in fatto di lingua e di letteratura avviene in Grecia sotto i nostri
occhi. I discendenti di Temistocle e di Aristide, ridonati dopo lunga
servitù a libera vita, vogliono attestare colla lingua e colle lettere
la loro discendenza; e noi assistiamo attoniti ad un tentativo, che
non possiamo dir sano, di sopprimere una lingua viva e vivace, che ha
la sua ragione di essere nella storia dieci volte secolare del popolo
che la parla, per sostituirvi artificialmente la lingua di Demostene e
di Senofonte, parole, forme e costrutti morti e seppelliti da migliaia
di anni. Ebbene, in altri tempi noi abbiamo accarezzata una utopia
analoga, in forma, se si vuole, senza confronto più grandiosa, più
artistica, più bella; ma per diversità che ci fossero nel resto, il
motivo psicologico non differiva gran fatto. Oggi questa tendenza
anacronistica della riproduzione artificiale della vita antica è,
altrettanto naturalmente, scomparsa quasi del tutto. Innocui esempi,
e solo nel campo delle lettere, rimangono le epigrafi latine, i versi
greci e latini; questi noi ammiriamo soltanto come attestazione di
versatilità d'ingegno, di amoroso studio dei capolavori classici, di
squisitezza di gusto, ma nè autori ne ammiratoli pensano o sognano che
si arricchisca così il tesoro della nostra lingua, della letteratura
nostra.
Ora, si pensi quello che si voglia del valore oggettivo della
evoluzione umanistica dal trecento al cinquecento, rimarrà in ogni modo
gloria imperitura dell'Italia l'aver conservato, trasmesso, arricchito,
raccomandato ai posteri il patrimonio intellettuale ed artistico
dell'antichità classica, patrimonio che è diventato il fondamento più
saldo, direi quasi la chiave di vôlta del grandioso edifizio a cui
diamo il nome di civiltà moderna.
Ma sarebbe anche falso affermare che l'umanesimo italiano non si
liberasse e non sapesse liberarsi dal concetto in apparenza grandioso,
e in realtà meschinamente unilaterale, della riproduzione artificiale;
poichè dall'Italia stessa partì anche il doppio e fecondo concetto
dell'antichità classica come vivificatrice delle nostre lettere, della
nostra arte, del nostro vivere civile, e dell'antichità classica come
argomento di studio indipendente da ogni determinata tendenza pratica,
di studio a sè e per sè, di studio seriamente e scientificamente
oggettivo. Dato e non concesso che altri possa non rilevare queste
benemerenze dell'Italia nostra, non posso nè debbo non rilevarle io:
io ospite grato, e speriamo anche non sgradito, di questa Firenze
dove fino dal XVI secolo si ebbe fiorentissima una scuola di filologia
classica, maestro sommo e venerato Pier Vettori.
Per venticinque anni dalla cattedra, nelle conversazioni, nei privati
colloqui ho esortato, sarei per dire con fervore apostolico, i giovani
fiorentini a scrivere, dopo pazienti ricerche, un libro geniale che
riportasse dinanzi al nostro pensiero viva l'immagine di quell'uomo,
di quella scuola, di quei giovani ammiratori non meno della vita
integerrima del maestro, che della scienza di lui; un libro geniale
che dimostrasse, anche a quelli di noi che non vogliono intenderlo,
come in tanto rinnovamento di scienza e di metodi la filologia del
nostro tempo è pur sempre quella del celebrato fiorentino; un libro
geniale, insomma, che sfatasse una buona volta la vieta leggenda,
per cui continuatori dell'opera dei nostri grandi eruditi pretesero,
e forse pretendono ancora, chiamarsi i rètori inverniciati di frasi
greche e latine, gli arcadi della filologia che fecero sparire il nome
italiano dal libro d'oro della scienza dell'antichità classica. Mi
duole confessarlo, ma il mio fervido apostolato non ha avuto efficacia
se non sulla tranquilla fantasia di un giovane tedesco di Francoforte,
che, se non altro, ha raccolto e pubblicato utili materiali di studio
sul nostro grande filologo. Non dirò già che ai giovani fiorentini non
garbasse scrivere un libro geniale; dirò piuttosto che hanno sdegnato
le lunghe, difficili e pazienti ricerche, senza le quali i libri
geniali non si scrivono.
In Italia, dunque, si ebbe abbastanza presto l'intuizione sicura
dell'importanza grandissima degli studî classici, sia come sano
e nutritivo elemento dello spirito moderno nella letteratura e
nell'arte, nella politica e nella scienza, sia come oggettiva e serena
investigazione storica. Porterei vasi a Samo e nottole ad Atene, se
credessi necessario dichiarare con esempi la mia affermazione rispetto
all'indirizzo che dirò imitativo del classicismo italiano, sebbene
la parola imitazione non risponda adeguatamente al concetto. Tutta
la nostra letteratura, per non dire altro, ebbe vital nutrimento
dell'antichità classica; e se i meno dotati d'ingegno riuscirono spesso
gretti imitatori, il genio dei nostri grandi seppe anche derivare
dalle fonti classiche, forme d'arte meravigliosamente originali nella
grandiosità della composizione, nella plasticità delle immagini, nel
colorito smagliante della elocuzione e dello stile. A porre in luce
meridiana questo benefico influsso del genio antico sulla poesia e
sulla letteratura nostra, molto prima che cominciasse l'affannosa e
febbrile investigazione delle memorie classiche, provvide il poeta
fiorentino che è gloria del mondo, il poeta di cui aumenta la gloria
quanto maggiore è la cura con cui si rintracciano le fonti classiche,
non del «bello stile» soltanto «che gli ha fatto onore», ma di ogni sua
più mirabile concezione poetica.
E se a qualche cosa, Signore e Signori, la storia vale, essa dovrà
valere indubbiamente a farvi diffidare di una certa moderna dialettica
che si affatica a dimostrare spezzato ogni legame tra lo spirito
dei tempi nuovi e la vita antica. Manca a me ingegno e dottrina per
sottoporre a serio esame questi aforismi modernissimi nel campo della
scienza, della morale, della religione. Ma quale è, di grazia, quale è
la forma moderna d'arte che non abbia radice, e radice tuttora vegeta,
nella fantasia divina dei Greci? Quale è, di grazia, il gran concetto
giuridico moderno che non sia vivace rampollo dell'albero maestoso del
giure romano? A qual mai progresso intellettuale o morale la sete del
sapere degli Elleni e il senno pratico dei romani furono di ostacolo?
Non attribuiamo, per carità, gli errori, la gretteria, la pedanteria
di alcuni ammiratori dell'antichità agli spiriti magni della antichità
stessa, anzi al genio riformatore di quei due popoli privilegiati. Io
auguro, dunque, al mio paese, che ancora per lunga serie di secoli
i suoi poeti e i suoi dotti giureconsulti, gli scenziati e gli
artisti nel più lato senso della parola, ricorrano incessantemente
a ritemprarsi lena e vena nella scienza e nell'arte antica, nella
rigogliosa umanità antica; e sappiano farlo non meno bene di quanti
da barbari in grazia di essa divennero civili, e la energia nativa
correggendo su quei sacri modelli, divennero essi stessi modello di
operosità feconda a noi, che beatamente ci adagiammo nella persuasione
che i nostri avi avessero già fatto abbastanza per sè e per noi!
Col nobile intento di richiamare gli italiani alla cultura classica, ha
da pochi anni vita in Firenze una Società che tutte le persone colte
dovrebbero desiderare prospera, efficace, nè dovrebbe il desiderio
rimanere soltanto platonico. Solo per opera di una grande società
siffatta si potrà sottrarre l'indirizzo della educazione e della
cultura italiana all'aura mutevole e capricciosa delle assemblee
politiche e dei gabinetti dei ministri. E non soggiungo altro, poichè
non può essere oggi mio intendimento consumare il tempo, di cui per
cortesia vostra dispongo, in argomenti abbastanza estranei a quello
che debbo trattare: giacchè io credo di dovervi parlare soprattutto
della scienza dell'antichità classica come disciplina a sè, abbia o non
abbia stretta attinenza colla cultura generale italiana. Ma, sarebbe
vano negarlo, anche questa scienza in tanto può fiorire in qualsivoglia
nazione del mondo, in quanto tra quella nazione è larga ed estesa la
cultura generale donde la scienza muove. Anche qui la storia viene in
nostro aiuto a farci toccare con mano che ogni grande e vero progresso
della scienza dell'antichità classica si è verificato appunto dove
e quando la cultura generale classica fu più estesa e più intensa;
e viceversa dovunque il classicismo non fu largamente in onore come
strumento di educazione, colà fu anche meno abbondante e salutifero
il frutto della scienza. Nè questo soltanto c'insegna la storia. Essa
c'insegna inoltre che tale e tanta è la connessione fra la civiltà,
la cultura, la lingua, la scienza greca e romana, che opera vana
tenterebbero quelle nazioni o quegl'individui i quali, dimentichi di
questa connessione intima, credessero di portare un contributo largo
ed importante alla investigazione scientifica o storica di una parte
sola dell'antichità classica. Io non conosco nessun grande latinista,
italiano o straniero, dell'età nostra o delle precedenti, che non
sia o non fosse in grado di trattare filologicamente i monumenti,
gli scrittori, le fonti elleniche; e non so neppure di alcun grande
ellenista digiuno di erudizione e di scienza latina. So, è vero, di
un valentuomo (non italiano!) del nostro tempo, il quale, essendo egli
profondo latinista, non dubitò di affermare che latinisti a preferenza
erano stati i corifei della nostra scienza. Ma l'affermazione è
certamente falsa, perchè io in coscienza non saprei dirvi davvero se,
per esempio, Pier Vettori e Riccardo Bentley fossero più latinisti o
grecisti, e perchè potrei addurre una bella schiera di grandi grecisti
che non dimostrarono egualmente al pubblico la loro scienza di cose
latine. Ma non mette conto di perdere del tempo a dimostrar vana
un'affermazione che evidentemente ha origine dalla vanità del latinista
che la emise, e che era egli stesso, del resto, un grecista valente.
Pur troppo, come vedete, neppur la filologia classica è preservativo
efficace contro la vanità. In confidenza, vi dirò persino che i
filologi classici sono spesso anche più intollerabilmente vani degli
altri.
Sarebbe, pertanto, oltremodo facile dimostrare, anche teoricamente,
quanto impossibil cosa sia tener distinto il lavoro scientifico
nell'un campo, greco o romano, dal lavoro scientifico nell'altro.
Scienza ed arte romana sono riflessi e svolgimenti di arte e scienza
greca: pretendere di capir quella senza capir questa varrebbe presso
a poco quanto illudersi d'intendere l'umanesimo del rinascimento senza
conoscere quell'antichità che l'umanesimo consapevole o inconsapevole
cercava di riprodurre. Si potrebbe forse comprendere adeguatamente
la produzione intellettuale dei Greci, in quanto essa è in massima
parte indipendente da influssi forestieri, e ad ogni modo procede per
vie affatto sue anche quando dal di fuori trae l'origine; si potrebbe
forse comprenderla adeguatamente, se completa e in tutte le sue
manifestazioni essa ci fosse giunta. Invece c'è giunta in frammenti,
grandiosi frammenti se volete, ma frammenti, spesso da rintracciare in
fonti romane. Sopprimete tutto quello che dei Greci sappiamo e possiamo
investigare a traverso i riflessi, le imitazioni e le ricerche romane,
e vi accorgerete subito che quella meravigliosa statua mutila, simbolo
dell'antichità ellenica, voi avrete più barbaramente mutilata.
Ma poichè nè io nè Voi siamo vandali, possiamo e dobbiamo augurarci
che da tale vandalismo l'Italia nostra sia risparmiata; nè è vano
l'augurio, perchè in realtà anche gli stolti, dei quali, come dice il
poeta, infinita è la schiera, non si farebbero mai tra noi paladini
esclusivi di studî greci. Il pericolo è piuttosto nell'altrettanto
assurda persuasione della possibilità di un classicismo italiano
fecondo e operoso, a base esclusiva di latinità e di romanità. Ho
detto persuasione, ma tale io non credo che sia: è piuttosto la solita
tendenza a blandire le turbe infinite che vogliono bensì penetrare
nell'aristocratica ròcca del classicismo, ma naturalmente vogliono
anche che sia più alla portata degli inetti questo titolo di nobiltà.
Ebbene, noi non abbiamo bisogno di sperimentare questo classicismo che
è stato detto «a scartamento ridotto»; lo abbiamo già sperimentato
per secoli. Poco fa io rammentava con entusiastica ammirazione Pier
Vettori e la sua scuola, ma è doloroso dovere aggiungere che, estinto
quell'uomo e quella scuola, lo studio dell'antichità classica in Italia
si aggirò fatalmente in un àmbito sempre più ristretto. Scienza e
conoscenza di lingua e di cose greche andò a mano a mano scomparendo;
antiquaria romana e retorico umanesimo latino furono sino all'età
nostra unico residuo di un movimento scientifico iniziato animosamente,
e coronato nel suo inizio da splendido successo. Voi sapete ormai che
non voglio nient'affatto parlarvi di persone. Non mi opporrete perciò
quella mezza dozzina, e sia pure una dozzina, di valentuomini che
dal seicento ad oggi lavorarono felicemente nel campo greco. Non vi
abbiate a male se vi dico che li conosco anch'io come li conoscete Voi;
ma essi sono quasi addirittura estranei al movimento scientifico del
nostro paese, nè fu merito dell'Italia se il resultato delle loro dotte
ricerche entrò a far parte del patrimonio della scienza.
L'esperienza dunque noi la abbiamo fatta, e ci rimane il rimorso
di averla fatta durare troppo a lungo. Quali resultati se ne siano
avuti, lo sappiamo. Neppure nella scienza antica latina, l'Italia, per
tre secoli, ha rappresentato quella parte a cui la nativa prontezza
di ingegno, la conformità grande di sentimento e di attitudini con
la vita civile degli antichi, la tradizione infine e la storia la
avrebbero chiamata. Col nome di dottrina classica battezzammo una vuota
declamazione retorica, demmo nome di storia a compilazioni di aneddoti,
a frasi reboanti demmo nome di eloquenza, alle curiosità demmo il nome
di erudizione.
Volle fortuna che il nostro classico suolo rimettesse incessantemente
in luce monumenti, opere d'arte antica, che richiamarono alcuni nostri
studiosi a un indirizzo positivo di investigazioni e ricerche; e
avemmo così epigrafisti e antiquari di molto maggior valore che per le
condizioni delle altre discipline filologiche avremmo avuto diritto di
aspettarci. Le cose sono mutate in meglio appunto nella seconda metà
del nostro secolo, vale a dire dacchè gli studi classici greci sono
tornati in onore, dacchè le lingue e le lettere greche non sono più
misterioso patrimonio di pochissimi, dacchè ogni persona colta non dirò
che legga Sofocle e Omero, ma almeno ha acquistato la convinzione che
leggerli e intenderli non è curiosità oziosa di gente oziosa. Non sono
per verità tanto ingenuo da attribuire così meravigliosa efficacia alle
declinazioni e alle coniugazioni greche che i nostri ragazzi imparano
nelle scuole. Ma non si tratta già ora di farvi vedere quanto di più e
di meglio sarebbe possibile nelle scuole; si tratta di riconoscere un
fatto innegabile. Noi italiani di punto in bianco abbiamo, dopo lungo
abbandono, riconosciuto di nuovo il genio classico greco come elemento
indispensabile di alta cultura generale, abbiamo modificato le scuole
in questo senso, e secondo questo concetto, abbiamo improvvisato dei
maestri che questo concetto attuassero, e in poche diecine di anni ci
siamo messi anche in grado di lavorare, di contribuire modestamente, e
sia pure modestissimamente, alla scienza della antichità classica. Non
ignoro quali e quanti siano gli altri coefficienti di questi risultati,
la ridestata coscienza nazionale, l'indirizzo serio e positivo degli
studî affini, la scomparsa di quel vano orgoglio che ci faceva ignorare
e disprezzare dottrine e scienze forestiere; ma questo vuol dire
soltanto che per le progredite condizioni intellettuali del paese
ci siamo finalmente avvisti che anche la nostra cultura classica era
difettosa, e ci siamo studiati di farla completa con l'ellenismo, e
l'ellenismo le ha dato quel vigore e consistenza scientifica che aveva
per secoli miseramente perduta.
Difficile è fare la cronaca esatta di questa trasformazione, promossa
da spiriti illuminati anche prima della metà del secolo, ma sorretta
solo più tardi, e non sempre quanto sarebbe stato opportuno, dalla
sapienza dei governanti. Anche prima del fatale anno 1848 la Toscana
aveva in Pisa una istituzione benefica, i cui benefizi possono oggi
dal punto di vista odierno apprezzare poco quegli egregi che, ricchi
di entusiasmo e di ingegno, non vi trovarono prima del '59 la larga
educazione scientifica di cui erano avidi: e noi, venuti un po' più
tardi, ma non troppo più tardi, sappiamo quanta ragione avessero essi
di dolersi che il tempo della loro balda gioventù andasse consumato
miserevolmente a scuola di inetti o poco meno che inetti: ma è pur vero
che da quella scuola, perfino in quegli anni non felici, provennero
molti di coloro che senza confronto meglio di tanti altri poterono
contribuire utilmente alla trasformazione delle nostre scuole e
spianare la via a noi altri allora giovanetti, che, compiuta la unità
d'Italia, avemmo in essi i nostri maestri, e non di greco soltanto.
Nè perchè ho ricordato espressamente la Toscana, vogliate supporre che
io dimentichi la efficacia della legislazione scolastica piemontese,
estesa con savio consiglio a tutta l'Italia: per essa avemmo un
ordinamento razionale di studî, imperfetto quanto si vuole, ma di gran
lunga più razionale e più largo che non usasse nelle scuole multiformi
del resto d'Italia. E poichè della oppressione politica austriaca
dicemmo sempre e volentieri tutto quel male che essa meritava, è anche
giustizia riconoscere che troppo più difficile sarebbe riuscito alla
Italia nuova rinnovare e integrare il classicismo vieto e monco delle
nostre scuole, se dalla Lombardia e dal Veneto non ci fosse venuta una
schiera di valentuomini, cui la tirannia politica non aveva spento
in cuore l'amor di patria e la scienza tedesca dall'Università di
Vienna aveva messi in grado di sapere per quali vie e con quali mezzi
tornerebbero gl'Italiani alla vita scientifica, anche in quel ramo
di cultura che era sembrato per secoli più che altro svago innocente
degli spiriti, strumento semplicissimo per darsi aria di letterati
finamente colti, infiorando di emistichii oraziani e virgiliani il
discorso. Resti ad altri l'ufficio gradito di celebrare, come meritano,
gli uomini che più direttamente promossero con l'insegnamento e con
l'esempio gli studi italiani di antichità classica. A noi, che in tanta
parte della nostra vita pubblica troviamo ragioni di sconforto, di
scoramento, di dolore, sia dato compiere l'ufficio ben più gradito,
di proclamare cioè che, se in complesso il classicismo italiano è
ancora meschinello rispetto alla Europa civile, esso è grande rispetto
alla vecchia Italia di cinquant'anni fa; e senza ingratitudine
possiamo smentire, per questa parte almeno, l'antico poeta: l'età
dei padri nostri portò noi non peggiori, ma migliori di essi — senza
ingratitudine, perchè è merito dei padri nostri aver create quelle
condizioni di vita civile che resero possibile a noi di metterci sulla
via abbandonata da secoli e trionfalmente battuta da quei popoli ai
quali noi primi l'avevamo additata. Quale è dunque l'augurio nostro per
i nostri figli? Che essi continuino a smentire la sentenza pronunciata
dal poeta romano, emendino i nostri vizii, colmino le enormi lacune
del nostro sapere, siano liberi dai pregiudizi che arrestarono noi
a mezza via, facciano dimenticare i nostri timidi tentativi, siano
emuli degni degli spiriti nobilissimi cui noi potemmo tener dietro
appena faticosamente e «longo intervallo;» sia lecito ad essi non
essere equanimi verso di noi, sieno ingrati, ma sieno migliori di
noi. All'esperienza nostra, però, vogliano pure ricorrere per amoroso
consiglio. Sapremo dir loro quello che non abbiamo saputo far noi;
sapremo soprattutto dimostrare i nostri difetti, sapremo porli in grado
di non sciupare l'ingegno per vie tortuose o senza uscita, sapremo
raccontare con la esperienza, con la vivacità, e, spero, anche con la
veridicità del testimone oculare la storia dei nostri studî in questi
quarant'anni di vita italiana.
Intanto, aspettando che i nostri figli e nipoti vengano a chiederci
questi consigli e ad ascoltare questo atto di contrizione nostra e
questa storia, io mi confesserò sinceramente con voi — siamo nella
settimana di Penitenza: — e poichè mi è dato evitare una incomoda
confessione speciale dei peccati miei, esclusivamente miei, e posso
presentarvi la confessione generica degli Italiani del mio tempo, molto
a buon mercato, come vedete, mi pongo in regola col santo precetto,
tanto più che, dopo tutto, la penitenza toccherà non a me, ma a
Voi. Se nella età che precedè immediatamente il nostro risorgimento
nazionale, l'Italia fosse rimasta miseramente indietro soltanto in
fatto di studî classici, e nel resto avesse conservato importanza
notevole rispetto alle principali nazioni civili, anche la scienza
dell'antichità classica avrebbe rapidamente ripreso sviluppo e vigore,
e rapidamente sarebbe passata dallo stadio recettivo allo stadio
produttivo; ma a noi mancavano quasi totalmente i mezzi per iniziare
un lavoro scientifico, mancava la conoscenza più elementare della
letteratura dell'argomento: letteratura enorme, frutto di trecento
anni di studi assidui, di ostinate ricerche di Francesi, Inglesi,
Olandesi e Tedeschi, soprattutto di Tedeschi, che, ultimi in ordine
di tempo, avevano ereditato e da un secolo tenevano lo scettro della
scienza della antichità classica, l'avevano meravigliosamente promossa
in ogni disciplina, ne avevano disposte le parti, le avevano dato
forma e carattere di vera e propria scienza. Che in tali condizioni un
italiano di alto ingegno anche senza educazione e senza preparazione
metodica potesse prendere parte attiva e contribuire efficacemente
alle investigazioni scientifiche, non lo escluderò io, che so come e
quante volte la ipotesi sia stata realtà. L'alto ingegno sa prescindere
da condizioni anche indispensabili; ma, come ho già detto, non sono
singoli e isolati uomini d'ingegno quelli che determinano il movimento
scientifico del loro paese. Ai più parve, e non poteva non parere,
che dovessimo anzitutto addestrarci a maneggiare gli strumenti del
mestiere; e gran parte della attività nostra fu rivolta a impratichirci
di lingue straniere, del tedesco principalmente, e a renderci familiari
i manuali, le monografie straniere, principalmente tedesche, e lo
facemmo in molti; e la generazione mia ebbe meno difficoltà a farlo
che non ne avesse la generazione precedente. Gli uni e gli altri ci
ridemmo della nomèa di tedescanti, della quale i vecchi, meritamente
e immeritamente autorevoli, ci gratificarono. Opera egregia e proficua
fece allora chiunque contribuì, sia pure in proporzioni microscopiche,
alla diffusione in Italia di libri stranieri, chiunque fece conoscere
studi e metodi a cui l'Italia non era più avvezza, e che sarebbe stata
cosa ridicola ripristinare in quella forma in cui l'Italia li aveva
lasciati tre secoli innanzi. Onore e riconoscenza si deve a tutti quei
valentuomini che, traducendo, compilando, compendiando riuscirono a
poco a poco a mettere in contatto diretto la gioventù italiana con la
filologia tedesca: e credo che per parecchie altre scienze si debba
e si possa dire lo stesso. Giovani benemeriti del loro paese furono
quelli che secondarono con ardore questo impulso, e ben presto avemmo
una schiera di non indotte persone, capaci di fare altrettanto, e
lo fecero, magari con più ardore, e continuarono ancora quando forse
sarebbe stato possibile e desiderabile qualche altra forma di operosità
letteraria.