— È superfluo estendersi in descrizioni, la signorina in dis

A. G. CAGNA

RACCONTI UMORISTICI

UN SOLDO

UN’AVVENTURA GALANTE

UNA CROCE MERITATA

LEI VOI E TU

(Saggio di Dialogo)

Vol. II.

MILANO 1873

PRESSO =Carlo Barbini= EDITORE

Via Chiaravalle N. 9

Sotto la protezione della legge 25 giugno 1865 N. 2337,

essendosi adempito a quanto essa prescrive.

Tip. Ditta Wilmant.

UNA CROCE MERITATA

STORIA DI TUTTI I GIORNI.

SPROLOQUIO

_Fu detto l’istinto essere la legge dei bruti. — Per quanto riserbata

sia questa sentenza, e favorevole agli uomini, non cessa però di essere

più un complimento che una definizione._

_L’istinto, checchè se ne dica è una legge universale. È un torto

marcio che si fa alle bestie chiamando_ istinto _le loro naturali

tendenze, mentre per l’uomo si distinguono col nome di_ passioni _e_

manìe.

_Tutto è istinto nell’animale in genere; tutte le azioni, tutti i

perturbamenti entrano nel dominio di questo autocrate che guida le

nostre aspirazioni._

_L’istinto spinge l’uomo alla meta, con tanto ardore quanto ne è più

difficile l’impresa, e la storia di Pomponio che prendo a narrare, è un

esempio che parla molto in favore di quanto sopra._

Manifestazioni d’un genio!

Pomponio sin dalla prima giovinezza tradiva le sue ambiziose tendenze.

I suoi genitori erano abbastanza agiati da poter soddisfare a tutti

i capricci del ragazzo, il quale prendeva gran gusto nell’appendersi

medaglie sul petto, e decorarsi come un generale.

A quindici anni questa sua smania si fece tanto potente da creargli

un bisogno, quello d’avere una medaglia d’oro per fregiarsene

arbitrariamente.

I genitori invece d’allarmarsi per questa tendenza troppo spiccata, se

ne compiacquero invece, parendo ad essi che un giorno o l’altro per la

smania di distinguersi, il figlio si azzardasse ad imprese non comuni.

L’idea era buona, ma non si rimarcò che a Pomponio bastava avere una

medaglia senza crucciarsi tanto sui mezzi di procurarsela.

A venti anni l’istinto ambizioso di Pomponio prese un notevole

sviluppo, e tale da non bastargli più il facile acquisto di una

medaglia. Ormai egli aspirava a qualche cosa di più, e si diede con

tutta lena alla caccia di un titolo.

Entrò all’università per addottorarsi in leggi, ma dopo sciupato

qualche anno, si accorse di non avere gran vocazione per la

magistratura.

E sì, che, per bacco, a giudicare dal numero stragrande dei laureati

in leggi, non mi sembra tanto straordinario il riuscirvi. La è tanto

comoda cotesta strada che financo i ricchi la battono, tanto per poter

col titolo di avvocato far velo ai loro placidi ozii. Eppure Pomponio

non trovò il fatto suo, e rinunziò alle baraonde universitarie.

Passò un anno meditando sulla carriera che dovesse sciegliere, ma una

sera dopo di aver assistito in teatro al trionfo di una commedia nuova,

si accorse di avere una pronunciata tendenza per la drammatica.

Ruminò per qualche giorno su cotesta manifestazione spontanea del suo

genio, e fattosi convinto della realtà, si ritirò nelle sue camere per

meditare nel silenzio la scelta del soggetto di una produzione.

Ma sia che il suo talento mal potesse informarsi alle angustie della

scena, o che il suo orgoglio di scrittore lo rendesse incontentabile,

dopo quindici giorni non aveva ancor trovato il filo d’un soggetto

qualunque.

Si lanciò nel mondo per studiare qualche argomento della vita sociale;

frequentò le conversazioni, i balli, i teatri, percorse alberghi,

taverne e bettole, ma con poco frutto, e dopo qualche mese non aveva

ancora trovato il fatto suo.

— Una sera, passando per una via un po’ remota, in cerca

d’inspirazioni, gli ferì l’orecchio un rumore confuso di voci e suoni

indistinti, si fermò di botto, e comprese che poco lungi all’ultimo

piano di una casa si ballava.

La necessità dà coraggio. Entrò nel portone, vide lumi sulla scala,

e salì animoso guidato dal fracasso che ingrossava man mano. — Trovò

gente su l’uscio, e chiese di che si trattasse.

— Prometto mia figlia, rispose un vecchiotto dalla faccia allegra.

— Ah! una festa di nozze, credeva... cioè... tante grazie; e

s’incamminava via.

— Venga avanti signore, si accomodi, venga a ballare, siam gente alla

buona ma...

— Non conosco alcuno, mormorò Pomponio.

— E che importa? fra galantuomini non si fa complimenti, venga con me.

Sì dicendo il vecchio prese Pomponio a braccetto, e lo introdusse in

una stanza attigua a quella in cui si ballava.

C’era calca di gente, tutti parenti ed amici degli sposi.

L’allegria non mancava fra quella gente alla buona, si sentiva

un chiaccherio assordante. Il vino correva per le tavole, e buona

parte dei convitati erano già brilli. L’orchestra era composta di un

trombone, un flauto e due violini. Anche i suonatori parevano ubriachi,

strepitavano coi loro strumenti in un modo orribile.

Frattanto la folla si accalcava urtandosi, e nel bel mezzo della

stanza, fra un crocchio di danzatori furibondi che ballavano come

dannati, c’era la sposa, una ragazzona solida con spalle erculee.

Si ballava quella ridda in cui tutti si prendono per mano formando un

cerchio, entro cui si alternano a vicenda coppie danzanti con lazzi più

o meno leciti. Pomponio passando presso quel cerchio turbinoso, vi fu

travolto dentro, ed abbenchè di mala voglia si pose esso pure a dimenar

le gambe, tanto per secondare gli sbalzi dei due che lo tenevano per

mano.

Il giochetto durava già da una mezz’ora, senza che alcuno pensasse a

riposarsi.

I suonatori tiravano dritto che l’era un piacere, e la ridda teneva

saldo, animata da urli e sghignazzate. Pomponio era mezzo morto, le

chiome scomposte gli cadevano sul viso madido di sudore, pur tuttavia,

timido com’era non osava svincolarsi dalle strette dei danzatori.

Tratto tratto spiccava sbalzi che erano più tentativi che successi,

giacchè le sue gambe si ribellavano a quella fatica inusitata. Oh!

quanto costa studiare il mondo, pensava fra sè sospirando, e frattanto

volgeva gli occhi supplichevoli a quell’inesorabile trombone che

continuava intrepido, con l’aria di mai più finire.

Ad un tratto si udì un grido assordante: evviva la sposa! Questa

difatti compariva allora sul limitare della stanza ed in men che

dicesi fu anch’essa travolta nel cerchio dei danzatori. Tutti se la

baloccavano a vicenda, chi le dava un urtone chi se la premeva al

seno in modo da farla schiattare; ma per fortuna la sposa era una

tarchiatella di tempra ferrea che resisteva a tutto. Anzi pareva che la

vertigine del ballo le svilupasse la forza musculare. Urlava anch’essa

e saltellava come un capretto, e se non si trattasse di una donna,

direi che la pareva brilla.

Pomponio intanto ballava sempre ed era acconciato in un modo orribile,

quando per soprasello gli capitò di esser tratto in lizza dalla sposa

che gli aveva buttato le braccia al collo.

Si rassegnò al destino, lanciò uno sguardo disperato al trombone, e si

abbandonò nelle braccia di quella nerboruta ragazza, la quale abbenchè

assai di lui più piccola, lo baloccava come un ninnolo. La sposina

lo faceva saltare in un modo orribile, ora gli balzava al collo e

glielo scrollava da scavezzarlo, ora si aggrappava alle falde della

sua marsina, cagionandogli lacerazioni. Pomponio trafelante, spossato,

metteva fuori un metro di lingua, e schizzava gli occhi dall’orbite.

Inconscio di quel che si facesse, e squilibrato dai mulinelli che

gl’imponeva la ballerina, si lasciò cadere quasi morto nelle braccia

di lei. Ma ad un tratto si rivenne dal suo svenimento, mercè un

potentissimo calcio amministratogli per didietro da un fratello della

sposa.

Per un equivoco, si era creduto che Pomponio avesse baciato la

ragazza. Egli si volse come per andarsene via da quel vortice.

Inutile tentativo, tutti gli furono addosso gridando _dalli a questo

aristocratico_.

Fu per un miracolo che il padre della sposa riuscì a trarlo di là e

rimessogli in testa il cappello tutto sdruscito e pesto, lo accompagnò

sulla porta augurandogli la _felice notte_.

Poverino, era tutto a sbrendoli.

Eureka!

La scrivo di cuore questa parola che riassume la gioia di uno

scienziato al dileguarsi della nebbia che gli nascondeva un secreto.

— Pomponio, come Galileo, come Archimede, e tanti altri, ebbe

finalmente il suo buon momento.

Dopo la salva di percosse ricevute al ballo della sposa, il povero

giovane fu per alcuni giorni obbligato al letto per calmare le doglie,

e guarir le lividure.

Eppure, malgrado tutto, il povero Pomponio dal suo letto di dolore

non pensava che al soggetto della commedia, e cercava nella sua mente

qualche episodio della vita per trarne argomento.

Frattanto dopo pochi giorni di riposo fu in grado d’alzarsi e

passeggiare per la camera; consultò parecchi libri di novelle,

riepilogò tutti i romanzi che aveva letto, ma nulla valse allo scopo.

Un mattino stanco di starsene in casa si decise di uscirne per far

una passeggiatina. Discese le scale, e mentre stava per fare il primo

passo nella strada, il cane del portinaio gli fu addosso saltellando

giocondamente per esprimergli la sua allegrezza.

Pomponio a quella vista mandò un grido di gioia, abbracciò il cane,

baciollo teneramente poi risalì di volo le scale, entrò nella sua

camera, aperse un cassetto, e trattone un grosso scartafaccio di carta

bianca, vi scrisse in cima a caratteri grossi:

L’AMOR DELLE BESTIE

DRAMMA

Il soggetto era trovato!

La gestazione d’un dramma è sempre penosa, nondimeno Pomponio si adoprò

con tanto ardore che in un mese il lavoro era terminato.

— Parrà straordinario a taluni, ma la è così: un mese fu più che a

sufficienza pel neo-drammaturgo.

Lopez-Vega scriveva una commedia in ventiquattr’ore, e Pomponio che

aveva finalmente trovato il filo, potè in breve scrivere sul suo lavoro

la parola: _Fine_.

Osanna, il teatro italiano aveva un lavoro di più da aggiungere alla

già splendida corona. Veramente il titolo pare che presti poco soggetto

al dramma di Pomponio; e difatti si trattava di un solo episodio tirato

e trascinato per cinque atti, ma signori miei, la semplicità è una gran

cosa.

Dio fece il mondo con niente, dunque per poco che s’abbia si può fare

un dramma.

Il lavoro era bello e pronto, vi mancava solamente una compagnia

per recitarlo e Pomponio nella sua ingenuità credette cosa facile il

trovare un capocomico disposto in suo favore.

In paese c’erano due compagnie di commedianti, ed un bel mattino il

nostro giovane autore si prese sotto il braccio il suo dramma, ed andò

difilato a suonare il campanello in casa di uno dei direttori.

Una donna scarmigliata e brodolosa venne all’uscio chiedendo

ruvidamente!

— Chi cercate?

— Scusi, signora, mormorò Pomponio, abita il signor Capocomico Rinaldo?

— Sì.

— Ho bisogno di parlargli.

— Ripassi più tardi, non è ancora alzato, rispose la donna disponendosi

a chiudere.

— Perdono... madamigella, soggiunse tosto Pomponio, se anche fosse in

letto non fa nulla, due sole parole giacchè ho molta premura.

— Allora si degni di aspettare un momento.

La porta fu rinchiusa, e Pomponio se ne rimase sul pianerottolo, non

troppo edificato dell’accoglienza ricevuta.

Dopo dieci minuti d’aspetto, la porta venne riaperta, e la stessa

donna, collo stesso tono gli disse:

— Venga avanti.

La franchezza di Pomponio era già di molto scemata, e sentivasi in

cuore un certo turbamento che lo sconcertava.

Attraversò una stanzuccia tutta in disordine, entrò in quella da

letto, e fermandosi sulla soglia col cappello in mano, si rivolse al

commediante che stava ancora sotto le coltri, compose la faccia ad un

risolino molto imbarazzato e sclamò:

— Scusi signor Capocomico se...

— Niente, niente, rispose l’altro accennandogli di avanzarsi.

Pomponio arrischiò due passi, indi riprese con voce tremante:

— Mi perdoni la libertà, so che ella è tanto buono.

— Al fatto, favorisca di sbrigarsi chè non ho tempo da perdere.

— Eh capisco... studia sempre.

— Già, ma si faccia più vicino; ho un maledetto raffreddore che mi fa

sordo.

Pomponio fece altri due passi, ma era tutto convulsione, quando fu

proprio presso al letto riprese il filo.

— Dunque, signor Arcibaldo.

— Mi chiamo Rinaldo.

— Ah! è vero... ecco dunque; io ho scritto un dramma.

— Me ne rallegro.

— Grazie... vorrei vederlo rappresentato, epperciò lo portai a lei.

— Ih! Ih! sclamò Rinaldo tirandosi sugli occhi il berretto da notte:

bisogna vederlo questo lavoro, si fa tanto presto a scrivere un dramma!

Pomponio restò di stucco; il poverino aveva creduto che l’offerta di un

dramma facesse impressione sull’animo di un Capocomico, invece toccava

l’opposto. La poesia dell’arte che era già profondamente scossa per la

vista di quel primo attore scamiciato e sporco, entrò allora nella fase

del più atroce disinganno, il povero Pomponio se ne restò là impalato,

confuso, facendo girare fra le mani il suo scartafaccio senza trovar

parola di risposta. Infine, con un eroico sforzo disse:

— Volesse avere almeno la compiacenza di leggere questo lavoro.

— Va bene, mettetelo lì sul tavolo; se avrò tempo lo leggerò. Passate

poi per sentire il mio parere.

— Grazie. Quando verrò, domani?

— Che diavolo dite, credete forse ch’io abbia nulla da fare? Venite fra

una ventina di giorni.

— Sta bene, mormorò Pomponio tirando un sospiro, poscia se ne andò.

Il povero giovinotto aveva il cuore angosciato, ed era a poco per

piangere.

Egli non conosceva i commedianti che dal palco scenico, ed aveva quasi

creduto che costoro vestissero in casa la porpora e la corona.

La berretta del signor Rinaldo, ed il malarnese di quella donna,

avevano soffocato col loro strano contrasto le ingenue credenze del

giovane autore.

Trascorsero finalmente quindici giorni che parvero secoli, ed al

sedicesimo, Pomponio s’incamminò verso l’abituro del capocomico.

Battevano le 11 quando egli tirava la corda del campanello. La solita

donna colla solita toeletta venne ad aprirgli, e lo introdusse nella

stanza del signor Rinaldo che terminava allora di vestirsi.

— Buon giorno, signore.

— Oh! sei tu! giovinotto, vieni, vieni innanzi; sei passato per quel

tuo lavoro.

— Proprio, rispose Pomponio un po’ mortificato per quel tuono

confidenziale del comico.

— Terminai ieri di leggerlo, abbiamo tanto da fare. Figurati tengo

una cinquantina di commedie nuove sul mio tavolo, devo trovar tempo di

leggerle tutte.

— Ebbene, che le pare?

— Senti amico, io sono schietto. Per un primo lavoro non c’è malaccio,

ci sono delle cosettine discrete; ma tu sei all’oscuro dell’intrigo

scenico, ti manca la conoscenza dell’effetto, eppoi è lungo, troppo

lungo, troppe ripetizioni, e basterebbero due atti invece di cinque.

Tuttavia ti ripeto che hai disposizione, ma bisogna fare e far molto.

Pomponio che aveva il cuore pieno di speranze, fu a poco per cadere in

deliquio, e se non l’avesse trattenuto l’amor proprio si sarebbe messo

a piangere.

Il signor Rinaldo intanto si annodava la cravatta, inconscio delle

torture che infliggeva alla sua vittima, e non sentendo alcuna

risposta, proseguì a trinciar precetti.

— Bada a me, ragazzo, studia la scena, e ricordati che non basta

scarabocchiare della carta per scrivere un dramma. Studiando di

buona voglia per qualche anno, potrai far bene. Oh Dio! io non vorrei

scoraggiarti, ma ti dico di aver pazienza; scrissi anch’io qualche

lavoro e sebbene dell’arte, ho dovuto rassegnarmi camminando adagino,

finchè son venuto quello che son venuto.

Infine sai, noi abbiamo un po’ di _praticaccia_, abbiamo mano in pasta,

insomma, oh Dio! io me ne intendo. Ti parlo da padre.

— Dunque, sclamò Pomponio dovrò rifare il mio lavoro?

— No no, il soggetto è puerile, sa del collegiale; bisogna farne tanti

finchè si riesca... ed in così dire, gli consegnò lo scartafaccio, e lo

accommiatò.

Se Pomponio avesse avuto del coraggio, si sarebbe buttato giù dalle

scale per rompersi il collo; ma non era del suo carattere una simile

risoluzione. Prese il suo dramma sotto il braccio, e se ne andò a casa

mortificato, avvilito come un cane vagante. Giunto nella sua camera

gettò il dramma in un cantone, poi si mise a letto, perchè aveva la

febbre!

Poverino! egli credette sul serio alla cicalata del Capocomico, e non

s’accorse che il suo dramma nonchè leggerlo, colui non aveva neanche

slegato.

Un simil genere di critica può parer strano a prima vista, ma per poco

che si sappia delle consuetudini odierne, è facile comprendere che le

son cose di tutti i giorni.

Io ho più volte sentito dei giudizii così stracchi su certi lavori

da individui che passano per gente seria, ed alla fine ho dovuto

persuadermi che giudicavano a mosca cieca. C’è un mio amico, un bravo

ragazzo che non ha altro difetto, tranne quello di essere avvocato, il

quale si crede in obbligo di conoscer tutto, e se gli si domandasse

se ha letto i romanzi di Adamo, egli ti spiffera lì su due piedi un

giudizio con un coraggio da leone.

Passata la crisi, Pomponio ricuperò un po’ di coraggio, e pensando che

forse il signor Rinaldo era stato troppo severo, si gettò nel campo

delle ricerche. Il suo dramma passò per mano di cento Capocomici sempre

coll’istessa sorte, e quello sciagurato manoscritto viaggiò tutta

l’Italia senza trovare un’anima caritatevole che l’accogliesse.

Disperato allora il povero autore, ricorse alla più vile risorsa, a

quella di pagare.

I comici, sordi sempre alla voce dell’arte, hanno in cuore una corda

sensibilissima che si scuote, agita e freme al suono del danaro.

Pomponio, dunque mediante il pagamento anticipato di cento lire, trovò

la compagnia per far recitare il suo parto.

Passo di volo sulle prove che costarono parecchie cene all’autore, e mi

limito a dire che un bel giorno comparve sulle cantonate della città

nativa di Pomponio un gran manifesto che invitava il pubblico per la

rappresentazione del Dramma di un _concittadino_, col titolo

L’AMOR DELLE BESTIE.

Nemo propheta in patria.

Per tutta quella giornata il povero Pomponio ebbe la febbre

dell’impazienza. Il momento decisivo non era lontano, e tutto lasciava

sperare bene.

Chi mi sa dire l’onda di speranza che cullava la fantasia del povero

autore? egli era certo, certissimo dell’esito, e già sognava una

pioggia di fiori sul suo capo, e quel che è più, quella benedetta croce

tanto desiderata.

Un’ora prima di cominciare, il teatro era zeppo di spettatori.

La curiosità aveva attirato molti amici e conoscenti dell’autore, e

l’avidità di sentire era tanta che non si volle aspettare più oltre, ed

il pubblico proruppe in unanime applauso per invocare la sollecitudine.

Si alzò finalmente il sipario fra un’esclamazione generale, e la prima

parte del primo atto passò sotto silenzio. L’autore era convulso,

febbricitante e trottolava dietro le quinte come uno spiritato.

Il primo atto terminò con una grande risata del pubblico, e certo

quell’ilarità non era troppo a proposito, giacchè il dramma accennava

allora ad un assassinio.

Una metà del secondo atto passò pure inosservata, ma poco dopo alcuni

sbuffi d’impazienza che venivano dalla platea indicavano che il

pubblico non s’interessava gran fatto. Però verso la fine dell’atto

parve che risorgesse un fil di vita, giacchè s’udirono per la prima

volta alcuni fischi che scoppiarono in vari punti dell’uditorio.

La pazienza è virtù dei somari; vero è che bene spesso il pubblico

non ischerza in fatto di tolleranza, ma quando per avventura la noia

comincia ad assalirlo è impossibile evitare una burrasca. Domandatelo a

Pomponio che fu costretto di svignarsela a metà del terzo atto, e buon

per lui che se la cavò senza peggio.

Difatti il pubblico dopo di aver sopportato mezza la produzione,

non ebbe il coraggio di portar più a lungo la sua sofferenza, ed il

fischio che proruppe ad un certo punto fu così spontaneo, unanime,

ed arrabbiato, che si credette prudente calar la tela, e troncare la

rappresentazione.

Io non tenterò certo di salvare il povero Pomponio, me ne guardi il

cielo! Il suo dramma non era cosa sopportabile, e ne fa fede lo stesso

titolo, e l’origine della produzione.

Mi prenderò ben guardia di raccontarvi l’argomento per non addossarmi

le ire della gente.

Basti sapere che il povero Pomponio invece di trionfo e croce, si ebbe

un’apoteosi di fischiate da togliergli la malinconia di scrivere per il

teatro.

Non è dunque sì facile diventar cavaliere? A sentir taluni basta

un raglio d’asino per procurarsi una croce. Alla malora dunque i

maldicenti, poichè infine noi vediamo quanto malagevole sia guadagnarsi

questa distinzione. Nossignori non basta esser ciuco per giungere

a tanto, e se anche così fosse, che prova? La parte dell’asino è

difficile a sostenersi; s’interroghi Lucio Apulejo e si vedrà che farla

da somaro, è spesso più arduo che non si pensi.

Nè va pure obliato l’asino di messer Domenico Guerrazzi, che se tutti

i cavalieri avessero un briciolo appena del senno di quell’arguto

somarello, l’umanità potrebbe andarne lieta.

Per me lo confesso, quando leggo l’orazione funebre che il Casti fa

recitare all’asino, penso che se tutti i discorsi di circostanza

fossero come quello, sarebbe meno penosa la situazione degli

ascoltatori.

Insomma anche farla da asino non è agevol cosa, e trovo che si abusa

troppo di questo epiteto applicandolo agli imbecilli.

La catastrofe toccata a Pomponio fu tale, da levargli la mania del

teatro, ma non valse a reprimere quella benedetta voglia di diventar

cavaliere.

La sola sua costanza si meritava la croce, ma sfortunatamente la

fermezza di proposito non è più una virtù in questo secolo del

progresso in cui tutto cammina fra le sfumature bizzare d’una varietà

senza fine.

Dopo alcuni giorni, smessa la vergogna, il povero drammaturgo si

azzardò ad uscire, ma correva a testa bassa come se fosse passato sotto

le forche caudine.

La più gran bestialità al giorno d’oggi si è quella di ricredersi di un

errore e confessarlo, oggimai ci vuol disinvoltura, e se tutti quelli

che fecero fiasco curvassero le spalle sotto il peso della vergogna, il

mondo andrebbe tutto a capo chino.

Se lo potessi vorrei tessere tutta intera la storia dell’infaticabile

ardore posto in opera da Pomponio per ottenere l’ambita croce; ma

tralascio, perchè il lettore assiste pur troppo giornalmente alle

fatiche d’Ercole, di tante nullità che si arrampicano in mille guise

per poggiare in alto. Dirò solo che il nostro eroe nulla lasciò

d’intentato, e che si fece perfino nominare capitano della guardia

nazionale.

Il fatto è che a ventotto anni Pomponio si chiamava semplicemente

signor Pomponio.

Il desiderio passò quasi allo stato di manìa, il poverino dimagrava a

vista d’occhio ed una profonda malinconia lo assalì sì fortemente, che

suo padre d’accordo col medico lo consigliò a viaggiare l’Italia per

distrazione.

Pomponio si arrese, ed un mattino partì per alla volta di Firenze,

ove contava di fermarsi un mese, e poi recarsi a Napoli per passarvi

l’inverno.

La forza del Destino.

Quando io penso ai casi fortuiti della vita, alle strane

sconfigurazioni dell’azzardo, non so più negare l’influenza del

destino.

Si ha bel dire, tutto è caso, ma signori miei, chiamate caso la

predestinazione e noi saremo d’accordo.

Si vedono delle cose sorprendenti, accadono nella vita certe

mistificazioni che sembrano il risultato d’una tendenza prestabilita.

Per me il caso è più maraviglioso delle leggi che regolano il mondo

anzi appunto perchè desso è l’antitesi della legge, la negazione

dell’ordine naturale, io lo trovo prodigioso.

Il caso che fece fare ad Apelle la spuma colla spugna, e che rivelò a

Galileo la teoria dell’isocronismo del pendolo, ha qualche cosa di sì

straordinario, che mi stordisce. — Ma torniamo a Pomponio.

Le meraviglie artistiche di Firenze, il delizioso clima, ed il cielo

sorridente valsero ben poco a lenire le sofferenze di quell’infelice

che già da qualche giorno vagolava per quelle vie terribilmente

annoiato.

Aveva colà uno zio, ma tanta era la sua apatia che non si curò neanche

di cercarlo.

Verso il tramonto di una bella giornata, Pomponio passeggiava

sbadatamente in Lungarno, quando girando gli occhi sui balconi di un

elegante palazzina incontrò lo sguardo di una bella signora che stava

godendosi lo spettacolo della passeggiata.

— È superfluo estendersi in descrizioni, la signorina in discorso

era di una rara bellezza ed aveva un paio d’occhi da ammaliare mezzo

mondo. Mi affretto a dichiarare che Pomponio era un discreto giovinotto

elegantemente vestito. — Arrogi quel suo pallore che lo rendeva molto

interessante, talchè la signorina del balcone, arrestò per qualche

tempo lo sguardo sopra di lui. Egli se ne accorse e fu assalito da

tanta confusione, che arrossì fin nel bianco degli occhi, ed il suo

cuore palpitò fortemente.

Il nostro giovinotto, rapito, entusiasmato da quello sguardo di fuoco,

stette a guardare la signora finchè la convenienza lo permetteva,

indi, sebbene a malincuore proseguì la sua strada volgendosi di tratto

in tratto all’indietro. Camminando in quella guisa colla testa quasi

sempre rivolta, non s’avvide di un signore dal grosso ventre che veniva

verso di lui con aria molto preoccupata.

Entrambi si urtarono, e con tanta violenza che il cappello di Pomponio

rotolò a molti passi lontano.

— Perdono, mormorò egli correndo dietro al suo cilindro.

— Diamine, badi ove manda le gambe! brontolò il grasso signore,

ma appena il giovane rialzò la testa, il panciuto mandò una grande

esclamazione.

— Pomponio, tu qui?

— Zio, siete voi!

— Oh lascia che t’abbracci, e sì dicendo lo zio senza curarsi di essere

sulla pubblica strada, saltò al collo del nipote, che rimase alquanto

confuso per quella eccessiva tenerezza.

— Come, birbo! tu sei a Firenze, ed io ne sapeva niente? — Oh Dio....

buono!

— Perdonatemi zio, aveva perduto l’indirizzo.

— E ci sei venuto senza accorgertene.

— Come?

— Io abito in quella palazzina.

— Là dove c’è quella signora?

— Precisamente, siamo vicini e buoni amici.

— Ah zio, conducetemi in casa vostra.

— Andiamo. E zio e nipote prendendosi a braccetto, rifecero la strada,

ed entrarono nel portone non senza che però Pomponio lanciasse uno

sguardo di soddisfazione alla bella signora, che era stata testimonio

della scena.

— Passo di volo su taluni incidenti di nessun rimarco. È facile

d’altronde supporre l’argomento della conversazione fra zio e nipote.

Pomponio dopo fatto l’elogio all’appartamento si avanzò timidamente

sul balcone, e trovossi a pochi metri distante dalla signora che aveva

tanto ammirato.

Arrossì a quella vista, e lo zio che era uomo di mondo, non durò fatica

a comprendere.

— Bella signora, n’è vero?

— Oh molto! rispose Pomponio.

— Se ti fermi farai la sua conoscenza... è tanto amabile; in così dire

lo zio fece un grand’inchino alla signora.

Pomponio per secondarlo, si scopri il capo, ma lasciò cadere il

cappello sulla strada.

— Ohè! sclamò lo zio, mio caro, patisci forse di nervi? poco fa mancò

poco che tu mi facessi stramazzare, ora butti il cappello giù dal

verone.

— Perdonate zio, la distrazione...

La signora intanto erasi ritirata, forse per uno sfogo d’ilarità.

Comunque fosse, è innegabile che Pomponio per un primo incontro aveva

già guadagnato terreno.

Se io volessi dir tutto per filo e per segno non la finirei più, ma non

essendo di quei cotali che scrivono a un tanto per pagina, così evito

amplificazioni inutili.

A che scopo narrare tutte le vicende per le quali il povero Pomponio

restò vittima inconsolabile di un amore ardentissimo? L’anima sua aveva

finalmente trovato la gemella; non più solitudine, sospironi sparati

al vento, non più malinconie, ma strette di mano espressive, sguardi di

fuoco, urti di ginocchio, pestate di piedi... con quel che segue.

Non occorre dirlo, l’oggetto di Pomponio era la signora del balcone,

la vezzosa vedovella per la quale aveva fiaccato il ventre dello zio e

buttato il cappello sulla strada.

Si chiamava Allegra, aveva ventisette anni, una bella faccia, due

grand’occhi bruni, una taglia provocante, un piedino d’angelo, una dote

di cinquantamila lire, ed una gran voglia di rimaritarsi.

Cospettone! con tanta roba in vetrina non mancano avventori; ed

Allegra ne aveva molti, e fra questi un cugino alquanto attempato, ma

personaggio importante influentissimo nei circoli diplomatici.

A questo punto mi tocca far violenza alla mia verecondia per vincerla

su certi scrupoli che mi inceppano la penna; già si sa che la coscienza

non deve far pressione sull’animo dello scrittore, ma io poveraccio non

ho ancora quel coraggio civile che è necessario in questi casi.

Mi dà una gran pena questo dover ad ogni tratto sollevare il velo di

qualche mistero, ma mio Dio! quelle buon’anime di lettori sono così

curiosi! Tant’è, prima dello scrittore il mondo ha già menato la

lingua; prima della maldicenza scritta c’è la maldicenza parlata che

vola sommessamente di bocca in bocca, ed alla fine scoppia come il

colpo di cannone di Don Basilio.

Questa volta però non si tratta di calunnia, ma sibbene d’un fatto che

se non si può giurare, si può per altro credere.

La _buona gente_ di Firenze aveva già scagliato la pietra sulla

vedovella che si lasciava troppo proteggere dall’influente cugino. Si

diceva che costui dalla morte del marito aveva spiegato un’assiduità

rimarchevole colla moglie. Furono veduti parecchie volte a spasso nei

dintorni della città, fuori di porta, ed infine una cameriera di madama

avrebbe confidato al suo damo che il cugino aveva libero accesso nella

stanza da letto della signora.

Ci credete voi signori?

Questo scellerato mondo è tanto perfido, che davvero non so come

regolarmi, quando lo sento mormorare.

Notisi inoltre che se la vedova si lasciava consolare, era nel suo

pieno diritto di farlo. Oh che! perchè il marito muore, dovrà la

consorte vestire il lutto eterno? dovrà essa legare la sua gioventù e

sacrificarla alle magre reminiscenze di un passato che è passato? No

certo. Si piange per un anno, qualche visita al cimitero colla serva,

e forti sospiramenti quando si parla del defunto; intanto la vedova

ingrassa, e poco dopo passata la furia del dolore di circostanza, si

riaprono le sale agli amici del defunto marito, i quali si credono

tutti in diritto di dar dei consigli alla vedova.

Oh! l’amicizia. Gli scettici la dicono una parola vana, ed è ancor poco

se non la chiamano addirittura un’ipocrisia.

Consolare gli afflitti è uno dei doveri del buon cristiano, ed in fede

mia, non saprei trovare opera più generosa e piacevole di quella di

asciugare le lagrime ad una giovane vedovella.

Ma andate mo’ a far sfoggio di questi buoni sentimenti, vi rideranno

sul muso. Mi ricordo d’aver visto i funerali di un povero marito

accompagnato da un corteo di pietosi amici tutti in lagrime, e ricordo

ancora che mi sentii profondamente commosso. Uno poi fra gli altri

tanti che accompagnavano il feretro, aveva un’aria così addolorata

che era una pietà il vederlo. Ebbene, mentre me ne stava pensoso ad

osservare, sentii dietro di me il seguente dialogo:

— Veh! il signor B.... che aria afflitta.

— Ah! che ridicolo!

— Che impostore. Figurati che colui fa una corte spietata alla vedova;

è l’ombra del suo corpo, e giurerei che presto farà le veci del

defunto.

È una birbonata, non è vero? — eppure se io non fossi più che

ottimista, ora, dopo passato qualche tempo, sarei tentato di credere

che quel briccone avesse ragione.

La signora Allegra, dunque versò le sue lagrime d’obbligo sulla memoria

del marito, gli pose in Camposanto una lapide col solito epitaffio: _la

vedova inconsolabile e desolata vivrà nel lutto eterno..._ con quel che

segue, eppoi fece come fanno tutte le altre.

Cercò di distrarsi, e ridiventò civetta, voglio dire una dama del bel

mondo.

Tutto passa quaggiù, tutto finisce in questo basso mondo, e la

vedovella riprese ben tosto le sue abitudini, anzi ne contrasse delle

altre, frutto del suo stato libero.

Non ci mancava la _réclame_ sulla sua disponibilità; la signora Allegra

andava sempre vestita a lutto, ma la gente che mormora trovava in

quelle gramaglie più un richiamo che non l’espressione di un dolore.

Fin qui io sto col mondo, giacchè il lutto delle signore mi fa sempre

l’effetto della quarta pagina d’un giornale.

È facile immaginare che Pomponio fissò la sua dimora in casa dello

zio. L’amore aveva operato un vero prodigio, e dopo pochi giorni

l’ipocondriaco giovinotto non era più riconoscibile.

— Passava tutta la giornata alla finestra per spiare le mosse della

vedova, e quando lo zio gli disse che l’avrebbe presentato a quella

signora non seppe trattenersi di dare un calcio alla cagnolina per

sfogare la gran gioia. A quella vista lo zio si persuase che la cosa

era urgente, e temendo che quegli slanci di allegrezza degenerassero

in manìa, lo prese per il braccio, e trascinollo subito in casa della

signora.

Il primo colloquio, e le relative cerimonie di presentazione sono

sempre cose noiose, e non vale la pena di descriverle. Per altra parte

poi nulla vi avvenne d’importante, se si eccettua un po’ di batticuore

di Pomponio, e qualche grulleria scivolatagli dal labbro. Passo sulla

seconda visita, sulla terza, e su varie altre, e salto addirittura a

quindici giorni dopo l’arrivo di Pomponio a Firenze, vale a dire alla

quattordicesima visita che egli fece alla vedova.

Oh! l’amore! vengano gli scettici a negarlo, vengano a dirmi che

questa corrente elettrica è un sogno dei poeti. Pomponio ed Allegra in

quindici giorni erano ubbriachi fradici d’amore.

Sarei quasi tentato di spifferarvi la storia di quell’affetto nato

così rapidamente; ciò mi fornirebbe occasione per sfoggiare le mie

cognizioni in materia, ma siccome parmi già di sentire gli sbuffi

impazienti del lettore, volo... vale a dire, salto altri quindici

giorni e mi porto verso il tramonto di quel purissimo amore.

Dissi purissimo, e ciò sembrerà strano, giacchè la purità delle

vedovelle si può sempre discutere, tuttavia qui l’espressione fa al

caso.

Pomponio non era per nulla uno scapestrato, un altro al suo posto

avrebbe finito dove finiscono sempre siffatti intrighi, ma egli tenne

duro. I mediocri d’intelligenza sono spesso i più onesti. Ne volete

una prova? Pochi giorni dopo il suo arrivo a Firenze egli scrisse alla

famiglia dicendo che desiderava ammogliarsi, e chiedeva un consiglio al

padre.

Quel buon uomo non desiderava di meglio, ed a volta di corriere rispose

al figlio che egli era soddisfattissimo; anzi lo pregava a sollecitare

le nozze.

Questa lettera fruttò un bacio a Pomponio. Fu il primo, ve lo posso

giurare, giacchè la vedovella seppe sempre tenerlo alla dovuta

distanza; ma quando vide la lettera del papà si commosse, pianse, ed

abbracciando il suo Pomponio lo baciò teneramente in fronte.

Ah! le vedove sanno ottimamente l’_Arte d’amare_. Il primo matrimonio

è per esse una scuola di perfezionamento, e quando hanno perduto il

marito diventano insuperabili negli artifizi amorosi.

Un bacio dato a tempo ne vale cento dati alla rinfusa, come costumano

certi innamorati allorchè la buona stella li mette in colloquio intimo.

Evvivano dunque le vedove che sanno farsi desiderare. Mi viene però

alla memoria una certa sentenza in versi, che dice:

Oh tu che hai scorse tante dotte carte:

Qual’è l’arte d’amar? — L’amar senz’arte.

Questa laconica risposta tornerebbe tutta a favore degl’ingenui, dunque

come sempre avviene c’è ragione per ambe le parti, epperciò mentre

ammiro il bacio unico e speculativo delle vedove, batto le mani ai

mille che si danno i giovani amanti; e che Dio gliela mandi buona!

L’amore non si discute, o si sente, o non si comprende, e Pomponio che

lo sentiva molto fortemente, non indugiò gran fatto ad assecondare il

desiderio del padre.

Senza tanti arzigogoli, saltiamo ancora un mesetto, e gli sponsali sono

fatti.....

. . . . . . .

Qui lascio una lunga fila di puntini che danno fede della mia

verecondia nel non voler sollevare il velo di una soavissima luna di

miele.

Il sole entra in Capricorno.

«Datemi un punto d’appoggio, ed io vi metto sossopra il mondo» — Così

disse il matematico di Siracusa; ma niuno meglio di lui sapeva di

domandar l’impossibile.

Ormai si sa per lunga esperienza che tutto ubbidisce a certe leggi

inalterabili della natura. Chi nasce cavolo non morrà garofano; e le

tendenze degli uomini per far che si faccia non si ponno violare.

Non mi si venga fuori coll’onnipotenza dell’educazione, giacchè per

conto mio domanderei l’abolizione del vocabolo onnipotenza il quale

esprime una cosa che non esiste.

È provato che Dio stesso non può essere onnipotente perchè non saprebbe

fare un circolo quadrato, dunque restiamo d’accordo che le tendenze

insite nell’uomo sono immutabili. Anche la luna di miele subisce come

tutte le altre le sue fasi di decrescenza, colla sola diversità che

quando è tramontata non ritorna più mai sull’orizzonte. Luna fatale!

Il suo splendore durò poco per Pomponio, che dopo qualche mese cominciò

ad abituarsi alla felicità, e poscia se l’ebbe di peso.

La vedovella avea dei piccoli grilli, le piaceva d’esser corteggiata,

voleva feste, teatri, balli e con che cuore poteva Pomponio presentarsi

in pubblico, senza essere nemmeno cavaliere! Ecco il tarlo che rose le

sue gioie coniugali.

L’amore aveva assopito solo per poco lo stimolo dell’ambizione, ma

passato il fuoco dell’entusiasmo per la moglie, Pomponio ricadde nella

sua cupa malinconia.

Con grandissimo rammarico leggeva giornalmente quel foglio malvaceo

che è la _Gazzetta Ufficiale_, e ad ogni nuovo cavaliere annunziato il

poverino si sentiva come stretto al cuore.

Oh la croce, egli la voleva, la sognava, e frattanto la sua dolce metà

gli ne faceva portare una e ben grossa.

Debbo dirlo perchè si disse, ma io dichiaro come al solito che non

credo alle ciarle del mondo. La vedovella convinta d’aver sposato un

baggèo, pensò tosto a darsi buon tempo. I sogni ambiziosi del marito

le davano agio a fare ciò che le piaceva, e siccome le piaceva un

ufficiale di cavalleria, si lasciò spesso accompagnare da costui al

teatro, al caffè, e si disse perfino d’averli veduti in una strada di

campagna....

Siamo d’accordo che cotesta è un’altra infamia del mondo che vitupera

l’innocenza, ma prima di condannare addirittura il mondo, è bene

riflettere come talvolta egli non abbia tutta la colpa de’ suoi errori.

La mia nonna, buon’anima, mi diceva:

— Figlio mio, la maldicenza è come un lago, se tu vedi il tranquillo

specchio che si turba, è segno che vi è caduto dentro il sassolino. Al

fondo di tutte le dicerie, c’è sempre un po’ di vero.»

Non voglio certo disconoscere i savii ammaestramenti di quella buona

vecchia, ed ogni qualvolta sento il mondo che mormora, mi rammento

sempre la storia del sassolino.

Insomma pigliatela come si trova; se è vero che l’ufficiale se

la spassasse romanticamente con Allegra, ci avrà trovato la sua

convenienza. In questi casi è prudente sposare la gran massima che

dice: le colpe della moglie sono colpe del marito. Tiro innanzi.

Lo sventurato Pomponio struggevasi per ambizione, e dopo appena sei

mesi di matrimonio non era più riconoscibile; era sempre preoccupato,

distratto, come un banchiere alla vigilia del fallimento. La gente

pensava che ei la facesse da uom di spirito, e taluni vedendo che la

sua fronte andava facendosi più ampia per lo sfrondarsi dei capelli,

osservavano malignamente com’egli covasse qualche protuberanza al

cranio.

Ma la provvidenza è grande, e non tardò a sorridere a Pomponio

prendendolo sotto le sue pietose ali.

Se vi ricordate, quando la moglie di Pomponio era vedova (Dio che giro

di parole!) godeva la protezione di un cugino alto-locato. Costui ebbe

una parte attivissima in quel matrimonio, aveva fatto dei grandi regali

alla sposa, e quando ella stava per lasciar Firenze ei chiese licenza

al marito di darle un bacio.

Era una cosa innocentissima, e se vogliamo anche un onore per Pomponio.

D’allora in poi Allegra mantenne sempre un discreto carteggio col

cugino di Firenze, ed un giorno ricevette da lui una lettera in cui

le notificava la sua nomina ufficiale ad un consolato estero. Inoltre

per _post-scriptum_ eravi che appena sbrigati alcuni affari, egli

passerebbe a salutarla prima d’abbandonar l’Italia.

Allegra comunicò la lieta novella a Pomponio, il quale sentì slargarsi

il cuore per la gioia. È facile comprendere che un barlume di speranza

era riapparso nell’animo suo, facendo egli gran calcolo sull’influenza

del cugino diplomatico.

Una sera stando chiuso nella camera da letto e mentre la moglie già si

spogliava, Pomponio prese a dire:

— Senti Allegra. Se viene il cugino bisognerà pensare a dargli un

conveniente alloggio.

— Certo.

— Non si canzona mica un personaggio così.

— Oh, disse la moglie, non pigliarti tanti fastidi, già lo sai, egli è

fatto alla buona.

— Tutto va bene, ma bisogna fargli l’onore che si merita. Si fermerà

molto?

— Chissà! Secondo l’urgenza, può darsi anche che non si fermi più di un

giorno.

— Ne sarei dolentissimo.

— Ed io pure, è tanto tempo che non lo vediamo!

— Tanto più, mormorò Pomponio, tanto più che aveva un certo progetto in

mente...

— Che progetto?

— Oh Dio, un’inezia, massimamente se tu t’impegni in mio favore.

— Puoi dubitarne! Di’ pure.

— Già lo sai, Allegra mia, io sono piuttosto ambizioso.... tutto per

te; mi piacerebbe farti fare bella mostra nel mondo. Non già che io ci

tenga gran fatto a corte cose, sono minuzie, tuttavia non si può negare

che un titolo fa sempre qualche effetto in società.

— Ma spiegati meglio, sclamò Allegra piantando due occhioni addosso al

marito.

— Ecco... cioè, il cugino è molto influente al ministero, e se mercè il

suo intervento potessi guadagnarmi una croce...

— Ah! vorresti esser cavaliere!

— Ecco, rispose Pomponio, ed arrossì fin sulla punta del naso a tal

segno che la moglie se non rise fu perchè ebbe pietà di quella miseria.

— Per farti cavaliere occorre un titolo.

— Qual titolo migliore esser suo cugino!

Allegra si fece alquanto seria, e stette fissando di sottocchi il

marito che appunto allora si aggiustava la berretta da notte. Aveva una

figura stolida, messa assai bene in rilievo da una tinta di timidezza

che apparivagli ogni qualvolta si trovava in colloquio intimo colla

moglie...

— Dunque Allegra mia, hai pensato?

— La signora aggrottò le ciglia, guardò il marito con un’aria di

superiorità quasi sprezzante, e rispose seccamente con una sola parola

che poteva essere una rivelazione.

— Vedremo! — Io spero che non ti dirà di no... ti vuol tanto bene.

— Se dipenderà solamente da lui.

— Basta che ei lo voglia, è un affar fatto. La danno a tanti la croce e

si può ben compiacere un cugino. È da qualche tempo che ho quest’idea,

ma tu mia cara mi tieni in gran soggezione. Infine se sono ambiziosetto

è per te sola, capisci che se io sarò cavaliere tu diventi _donna_...

— D’altri, mormorò Allegra fra i denti voltando le spalle al marito che

poco dopo si addormentò sognando la realtà delle sue speranze.

Dopo tanto, sfido io il lettore se avrà cuore ancora di scagliar

la pietra su quella povera donna. È vano sofisticare sui doveri del

matrimonio quando trattasi d’avere alla cintola un marito di quella

fatta. Io sono sincero, e dico francamente che in simili casi come

in tanti altri metto le infedeltà coniugali nella schiera dei più

sacrosanti doveri.

Ognuno ha quello che si merita, ci vuole una testa apposta perchè vi

possano germinar le corna; e qui mi arresto con un’altra osservazione.

Le corna non mi sembrano troppo a proposito per raffigurare la

posizione sociale di certi mariti.

Oh perchè non mettervi invece delle corna le orecchie? Starebbero assai

più acconcie. Narra la favola che Atteone per aver veduto Diana al

bagno fu dannato a portar sulle cervice il blasone dei cervi... sin qui

sta bene, ma qui non ci trovo relazione col becco dei mariti. Atteone

s’ebbe le corna in pena d’aver visto, mentre i mariti le hanno appunto

perchè non ci vedono niente. Cito il fatto puro e semplice, ma per

conto mio me ne lavo le mani, e poichè ci vogliono le corna, prendo il

mondo co’ suoi usi, e tiro dritto.

— Mi preme unicamente di stabilire che madonna Allegra era quasi in

diritto, per non dire in dovere, di seminare sul capo del marito quei

nobili fregi. Veniamo al punto, cioè al giorno in cui doveva arrivare

il cugino. La fu una vera baraonda in casa di Pomponio, si trattava di

assegnare una camera degna dell’ospite, ed infine dopo discussi cento

progetti, Pomponio aderì a quello della moglie che volle il cugino in

una camera prossima alla sua.

La dabbenaggine alla prova.

Il cugino fu d’una esattezza diplomatica, ed arrivò proprio col

convoglio fissato.

Pomponio e la moglie erano ad aspettarlo, nè qui è caso di rimestare

tutte le galanterie del ricevimento.

Due righe per il ritratto del nuovo personaggio.

Era oltre la quarantina, ma pareva assai più giovane. Portamento franco

e spigliato proprio delle persone avvezze al vivere del gran mondo. Una

figura discreta, occhio penetrante; era insomma un bel uomo degno al

tutto di far capo ad una legazione.

Pomponio lo pressava lo stringeva fra mille gentilezze, e quando seppe

che il cugino si fermava qualche giorno in casa sua, non ebbe più

limite alla gioia.

Dopo cena il cugino si dichiarò stanco, e chiese di ritirarsi; Pomponio

lo accompagnò nella sua camera, e ritornando poscia alla moglie le

rinnovò la solita raccomandazione.

All’indomani il cugino non aveva ancora aperto gli occhi che si vide

parato innanzi Pomponio inchinevole e sorridente; a pranzo poi il

nostro diplomatico doveva schermirsi in mille modi per non fare delle

indigestioni. Era insomma una specie di tirannia esercitata a furia di

gentilezze, ma il cugino ne aveva a macca delle cortesie del marito,

tanto più che costui lo perseguitava siffattamente che non ci era

mezzo di abboccarsi da solo colla cugina. Si sa, i parenti hanno sempre

alcuna cosa a dirsi.

Allegra, vedendo che un tale stato di cose non poteva più oltre durare,

e pressata sempre dal marito per l’affare della croce, gli rispose un

giorno:

— Capirai, caro mio, che fino a quando tu starai ai fianchi del cugino,

non potrò mai aprir bocca. Non sono queste cose che si possano dire su

due piedi; lasciaci in libertà per qualche ora, e parlerò per te.

Pomponio non domandava di meglio, ed una sera, manifestando desiderio

d’andare al teatro, lasciò la felicenotte alla moglie ed al cugino e se

n’andò....

. . . . . . .

Lasciate o benevoli lettori, lasciate che io segni con tanti verecondi

puntini il colloquio intimo dei due cugini; se così non facessi verrei

tacciato di lesa morale.

Siamo in epoca rigeneratrice, tutti caricano la croce al povero

scrittore che per essere verosimile trovasi bene spesso costretto

a rivelare certe verità disgustose. Mio Dio! il vero non s’inventa,

epperò bisogna adattarsi e pigliarlo dov’è.

Infine vogliasi o no, tutto concorre al grande scopo umanitario e

riformatore, ed anche l’umile scrittore colla sua pietruzza qualunque

sia, porta il tributo all’immenso edifizio sociale.

È curiosa però cotesta sete di morale che invade il nostro secolo

cadente, si direbbe che tende a purificarsi delle magagne riportate in

giovinezza. Ma ohimè! anche il concetto della morale che si sente oggi

è puramente una smania della moda, e più spesso la cuccagna di tanti

filosofi moralisti ad un tanto per pagina.

Oh perchè, signori miei, si pretende che lo scrittore pel primo entri

nella palestra per infarinarsi di un trascendentalismo sociale che

esiste nelle idee, ma non nel fatto?

La morale sarà buona se vera, ma finchè le generazioni proseguiranno

per questa via di lubriche costumanze, la parola dello scrittore sarà

buttata al vento.

È la moda! Giacchè la virtù va via sloggiando dalle nostre case

giacchè la corruzione entra per tutte le fessure, si pretende che il

senso morale resti almeno sui libri come se si volesse ingannare la

posterità.

Di questo passo la letteratura non sarà altro che un museo destinato

a custodire una collezione di ipocrisie che non sono per nulla

l’espressione dei nostri tempi.

La missione della letteratura non è tale; ella è di ritrarre e

correggere, non di simulare e mentire. Si pratichi la morale, si

facciano le buone azioni, ed allora lo scrittore avrà soggetti d’onestà

da studiare sul vero.

I libri d’un secolo sono lo specchio de’ suoi costumi......

Intanto, i puntini mi hanno fornito una digressione che m’ha tutta

l’aria di una predica, ma se a caso la pigliaste sul serio vi dirò per

scarico di coscienza: Fate quel che dico... non quel che faccio.

Racconti umoristici, vol. 2/2 · 第 1 / 4 段