciai ebbro di gioia per le vie di Firenze. La roba del

cugino era già tutta all’ordine, ma egli si tratteneva solo per sentire

la risposta del segretario.

Venne finalmente l’ora desiderata, e recatosi al caffè di Parigi

s’incontrò nel suo protettore che gli disse:

— Per ora nulla posso dirle, parta sicuro però, che non lo dimentico, e

consegni questa lettera al caro cugino coi miei saluti.

— Oh! qual onore, sclamò Pomponio.

— Dunque, buon viaggio, signore.

Pomponio intascò la preziosa lettera, fece una gran cappellata al

segretario, ed all’indomani col primo treno si mise in marcia per casa.

Arrivò felicemente, e dopo sfogati i saluti colla moglie, consegnò con

molta gravità la lettera al cugino.

Era un procaccino ammodo!

. . . . . . .

E qui tiro le fila del racconto, perchè ormai la stella di Pomponio

volge al suo massimo splendore.

Dalla lettera del segretario che qui trascrivo, ognuno può farsi

un’idea del resto.

«_Caro Felice_,

«È venuto da me il tuo Pomponio, ed ho fatto quanto di meglio per

compiacerti.

«Spero che sarai soddisfatto di me, e ciò mi valga la tua

riconoscenza; avrei potuto prolungare le tue ore d’ozio, ma mi

trattenne il pensiero che tu hai una grave missione da compiere.

«Tuo cugino è proprio un buon uomo; circa al farlo cavaliere, mi

adoprerò per quanto posso, prima di tutto per farti piacere, poi

perchè un uomo di quello stampo si merita proprio una distinzione.

«Tanti saluti per me alla tua cara cugina, _che ha ben meritato

dalla patria_, e lascia che nello stringerti la mano, e nel

complimentarti per la tua ventura, mi auguri di trovare io pure un

Pomponio che sia Pomponio come il tuo amabile cugino.»

Il cugino partì pel suo destino, e qualche mese dopo Pomponio fu per

decreto insignito dell’Ordine Equestre; siccome le fortune, come le

disgrazie, non vanno mai sole, così un bel giorno Allegra regalò un bel

maschiotto al marito.

Vi furono dei maligni che credettero di trovare nel neonato qualche

rassomiglianza col cugino Felice, tanto più che c’erano delle date che

combinavano stranamente.

Perfido mondo!

Dopo tutto, Pomponio era al colmo della felicità, e portava l’insegne

all’occhiello. Negatemi ora la forza dell’istinto, e dite se quella non

fu UNA CROCE MERITATA!

FINE DELLA CROCE MERITATA.

LEI, VOI E TU

Elegante camera da letto con alcova, a sinistra caminetto con

fuoco acceso. Una poltrona. A destra, porta che comunica cogli

appartamenti. Più in là una finestra. Una porta di mezzo con

vetriata che mette sul balcone. Tavolino da notte presso l’alcova,

con sopra un libriccino legato. Sedie, ecc.

SCENA I.

LUIGI (_Entra per la finestra con precauzione_) ...... Dieci e mezza!

— Sono venuto a tempo. Quel birbo di giardiniere non si stancava di

starsene fuori. — È una vera notte di gennaio; fa un freddo indiavolato

(_guarda verso gli altri appartamenti_).... La marchesa non tarderà

a venire, e qui bisogna studiare un modo per farsi vedere senza

spaventarla — mi nasconderò dietro ad una cortina, eppoi.... no, non

c’è grazia in questa trovata (_pensa_). Ah! eccola. — Le scriverò

un biglietto (_straccia un foglietto dal porta memorie e scrive col

lapis_)... posiamolo qui (_sul tavolino da notte_)... accanto a questo

libro (_apre il libro_). L’Aminta... ecco per esempio un libro che

è quasi una rivelazione!... Aminta, un povero diavolo d’innamorato

che perde il senno per una smorfiosa pastorella... ci sono dei segni

in questi versi. — Una donna che prediliga il Tasso dovrebbe essere

espansiva.

Diamo un’occhiata al campo. — Quando verrà la marchesa io sarò là sul

balcone. — Dio! mi vien freddo al solo pensarvi; gela del più buono. —

Questa porta mette nelle altre camere, e non c’è altra uscita. — Ecco

una camera onesta; anche la morale c’entra un poco nelle costruzioni...

ma intanto se si trattasse di scappare sarei fritto. — Viene

qualcuno... è lei! (_va sul balcone e chiude_).

SCENA II.

LA MARCHESA (_entra pensosa_). Io vorrei sapere chi sia quel saggio che

disse pel primo essere la donna una creatura debole! — Senza vantarmi,

ora che sono sola posso dirlo a me stessa, se quel tale si fosse

imbattuto in una donna quale io mi sono, avrebbe fatto eccezione. — Da

due anni che sono vedova, me la spasso liberamente e godo in vedere

questi _animali_ del sesso forte che si avvicendano a farmi proteste

d’amore senza che io prenda mai sul serio una parola (_si disadorna_).

Per me, a dirla vera, ci credo tanto agli uomini quanto agli spiriti...

E sì che fra i miei corteggiatori ve n’ha di quelli che si meritano

qualche riguardo; ma quando vengono ai soliti slanci sentimentali mi

prende gran voglia di ridere. — Già tutti usano le stesse frasi, e ciò

riesce sommamente ridicolo — tutti compagni.

Per esempio, sarà follia, se fossi capace di qualche debolezza,

sarei portata per quel signor Luigi.... signor Luigi!... che povero

titolo!... non un grado, non una distinzione; eppure, se voglio

esser sincera, quei suoi modi franchi ed eleganti, quell’aria sempre

gioviale, quel fare senza affettature, mi va a genio. — Eppoi è uomo

di molto spirito; il più brillante de’ miei conoscenti... eppure non

mi ha mai corteggiata. — Cioè, è innamorato di me, ma non mi fa quelle

smorfie, e non mi lascia tempo di ridere del suo amore, giacchè ne

ride egli prima.... Fa tutto contrario degli altri. Figuratevi, la

settimana scorsa lo invitai ad accompagnarmi al teatro — più di cento

avrebbero accettato con gioia, egli si rifiutò perchè aveva impegno

per una partita a scacchi colla zia. — Questa sera si festeggiò il mio

onomastico, ed io mi sono vendicata rifiutandomi di invitarlo. Dio,

com’era in collera! giurò persino che sarebbe venuto a mio dispetto, ma

gli mancò il coraggio. C’era ordine alla porta di non lasciarlo passare

(_vede il biglietto sul tavolino_). Che è ciò? (_legge_) «_Signora

Marchesa, voi mi chiudeste la porta di vostra casa, ed io passai per la

finestra. Sono sul balcone, ed aspetto i vostri ordini_.»

«LUIGI.»

(_Indignata_). Oh! quale arditezza! ma io chiamerò gente (_riflette_)

no, non va bene.... nascerebbe uno scandalo. Ah, signor Luigi, voi

siete sul balcone con questo gelo, eccovi punito, stateci tutta la

notte (_chiude col catenaccio_). Ora sono sicura. Cioè, non mi metto

certo in letto; leggerò qui accanto al fuoco, e domani lo troverò

gelato (_siede sulla poltrona_). La è però una crudeltà; poverino, fa

un freddo dannato.... ebbene, se ne vada per la strada che è venuto.

Ma ora che ci penso, di là non c’è mezzo a discendere, non vi è il

pergolato sotto. Dunque resti, per me ci penso punto, faccia il suo

comodo e buona notte (_pausa_). Infine che vuole? cos’è venuto a far

qui?... Mio Dio! mi prende rimorso; potrebbe morirsi pel freddo. — Per

carità, è meglio aprire, e farlo ridiscendere dalla finestra (_va verso

il balcone_), mi tremano le mani. Ah, prima chiudasi questa porta che

mette nelle stanze di mia cognata; potrebbero sentirlo (_chiude l’uscio

a destra, poi apre il balcone_). Signore! venga fuori, e se ne vada

per dove è venuto (_siede sulla poltrona voltando le spalle a Luigi che

entra_).

LUIGI (_entra lentamente, rinchiude la vetriata e resta indietro_).

MARCHESA (_senza voltarsi_). Dunque, signore, se ne va, oppure debbo

farlo accompagnare da’ miei servi?... non risponde nemmeno? ha forse la

lingua gelata?

LUIGI. Eh! ci manca poco.

MARCH. Si sbrighi, apra la finestra, e buona notte. Fortuna per lei che

non ha trovato una donna di cuor duro.

LUIGI. Ci aveva contato prima sul suo buon cuore.

MARCH. Non ascolto verbo, vada via.

LUIGI. Ma prima... mi permetta...

MARCH. Signore! Io mi meraviglio di lei. Che fosse ardito, lo sapeva,

ma sino a questo punto... (_sempre senza voltarsi_).

LUIGI. Per carità, marchesa, non si alteri, ne avrei troppo dolore. Lo

depongo qui sul tavolo?

MARCH. Che cosa?

Racconti umoristici, vol. 2/2 · 第 2 / 4 段